Il genocidio del Ruanda: storia, cause e conseguenze del massacro

Il genocidio del Ruanda rappresenta una delle pagine più buie della storia recente, un evento spesso definito la Shoah africana per la sua rapidità e brutalità.

Il genocidio del Ruanda (stato africano incastonato nella regione dei Grandi Laghi) è un evento storico a carattere violento che “conclude” il XX secolo, già noto per i tragicissimi eventi dei due conflitti mondiali, del genocidio armeno e di quello ebraico. L’efferato sterminio, noto anche come “il massacro dei cento giorni“, interessa lo spazio cronologico che si protrae dal 7 aprile al 15 luglio del 1994 ed è volto all’eliminazione del gruppo etnico dei tutsi, supportato e guidato dal governo hutu e dai gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi.

Fatti chiave del genocidio del Ruanda in sintesi

Per comprendere la portata dell’evento, questa tabella riassume gli elementi fondamentali del genocidio.

Elemento Descrizione
Periodo Dal 7 aprile al 15 luglio 1994 (circa 100 giorni)
Vittime stimate Tra 800.000 e 1.000.000 di persone
Gruppo perseguitato L’etnia tutsi e gli hutu moderati
Persecutori Governo a interim hutu, milizie Interahamwe e Impuzamugambi
Causa scatenante Abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana (6 aprile 1994)

Premessa al genocidio: il contesto storico e le cause

È necessaria ovviamente una premessa. La regione Ruanda-Burundi era polietnica e le differenze sociali erano essenzialmente di tipo economico: i tutsi costituivano l’élite economica e sociale che ebbe modo di costituire una sorta di monarchia di tipo feudale. A partire dal XVI secolo infatti i Tutsi rivestivano una posizione di potere rispetto agli hutu, che erano invece impiegati nel ruolo di agricoltori, e ai twa, rilegati a una posizione di marginalità. Gli eventi del 1994 furono l’apice della rivoluzione contadina Hutu tra il 1959 e il 1961, a sua volta figlia della contaminazione coloniale belga. Secondo infatti la propaganda delle teorie sulla razza, i belgi ritennero i tutsi “una popolazione superiore” rispetto agli hutu in quanto le loro caratteristiche somatiche erano ritenute più simili allo standard caucasico. Di fatto l’identità etnica, formalizzata con carte d’identità che la specificavano, divenne un tratto fondamentale della società ruandese. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 il malcontento generale per le condizioni di sfruttamento a sfavore degli hutu provoca l’insurrezione di questi ultimi contro i primi. Si infiltra così tra le pieghe della società ruandese il germe del razzismo, portando le etnie che avevano fino a quel momento vissuto per lo più armoniosamente a un conflitto di natura violenta.

Lo svolgimento del genocidio: i cento giorni di terrore

La diffusione di idee a carattere razziale a danno dei tutsi, alimentata da media come la famigerata Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM), costrinse molti di loro a trovare rifugio nei paesi confinanti. Questa diaspora portò alla creazione del partito politico denominato FPR (Fronte patriottico ruandese, front patriotique rwandais) che sosteneva il rientro in patria dei tutsi oltre alla conquista militare del paese.

L’apice dell’odio razziale si raggiunse il 6 aprile 1994 a seguito dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente Habyarimana, di etnia hutu, che si era recato a Dar es Salaam per concordare le nuove istanze che favorissero l’inclusione dell’Fpr nel nuovo progetto governativo. A quel punto l’innesco della persecuzione e della flagellazione dei tutsi ebbe inizio e si protrasse fino a quando l’avanzata militare del FPR mise fine al massacro. L’intervento della comunità internazionale fu tardivo e inefficace; la missione ONU presente nel paese (UNAMIR) fu depotenziata proprio nel momento di maggior bisogno. La Francia, con l’Opération Turquoise, intervenne creando una zona umanitaria sicura, ma solo nella fase finale del genocidio, ponendo militarmente fine all’attacco. Il 16 luglio si concluse ufficialmente la guerra civile che condusse innocentemente alla morte circa un milione di vittime in soli cento giorni, classificandosi come uno degli eventi più tragici del XX secolo.

Le conseguenze e la memoria

Sulla scia degli orrori promessi da una efferata guerra civile si includano inoltre, nella stima generale delle vittime, non solo coloro che vennero brutalmente assassinati con armi bianche (i rivoltosi usarono principalmente armi da corpo a corpo, tra cui il vessillo fu certamente il machete) ma anche coloro che vennero invisibilmente lasciati sopravvivere alla guerra. Moltissime persone, siglate nello sconforto, sono state falciate dall’arma più terribile: lo stupro di guerra che, come un incubo nero, si è diffuso sulle donne e gli indifesi. A livello internazionale, la catastrofe portò all’istituzione del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) da parte delle Nazioni Unite, come documentato nei loro archivi ufficiali, per processare i responsabili dei crimini.

