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Eroica Fenice

Attualità

Balena grigia in acque mediterranee: il viaggio di Wally

Per motivi ancora non del tutto chiari, un esemplare di balena grigia della specie Eschrichtius robustus è entrato in Mediterraneo ed ha vagato nei nostri mari, spostandosi da un punto all’altro delle coste italiane. Il primo avvistamento della meravigliosa balena grigia è avvenuto nel mese di aprile nel mare di Ponza, all’incirca in corrispondenza della spiaggia di Frontone, dove è stata immortalata dai barcaioli locali; nei giorni seguenti, la stessa è stata intercettata dapprima nelle acque del Golfo di Gaeta, stando ad alcune testimonianze video diffuse sui social, poi nel mare che lambisce la Costiera Amalfitana. L’allarme è stato lanciato dal professor Adriano Madonna, biologo marino e subacqueo, il quale si è prodigato nel lanciare un appello in soccorso del meraviglioso cetaceo, realizzando un comitato pro balena grigia e suggerendo l’iniziativa di assicurarsi delle reali condizioni di benessere della balena. Così ha chiarito il professor Madonna: «Questa specie, che normalmente vive nel Nord Pacifico, ad un passo dal Circolo Polare Artico, attualmente nelle nostre acque, si trova in un ambiente che non è il suo. Forse sta andando incontro a difficoltà, come la temperatura dell’acqua, la salinità, la presenza meno abbondante di cibo e probabilmente non sta conducendo un’esistenza facile, a miglia e miglia di distanza da ‘casa sua’. Vogliamo aiutarla e ce la metteremo tutta. Il nostro sogno nel cassetto sarebbe quello di riaccompagnarla nel suo mare, ma l’impresa è difficile, se non addirittura impossibile. Che cosa possiamo fare per questo animale a cui tutti ci siamo affezionati? Innanzitutto desideriamo che viva nel miglior modo possibile, quindi intendiamo monitorare i suoi spostamenti e fare in modo che il suo stato di salute sia ottimale». Le tappe di Wally, la balena social Il viaggio della balena – animale che popola l’universo mitico e letterario di tutti i tempi – ha proseguito nei giorni successivi: Wally, così come è stata chiamata dai social che hanno contribuito alla ricostruzione delle tappe del suo lungo itinerario marino, è stata avvistata davanti alla costa ligure. I suoi spostamenti e le sue condizioni fisiche sono monitorati dalla Guardia Costiera e da organizzazioni dedite allo studio dei cetacei, in primis il Tethys Reasearch Institute, anche allo scopo di proteggerla dalla curiosità inopportuna e deleteria dei non esperti: occorre, infatti, dare priorità alla preoccupazione per tale cetaceo lento e mite, probabilmente un giovane esemplare, come pare acclararsi dalle concrezioni poco definite della sua testa. Wally, infatti, nonostante la grande capacità di adattamento che la accomuna a tutti i mammiferi, potrebbe trovarsi in uno stato di sofferenza generalizzata, che andrebbe verificata. La presenza di una balena grigia nel Mediterraneo è un evento più che raro, dal momento che tali cetacei dimorano nell’Oceano Pacifico, estinti dall’Atlantico circa tre secoli fa, a causa della caccia. Essi nascono in inverno nelle lagune della Bassa California, in Messico, per poi migrare in primavera in direzione dell’Alaska, dove si nutrono dei crostacei depositati sui fondali. Rappresentano, pertanto, un enigma le dinamiche del suo arrivo nel Mediterraneo, che sono state così ricostruite dagli esperti, […]

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Culturalmente

Ulisse e Dante nel XXVI canto dell’Inferno

In netto contrasto con i gruppi di dannati, rappresentanti di un’umanità mediocre e volgare, che popolano le bolge precedenti, spicca per la sua isolata grandezza, al centro dell’ottava bolgia, la figura di Ulisse. Il nome di Ulisse giungeva alla cultura medievale come quello d’un uomo famoso per la sua abile arte oratoria e, insieme, per gli inganni che aveva ordito: un personaggio contraddittorio, magnanimo e calcolatore, certo più vicino all’avventuroso protagonista dell’Odissea che non all’eroe dell’Iliade. Ulisse prima di Dante Nel canto XXVI dell’Inferno, che accoglie nella sua seconda parte l’incontro di Dante con Ulisse, l’eroe è fiamma che brucia tra i consiglieri di frode, insieme a Diomede. Le ragioni di tale pena sono brevemente ricordate da Virgilio: l’inganno del cavallo di legno per entrare nella città di Troia e concludere così il lungo assedio; l’inganno ai danni di Achille, dalla madre Teti celato in abiti femminili alla corte di Licomede, re di Sciro, ma di lì strappato da Ulisse e Diomede giunti travestiti da mercanti; e il furto del Palladio, la piccola statua di Atene dal potere prodigioso, trafugata da Ulisse e Diomede introdottisi nottetempo in città sotto mentite spoglie (Eneide, II, 162 sgg.), per indurre i Troiani a ritenere di non esser più protetti dagli dèi. L’autore antico che, per così dire, consegna a Dante questo Ulisse, è Virgilio, che lo definisce scelerum inventor, cioè inventore-ideatore di azioni delittuose. Sulla tradizione classica dell’eroe greco, demone dell’inganno, Dante innesta il suo Ulisse, che ha generato, a sua volta, una fascinosa tradizione di scienziato e di esploratore, costante nei secoli, e giunta fino ai nostri tempi. La sete di conoscenza e la sua ambiguità Nell’Odissea sono presenti due temi che avranno grande risalto nell’episodio dell’Ulisse dantesco: il primo è quello della conoscenza del tutto (la tentazione delle Sirene, alla quale, se libero, Ulisse non resisterebbe); l’altro è quello del viaggio per mare che l’eroe avrebbe compiuto in età avanzata e della morte che gli sarebbe giunta sempre dal mare. Ebbene, l’Ulisse di Omero non è dimenticato da Dante, ma interpretato in modo nuovo: dinanzi ad egli, l’alternativa fra ammirazione e condanna si fa più forte in quanto, attraverso la storia di lui, il poeta affronta il problema della conoscenza, che sente centrale nella vita dell’uomo e, di conseguenza, costituisce il nodo essenziale del suo poema. E proprio la sete di conoscenza, l’ardore di svelare con la propria intelligenza tutti gli aspetti della natura umana e delle varie forme del creato fa di Ulisse il simbolo del mondo antico nella sua coscienza più alta. Ulisse, però, non ha il contemplativo distacco degli «spiriti magni» del Limbo, ma appare travolto da una passione che cancella in lui la necessità di controllare le doti naturali: sicché assume un significato profondo l’immagine della fiamma, che lo avvolge e lo tormenta. L’ansia di conoscere, che porta Ulisse alla sua epica e tragica fine, si traduce poeticamente nel solenne monologo, in cui il protagonista racconta il suo ultimo viaggio: dalla partenza alla descrizione dell’itinerario interno al […]

