Eroica Fenice

Pindaro

Pindaro: il cantore degli agoni e dei voli

Giudicato comunemente dagli antichi come il maggiore della lirica corale, Pindaro figura al primo posto nel canone dei “nove lirici” stilato dai grammatici alessandrini; cantore degli agoni sportivi e dell’élite aristocratica del suo tempo, deve la fama del suo stile poetico ai proverbiali “voli pindarici”.

Nato nel 518 a Cinocefale, presso Tebe, da nobile famiglia, dopo un periodo tebano si recò ad Atene, dove certamente il suo spirito si arricchì di nuove esperienze culturali; ma, estraneo alle idee che stavano fermentando nella polis democratica, iniziò l’attività di poeta professionista conseguendo una rapida fama in tutto il mondo greco; nelle grandi città dell’Occidente ricche e potenti, creatrici di nuove forme di cultura, nelle corti fastose di signori amanti delle arti, testimone di importanti eventi politici e dinastici, nella necessità di mantenere il suo posto di fronte alla concorrenza del grande Simonide e del nipote Bacchilide, il poeta tebano ebbe campo di varie e nuove esperienze politiche, religiose, poetiche. Particolarmente glorioso e poeticamente felice, ma non privo di amarezze per la concorrenza di Bacchilide, fu il periodo siciliano alla corte di Ierone siracusano. Gli ultimi anni non furono certo lieti: il vecchio mondo aristocratico, con gli ideali in cui il poeta aveva tanto creduto, era oramai un passato senza ritorno. È noto, infine, che quando Alessandro Magno distrusse Tebe nel 336 a.C. per punirla della ribellione, volle risparmiata la casa del poeta.

La produzione poetica: i componimenti più celebri

Pindaro è l’unico tra i lirici greci di cui si possegga, oltre a molti frammenti, un considerevole numero di composizioni intere. Le sue opere furono suddivise in età ellenistica dal filologo Aristofane di Bisanzio in 17 libri, ciascuno contenente componimenti differenti della lirica corale: inni agli dèi, peani, ditirambi, prosodi, parteni, iporchemi, encomi, thrênoi, epinici – gli unici, questi ultimi, che sopravvivono integri. All’ambiente dei suoi protettori siciliani sono legate l’Olimpica I, composta per celebrare la vittoria di Ierone col corsiero nei giochi olimpici del 476 a.C., e l’Olimpica II, composta in onore del tiranno Terone di Agrigento per la sua vittoria col carro da corsa nell’Olimpiade del 476 a.C. La Pitica I, che celebra la vittoria di Ierone di Siracusa, vincitore con la quadriga nei giochi del 470 a.C., è un componimento elaborato sul tema del conflitto tra norma e ribellione, e sulla lode del tiranno, il cui esordio è tra i più immaginifici della sua produzione: attraverso violenti contrasti di immagini, si sviluppa il tema dell’ordine cosmico e politico fondato sulla distruzione delle forze del male. La Pitica IV, composta per celebrare la vittoria col carro del re di Cirene Arcesilao IV nei giochi pitici del 472 a.C., sviluppa un tema ideologico tipico della declinante civiltà aristocratica, ovvero quello del giovane Giasone, modello dell’uomo ardimentoso che mette alla prova se stesso. Nemee e Istmiche sono componimenti per committenti meno prestigiosi, legati ad ambienti più vicini al poeta, soprattutto Tebe ed Egina. Il Partenio II era cantato da un coro di fanciulle in occasione di una festa in cui si sfoggiavano in processione rami d’alloro – da cui il nome di dafneforia – e in cui le fanciulle parlano di sé, degli abiti e della cerimonia in onore di due uomini politici del tempo.

Lo stile di Pindaro: perché sono così noti i “voli pindarici”

A leggere Pindaro, si ha l’impressione di una Grecia fermata come per incantesimo in un tempo lontano e irreale. Il suo universo culturale riflette le idee che erano espressione della morale arcaica e dell’aristocrazia dominante: il suo orizzonte è quello degli ἀγαθοί, discendenti di famiglie illustri partecipi di un’etica guerriera e agonale. La sua, però, è tutt’altro che una “poesia del frammento”: il poeta, infatti, amava paragonare le proprie odi a un edificio solido e ben strutturato. Poeta di straordinaria tensione espressiva, adotta soluzioni folgoranti e quasi visionarie, che determinano una tendenza a valorizzare immagini isolate dal fluire delle cose, unitamente ad improvvisi scarti del pensiero, proverbialmente noti come “voli pindarici”. «La poesia vi profonde bagliori d’oro e fulgori di sole, immagini e colori, cerulee distese di cieli e cupi abissi marini, scintillio di fuochi nella notte e rapido guizzare di perfetti corpi di atleti nella tensione della gara: con una potenza che non è più descrittiva, ma coglie le cose in una efficacia evocativa e visiva rimasta rara nella poesia. E quel suo caratteristico e inimitabile procedere a sbalzi, a guizzi, a scorci; con quel suo stile abrupto e violento che tuttavia ha il ritmo segreto del forgiatore, nell’ansito rutilante della fiamma, e lo sprizzar di scintille dalla materia domata; con quel balenare di immagini potenti che sgorgano dalla fantasia come appena sbozzate e sentono ancora l’intimo travaglio creativo» (R. Cantarella, Storia della letteratura greca).

[L’immagine di copertina è tratta da Wikipedia]

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