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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Mediterraneo: conclusa la mostra temporanea al MANN

«Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro» (Predrag Matvejević) Si è conclusa il 12 settembre la mostra temporanea “Mediterraneo”, nata in sinergia con la casa editrice ilfilodipartenope lo scorso 29 luglio. Svoltasi nel Salone della Meridiana e organizzata dalla Biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’esposizione si è incentrata sul ruolo del Mediterraneo: «La riflessione – come si legge nei pannelli-guida del percorso – sulle antiche civiltà, sui luoghi, sugli uomini che lo attraversano da secoli, sostanzia la mostra che unisce gli antichi libri della Biblioteca d’Istituto e i moderni libri d’artista de ilfilodipartenope – piccola casa editrice artigiana nata a Napoli nel 2003. Il mare si respira nelle gemme di sale, nel dolore delle migrazioni, nei libri che hanno le copertine impastate con le sabbie dei paesi, vicini o remoti, di cui narrano». Il percorso espositivo si snoda attraverso due fili tematici: il concetto di Magna Grecia, in armonia con la recente riapertura della preziosa collezione del Museo, e il concetto di Mare nostrum, coerentemente con il legame speciale del Museo con il Mediterraneo, non solo per la ricchezza di reperti da esso provenienti nelle sue collezioni, ma anche per la centralità che il MANN sta assumendo nel panorama delle mostre internazionali, che ospita e alle quali aderisce con i suoi prestiti, come la recentissima mostra sugli Assiri. Mediterraneo e Magna Grecia Il percorso “Magna Grecia: anticipazioni e sviluppo di un’idea”, ha inteso valorizzare il patrimonio librario del MANN. «Magna Grecia è il percorso – così si legge percorrendone le tappe – tracciato attraverso i preziosi volumi della Biblioteca d’Istituto. Pubblicate tra Cinquecento e Ottocento, per l’autorevolezza e la fama dei loro autori, le opere in mostra segnano delle tappe miliari nella storia degli studi e delle esplorazioni archeologiche in Magna Grecia. L’esposizione nasce con l’intento di evocare nel visitatore la costruzione dell’idea di Magna Grecia, a partire dalla fortuna editoriale di alcuni classici, come Strabone – storico di I sec. a.C., autore della Geographia, in cui descrive tutte le regioni del mondo abitato toccate nei suoi numerosi viaggi, includendo l’Italia e le colonie di Magna Grecia – nei secoli delle grandi esplorazioni, per continuare con gli studi di autori e geografi eruditi del Rinascimento e del Barocco, con la documentazione degli scavi settecenteschi fino agli scritti dei grandi viaggiatori del Grand Tour. Le opere, dall’innegabile valore documentale, sono state scelte anche per la rarità, la pregevolezza dell’edizione e per lo straordinario apparato iconografico che le correda: acqueforti e tavole realizzate dai più grandi disegnatori e incisori del tempo». Ed hanno senza dubbio incantato i visitatori le splendide carte geografiche e tavole topografiche dell’esposizione: tra di esse, la prima edizione, datata al 1592, del volume Rariora Magnae Greciae Numismata di Prospero Parisio, in cui figura una delle prime rappresentazioni cartografiche della Magna Grecia; le Dissertationes de Campania Felice di Camillo Pellegrino, che rappresentano, per accuratezza delle fonti bibliografiche e della ricerca storica, una delle opere principali della prima metà del XVII sec. sulla Campania antica, […]