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Riflessioni culturali

Baarack e la sua storia: il lato oscuro della selezione

Baarack, pecora sfuggita a un allevamento intensivo e ritrovata coperta da 35 kg di vello, ha messo in luce il lato oscuro della selezione. Circa un mese fa è stata ritrovata e soccorsa una pecora, reduce da anni di vagabondaggio in un bosco nello Stato di Victoria, in Australia, a circa 60 km a nord di Melbourne. Baarack, così come è stata chiamata dai volontari dell’Edgar’s Mission Farm Sanctuary vicino a Lancefield, dopo la segnalazione da parte di un cittadino, era scappata da un allevamento intensivo ed aveva girovagato allo stato brado; tuttavia, poiché le attuali specie ovine richiedono almeno una tosatura annuale per il loro benessere, questa pecora coraggiosa aveva accumulato circa 35 chili di vello sul suo manto, che le rendevano difficile muoversi, alimentarsi e perfino aprire gli occhi, sicché l’animale al suo ritrovamento era sottopeso e a stento in grado di adoperare la vista. Nonostante tali condizioni iniziali non del tutto felici l’animale, intenzionato a vivere libero nella foresta, è stato in primo luogo tosato: la lana ricavata – che, come già detto, senza una regolare tosatura continua a crescere in modo incontrollato, causando sofferenze all’animale – era pari alla quantità che, in condizioni normali, crescerebbe in circa cinque anni. Risollevatasi dal carico della lana in straordinario eccesso, Baarack ha iniziato gradualmente ad adattarsi alla temperatura circostante e familiarizzare con gli altri ovini presenti nella struttura, nella quale vivrà libera e fruirà delle cure necessarie. Che cos’è la selezione artificiale La storia della pecora Baarack è un prodotto diretto dell’allevamento selettivo umano per la lana, raccolta a scopo commerciale, ed ha mostrato al mondo come la selezione umana delle specie animali abbia alterato la loro vita. Gli animali, infatti, dopo le piante, sono state l’oggetto privilegiato della sete di predominio umano sul mondo: mentre in natura la selezione è operata spontaneamente in relazione alle varianti che consentano agli organismi viventi un migliore adattamento, la selezione artificiale è operata dall’uomo fin dai tempi più remoti in modo tale da isolare determinate caratteristiche a suo proprio beneficio; ciò consentirà, in agricoltura e in allevamento, di ottenere nuovi individui basandosi sul fenotipo, ovvero sulle caratteristiche visibili esteriormente, che siano ritenute migliori rispetto a quelle di origine. L’uomo, pertanto, è in grado di apportare cambiamenti negli esseri viventi che lo circondano; l’allevamento selettivo sia di specie vegetali che animali è stato praticato, infatti, fin dalla preistoria, finché fu istituzionalizzato come pratica scientifica durante la rivoluzione agricola britannica nel XVIII secolo, in special modo in relazione al programma di allevamento delle pecore. Baarack è riuscita coraggiosamente a sfuggire all’allevamento selettivo La coniazione della definizione di “allevamento selettivo” (selective breeding) si deve a Charles Darwin, quale pratica di allevamento intenzionale di animali e piante da individui dotati di caratteristiche desiderabili, a imitazione, dunque, del più ampio processo di selezione naturale alla base della teoria evoluzionistica. Tuttavia, la selezione artificiale ha dei rovinosi effetti collaterali sul fisico e sul comportamento degli animali destinati alla produzione massiva di carne, latte e uova: aspettative di vita […]

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Culturalmente

Roma antica e fascismo: un rapporto mendace

Roma antica e fascismo. Quali sono le differenze? E quali, invece, i punti in comune tra queste due differenti epoche storiche? A partire dal 1921, con la trasformazione del movimento in partito, la propaganda fascista si è nutrita costantemente di riferimenti a Roma antica, proponendosi come «la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma», secondo quanto sostenne Mussolini stesso nel suo discorso di proclamazione dell’impero; sicché la romanità divenne uno dei principali strumenti simbolici del fascismo, al fine di definire la sua individualità politica, la sua organizzazione, il suo stile di vita e gli obiettivi della sua azione. Tuttavia, vi sono moltissime motivazioni concrete, per cui il fascismo come fenomeno storico non è assolutamente accomunabile alla storia di Roma antica. Roma antica e fascismo, le differenze Innanzitutto la prima grande differenza è la presenza, nel regime fascista, di un solo uomo al comando: dopo la marcia su Roma, infatti, il re Vittorio Emanuele diede a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, sicché il partito fascista divenne l’unico partito, con il totale controllo. Mussolini si ritrovò così a governare un intero paese senza che l’incarico venisse conferito, vigilato e rinnovato da un Parlamento attivo e da una pluralità di partiti politici che giustificassero le prerogative del leader. I romani, invece, non avrebbero mai accettato un solo uomo alla guida senza che questi avesse un conferimento legale derivato da un dibattito politico: essi, infatti, pur avendo conosciuto la monarchia, a partire dalla nascita della Repubblica in poi si dotarono di assemblee legislative e comizi politici, con l’incarico di guidare lo Stato mediante due consoli, che dovevano controllarsi a vicenda. Era, inoltre, possibile nominare un dittatore, ma tale magistrato straordinario era nominato in momenti di particolare emergenza e per un tempo massimo di sei mesi; similmente l’imperatore era un supremo garante e protettore militare della Repubblica, il cui ruolo e le cui funzioni dovevano essere sempre monitorate dal senato. Ciò spiega perché tutti gli uomini dotatisi di un potere eccessivo non giustificato dal senato fossero neutralizzati, in primis Giulio Cesare. L’importanza del dibattito politico e l’estraneità della discriminazione razziale nella Roma antica Un seconda grande differenza tra Roma antica e fascismo è il dibattito politico: durante la dittatura fascista furono negate le libertà fondamentali, di opinione, stampa e associazione, sicché l’esistenza del solo partito fascista eliminò ogni dibattito politico tra forze avverse. Nel mondo romano, invece, era forte la necessità di un confronto e, benché il cittadino romano non potesse protestare né organizzare un partito personale, questi poteva fruire di una forma di rappresentanza politica mediante un sistema di clientele: tutta la storia politica romana, infatti, è stata caratterizzata dal continuo dibattito tra gentes e leader politici. Un terzo elemento riguarda l’indipendenza delle scelte in politica estera: Mussolini, infatti, dopo essersi imposto a livello ideologico come ispiratore di Hitler, si lasciò da questi veicolare in relazione all’entrata in guerra dell’Italia, a seguito dell’evolversi degli eventi e delle prime vittorie della Germania nazista in Europa: una decisione che ebbe esiti nefasti per il […]

