I Kapò nell’industria dello sterminio: chi sono, storia e ruolo

I Kapò nell'industria dello sterminio: storia e ruolo

Il Kapò era un prigioniero scelto dalle SS per supervisionare gli altri detenuti all’interno dei campi di concentramento e sterminio nazisti. Questa figura, nota anche con il termine tedesco Funktionshäftling (prigioniero-funzionario), rappresenta uno degli aspetti più complessi e tragici della struttura gerarchica imposta dal Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale. Inseriti in una catena di comando che vedeva al vertice il Lagerkommandant e le guardie SS, i Kapò divennero uno strumento fondamentale per il controllo delle masse di prigionieri, contribuendo a distruggere ogni essenza di società e solidarietà tra i reclusi.

Gerarchia dei Funktionshäftling (Prigionieri-Funzionari)

Ruolo Responsabilità principale
Lagerältester Decano del campo, responsabile dell’ordine generale
Blockältester Capo baracca, supervisione disciplina e cibo
Stubenältester Capo camerata, ordine nei dormitori
Vorarbeiter Caposquadra lavoro, produttività dei Kommando

Etimologia incerta della parola Kapò

L’origine esatta del termine Kapò è ancora dibattuta tra gli storici. L’ipotesi più accreditata fa derivare la parola dall’italiano “capo”, termine che indicava un leader o supervisore. Un’altra teoria, meno diffusa, suggerisce una provenienza dal francese “caporal” (caporale). Meno probabile, sebbene citata, è l’idea che sia un acronimo delle parole tedesche Kamerad (camerata) e Polizei (polizia), formando un concetto di “polizia cameratesca”. Indipendentemente dall’etimologia, il termine divenne sinonimo di un prigioniero che esercitava potere su altri prigionieri per conto delle autorità naziste.

Il ruolo dei Kapò nel sistema concentrazionario

Il compito principale dei Kapò era garantire l’ordine e l’esecuzione dei comandi delle SS, agendo come un anello intermedio della catena di controllo. Erano responsabili della disciplina all’interno delle baracche (Block), della supervisione delle squadre di lavoro forzato e della distribuzione delle misere razioni di cibo. Questa posizione li obbligava a essere estremamente collaborativi con i vertici del campo, adottando la stessa ferma politica di gestione per stroncare sul nascere ogni possibile idea di rivolta. Le pene che infliggevano erano spesso brutali e senza pietà. I Kapò agivano anche come canali fidati per riportare informazioni importanti alle SS. È fondamentale non confondere i Kapò con i Sonderkommando, che erano invece unità speciali di prigionieri, per lo più ebrei, costretti a lavorare nelle camere a gas e nei forni crematori.

Inizialmente, le SS sceglievano i Kapò tra i criminali comuni tedeschi (identificati dal triangolo verde), considerati più inclini alla violenza, o tra gli internati politici (con il triangolo rosso), spesso più organizzati e capaci di gestire gli altri prigionieri. Nei campi femminili, figure analoghe erano chiamate Blockowa o Stubowa. Con il protrarsi della guerra e il rallentamento del processo di sterminio per mancanza di personale, il ruolo fu assegnato anche a detenuti ebrei. Erano riconoscibili da una fascia, solitamente portata al braccio sinistro, che li distingueva dagli altri detenuti.

Gerarchia e privilegi dei prigionieri-funzionari

Non tutti i Kapò avevano lo stesso potere. Esisteva una precisa gerarchia tra i prigionieri-funzionari, ognuno con compiti e un’autorità ben definiti. Questo sistema creava una struttura di controllo capillare e favoriva la competizione interna. I privilegi concessi ai Kapò erano un incentivo alla loro crudeltà e lealtà verso le SS. Questi vantaggi includevano razioni di cibo maggiori e di migliore qualità, abiti civili, alcol, sigarette, una stanza privata o un letto separato e, soprattutto, l’esenzione dai lavori più massacranti. Questo trattamento di favoritismo era la chiave per la loro sopravvivenza, ma il prezzo era la disumanizzazione dei propri compagni.

Il terrorismo psicologico e la “zona grigia”

L’istituzione dei Kapò fu uno strumento di terrorismo psicologico estremamente efficace. Lo scopo era l’annullamento della solidarietà tra i prigionieri, instillando il timore costante che l’altro potesse essere una spia. Come documentato da fonti autorevoli come l’Enciclopedia dell’Olocausto dello USHMM, questo sistema distruggeva l’umanità e la fratellanza, generando solitudine e soggezione. Ogni detenuto si costruiva una gabbia di isolamento. I Kapò potevano inoltre scegliere un prigioniero e renderlo un proprio servo personale, costretto a soddisfare ogni richiesta, inclusa quella sessuale. Questa dinamica è stata analizzata da sopravvissuti come Primo Levi, che nel suo libro “I sommersi e i salvati” definì la figura del Kapò come l’emblema della “zona grigia”: un’area morale ambigua in cui le vittime, per sopravvivere, diventavano a loro volta oppressori.

La fine dei Kapò: giustizia e vendetta dopo la liberazione

La sorte dei Kapò dopo la fine della guerra varia considerevolmente. Molti di loro furono uccisi dagli stessi prigionieri nei giorni immediatamente successivi alla liberazione dei campi, in atti di vendetta per le brutalità subite. Altri tentarono di fuggire e nascondersi tra la folla dei sopravvissuti, ma vennero spesso riconosciuti. Alcuni furono formalmente processati dai tribunali alleati o da corti nazionali post-belliche. Tuttavia, i loro processi furono complessi, poiché la difesa sosteneva spesso che le loro azioni fossero state compiute sotto costrizione per salvarsi la vita. Come testimoniato dall’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (ANED), la memoria storica di queste figure rimane un monito sulla fragilità della morale umana in condizioni estreme.

Fonte immagine in evidenza: Freepik

Articolo aggiornato il: 07/01/2026

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A proposito di Anastasiia Golovenko

Sono una studentessa di Lingue e culture comparate presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Appassionata di letteratura e storia.

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