L’influenza buddhista nella letteratura giapponese

influenza buddhista nella letteratura giapponese

Il Giappone non nasce come nazione buddhista; questa religione fu introdotta solo nel VI secolo d.C., ma divenne presto un elemento fondamentale della sua cultura. L’influenza buddhista nella letteratura giapponese è una caratteristica profonda e persistente, che ha modellato temi, estetica e la visione del mondo di innumerevoli opere.

Il periodo Heian: il “Genji Monogatari” e il karma

Tra le prime e più importanti opere a mostrare l’influenza buddhista vi è il Genji Monogatari, capolavoro scritto da Murasaki Shikibu nel periodo Heian. Sebbene i romanzi di finzione (monogatari) fossero visti con sospetto da alcuni monaci, che li accusavano di suscitare passioni e allontanare dal nirvana, l’opera di Murasaki è intrisa di concetti buddhisti. Il tema del karma è onnipresente: le azioni del principe Genji, che spesso usa i precetti religiosi per giustificare le sue conquiste amorose, hanno conseguenze inevitabili. La sua passione smodata, condannata dal Buddhismo, diventa causa di sofferenza e distruzione, dimostrando come gli attaccamenti terreni ostacolino la salvezza.

Il periodo Kamakura e l’estetica dell’impermanenza

Nel XII secolo, con l’instabilità politica del periodo Kamakura, l’influenza buddhista si fece ancora più profonda. Si diffuse una visione del mondo segnata dal senso di incertezza e caducità, basata su due concetti chiave derivati dalla filosofia buddhista giapponese:

  • Mappō: la credenza di vivere nell’era della “fine del Dharma”, un periodo di declino spirituale e caos destinato a concludersi con la morte.
  • Mujōkan: la profonda percezione dell’impermanenza e dell’evanescenza di ogni aspetto della vita umana.

Questo sentimento permea le opere di due degli autori più importanti del periodo.

Due visioni dell’impermanenza: Chōmei vs Kenkō

Kamo no Chōmei in “Ricordi di un eremo” (Hōjōki) Kenkō Hōshi in “Momenti d’ozio” (Tsurezuregusa)
Interpreta il mujōkan con un pessimismo cupo. Descrive le catastrofi e riflette sul suo doloroso attaccamento ai beni materiali, riconoscendolo come un ostacolo alla salvezza. Ha una visione più positiva. Accetta il mujōkan come una ragione per apprezzare ancora di più la bellezza fugace della vita, godendo dei momenti proprio perché destinati a finire.
La sua opera è una meditazione sulla sofferenza causata dall’attaccamento in un mondo instabile. La sua opera celebra la bellezza dell’irregolarità e della non-artificialità, un’etica estetica tipicamente giapponese che abbraccia l’imperfezione.

L’opera di Kamo no Chōmei è una profonda riflessione sulla sofferenza derivante dall’attaccamento alle cose terrene, viste come fonte di dolore in un’epoca di catastrofi. Al contrario, Kenkō Hōshi, pur partendo dallo stesso presupposto dell’impermanenza, arriva a una conclusione diversa: proprio perché la vita è effimera, bisogna apprezzarne la bellezza in ogni sua manifestazione, anche nell’irregolarità e nell’imperfezione, concetti che sono al cuore dell’estetica giapponese.

Fonte immagine: Pixabay

Articolo aggiornato il: 10/09/2025

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A proposito di Lucrezia Stefania Scoppetta

Ciao! Sono Lucrezia, ho 21 anni. Frequento l’università “L’Orientale” di Napoli, dove studio lingua e letteratura inglese, giapponese, e portoghese.

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