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Attualità

Legge Antifascista Stazzema contro la propaganda nazifascista

Il Comitato Promotore presieduto da Maurizio Verona, sindaco di Stazzema, il paese dell’alta Versilia segnato dalla strage nazista del 1944, ha depositato il 19 ottobre 2020 in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a disciplinare pene e sanzioni verso coloro che attuano propaganda fascista e nazista con ogni mezzo, in particolare tramite social network e con la vendita di gadget. Occorreranno cinquantamila firme per presentare la legge in Parlamento, sicché il suddetto Comitato ha provveduto all’invio dei moduli per la proposta di legge in tutti i Comuni d’Italia, al fine di divulgare l’iniziativa e consentire a tutti i cittadini di firmare nel proprio Comune di residenza, anche in considerazione del fatto che la scadenza è fissata al 31 marzo 2021. La proposta sorge da tali constatazioni, saggiamente espresse dal sindaco Verona sulla pagina Facebook dedicata all’iniziativa: «Si riaffacciano simboli, parole, atteggiamenti, gesti ed ideologie che dovrebbero appartenere al passato. Non solo. Si fanno largo sentimenti generalizzati di sfiducia, insofferenza, rabbia, che si traducono in atteggiamenti e azioni di intolleranza, discriminazione, violenza verbale. In rete e sui social media, sulle testate giornalistiche, nelle dichiarazioni politiche come nei bar e nelle strade. Principi che credevamo forti e stabili e che ci sembrano in pericolo». La proposta di legge vuole essere una risposta alla diffusione di recrudescenze neofasciste In effetti, negli ultimi anni in tutta Europa si sono moltiplicate recrudescenze evidenti di neofascismo ed antisemitismo: già il 25 ottobre 2018 il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione dal titolo Aumento della violenza neofascista in Europa, un documento che rivelava un progressivo intensificarsi degli episodi di odio antisemita, razziale e xenofobo in tutti i Paesi dell’Unione Europea; i dati sottolineavano, ad esempio, che il numero di persone arrestate per reati di estremismo di destra nel 2017 era raddoppiato rispetto al 2016. Inoltre, il Consiglio comunale di Dresda nel 2019 ha proclamato a maggioranza lo “stato di emergenza nazismo”, mentre in Danimarca nello stesso anno è stato profanato un cimitero ebraico risalente al 1807. In Italia, una spia dell’aumento di rigurgiti xenofobi e razzisti è costituita dal provvedimento assunto dal prefetto di Milano Renato Saccone di assegnare la tutela alla senatrice a vita Liliana Segre, vittima ancora oggi di insulti e minacce. Ha, inoltre, fatto molto discutere la ripetuta esibizione del saluto romano da parte di alcuni consiglieri del consiglio comunale di Cogoleto, proprio nel giorno della Memoria 2021 e, non si può non citare tra gli eventi recenti, il raduno fascista nel quartiere Tuscolano di Roma dello scorso gennaio, nel quale ben trecento manifestanti si sono riuniti per commemorare il 43esimo anniversario della strage di Acca Larenzia, peraltro in spregio alle norme anti-covid e alla delicatissima situazione emergenziale. I movimenti di estrema destra hanno riesumato vecchi demoni legati al nazionalismo xenofobo Così ha opportunamente sottolineato lo storico Filippo Focardi: «Nel nostro continente il fenomeno deriva probabilmente da un lato da un disagio sociale causato da problemi economici non ancora adeguatamente risolti dalle politiche Unione Europea; dall’altro dalle reazioni soprattutto degli strati […]

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Attualità

Salvator Mundi: copia napoletana trafugata e ritrovata

È stata di recente ritrovata la copia napoletana di scuola leonardesca del Salvator Mundi, coeva al dipinto pseudo-davinciano venduto all’asta nel 2017 per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari, dunque detentore del primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte. La tela era ospitata fin dal XVI secolo nella cappella Muscettola, ubicata all’interno della Sala degli Arredi Sacri del Museo DOMA di San Domenico Maggiore, il ben noto convento con basilica adiacente che costituisce uno dei principali monumenti partenopei. Il quadro era stato rubato tre mesi fa, in circostanze ancora non chiare, che dovranno essere esplicitate dalle indagini coordinate dalla procura retta da Giovanni Melill,o attraverso l’aggiunto Vincenzo Piscitelli. Poi, circa una settimana fa, il ritrovamento, effettuato dagli agenti della Sezione Reati contro il Patrimonio della Squadra Mobile nel corso di un’indagine, in un appartamento al primo piano di via Strada Provinciale delle Brecce. Il proprietario dell’appartamento dove il quadro è stato trovato, un trentaseienne incensurato, è stato sottoposto a fermo con l’accusa di ricettazione, benché egli abbia ammesso di aver scovato il dipinto in un mercatino dell’usato. Gli inquirenti, in attesa della convalida del fermo, hanno avvertito il priore della basilica di San Domenico Maggiore, che provvederà a verificarne la validità; nel frattempo l’opera, ritrovata avvolta nel cellophane e conservata nella parte superiore di un armadio in una cameretta, si trova sotto sequestro e sotto tutela della Soprintendenza, che dovrà esaminarne le condizioni. Le mille avventure del Salvator Mundi Avvincenti più che mai le vicissitudini del dipinto originale da cui è tratta la copia napoletana, connesse a quelle delle sue numerose copie: presupponendo una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città nel 1499, per la caduta degli Sforza. Del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Seguì un nuovo gap dal 1763 fino al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo, finché il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito svanì nuovamente per 50 anni, fino al 2005, allorquando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale francese e che poi fosse stato condotto in Inghilterra nel 1625 dalla regina Enrichetta Maria di Borbone, sposa di Re Carlo I, risultando registrato nell’inventario della collezione reale. La copia napoletana del Cristo benedicente replica puntualmente l’iconografia del Salvator Mundi davinciano, messa a punto dall’artista e inventore nel suo periodo milanese, come attestano i […]