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Musica

Testamento del maiale: la riscrittura di Vinicio Capossela

Il noto cantautore Vinicio Capossela si è ispirato alla parodia latina di un testamento, che ha come protagonista il maiale.  La tradizione dell’allevamento, della macellazione e dell’impiego di carne di maiale è molto antica, tant’è che figurava nei riti sacrificali e nel consumo rituale; inoltre, nel folklore alimentare esso ha sempre rivestito un ruolo notevole, costituendo, insieme ai beni dell’orto, uno dei principali soggetti della dispensa del contadino: allevato in casa, infatti, il maiale ne costituiva la ricchezza, garantendo la sopravvivenza di intere famiglie, mentre la sua macellazione nel periodo più freddo dell’anno rappresentava una festa comunitaria, in grado di coinvolgere parenti e vicinato. Il maiale fa testamento ne “La ballata del porco” di Vinicio Capossela Nel suo ultimo album, “Ballate per uomini e bestie”, undicesimo lavoro in studio, il cantautore Vinicio Capossela si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia, figurando quale prezioso menestrello contemporaneo. Come egli stesso ha dichiarato, «I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi». Ebbene, all’interno di questa preziosa miscellanea spicca “La ballata del porco”, nella quale il maiale, animale simbolo della civiltà contadina, dopo una vita d’ingrasso mette in luce il tema del sacrificio: la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi, fa testamento, continuando in tal modo a vivere con tutto il suo “corpo”, che è appunto anagramma di “porco”. Il Testamentum Porcelli: parodia di un testamento e folklore popolare Si tratta di un brano che senza dubbio trae spunto da un testo latino molto singolare, prodotto nel III-IV sec. d.C., periodo che vede il fiorire dei più importanti giuristi della storia del diritto romano. In questo contesto, l’importanza degli studi sulle leggi e sul diritto trova una curiosa conferma in una divertente parodia del diritto testamentario che va sotto il nome di Testamentum Porcelli, o più precisamente Testamentum Grunni Corocottae Porcelli: un maiale, avendo capito che è ormai giunta l’ora della sua fine per mano del cuoco, stende in forma perfettamente legale, con tanto di notaio e di testimoni, le sue ultime volontà, lasciando amici e parenti eredi dei propri beni. L’intreccio fra la tradizione favolistica dell’animale parlante e la tecnica parodica che degrada un argomento serio fanno di questo breve testo un interessante documento letterario, unitamente al ruolo fondamentale del maiale nelle società agricole e alle tradizionali usanze che accompagnavano la sua macellazione. Il testo, di autore ignoto, è citato nel IV sec. d.C. da San Gerolamo – traduttore in latino di parte dell’Antico Testamento e dell’intera Scrittura ebraica – nella prefazione al Commentario ad Isaia, il quale aggiunge che esso era letto a mo’ di filastrocca dagli studenti delle scuole, suscitando il riso generale. E così l’animale che per gusti, sapori, nobiltà e versatilità, meglio rappresenta lo stretto e continuo legame fra il passato remoto ed i tempi moderni, elenca le sue molteplici benemerenze verso l’umanità. Eccone un estratto: «E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora [potrebbe trattarsi […]

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Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Napoli e Dintorni

