La cerimonia del tè giapponese (di Luca Piatti)

La cerimonia del tè è una delle tante sfaccettature proprie del mondo giapponese. È un rituale che consiste nel preparare, servire e bere il tè, tre momenti che si susseguono in un stile cerimoniale. Il rituale trova la sua origine attorno all’ottavo secolo, quando dalla Cina arrivano in Giappone sia la pianta del tè sia una cerimonia formale che accompagna e regola il consumo della bevanda.

I quattro valori della cerimonia del tè (Cha no yu)

Principio zen Significato Valore spirituale
Wa (和) Armonia Equilibrio tra i presenti, lo spazio e la stagione.
Kei (敬) Rispetto Uguaglianza tra partecipanti e gratitudine verso il cibo.
Sei (清) Purezza Igiene degli utensili e purificazione interiore del sé.
Jaku (寂) Tranquillità Calma, libertà dal desiderio e coscienza del presente.

Spetterà al monaco buddista giapponese Eisai Myōan la diffusione del consumo del in Giappone, questo avviene dopo il 1191, al ritorno del religioso da un pellegrinaggio in Cina. Eisai Myōan è soprattutto noto per essere il fondatore dello Zen Rinzai.

La diffusione del tè e la nascita del Tōcha

Da questo periodo il tè aumenta la sua popolarità, il consumo del decotto interessa tutte le classi sociali e si assiste alla nascita e alla affermazione del Tōcha, ovvero dei rumorosi raduni tenuti fra intenditori di questa bevanda. Una competizione che prevedeva la degustazione di vari tipi di questo infuso e l’indovinare il luogo di provenienza delle foglie di tè.

In Giappone, la formulazione dei primi canoni del cerimoniale del tè la si deve alla collaborazione fra Murata Shukō, un monaco zen rinzai e Ikkyū Sōjun, un maestro buddista zen. Due personalità che meritano una breve presentazione.

Murata Shukō e Ikkyū Sōjun: i padri del cerimoniale

Murata Shukō o Murata Jukō nasce a Nara nel 1423 e decede nel 1502. In giovinezza conosce i Tōcha, dei raduni per lui privi d’interesse ma, che gli fecero conoscere e apprezzare il tè. Una bevanda, da lui, considerata con favore perché lo aiutava a tenersi sveglio durante gli studi. Assieme a Ikkyū Sōjun approfondisce lo Zen e apprende che il dharma, ovvero il modo in cui le cose sono, del Buddha è anche nella Via del Tè.

Attorno al 1488 compone il Kokoro no fumi, una lettera dove espone le basi della cerimonia del tè. Delle fondamenta che prevedevano l’impiego di sole ceramiche e di soli utensili giapponesi. Preferendo alle tazze cinesi, allora in auge, quelle realizzate in gres, prodotte dalle manifatture ceramiche di Shigaraki o di Bizen.

I quattro principi zen della Via del Tè

A lui si deve l’identificazione dei quattro valori insiti nella cerimonia del tè: Wa (和), Kei (敬), Sei (清) e Jaku (寂). A questi quattro principi Murata Shukō attribuisce questi significati:

  • Wa: vuole indicare l’armonia e l’umile riverenza. Questo non solo fra i presenti ma, inglobando lo spazio in cui avviene la cerimonia, la stagione in cui si svolge e la successione di tutti i momenti di cui è composta. Un concetto che trova la sua prima applicazione nell’arredo della sala dove nulla è fuori posto e niente è eccessivo. Un equilibrio che si esprime con il corretto abbinamento dei fiori, dei colori e degli utensili. L’accostamento fra questi tre elementi dipende sempre dalla stagione in corso.
  • Kei: a dimostrare l’assoluto rispetto. Rivolto verso tutti i partecipanti e indirizzato anche al cibo e alle bevande. Questo pensiero, nella stanza dedicata alla cerimonia del tè, si palesa nella porta d’ingresso, tanto bassa da permettere l’entrata a chiunque ma, solo inginocchiandosi. Questo perché fra i partecipanti a questa cerimonia non esistono differenze.
  • Sei: a suggerire la purezza che trova la sua prima concretizzazione nell’assoluta igiene degli utensili impiegati. Una pulizia che sprona ogni partecipante a una purificazione interiore.
  • Jaku: a predisporre alla tranquillità, alla calma e alla libertà dal desiderio. Stato a cui approdare senza impegno che deve arrivare in modo spontaneo. Così permettendo di tralasciare il passato, di non pensare al futuro e di prendere coscienza del solo presente.

Ikkyū Sōjun: l’imperfezione come illuminazione

Ikkyū Sōjun nasce a Kyoto nel 1394 e decede nella città di Kyotanabe, nella prefettura di Kyoto nel 1481. È quasi certamente figlio illegittimo dell’imperatore Gokomatsu. Dimostra una eclettica personalità, si interessa di calligrafia, teatro Nō, della cerimonia del tè, di pittura e letteratura. È autore di poesie di genere erotico e di prose di ispirazione religiosa. Della tradizione buddista privilegia il contenuto, dimostrandosi ribelle ai puri aspetti formali. Frequentatore di case di tolleranza e locande, considerandoli dei luoghi più adatti al raggiungimento dell’illuminazione buddista rispetto ai corrotti monasteri di Kyoto. Satori che gli verrà conferito e che lui rifiuterà.

Murata Shukō e Ikkyū Sōjun ebbero il merito di introdurre nella cerimonia del tè la semplicità e la sobrietà, eliminando l’ostentazione della ricchezza.

Sen no Rikyū e la codificazione finale del Wabi cha

Dopo di loro sarà il monaco buddista zen Sen no Rikyū a essere l’ultimo codificatore della Cha no yu definendo la forma wabi cha, quella ancora praticata, un rituale rigoroso, non pensato per avere degli spettatori ma, solo dei partecipanti. Per approfondire altri aspetti di questa straordinaria civiltà, vi invitiamo a consultare il nostro hub dedicato alla cultura giapponese.

 

 

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