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Attualità

Fast fashion e futuro: la sostenibilità è un dovere

La designazione di fast fashion fa riferimento a una strategia di produzione utilizzata dai grandi rivenditori a partire dagli anni Novanta ed intensificatasi sempre più, basata sul passaggio rapido delle tendenze di moda dalle passerelle alle collezioni di abbigliamento, al fine di consentire ai consumatori di acquistare i capi a prezzi relativamente bassi, quasi usa e getta. Lo scopo principale della fast fashion è quello di produrre prontamente un capo in modo economicamente proficuo, per rispondere ai gusti dei consumatori in continua evoluzione e creare nuove tendenze, innescando il desiderio di acquistare un prodotto, che appare di alta moda, alla fascia di prezzo più bassa nel settore dell’abbigliamento. Pertanto, la fast fashion non è tanto la risposta a un grande mercato di consumatori, quanto piuttosto l’esito della creazione della domanda da parte degli stessi produttori, dal momento che risulta estremamente redditizio vendere tonnellate di vestiti trendy ed economici. Essi, dunque, massimizzano il profitto introducendo a distanza di pochi giorni capi di uno stile differente – spesso replicandolo da artisti indipendenti ed usando la pubblicità per rimanere rilevanti e per promuovere mode che cambiano continuamente – e, conseguentemente, rendendo i vecchi capi obsoleti e fuori moda, inducendo i consumatori ad acquistare abiti nuovi e di tendenza. In tal modo, la fast fashion ha conquistato i nostri armadi ed è diventata enormemente popolare: marchi come Zara, H&M, Forever 21, Uniqlo, Topshop, Primark e molti altri, infatti, ne sono un esempio. I danni ambientali ed etici innescati dalla spirale della moda veloce In opposizione alla fast fashion è sorto il movimento slow fashion, che ha rilevato le problematiche legate alla moda veloce, ovvero il forte inquinamento ambientale da essa provocato e le condizioni di lavoro sfavorevoli imposte nei paesi in via di sviluppo. La fast fashion, infatti, ha un costo ambientale enorme: gli abiti sono prodotti in fabbriche non sottoposte a controlli, che adoperano, per la creazione di stampe dai colori accesi, tinte chimiche tossiche per i lavoratori e per l’ambiente, poiché scaricate in canali e fiumi. In tale contesto si inserisce il fenomeno del Greenwashing o “ambientalismo di facciata”, strategia di comunicazione di alcune imprese, volta alla costruzione di un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Inoltre, essendo la moda veloce così economica e quasi monouso, i consumatori sono indotti a gettare via i capi d’abbigliamento a ritmi molto veloci: si stima, infatti, che il 5 % dei rifiuti nelle discariche siano tessili; a ciò si aggiunge la scelta di alcune aziende di incenerire le rimanenze dei magazzini piuttosto che donarle ai bisognosi, per non svilire la propria immagine. Ne consegue che, secondo una recente inchiesta, l’industria tessile sia la seconda industria più inquinante al mondo, in grado di emettere più gas serra delle spedizioni internazionali e dell’aviazione. Inoltre, i rivenditori di fast fashion fanno uso di manodopera a basso costo, spesso proveniente dagli Sweatshops, luoghi di lavoro caratterizzati da condizioni socialmente inaccettabili, in cui spesso ricorre il lavoro minorile e in cui i lavoratori svolgono le proprie mansioni […]

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Culturalmente

Pompei sorprende: riemerge un Thermopolium

Le vestigia della città di Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., non cessano mai di stupire: è sorprendentemente riemerso, infatti, dalla Regio V, nell’ambito di un progetto di manutenzione e restauro della stessa, un Thermopolium intatto e in perfetto stato di conservazione. Esso era un luogo di ristoro molto diffuso nel mondo romano, nel quale era possibile acquistare e consumare bevande calde, conservate in grandi dolia incassati nel bancone in muratura, e a volte anche cibo pronto per il consumo del prandium fuori casa. La sola Pompei ne ha restituiti circa ottanta, ma la particolarità ed eccezionalità di questo ultimo ritrovamento è la presenza di un bancone interamente dipinto, che era già riemerso nel 2019: esso, decorato con un tema mitologico, raffigura sul fronte una Nereide che cavalca uno ippocampo, dal corpo sfavillante di colori, e sul lato corto la presumibile riproduzione del locale stesso, quasi come un’insegna commerciale, come sembrerebbe suggerire il ritrovamento di anfore collocate davanti al bancone, raffigurate anche nel dipinto. Nel corso di questo secondo lavoro di scavo sono riemerse altre scene notevoli e dai colori particolarmente vividi: si tratta di nature morte con raffigurazioni di animali presumibilmente macellati e venduti nel Thermopolium, tra cui una coppia di anatre germane esposte a testa in giù, pronte per la preparazione e consumazione, e un gallo. Il bancone, infine, reca nei suoi recipienti ancora tracce degli alimenti destinati alla vendita in strada ai pompeiani, unitamente a frammenti ossei degli animali stessi: si va dal capretto alle lumache, al vino “corretto” con le fave e predisposto per la mescita. Un team di specialisti è a lavoro sull’analisi dei materiali del Thermopolium Gli specialisti del Parco archeologico di Pompei stanno esaminando il materiale contenuto nei dolia, al fine di accertare quanto questa scoperta possa incidere sull’ampliamento delle conoscenze relative alle abitudini alimentari di età romana. A tale scopo è all’opera, infatti, un team interdisciplinare composto da un antropologo, un archeologo, un archeobotanico, un archeozoologo, un geologo e un vulcanologo. «Oltre a trattarsi di un’ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei, le possibilità di analisi di questo Termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un intero ambiente con metodologie e tecnologie all’avanguardia che stanno restituendo dati inediti», ha affermato entusiasticamente Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico di Pompei. «Con un simile lavoro di squadra, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa», ha aggiunto il ministro per i Beni e per le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. L’impianto commerciale in cui si inserisce il Thermopolium appena riemerso era già stato parzialmente indagato nel 2019, come già anticipato, nell’ambito degli interventi del Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e consolidamento dei fronti di scavo storici. L’eccezionalità delle decorazioni e il desiderio di restituire la configurazione definitiva del locale, proteggendo con un idoneo restauro l’intero contesto, sono stati […]