Trekking in Campania: le mete più suggestive

La Campania, terra ricca di paesaggi montuosi e di mete balneari tra le più belle d’Italia, offre molteplici opportunità per gli amanti del trekking, custodendo luoghi incantevoli, paesaggi incontaminati e riserve naturali spesso sconosciute a chi vive immerso nei ritmi frenetici della città. Tra le mete preferite dagli appassionati dell’avventura e dei percorsi tortuosi fra mare e montagna, la Campania propone diverse opzioni di escursionismo nel territorio lungo percorsi mozzafiato, di cui vi proponiamo una carrellata. I luoghi del trekking in Campania Trekking sul Monte Faito Il Monte Faito, costituito prevalentemente da calcari e dolomie depostesi in mare, con i suoi 1.131 metri è la vetta più alta dei Monti Lattari, da cui si gode una vista ineguagliabile sulla penisola sorrentina, sulla costiera amalfitana, sul golfo di Napoli e sul Vesuvio. L’incantevole itinerario naturalistico consente percorsi di trekking attraverso faggete secolari ed antiche neviere, nelle quali per secoli la popolazione locale ha immagazzinato il ghiaccio da utilizzare durante la calura estiva. Il Canyon dell’Inferno, il Sentiero dei Monaci e il Tratturo di San Pasquale L’affascinante percorso di trekking ad anello nel Parco regionale del Matese attraversa parte della Valle dell’Inferno fino a Valle Orsara, continua lungo il Sentiero dei monaci fino al campanile di San Pasquale, per poi ritornare a Piedimonte attraverso l’antico tratturo, uno dei “cammini storici d’Italia”, dove la natura irrompe in tutta la sua forza e bellezza. È indubbiamente una delle zone più suggestive e selvagge del Matese, con tratti boschivi, panorami vertiginosi, ruderi di pastori, dove è possibile imbattersi nelle aquile, che vi nidificano: un’avventura in uno dei canyon più profondi d’Europa, caratterizzato da altissime pareti rocciose, sorgenti, grotte e cascate. La Valle del Tusciano e la grotta di San Michele È senza dubbio una delle mete più importanti degli antichi itinerari religiosi europei, ubicata tra i monti Picentini, nel salernitano. Il sentiero, che attraversa il vallone del fiume Tusciano e il monte Raione, tra macchia mediterranea, boschi, olivi, sorgenti e fabbriche medievali, consente di raggiungere la suggestiva Grotta di San Michele ad Olevano, al cui interno gruppo di monaci orientali edificarono un un complesso religioso di IX-­X secolo, contenente preziosi affreschi. Il percorso di trekking tocca numerosi punti di interesse storico e ambientale, tra cui i ruderi dell’antica cartiera amalfitana, orgoglio tutto campano, e le spettacolari gole del Tusciano, circondate da impressionanti pareti a picco. Gole, forre e sentiero delle miniere a Cusano Mutri Ubicata sul versante sud del Matese, inglobato nell’antico Sannio Pentro, oggi al confine tra Campania e Molise, offre aree naturali e siti di interesse naturalistico lungo il corso del fiume Titerno, ricche di sentieri, grotte, forre e gole, alcune raggiungibili tramite un apposito sentiero guidato, altre visitabili con l’ausilio di guide esperte, mediante imbracature collegate a delle corde di acciaio fissate nella roccia. L’incantevole paesaggio circostante comprende anche gallerie esplorative e di estrazione della bauxite spesso affiorante in superficie, da sempre chiamata “pietra rossa” dalla popolazione locale. Il Ponte Tibetano di Laviano Inaugurato solo nel 2015, il ponte sorge sul massiccio […]

