Giocasta: il mito tra sogno, memoria e innovazione

Giocasta: il mito tra sogno, memoria e innovazione

Quante volte ci è capitato di sentire nomi come Edipo, Giocasta e tanti altri associati a svariati ambiti, dall’arte all’attualità e persino alla psicanalisi? Ebbene, per quanto possano sembrarci nomi di un mondo troppo lontano, tanto da – diciamoci la verità – farci storcere il naso perché un po’ noiosi, in realtà sono molto più vicini a noi di quanto immaginiamo.

Confronto tra mito greco e interpretazione psicanalitica

Aspetto Mito (Sofocle) Psicoanalisi (Freud)
Ruolo di Giocasta Regina di Tebe, vittima del destino Madre iperprotettiva e invadente
Causa degli eventi Volere divino e profezia Dinamiche inconsce e infantili
Significato Esperienza tragica collettiva Anomalia nel processo di crescita

L’attualità del mito di Giocasta e la sua simbologia

Tanto nel corso dei secoli è stato attinto dal mito. Esso da sempre è un punto di riferimento, nonché la base del patrimonio culturale delle varie generazioni. Posto al confine tra realtà e sogno, il mito si traspone facilmente nell’inventiva artistica in senso lato e letteraria, che siano riadattamenti o proposte inedite: se da un lato presenta un’origine fissa, ha anche un certo potenziale simbolico che lo rende duttile e capace di travalicare i confini di spazio e di tempo.

Ecco che allora ci spieghiamo la ricezione di un qualcosa di sicuramente antico ma che ha una tale carica simbolica da essere sorprendentemente attuale. Pensiamo al mito di Giocasta.

Che cos’è il complesso di Giocasta in psicologia

Sicuramente abbiamo incontrato anche solo per sentito dire l’espressione complesso di Edipo: coniata da Freud nei suoi studi sulla psicanalisi, essa indica un attaccamento morboso del figlio nei confronti della madre. Di riflesso, il complesso di Giocasta indica una madre iperprotettiva e che risulta essere così invadente da incidere sul costituirsi della normale autonomia del figlio. Tutto ciò affonda le sue radici in uno dei miti più antichi, sfondo di celebri tragedie come quelle del ciclo sofocleo.

Secondo una profezia dell’Oracolo, Edipo si macchierà di parricidio e sposerà sua madre, unione dalla quale nasceranno quattro figli. Edipo, messosi in viaggio per proteggere coloro che erroneamente riteneva i suoi genitori, durante il suo cammino a seguito di una lite uccide Laio, che alla fine scoprirà essere suo padre. Arrivato alla città di Tebe, ne diventa il sovrano e sposa Giocasta. Nel momento in cui si svela che quest’ultima è sua madre e Edipo comprende tutta la verità, Giocasta si uccide e Edipo si acceca.

Nelle opere del drammaturgo Sofocle non vi è alcun intento di scandagliare la psiche dei personaggi. Al contrario, il filo conduttore è l’imperscrutabilità divina: il destino di questi personaggi tragici si compie sotto un volere divino già stabilito. In questo modo la scena diventa corale, non esiste un reale protagonista né dunque un concreto individualismo, ma ogni personaggio è conseguenza della predestinazione dell’altro. Si ricrea, pertanto, un’esperienza teatrale collettiva coinvolgente anche il pubblico, che immedesimandosi completamente nella scena rappresentata affronta un processo di catarsi alla fine del quale comprende una morale.

Con l’avvento dell’epoca moderna, poi, l’attenzione si è catalizzata sull’individuo, sulle sue gesta e sul suo carattere. Quell’esperienza corale che era il teatro si è persa e le imprese del singolo moderno dipendono dall’unico suo volere, non c’è più divinità che tenga. Chiaramente questo provoca l’interesse per l’analisi della psiche dei personaggi.

Freud – che abbiamo citato prima – ha contestualizzato Edipo e Giocasta in un’epoca moderna in cui l’uno diventa un figlio fin troppo dipendente dalla madre e l’altra diventa una madre morbosa verso il figlio. Egli parla di sessualità e quindi di rapporto incestuoso, ma non è da intendersi come una pulsione erotica quanto piuttosto come un elemento alla base dell’infanzia dell’essere umano. Allora, il complesso di Edipo e quindi quello di Giocasta si traducono in un’anomalia nel processo di crescita dell’uomo da analizzare e risolvere.

Perché il mito è importante nella cultura moderna

Abbiamo fatto un esempio di come un mito è stato preso e disambientato rispetto al suo contesto originario, riscritto secondo una cultura completamente nuova, abbattendo barriere temporali e spaziali. Ma che senso ha rielaborare il mito?

Il mito come forma archetipica ci testimonia come gli antichi intendevano la realtà e l’uomo. Come abbiamo avuto modo di notare, questa sua funzione è ancora attuale. Con la sua capacità evocativa e di adattarsi ad ogni generazione, il mito ripreso, stravolto e rigenerato ci parla del passare del tempo: di come alle trasformazioni sociali ed a tutto quanto vi concerne rispondano dei cambiamenti evolutivi nelle strutture di pensiero e – perché no! – spirituali dell’essere umano.

È uno sguardo sulla storia umana, un guardare al passato per costruire un presente migliore e gettare le basi affinché ci sia un futuro migliore ancora. E gli studi letterari, in particolare con l’introduzione della comparatistica, detengono un ruolo imprescindibile in questo, preservando un tratto fondamentale dell’uomo: la sua espressività, che è insieme memoria e innovazione.

Fonte immagine di copertina: wikipedia

Articolo aggiornato il: 13 Gennaio 2026

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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