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Attualità

Olio di Pompei: Alberto Angela ne annuncia la scoperta

La scoperta dell’olio d’oliva più antico del mondo nei depositi del Museo Archeologico di Napoli, annunciata da Alberto Angela sul suo profilo Facebook, rischiara questi tempi di cattive notizie e polemiche spesso sterili: è di pochi giorni fa, infatti, la conferma di autenticità del campione di olio d’oliva, in cui l’amato divulgatore si era casualmente imbattuto nel 2018. Come è noto, il MANN custodisce le più ricche collezioni provenienti dagli scavi archeologici del Vesuvio; in particolare, la Collezione dei Commestibili, che conserva materiali organici edibili – ovvero forme di pane, frutti, semi e avanzi di cibo, fragilissimi e facilmente deperibili – provenienti da Pompei ed Ercolano, è tra le più complete raccolte di reperti organici di epoca romana, a lungo esposta nel corso del 2018-2019 nella mostra Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., concepita come un autentico percorso di archeobotanica. La sua collocazione ha conosciuto molteplici vicissitudini a partire dal Settecento: i reperti, infatti, sono stati oggetto di varie soluzioni di allestimento, dal Gabinetto de’ preziosi nelle stanze dell’Herculanense Museum, ubicato nella Reggia di Portici, dove comparivano insieme a gemme, oreficerie e preziosi vari, fino al trasferimento presso l’attuale MANN nel primo decennio dell’Ottocento, dapprima in collocazioni contestuali con vetri e oggetti osceni, poi nella Sala del Gran Plastico di Pompei, accanto ad affreschi e bronzetti scelti tra l’instrumentum domesticum, quale concreto esempio della vita quotidiana pompeiana. Un team multidisciplinare ufficializza la scoperta Ebbene, da questa collezione di raro pregio, sottratta all’ammirazione del pubblico nel 1989 a seguito della chiusura della Sala del Plastico e in parte trasferita nel Laboratorio di Scienze di Pompei, in parte riportata al MANN all’interno di camere climatizzate, è riemersa una bottiglia di vetro di epoca pompeiana, che lasciava intravedere al suo interno del materiale solidificato perfettamente conservatosi. Essa si è offerta fortuitamente alla vista di Alberto Angela, impegnato nel 2018 nelle riprese di un servizio per SuperQuark sui depositi del MANN, nello specifico presso il settore dei reperti in vetro. «Avevo intuito subito – chiarisce lo stesso Angela sul suo profilo – la portata scientifica e storica di quel reperto dimenticato nei depositi. Quella bottiglia si trovava nel Museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Di quella bottiglia si era poi persa la memoria e, soprattutto, nessuno l’aveva mai studiata». Angela prosegue, poi, dando informazioni più specifiche sulle caratteristiche del liquido contenuto nel reperto vitreo: «Non sapevo cosa fosse quel materiale dentro la bottiglia. Essendo la sua superficie un po’ in pendenza, avevo pensato che, in origine, si trattasse di una sostanza liquida e che la bottiglia, nella violenza dell’eruzione, fosse stata sepolta semi adagiata, rimanendo in quella posizione per secoli e portando quindi il liquido a solidificarsi inclinato». Ne è sorta, così, una collaborazione, promossa entusiasticamente dal direttore del Museo Paolo Giulierini, tra il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e il MANN, al fine di analizzare il contenuto della […]

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Culturalmente

Epidemie nella storia: dalla peste di Atene al COVID-19

Le epidemie hanno caratterizzato la storia dell’uomo, causate dai nuovi patogeni veicolati da guerre, invasioni, esplorazioni e commerci. L’attuale pandemia di COVID-19 sta mettendo in luce l’incidenza delle malattie infettive anche nell’era della medicina moderna, rendendo evidente quanto l’onnipresenza di virus e batteri abbia caratterizzato la storia dell’uomo. Il loro dilagare è connesso ai contatti e alla mobilità prodottisi nel tempo a causa di guerre, invasioni, esplorazioni, esperienze coloniali e relazioni commerciali. Il continuo migliorare delle condizioni economiche ed igieniche delle popolazioni mondiali ha fortemente contribuito al dileguarsi di molte epidemie che costituirono una terribile minaccia per l’uomo nei secoli scorsi, come il tifo, il vaiolo, la peste, il colera, mentre restano ancora molto diffuse le infezioni da malattie virali tra cui soprattutto l’influenza. In particolare, epidemie di forte intensità nella storia europea sono state per lo più causate da zoonosi, ovvero dal passaggio di specie dagli animali all’uomo, in situazioni di stretta prossimità con gli animali e condizioni sanitarie precarie. Epidemie, dalla peste di Atene all’Ottocento La prima epidemia di rilevanza storica, descritta da Tucidide, si data al V secolo a.C., quando ad Atene divampò un morbo durante il secondo anno della guerra del Peloponneso, che decimò la popolazione e si diffuse in gran parte del Mediterraneo orientale, colpendo anche il grande stratega Pericle; la malattia è stata tradizionalmente considerata un focolaio di peste bubbonica, ma recentemente si è avanzata l’ipotesi che si trattasse di una febbre tifoide. Seguirono la peste antonina nella Roma del III secolo d.C., causata presumibilmente dal vaiolo, che provocò 30.000 morti, e la peste di Giustiniano, la prima peste bubbonica prodotta dal batterio yersinia pestis, che dilagò da Costantinopoli a Roma nel VI secolo d.C.; una seconda ondata del medesimo morbo, plausibilmente legata all’assedio tartaro di una colonia genovese in Crimea, ritornò otto secoli dopo, allorquando la peste nera di cui narra Boccaccio provocò all’incirca 30 milioni di morti, estendendosi dall’Italia a tutta l’Europa. Nei primi decenni del Cinquecento, i conquistadores spagnoli portarono in Sudamerica vari agenti patogeni sconosciuti ai sistemi immunitari delle popolazioni autoctone, come vaiolo, morbillo e febbre emorragica virale, producendo una vera e propria ecatombe nel numeroso esercito azteco di Montezuma e nella popolazione del Messico. Inoltre, il tifo nei secoli XV e XVI ebbe il suo epicentro dapprima in Spagna, poi in Italia, sterminando ancora nell’Ottocento l’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia. Dal Novecento a oggi Nell’era moderna, l’epidemia influenzale “spagnola”, dall’elevata mortalità, falcidiò fra il 1918 e il 1920 decine di milioni di individui nel mondo, riducendo drasticamente l’aspettativa di vita dell’inizio del XX secolo. Negli anni Cinquanta, l’epidemia da poliomelite si estese in particolare nel Nord Europa e negli Stati Uniti, colpendo soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, provocandone la paralisi. Un episodio endemico di colera in Italia negli anni Settanta interessò il Sud, forse causato dal consumo di cozze crude contaminate dal vibrione, e fu scongiurato da un’operazione di profilassi attuata mediante l’uso di siringhe a pistola messe a disposizione dalla flotta […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Culturalmente

Saartjie Baartman: la terribile storia della “Venere Ottentotta”