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Napoli e Dintorni

Port’Alba: il varco dei libri nel cuore di Napoli

Port’Alba è una delle porte antiche della città di Napoli, collocata sul lato sinistro di piazza Dante, e il suo storico arco simboleggia l’ingresso verso il centro storico della città, nel decumano maggiore; in origine vi era ubicato un vecchio torrione di guardia e la zona era soprannominata “Largo delle Sciuscelle” per la notevole presenza di alberi di carrube. Essa trae il proprio nome da don Antonio Álvarez de Toledo, duca del comune spagnolo di Alba de Tormes, nobile e statista del Regno di Spagna e del vicereame di Napoli, discendente del celebre viceré Don Pedro de Toledo, che ne dispose l’erezione nel 1625 all’interno dell’antica murazione angioina: la popolazione, infatti, per poter transitare più agevolmente verso la parte interna della città, oltre le mura greche, aveva praticato un pertuso, ovvero un’apertura posticcia nel torrione originario, che il duca d’Alba provvide diverse volte a far chiudere; tuttavia, di fronte alla resistenza degli abitanti della zona che continuavano a riaprirlo, si vide costretto a rendere l’apertura “ufficiale”, affidando la realizzazione dell’opera all’architetto Pompeo Lauria, che fregiò la porta con i tre stemmi di Filippo III di Spagna, della città di Napoli e del Viceré, il funzionario reale a governo del vicereame. Port’Alba: un varco nella storia  Qualche anno dopo, nel 1656, il pittore Mattia Preti, uno dei più importanti esponenti della pittura napoletana, aggiunse alla costruzione alcuni affreschi raffiguranti la Vergine con San Gennaro e San Gaetano e la scena dei moribondi appestati; molto dopo, nel 1781, vi fu collocata la statua di San Gaetano, ubicata in origine nella Porta dello Spirito Santo – che costituiva l’ingresso da nord e dall’area collinare alla città sorto in sostituzione dell’antico accesso duecentesco – demolita nel corso del Settecento a causa dei problemi che causava al “traffico” del tempo, ma anche per le sue precarie condizioni di stabilità; sia gli affreschi che la statua non sono più esistenti. Nel 1797 furono eseguiti dei lavori di rifacimento e di ampliamento che resero la porta così come appare attualmente, mentre l’iscrizione che vi fu posta e che menzionava Ferdinando IV di Borbone fu abbattuta nel corso dei rivolgimenti della Repubblica Napoletana del 1799. Vi hanno avuto luogo, nel corso dei secoli, svariati fatti di cronaca, come la morte di Maria ‘a rossa, giovane donna dai capelli rossi che, regredita mentalmente e fisicamente a causa del suo amore perduto, e in conseguenza di ciò evitata e segnalata da tutti come la “strega di Port’Alba”, fu condannata a morte dall’Inquisizione, rinchiusa in una gabbia sospesa a un gancio sotto l’arco della Porta e lasciata morire di fame e di sete, pronunciando parole di minaccia che qualcuno sostiene di aver sentito riecheggiare tutt’oggi, proferite da un’ombra che di notte si aggira nel luogo. Port’Alba: l’angolo dei libri senza tempo La porta, luogo di passaggio per raggiungere Piazza Bellini ed addentrarsi nel centro storico di Napoli, immette all’omonima via Port’Alba, celebre per il mercato librario che vi si svolge e i cui edifici risalgono al Settecento. Una volta varcata la […]

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Culturalmente

Ipazia: «astro incontaminato della sapiente cultura»

Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto Alessandria d’Egitto, prima metà del V sec. d.C.: fulcro della sapienza del mondo antico, principale centro neoplatonico – insieme ad Atene – in grado di garantire la continuità degli antichi riti, oltre che teatro di fanatismi ed intolleranze sistematiche e reciproche. In un rissoso clima di lotte religiose fra ebrei, cristiani e pagani aderenti al culto di Serapide, brilla la figura di Ipazia, «Figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo», come afferma Socrate Scolastico, teologo e storico della Chiesa dell’Impero Romano d’Oriente. Ipazia fu istruita dal padre nella matematica e, come sostiene Filostorgio, storico della Chiesa, «Divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia». Pur celebrata dal mondo della cultura a lei contemporaneo, i suoi scritti non ci sono giunti, ad eccezione dei titoli di tre opere. I progressi sulle conoscenze ereditate fino ad allora sono rivendicate da Sinesio, il più fedele e famoso degli studenti di Ipazia, poi convertitosi al Cristianesimo e fatto vescovo di Cirene, il quale riferisce della costruzione di un astrolabio «concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra». Il filosofo bizantino Damascio aggiunge: «Ella non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche e, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Un altro elemento, sottolineato dal lessico bizantino di Suida, è il pubblico insegnamento da lei esercitato, la cui audacia sembra quasi voluta, come un gesto di sfida: «Così la donna, indossando il mantello dei filosofi nel percorrere le strade in mezzo alla città, era solita spiegare pubblicamente, a coloro che desiderassero ascoltare, Platone o Aristotele o qualunque altro dei filosofi. Giunta al colmo della virtù pratica riguardo all’insegnamento, diventata anche giusta e saggia, rimaneva vergine, pur essendo così grandemente bella ed avvenente».  Il contesto storico dell’insegnamento di Ipazia Nell’ultimo decennio del IV secolo ad Alessandria, a seguito dell’emanazione dei decreti teodosiani, sono demoliti i templi dell’antica religione, in conformità alla volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene. Nel 391 il patriarca cristiano di Alessandria, Teofilo, assedia il Serapeion, tempio consacrato a Serapide e biblioteca minore di Alessandria, a capo di una folla inferocita ed eccitata dal fanatismo religioso nell’ambito del confronto tra la comunità cristiana di Alessandria e i non cristiani. Purtroppo l’arroganza dottrinale del Cristianesimo delle origini produsse un sistema totalmente oppressivo e liberticida sul piano pratico, polverizzando tracce notevoli della sapienza antica e rendendo un delitto passibile di morte il continuare a seguire la religione dei padri. Il clima sociale di Alessandria d’Egitto era, dunque, a cavallo tra IV e V secolo, molto instabile: la comunità cristiana era la più forte e teneva a far valere questo suo potere. Cirillo rappresentava il massimo potere ecclesiastico, mentre Ipazia era il fulcro della cultura, occupando la prestigiosa cattedra di filosofia; ma il vescovo cristiano doveva detenere il monopolio della parrhesia, la libertà di parola e di azione. Una martire del libero pensiero La fine di Ipazia fu terribile: nel marzo del […]

