La Campana di Vetro e Sounds of Silence: il destino degli irrilevanti

La Campana di Vetro e Sounds of Silence: il destino degli irrilevanti

Qual è il destino di chi si riconosce estraneo dalla strada già tracciata per tutti, di «un prestante cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi», intrappolato tra aspettative e desideri incompatibili? Una voce eloquente è quella di Esther Greenwood, protagonista de La campana di vetro, romanzo specchio di Sylvia Plath, come lo sono quelle che animano le canzoni di Sounds of Silence. Due linguaggi diversi, lo stesso disagio generazionale, la stessa sensazione di estraneità e oppressione, in embrione negli anni cinquanta, esplosa nel decennio successivo. Così, l’album di Simon & Garfunkel diventa la colonna sonora ideale del romanzo.

La ricerca di un’identità

«Io sono, io sono, io sono». Un promemoria che Esther, brillante studentessa divoratrice di borse di studio, ripete a se stessa quasi per convincersene. Intanto, getta i suoi vestiti newyorkesi dalla finestra. È una verità che cerca di conservare intatta, nonostante il mondo gliene imponga un’altra: «tu devi essere». Dopotutto, la narrazione del sogno americano si regge su dei comandamenti calati dall’alto per garantire la felicità.

Successo e felicità: un binomio impossibile

Ma il successo equivale davvero alla felicità? Paul Simon e Art Garfunkel suggeriscono il contrario quando, su un ritmo vivace e quasi allegro, svelano che la meravigliosa vita di Richard Cory – invidiata da tutti i suoi dipendenti che sognano di essere come lui – si rivela una farsa nel momento in cui si pianta una pallottola in testa.

Allo stesso modo, i risultati accademici e la promessa di un futuro raggiante non salvano Esther dalla depressione. Il personaggio della Plath si scopre padrona di niente di fronte all’albero di fichi, l’albero delle infinite possibilità: ogni frutto è a portata di mano eppure irraggiungibile. E più non riesce a scegliere quale cogliere, più l’aria intorno a lei si fa irrespirabile e asfissiante, fino a che una campana di vetro non cala sopra la sua testa.

Il silenzio come rifugio

Dove rifugiarsi se non al buio e nel silenzio? Il silenzio è ovunque, sia ne La campana di vetro che nell’album: è la risposta di una società che non sa che farsene della sofferenza psichica, ma anche l’unica uscita d’emergenza per chi non riesce a comunicare il proprio dolore.

«People talking without speaking, people hearing without listening».

Attorno a Esther tutti parlano, ma nessuno dice nulla, e nessuno è disposto ad ascoltare davvero. Sua madre, i medici, le compagne le impongono soluzioni senza mai chiederle cosa provi.

«Hello darkness, my old friend» sembra sussurrare lei, quando la cerca nel sonno l’oscurità, nell’ombra, nella morte. In tutte quelle espressioni della stessa necessità, «le mille mobili forme e i mille anfratti», che somigliano «alla cosa più bella del mondo».

L’isolamento volontario

Viene quasi da pensare che Paul Simon avesse in mente proprio Esther Greenwood scrivendo:

«I have no need of friendship, friendship causes pain. […] I touch nobody and nobody touches me».

I am a Rock sembra cucita su di lei, che sceglie di non amare, di smettere di sentire, farsi isola, roccia impermeabile al dolore. Si distacca volontariamente e si veste di una corazza fatta di libri e di poesia, che però si rivela presto una trappola quando anche il futuro accademico smette di offrirle certezze.

«Io sono, io sono, io sono». Ma se è questo ciò che è, ha senso continuare a vivere? Se neppure trasformarsi in pietra è servito a salvarla, perché non lasciarsi semplicemente andare?

«Quando si è sconfitti, si è sconfitti».

Esther escogita la morte migliore, ma nemmeno il suicidio le riesce. E così, come si è abbandonata al fascino della morte, si lascia curare con elettroshock e insulina.

Un finale sospeso

In conclusione, la domanda resta sospesa: qual è il destino degli irrilevanti?

Addormentarsi facendo finta di essersi dimenticati il gas aperto, come in A Most Peculiar Man? Oppure essere più fortunati, guarire, salvarsi, come Esther, ma con la sensazione che la campana di vetro potrebbe, da un momento all’altro, richiudersi su di lei?

In fondo, lei è cambiata, ma il mondo è rimasto lo stesso, sempre governato dai soliti ingranaggi che girano ignorando la poesia.

Riccardo Tortora

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