La disumana storia di Saartjie Baartman, una giovane donna di etnia khoikhoi vissuta tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, è una storia di derisione ed annichilimento, a cominciare dal nome stesso della popolazione indigena dell’Africa australe cui apparteneva, gli Ottentotti: i coloni olandesi insediatisi per primi nel XVII secolo intorno al Capo di Buona Speranza, infatti, schernirono i suoni avulsivi del linguaggio locale, così lontani dalla sonorità delle lingue europee, mediante il nomignolo hot-ten-tot, che pare significasse “balbuziente” nel dialetto dei Boeri. Nata nell’odierno Sudafrica, la giovane rimase orfana fin da piccola, scampata agli eccidi delle guerriglie fra i Boeri e le tribù dei Boscimani; fu, pertanto, assegnata ad una famiglia di Città del Capo e relegata in una condizione di semi-schiavitù all’interno di una fattoria. Tale status di asservimento rese semplice ai suoi sfruttatori ingannarla con la prospettiva di un riscatto sociale, se si fosse imbarcata con loro alla volta del Vecchio Continente per offrirsi alla curiosità degli Europei. Saartjie destava l’attenzione di tali avventurieri europei per le caratteristiche della sua fisicità: come tutte le ottentotte, aveva le natiche ipertrofiche e sporgenti, unitamente ai genitali esterni particolarmente sviluppati e pendenti, definiti “grembiule ottentotto” dagli anatomisti dell’epoca. Erano queste le caratteristiche su cui i due sfruttatori contavano di arricchirsi, costringendola ad esibirsi nelle fiere come fenomeno da baraccone. Saartjie a Londra e le esibizioni nei freak shows Sbarcata in Inghilterra nel 1810, Saartjie entrò nel circuito dei freak shows, spettacoli a pagamento particolarmente in voga tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, consistenti nell’esibizione di persone dall’aspetto inusuale o anomalo, come l’altezza o la presenza di deformità. Come attestano alcune locandine pubblicitarie del tempo, essa doveva apparire una selvaggia e lasciva “Venere nera”, sottoposta alla malsana curiosità del pubblico: fu, a tal fine, esibita seminuda in una gabbia accompagnata da un domatore munito di frusta. Terminata la sua esperienza inglese negli anni dell’abolizione della schiavitù, Saartjie fu venduta ad un impresario francese che la espose a Parigi in qualità di monstrum, ovvero di un fenomeno vivente della natura da sottoporre agli illustri anatomisti dell’epoca, che la ritrassero in numerose illustrazioni: all’epoca, infatti, l’antropologia era ancora in parte erede delle classificazioni del secolo precedente, che prevedevano anche l’identificazione da parte di Linneo di un Homo sapiens monstruosus. Gli anni parigini e l’incidenza di Cuvier Negli anni parigini, Saartjie aveva destato la curiosità del celebre anatomista George Cuvier, che ne richiese la convocazione allo scopo di esaminare a fondo la sua peculiare anatomia, alla stregua degli esemplari animali sui quali aveva costruito la sua fama di padre dell’anatomia comparata. Riuscì, però, a farlo solo alla sua morte: Saartjie, infatti, non sopravvisse al rigido inverno del 1816, logorata dal freddo, dall’alcool e plausibilmente dalla sifilide, o dal vaiolo, a soli 25 anni. Il suo corpo venne dissezionato e dal suo cadavere furono asportati apparato riproduttivo e cervello, immersi nella formaldeide e conservati in teche di vetro. Tali resti, insieme al suo scheletro e a […]

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Culturalmente

Sibille, mitiche profetesse del mondo infero

Le Sibille sono, nell’antichità classica, mitiche donne veggenti, dunque ritenute in comunicazione con la divinità. Il loro modo di vaticinare, forse originariamente connesso con i riti orfici e dionisiaci, si accostò con il tempo all’ambiente delfico: Apollo infatti era in età storica il dio da cui esse si narrava fossero invasate, mentre i loro responsi erano scritti su foglie che poi affastellavano a caso, sì che era difficilissimo interpretarli. Mediatrici tra il dio e l’uomo, spesso concepite come figlie di divinità e di ninfe e dee esse stesse, esse sono ritenute prodigiosamente longeve, ma non immortali. Le fonti antiche non concordano circa il numero e il nome delle Sibille principali: si va dall’unica ricordata da Platone all’elenco di diciassette, che è possibile redigere combinando le altre testimonianze di autori diversi, ovvero Aristofane, Aristotele, Varrone, Eliano, Marziano Capella, Pausania ed Eustazio. La più celebre e la più antica era l’Eritrea, di nome Erofile, vissuta per ben dieci generazioni fino alla guerra troiana; le altre appaiono come derivazioni da questa, divenute a poco a poco autonome. Così, a un certo momento, si vengono a distinguere dall’Eritrea, la Troiana, la Samia, la Frigia, l’Efesia e la Rodia. La medesima Sibilla, recatasi a Delfi dopo un periodo di ostilità con il dio Apollo, sarebbe divenuta la Delfica: da lei sarebbero poi derivate la Tessalica e la Tesprozia. Queste nove Sibille formano il cosiddetto gruppo ‘greco-ionico’. L’Eritrea, al suo arrivo in Italia, avrebbe originato un secondo gruppo, il ‘greco-italico’, assumendo l’aspetto della Sibilla Cumana, Demofile (la virgiliana Deifobe, accompagnatrice di Enea nel regno degli inferi), con la quale si potrebbero identificare la Cimmeria, l’Italica, la Tiburtina e la Libica: ancora oggi nell’area archeologica di Cuma si mostra l’antro della Sibilla. Un terzo gruppo, quello ‘orientale’, comprendeva poi la Caldea o Ebraica, l’Egizia e la Persica. Le Sibille e i libri sibillini Legate alla genesi dei libri sibillini, le Sibille ebbero particolare importanza nella cultura romana: secondo le fonti antiche, infatti, una misteriosa vecchia – la Sibilla Cumana o l’Eritrea – offrì in vendita nove libri a Tarquinio il Superbo; avendo questi rifiutato, la donna ne distrusse tre e offrì i rimanenti al re per lo stesso prezzo. A un nuovo rifiuto ne distrusse altri tre, poi offrì gli ultimi, sempre allo stesso prezzo. Consultati i sacerdoti, costoro consigliarono di comprare i misteriosi libri, i quali furono deposti in Campidoglio, in una camera sotterranea scavata sotto il tempio di Giove Capitolino, custodita dai duumviri, poi dei decemviri sacris faciundis. Essi, tuttavia, andarono distrutti nell’84 a.C. a causa di un incendio del Campidoglio; tuttavia il senato, per riparare alla perdita, inviò tre decemviri ad Eritre, sede della Sibilla Eritrea, perché cercassero di recuperare quegli oracoli, sicché questi dopo tre anni riportarono non solo i testi dei libri bruciati, ma molti altri di varie Sibille, raccolti a Samo, Delfi, Neapolis e in Sicilia. Il numero dei magistrati sibillini fu allora ampliato in un collegio di quindecemviri; Augusto in seguito fece riesaminare tutta la raccolta e ne dispose la […]