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Culturalmente

La tragedia greca: origine ed aspetti di un genere immortale

Nel panorama delle forme culturali dell’antichità trasmesse alle epoche successive, la tragedia costituisce il modello fondamentale con cui tutta la tradizione occidentale ha dovuto inesorabilmente misurarsi. La natura, la storia e l’evoluzione della tragedia pongono problemi sui quali la critica non ha cessato d’interrogarsi: mirando a seguire lo sviluppo “biologico” del genere tragico, Aristotele riteneva che la tragedia fosse sorta dal ditirambo (canto lirico in onore di Dioniso eseguito da un coro) e dai cortei fallici, per poi acquisire da questa caratterizzazione una graduale solennità, fino all’affermazione del parlato sulla danza. Effettivamente, il ditirambo tra VI e V secolo si aprì a contenuti diversi da quelli strettamente attinenti al culto dionisiaco e arrivò ad assumere forme narrative anche di carattere dialogico: si può, dunque, ipotizzare che la voce solista tendesse gradualmente a divenire indipendente dal gruppo e fare uso del parlato. Altre ipotesi interessanti derivano dall’indagine etimologica del termine tragodìa, che è unanime nell’individuare i due elementi costitutivi del composto, tràgos “capro” e odé “canto”, tuttavia è divisa sulla sua corretta interpretazione: “canto dei capri”, cioè eseguito da satiri travestiti da capri, che nel mito rappresentavano il corteggio di Dioniso, o “canto per il capro”, dove l’animale è inteso come premio-sacrificio di una gara di cantori. In ogni caso, le fonti sembrano convergere sul riconoscimento della dimensione rituale e corale delle primitive performances, da cui trassero origine le forme drammatiche satiresca e tragica. La tragedia ad Atene: il teatro di Dioniso e l’apparato scenico La tragedia è l’espressione più caratteristica della cultura ateniese del V sec. a.C. Ad Atene le rappresentazioni teatrali più significative avevano luogo durante le Dionisie cittadine, l’evento annuale di maggiore rilievo della vita comunitaria della polis, in virtù del loro significato fortemente ideologico, finalizzato a rendere manifesta l’egemonia politica, economica e culturale della polis. In occasione di questo evento, avevano luogo gli agoni di poeti ditirambici, tragediografi e commediografi nel teatro di Dioniso. La complessità dell’organizzazione degli agoni e della procedura di sorteggio dei giudici era finalizzata a coinvolgere i rappresentanti di tutta la comunità cittadina. Il teatro era dotato di un apparato scenico, che constava di pitture su pannelli lignei mobili, e di macchine sceniche, come il bronteion, la macchina del tuono, e la mechanè, la macchina del volo, usata frequentemente da Euripide per far planare dall’alto le divinità nei finali di varie tragedie – da cui la locuzione deus ex machina. La maschera, eredità del rituale dionisiaco, nella prassi teatrale aveva una funzione pratica: grazie a essa lo stesso attore poteva svolgere più ruoli, poiché gli attori parlanti non potevano superare le tre unità nella tragedia, inoltre consentiva che i ruoli di tutti i personaggi sia maschili che femminili fossero affidate ad attori maschi, gli unici ai quali era concesso di recitare nel teatro greco. Il significato dell’esperienza teatrale  Tre tragediografi si distinsero per il contributo apportato allo sviluppo del genere tragico: Eschilo, ancora legato alla dimensione arcaica e corale, la cui caratteristica costante è la tensione massima del pathos tragico; Sofocle, ritenuto già […]