Conclusione: il peso della storia oggi

In questo nostro secolo di nuove guerre e di nuovi eccidi, cosa mai si può dire rispetto al tragico evento se non raccontare rispettosamente in silenzio che abbiamo perso noi l’uso della parola per dire cose giustissime e -talora- invano come “che non succeda, che non si ripeta più!”? Sebbene rifiutiamo di credere alla ciclicità della storia e sebbene tentiamo di ricamare sicuri sentieri di pace tra le sequoie della testimonianza-alberi sacri che resistono al tempo dell’oblio e della dimenticanza-che potere abbiamo noi se non ha potere il ricordo di ciò che è stato? Di ciò che abbiamo raccontato sappiamo che è un dolore fratello dello sterminio ebraico in Europa degli anni ’40 e a tal proposito vorremmo dire che ancora crediamo e reiteriamo nella coscienza e nella consapevolezza del valore della memoria, nel soccorso dell’educazione, nel potere balsamico consolatorio e portatore di pace delle parole ma che abbiamo, ora come non mai, di nuovo e ragionevolmente paura. Questo è l’odore della paura: il petricore inquinato dagli odori di sangue, il puzzo di bruciato che proviene dagli argini arsi delle case e dei luoghi di culto, l’odore di polvere mista a un cacao per cui non si prevede più dolcezza.
Ci accade dunque che mentre temiamo la guerra e preghiamo che non torni, lei è già tornata.

Immagine di copertina per l’articolo sul Il genocidio del Ruanda: Wikipedia

Articolo aggiornato il: 09/09/2024

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A proposito di Arianna Orlando

Classe 1995, diplomata presso il Liceo Classico di Ischia, attualmente studente presso la Facoltà di Lettere all’Università di Napoli Federico II, coltiva da sempre l'interesse per la scrittura e coniuga alla curiosità verso gli aspetti più eterogenei della cultura umana contemporanea, un profondissimo e intenso amore verso l’antichità. Collabora con una testata giornalistica locale, è coinvolta in attività e progetti culturali a favore della valorizzazione del territorio e coordina con altri le attività social-mediatiche delle pagine di una Pro Loco ischitana.

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3 Comments on “Il genocidio del Ruanda: storia, cause e conseguenze del massacro”

  1. Autore
    Angelo Barsà
    L’Uomo ha paura, sia di vivere e nel contempo di morire. Ha un’anima ma non ne conosce entità della stessa. Il fatto di non sapere da dove viene, il senso di questa sua cellula esistenziale, rispetto all’eterno; il non sapere dove si trova, nonché, dove andrà a finire. Lo induce a ricercare certezze, che non potendole trovare in modo astratto, le cerca in tutto ciò che è materiale, ma al tempo stesso temporaneo, nonché, illusorio. Per questi motivi, è spinto a dominare, a voler avere il controllo di tutto ciò che lo circonda, sostanzialmente, perché ha paura! Ciao Arianna. Buona Giornata

  2. L’Uomo ha paura, sia di vivere e nel contempo di morire. Ha un’anima ma non ne conosce entità della stessa. Il fatto di non sapere da dove viene, il senso di questa sua cellula esistenziale, rispetto all’eterno; il non sapere dove si trova, nonché, dove andrà a finire. Lo induce a ricercare certezze, che non potendole trovare in modo astratto, le cerca in tutto ciò che è materiale, ma al tempo stesso temporaneo, nonché, illusorio. Per questi motivi, è spinto a dominare, a voler avere il controllo di tutto ciò che lo circonda, sostanzialmente, perché ha paura! Ciao Arianna. Buona Giornata

  3. Si è vero,! Ho già scritto questo commento e l’ho fatto via Messenger ad Arianna. successivamente, l’ho girato a voi per due motivi. 1°, Non avendo la certezza che Arianna lo potesse leggere. E il 2° Per non stare a riscriverlo, ho seguito il link e l’ho inviato al giornale, facendo copia e incolla dello stesso. Buona Giornata e grazie.
    L’Uomo ha paura, sia di vivere e nel contempo di morire. Ha un’anima ma non ne conosce entità della stessa. Il fatto di non sapere da dove viene, il senso di questa sua cellula esistenziale, rispetto all’eterno; il non sapere dove si trova, nonché, dove andrà a finire. Lo induce a ricercare certezze, che non potendole trovare in modo astratto, le cerca in tutto ciò che è materiale, ma al tempo stesso temporaneo, nonché, illusorio. Per questi motivi, è spinto a dominare, a voler avere il controllo di tutto ciò che lo circonda, sostanzialmente, perché ha paura! Ciao Arianna. Buona Giornata

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