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Culturalmente

Traduzione, strumento oltre le barriere linguistiche

Come ogni anno a partire dal 1991, quando l’International Translation Day acquista carattere ufficiale, benché istituito già nel 1953 dalla International Federation of Translation, il 30 settembre ricorre la Giornata Mondiale della Traduzione, un riconoscimento effettivo indirizzato alle professioni dedicate alla traduzione, ovvero a traduttori ed interpreti professionisti che, con il loro lavoro, concorrono a demolire le frontiere tra Paesi diversi attraverso il patrimonio culturale distintivo. L’atto del tradurre, dal latino trādūcĕre, ‘trasportare’, consiste nella trasposizione del discorso da una lingua naturale a un’altra; nello specifico, si definisce ‘interprete’ chi svolga una traduzione orale ed istantanea di un messaggio orale, ‘traduttore’ chi operi sulla lingua scritta. La distinzione tradizionale tra traduzione letterale e libera, ovvero tra versione e traduzione propriamente detta, riproduce l’antitesi ciceroniana del tradurre ut interpres o ut orator, opponendo le trasposizioni fedeli, anche a costo di apparire rozze, alle cosiddette ‘belle infedeli’, vicine alla parafrasi e al libero adattamento. Nella sua migliore resa, essa è il risultato della perfetta comprensione di contenuto ed espressione del messaggio di cui si cerca di riprodurre integralmente non solo il significato, ma anche i tratti formali caratterizzanti: la traduzione ideale, infatti, è quella capace di ricreare nella nuova lingua la stessa trama di opposizioni e di relazioni dei valori semantici, sintattici e ritmici della lingua originale. Storia della traduzione Se solo recentemente si è posto il problema di una teoria scientifica della traduzione, antichissima è l’attività dell’interprete, fiorente già nell’antico Egitto, e testimonianze di traduzioni sono le liste e i glossari bilingui e plurilingui in tavolette d’argilla dell’Asia Minore. A Roma la letteratura si inizia all’insegna della traduzione con Livio Andronico, mentre Cicerone formula il problema teorico fondamentale, ovvero se si debba rimanere fedeli alla lettera del testo o al pensiero in esso contenuto. Grande incremento ha avuto nei secoli la traduzione delle Sacre Scritture, a cominciare dalla versione dei Settanta del III secolo a.C. e del testo assurto a simbolo dell’attività di traduzione, ovvero la Vulgata di San Girolamo, trasposizione in latino della Bibbia dall’antica versione greca ed ebraica, realizzata alla fine del IV secolo, che ha una vastissima diffusione e rappresenta la traduzione canonica per la Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II; il suo redattore, considerato patrono dei traduttori e celebrato il 30 settembre secondo il calendario cristiano, ha procurato la datazione per questa giornata mondiale. Dopo il lavoro di San Girolamo, si avvicendano numerosissime traduzioni nelle varie lingue nazionali, dalla Bibbia di Lutero del XVI secolo fino ai giorni nostri, in cui si calcola che essa sia tradotta in poco meno di 1200 lingue. In Europa la diffusione del Cristianesimo è legata alla traduzione dei testi sacri, mentre troviamo fra i primi documenti dei volgari romanzi i cosiddetti ‘volgarizzamenti’, traduzioni e adattamenti di testi latini. Benché nel Medioevo non siano mancate in Italia – attraverso Dante Alighieri – riflessioni sul problema della traduzione, questo è impostato e discusso sistematicamente solo nel Rinascimento, da trattatisti e scrittori di varie nazionalità, che abbandonano la pratica medievale sia dell’arbitrario rimaneggiamento […]

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Culturalmente

Carvilio ed Aebutia: una singolare scoperta archeologica

La tomba di Carvilio ed Aebutia, riemersa in modo del tutto casuale a Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma sulla via Latina, costituisce una sepoltura eccezionale per le sue peculiarità. Nel corso di lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, riaffiorano, infatti, alcuni gradini discendenti in profondità fino a una porta di pietra ancora sigillata. Lo scavo ufficiale, iniziato nel maggio 2000, consente di appurare che le strutture riportate fortuitamente alla luce costituiscono un dromos, ovvero un corridoio a cielo aperto, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. Come constatano gli archeologi, si tratta di una tomba romana di I sec. d.C. incredibilmente ancora intatta, nel cui sacello sotterraneo sono ritrovati due sarcofagi marmorei di ottima fattura con decorazioni a rilievo, che presentano l’incisione dei nomi dei due defunti: Carvilio Gemello ed Aebutia Quarta. Quando i sarcofagi sono aperti, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora intatti: l’imbalsamazione cui furono sottoposti ha consentito uno straordinario stato di conservazione, tant’è che i resti di Carvilio sono noti all’estero come The Mummy of Rome. I due sarcofagi di Carvilio ed Aebutia Il corpo di Aebutia era appena percepibile perché ricoperto da un manto vegetale costituito da centinaia di piccole ghirlande; sul capo era posta una parrucca ben conservata, avvolta da una reticella tessuta con doppio filo d’oro finissimo terminante con una treccia. Il corredo personale è costituito da un anello d’oro a fascia, con castone in cristallo di rocca lavorato a cabochon, attraverso la cui superficie superiore convessa è visibile il busto di un personaggio maschile finemente eseguito su lamina in microrilievo. Le ossa della parte superiore del corpo recano evidenti tracce di combustione; inoltre il collasso del viso e del cranio ha consentito di ipotizzare che la sua morte sia avvenuta a causa delle diffuse ustioni riportate e che per questo la salma sia stata quasi interamente rivestita dalle ghirlande. Il corpo di Carvilio era avvolto in un sudario e ricoperto totalmente di fiori; grandi ghirlande in buono stato di conservazione ricoprivano la metà superiore del corpo, una delle quali disposta attorno alla testa. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti, inoltre si è riscontrata una elevata percentuale di arsenico nei capelli, sicché riguardo le circostanze della sua morte sono state ipotizzate sia una setticemia per una ferita o una caduta da cavallo, che un avvelenamento.  È possibile ammirare i sarcofagi e una ricostruzione della tomba all’interno del Museo dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata, mentre l’anello, pezzo unico di grande pregio, è conservato nel Museo di Palestrina. Chi sono i due sepolti dell’ipogeo delle ghirlande e perché si sono conservati? Secondo gli studiosi, si trattava di una famiglia di rango elevato, come pare evidenziato dall’ubicazione della struttura: benché non si abbia alcun indizio circa l’assetto architettonico superficiale, l’ipogeo si trova, infatti, a pochi metri dall’incrocio tra due strade fondamentali alla periferia di Roma, nell’ambito della rete stradale del Colli Albani, ovvero la Via […]

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Sostenibilità e necessità bioetica nell’era globale