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Culturalmente

Pindaro: il cantore degli agoni e dei voli

Giudicato comunemente dagli antichi come il maggiore della lirica corale, Pindaro figura al primo posto nel canone dei “nove lirici” stilato dai grammatici alessandrini; cantore degli agoni sportivi e dell’élite aristocratica del suo tempo, deve la fama del suo stile poetico ai proverbiali “voli pindarici”. Nato nel 518 a Cinocefale, presso Tebe, da nobile famiglia, dopo un periodo tebano si recò ad Atene, dove certamente il suo spirito si arricchì di nuove esperienze culturali; ma, estraneo alle idee che stavano fermentando nella polis democratica, iniziò l’attività di poeta professionista conseguendo una rapida fama in tutto il mondo greco; nelle grandi città dell’Occidente ricche e potenti, creatrici di nuove forme di cultura, nelle corti fastose di signori amanti delle arti, testimone di importanti eventi politici e dinastici, nella necessità di mantenere il suo posto di fronte alla concorrenza del grande Simonide e del nipote Bacchilide, il poeta tebano ebbe campo di varie e nuove esperienze politiche, religiose, poetiche. Particolarmente glorioso e poeticamente felice, ma non privo di amarezze per la concorrenza di Bacchilide, fu il periodo siciliano alla corte di Ierone siracusano. Gli ultimi anni non furono certo lieti: il vecchio mondo aristocratico, con gli ideali in cui il poeta aveva tanto creduto, era oramai un passato senza ritorno. È noto, infine, che quando Alessandro Magno distrusse Tebe nel 336 a.C. per punirla della ribellione, volle risparmiata la casa del poeta. La produzione poetica: i componimenti più celebri Pindaro è l’unico tra i lirici greci di cui si possegga, oltre a molti frammenti, un considerevole numero di composizioni intere. Le sue opere furono suddivise in età ellenistica dal filologo Aristofane di Bisanzio in 17 libri, ciascuno contenente componimenti differenti della lirica corale: inni agli dèi, peani, ditirambi, prosodi, parteni, iporchemi, encomi, thrênoi, epinici – gli unici, questi ultimi, che sopravvivono integri. All’ambiente dei suoi protettori siciliani sono legate l’Olimpica I, composta per celebrare la vittoria di Ierone col corsiero nei giochi olimpici del 476 a.C., e l’Olimpica II, composta in onore del tiranno Terone di Agrigento per la sua vittoria col carro da corsa nell’Olimpiade del 476 a.C. La Pitica I, che celebra la vittoria di Ierone di Siracusa, vincitore con la quadriga nei giochi del 470 a.C., è un componimento elaborato sul tema del conflitto tra norma e ribellione, e sulla lode del tiranno, il cui esordio è tra i più immaginifici della sua produzione: attraverso violenti contrasti di immagini, si sviluppa il tema dell’ordine cosmico e politico fondato sulla distruzione delle forze del male. La Pitica IV, composta per celebrare la vittoria col carro del re di Cirene Arcesilao IV nei giochi pitici del 472 a.C., sviluppa un tema ideologico tipico della declinante civiltà aristocratica, ovvero quello del giovane Giasone, modello dell’uomo ardimentoso che mette alla prova se stesso. Nemee e Istmiche sono componimenti per committenti meno prestigiosi, legati ad ambienti più vicini al poeta, soprattutto Tebe ed Egina. Il Partenio II era cantato da un coro di fanciulle in occasione di una festa in cui si sfoggiavano in […]

