Manicomio di Mombello: storia di un luogo maledetto

manicomio di mombello

Come accade nei migliori film horror, la storia del manicomio di Mombello, luogo spettrale e abbandonato, ha l’incipit di una fiaba.

3 secoli di lustro: Villa Pusterla Crivelli Arconati

La dimora assunse diversi nomi negli anni: Pusterla, Arconati e Crivelli sono i cognomi delle famiglie che vi succedettero. Costruita nel XIV secolo, nacque per volere della prima famiglia che la utilizzò come dimora al di fuori della città. Solo nel nel 1579 passò alla famiglia Arconati e all’inizio del ‘700 al Conte Giuseppe Angelo Crivelli. Quest’ultimo, in particolare, insieme con l’architetto Francesco Croce, la trasformò – ad oggi rappresenta, infatti, una delle più importanti testimonianze dell’architettura lombarda del diciottesimo secolo – rendendola una villa di grande prestigio con un curatissimo giardino all’italiana a circondare la struttura.

I tempi fortunati di Palazzo Crivelli lo videro ospitare figure di grande spicco dell’epoca: due su tutti, Ferdinando IV, re del Regno delle Due Sicilie, e Napoleone Bonaparte che la rese la propria residenza estiva e quartier generale nel 1797.

Manicomio di Mombello: da Palazzo Crivelli a “colosso dei manicomi italiani”

Le sue sorti si trasformarono rapidamente, nel giro di pochi decenni. Nel 1863, infatti, lo scoppio di un’epidemia di colera rese necessario trovare un luogo in cui trasferire il grande numero di persone che sovraffollava il manicomio cittadino di Milano, la Senavra. La provincia di Milano decise di rilevare Palazzo Crivelli, fino a pochi decenni prima teatro di feste da ballo ed eventi storici, ma già abbandonata dai primi dell’ottocento.

Per oltre un secolo, fino alla Legge Basaglia del 1978, la villa del Conte Crivelli fu trasformata in ospedale psichiatrico e – nonostante la sua iniziale capienza di 600 posti letto – arrivò ad ospitare più di 3000 pazienti. Questo gli valse l’appellativo “colosso dei manicomi italiani”.

La struttura fu restaurata come un “villaggio” in cui, oltre alla degenza dei malati più tranquilli che non necessitavano di cure troppo dure e che avrebbero dovuto inizialmente essere gli unici ospiti della struttura, vennero istituite delle sezioni per i degenti “agitati”, biblioteche per medici e pazienti, laboratori di sartoria e piccolo artigianato, giardini e spazi coltivabili.

La trasformazione del manicomio di Mombello in ospedale militare durante le Guerre Mondiali

Alcuni anni prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1908, vennero tirati su quattro nuovi padiglioni non recintati – di 100 posti letto ciascuno – all’interno della pineta di Mombello. Due di questi si rivelarono necessari durante il conflitto per ospitare e prendersi cura dei soldati impazziti al fronte.

Degli anni ’30 è, invece, nota la vicenda di Benito Albino Mussolini, figlio illegittimo del Duce, avuto con la giornalista Ida Dalser. Dopo aver svolto i doveri militari in Cina, arruolato nella Regia Marina, Benito Albino fu internato al suo ritorno per aver manifestato più volte la sua parentela con Mussolini. Morì nel 1942 all’interno del manicomio per tubercolosi. Il declino di questa mastodontica struttura cominciò alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando Mombello venne progressivamente sostituita dalla succursale di Affori, aperta in quegli anni.

Il manicomio di Mombello oggi

La struttura, dopo la Legge Basaglia del 1978, è stata progressivamente sgomberata, fino a diventare un palazzo abbandonato alla fine degli anni ’90. L’ex manicomio è stato inserito all’interno dei 10 luoghi più spaventosi al mondo ma la Regione Lombardia sta ipotizzando la possibilità di trasformare due dei padiglioni a  “Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza” in cui potrebbero essere internati condannati a reati gravi come omicidi e violenze verso la persona, ma incapaci di intendere e volere.

Fonte immagine: yurithetraveller.epizy.com

A proposito di Cinzia Esposito

Classe ’96 e studentessa magistrale in Corporate communication e media all’Università di Salerno. Vengo da una di quelle periferie di Napoli dove si pensa che anche le giornate di sole vadano meritate, perché nessuno ti regala niente. Per passione scrivo della realtà che mi circonda sperando che da grande (no, non lo sono ancora) possa diventare il mio lavoro.

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