Dalla fine degli anni Ottanta matura progressivamente in ambito internazionale un nuovo concetto di benessere basato sul criterio della sostenibilità, definito appunto “sviluppo sostenibile”, mirante a salvaguardare le esigenze della brulicante vita del Pianeta, senza porre a rischio le necessità delle future generazioni. L’homo sapiens, infatti, ha interagito con il mondo naturale sin dalla sua comparsa sulla Terra, via via perfezionando – parallelamente all’evolversi delle proprie facoltà cognitive – le varie possibilità di adattamento agli ambienti naturali, ma alterando al contempo gli equilibri del Pianeta consolidatisi in milioni di anni di evoluzione. Agendo in tal modo, egli ha innescato una costante diminuzione della capacità naturale del globo di sostenere l’impatto quantitativo e qualitativo della specie umana: i problemi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, il progresso tecnologico, l’accumulo dei rifiuti, l’impoverimento delle materie prime, la ricerca di fonti alternative di energia, la scomparsa di habitat e specie naturali rendono l’ambiente naturale sempre meno adatto, per caratteristiche ecologiche, all’instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. «Questa improvvisa scomparsa del cinguettio degli uccelli, questa perdita di colore, di bellezza e di attrattiva che ha colpito il nostro mondo è giunta con passo leggero e subdolo»: così rilevava nel 1962 la zoologa statunitense Rachel Carson nella sua Silent Spring, una rilevante critica del mondo industrializzato che, per la prima volta, pone il problema ambientale. Un fondamentale principio etico di responsabilità, degno di menzione, si data nel 1979, formulato dal filosofo tedesco Hanz Jonas, in risposta all’emergenza ecologica scaturita dall’opulenta civiltà tecnologica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra». Punto di partenza del pensatore è che il fare dell’uomo al giorno d’oggi è in grado di distruggere l’esistenza stessa della vita. Il dibattito sulla sostenibilità: l’Agenda 21 Gran parte delle politiche di sostenibilità e delle attività legislative in materia sfociano nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio; 178 paesi, 120 Capi di Stato, 8000 giornalisti e più di 30.000 persone parteciparono al summit governativo ufficiale e al parallelo Forum globale delle organizzazioni non governative. L’atto stilato nel corso dell’evento è definito Agenda 21, un documento d’intenti e obiettivi programmatici riguardo ad aree economiche, sociali e soprattutto ambientali: lotta alla povertà, cambiamento dei modelli di produzione e consumo, dinamiche demografiche, conservazione e gestione delle risorse naturali, protezione dell’atmosfera, degli oceani e della biodiversità, prevenzione della deforestazione, promozione di un’agricoltura sostenibile. L’Agenda 21 può, in questo modo, essere definita come un processo, condiviso da tutti gli attori presenti sul territorio, per definire un piano di azione locale che guardi al XXI secolo. In tale documento si stabilisce l’articolazione del concetto di sostenibilità su tre giudizi di valore: uguaglianza di diritti per le future generazioni, giustizia internazionale e trasmissione fiduciaria di una natura intatta. L’ottica dello sviluppo sostenibile richiede, quindi, un approccio globale alla pianificazione e un’attenzione particolare al benessere sociale, ecologico ed economico, implicando che la produzione di ricchezza non avvenga a danno del sistema che supporta la varietà […]

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Culturalmente

Reimpiego e continuità in Campania in età tardoantica

Il reimpiego su larga scala di spolia, ovvero il riuso da edifici di epoca classica di elementi figurativi ed architettonici di spoglio conservanti la stessa funzione originaria (colonne, capitelli, basi, fregi, sarcofagi), comincia a diffondersi solo nel III secolo d.C., assumendo precisi caratteri artistici nell’ambito dell’architettura romana di epoca tardoantica e costituendo una delle pratiche più caratterizzanti dell’età medioevale: esso è documentato, ad esempio, nel restauro del portico in summa cavea del Colosseo e nella costruzione delle Terme di Diocleziano. Si è molto discusso sul significato di questo fenomeno, generalmente quale spia di decadenza della cultura artistica, del livello tecnico delle botteghe di scultori e marmorari e, più in generale, delle capacità economiche dell’Impero; tuttavia, pur considerando la minore disponibilità di marmo e i cambiamenti nell’amministrazione delle cave imperiali e nella distribuzione dei marmi, una più moderna chiave di lettura connette il fenomeno a motivazioni di natura ideologica: in altri termini, la pratica del reimpiego diverrebbe scelta consapevole di richiamo al passato, per esprimere precisi contenuti simbolici di natura politica o religiosa. L’enfatizzazione dello stretto legame con il passato aveva lo scopo di evidenziarne la continuità ideologica, atta a legittimare i profondi mutamenti storici e strutturali verificatisi nel tardo Impero, sicché il materiale proveniente da edifici di epoca classica cominciò ad assumere, oltre alla qualità intrinseca della materia prima, il valore che scaturiva dalla sua antichità. Il reimpiego nelle fabbriche cristiane della Campania Il riutilizzo di materiale di spoglio è ben documentato negli edifici di culto cristiani di committenza imperiale, per la cui realizzazione i sovrani si profusero in notevoli finanziamenti, a testimonianza del loro interesse politico. Gettando lo sguardo sulla Campania, si osserva una pratica del reimpiego molto viva durante il periodo dei ducati longobardi e bizantini, allorquando, sulla spinta della tradizione paleocristiana e bizantina e sull’esempio dei grandi monasteri di Montecassino e di San Vincenzo a Volturno, era praticata l’associazione tra un’architettura di prestigio e l’utilizzo delle spoglie, in particolare delle colonne. A segnare il periodo di massima espansione dell’uso di spolia sarà la dominazione normanna, con la sua ideologia del potere espressa dal recupero dell’antico quale richiamo all’Impero romano e dall’uso del marmo al fine di caratterizzare il prestigio del committente. Le fabbriche religiose promosse dai Normanni ispirate a Montecassino manifestavano un rinnovato interesse per la cultura antica, che nel campo dell’arte e dell’architettura si espresse con una riappropriazione più consapevole di tradizionali repertori decorativi associati a marmo, porfido e granito, che continuavano ad essere i materiali per eccellenza portatori in architettura di prestigio politico, religioso e sociale: questo processo aveva alla base la scelta programmatica di riattualizzare le spoglie attraverso il loro uso nei nuovi contesti architettonici. Le strutture antiche testimoniavano, infatti, la grandezza dell’Impero romano, garantendo il conservarsi di un’identità culturale attraverso la consapevolezza di un comune linguaggio. Gli elementi di reimpiego negli elevati architettonici manifestavano, invece, quel concetto di continuità con il passato imperiale romano, di cui l’uomo medievale si sentiva l’erede e a cui ricollegava tutte le forme del potere politico. Le modalità […]

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