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Culturalmente

Stelle: nomenclatura e catalogazione dalla mitologia

Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha ricercato nella volta celeste delle correlazioni tra gli eventi del proprio vissuto e i fenomeni cosmici, in modo da trovare risposte a requisiti di tipo pratico e religioso: risalgono, infatti, al Paleolitico sia un embrionale sistema di costellazioni, che tracce di culti religiosi legate agli astri, mentre già nel Neolitico furono attribuiti alle stelle nomi alludenti ad aspetti della vita agricola e pastorale. Il sistema delle costellazioni fu realizzato nel II millennio a.C. dalla civiltà babilonese, che diede gli attuali nomi alle costellazioni, nella quasi totalità di origine sumerica, e ideò un calendario lunare basato sul susseguirsi dei fenomeni celesti che scandivano il ciclo delle stagioni. Gli egiziani realizzarono la più antica carta stellare, mentre i fenici, per le loro esigenze di navigazione, erano soliti orientarsi mediante l’Orsa Minore e la Stella Polare. Le stelle nella cultura greca e romana Ma è soprattutto agli astronomi Greci e Romani che la moderna scienza astronomica deve il maggiore contributo, essendo state le stelle catalogate da questi: si ricordano Eudosso di Cnido (IV secolo a.C.), Ipparco di Nicea (II secolo a.C.) e Claudio Tolomeo (II sec. d.C.). In queste culture, il mito e le cosmologie erano uno strumento di codificazione, allorquando, alla originaria valenza naturalistica degli astri se ne associò una mitologica: fu così che i Greci conferirono i nomi delle divinità dell’Olimpo ad alcune “stelle” particolari, da loro definite planētai, ovvero “erranti”, poiché sembravano muoversi rispetto alle stelle fisse, e di alcuni personaggi del mito. Anche nel mondo romano numerosi autori riferiscono l’eziologia di alcuni catasterismi di personaggi mitologici. Infine, in età medioevale si distinsero gli astronomi islamici, estimatori dell’Almagesto di Tolomeo, che diedero nomi arabi, molti dei quali tuttora in uso, a svariate stelle. In una notte con condizioni atmosferiche ottimali, è possibile avvistare a occhio nudo fino a 3000-4000 stelle, a seconda del luogo e del periodo di osservazione; le aree di cielo con la densità maggiore di stelle visibili sono quelle in prossimità della Via Lattea e, in generale, nell’emisfero boreale i cieli più ricchi di stelle sono quelli invernali. La maggior parte delle stelle è identificata da un numero di catalogo; solo una piccola parte di esse, solitamente le più luminose, ha un nome vero e proprio che deriva spesso dalla denominazione originale araba, latina o greca dell’astro. Molti di questi nomi sono dovuti ai miti loro associati, alla loro posizione nella costellazione, oppure al particolare periodo o posizione in cui esse compaiono nella sfera celeste nel corso dell’anno; un esempio è Sirio, il cui nome deriva dal greco sèirios, “ardente”: infatti, gli antichi Greci associavano la stella al periodo di fine agosto, quello di maggiore caldo estivo, quando l’astro sorge e tramonta con il Sole. Alcuni nomi di stelle desunti dalla mitologia classica  Ovidio, invece, racconta che una delle ninfe compagne di Artemide, Callisto, fu insidiata da Zeus e conseguentemente fu trasformata da Era, adiratasi, in un’orsa; il figlio, Arcas, era sul punto di uccidere la madre, cacciando, allorquando Zeus […]

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Culturalmente

Ninna nanna: uso e significato nella cultura popolare

Il termine “ninna nanna”, della serie onomatopeica – conciliatrice del sonno – che vede l’alternanza delle vocali i…a con valore iterativo (come in zig zag, tic tac, via vai), designa una cantilena dal ritmo uniforme e modulato, con la quale si è soliti cullare i bambini nel tentativo di indurli al sonno; l’Accademia della Crusca ne attesta l’esistenza già nel 1612, attribuendola alle balie. Si tratterebbe, dunque, di una forma polare prodotta dalla visuale del soggetto parlante: “ninna nanna” riprodurrebbe, infatti, il dondolio della culla, che da vicina si allontana per poi riavvicinarsi. In musica, il termine indica un breve componimento musicale, in movimento moderato, ispirato a tali nenie, nel quale si sono cimentati famosi compositori, come Mozart, Chopin e Brahms. Gli effetti della ninna nanna sullo sviluppo affettivo e cognitivo  Cantare una dolce nenia costituisce un atto istintivo, che ci sorprende allorquando ci scopriamo a canticchiare un motivo che neanche ricordavamo di conoscere. Questa sorta di rituale, che è senza dubbio la melodia più cantata al mondo, ci conduce ad antiche sensazioni di dolcezza e tenerezza, che ne chiariscono il reiterarsi fin dai tempi antichi e in tutte le culture, resistendo ai tempi e alla modernità, a conferma che da sempre e ovunque il momento dell’abbandono al sonno comporta il bisogno della vicinanza fisico-affettiva diretta, che favorisce la calma e il conforto. Le sue componenti sono il ritmo essenziale e cadenzato, la modulazione vocale cantilenante fatta di parole ripetute e l’accompagnamento corporeo del dondolare, che favoriscono una comunicazione profonda e uno scambio reciproco di affettività tra bambino e adulto. L’esperienza, ripetendosi regolarmente ad ogni sonno con finalità rassicurante, contribuisce ad alimentare il senso di sicurezza personale e di fiducia in sé e nell’altro; inoltre, queste piccole canzoncine favoriscono lo sviluppo psicomotorio, la coordinazione corporea e l’acquisizione del linguaggio nei piccoli. Ed infatti, l’etnomusicologo italiano Roberto Leydi così si è espresso in proposito: «La funzione […] non è solo l’addormentare i bambini, ma anche quella di avviare il processo di inculturazione del nuovo nato […]. Attraverso le ninne nanne, infatti, i bambini iniziano a conoscere le strutture linguistiche e musicali, l’uso delle parole e dei modi di dire, i personaggi, le abitudini, le tradizioni del proprio ambiente familiare e culturale, immergendosi nell’universo simbolico di significati che li circonderà da adulti». La ninna nanna è, in effetti, esercizio di ascolto e di imitazione, dunque una forma elementare di conoscenza. Tutto ciò ci conduce alla constatazione che il rituale pre-sonno va piuttosto inteso come momento non di mera vicinanza fisica, ma di effettiva fusione comunicativa, nel suo configurarsi come legame dialogante in grado di recare benefici sia al bambino che all’adulto. Una ninna nanna per ogni lingua: gli esempi più noti Le ninne nanne si trovano nella cultura di tutti i popoli: proprio per questo, la Commissione europea ha ideato il progetto Lullabies of Europe, allo scopo di catalogare tutte le ninne nanne europee, tradotte in sette lingue – inglese, ceco, danese, italiano, romeno, greco e turco – in quanto patrimonio culturale […]

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Cinema e Serie tv

I 10 film con maggiori incassi nella storia del cinema

Film con maggiori incassi, abbiamo scelti i più belli Fin dai suoi albori, allorquando Thomas Alva Edison, i fratelli Skladonowsky e i fratelli Lumière si contendevano l’invenzione della cinematografia, l’opera cinematografica ha necessitato di una vera e propria organizzazione imprenditoriale, ai fini della sua creazione ed utilizzazione. La costruzione di una struttura tecnico-finanziaria destinata alla produzione di film si impose molto presto nel panorama industriale della settima arte: in particolare, il modo di produzione “hollywoodiano” prevedeva la proprietà diretta dei mezzi di produzione da parte di alcune grandi majors, in grado di garantire il possesso di stabilimenti attrezzati per l’allestimento dei set, con sezioni tecniche per tutte le specializzazioni fondamentali per la realizzazione di un film, ovvero la sartoria, la scenotecnica, il make-up, la falegnameria, l’equipaggiamento tecnico indispensabile alle riprese, i laboratori di sviluppo e stampa, le grandi estensioni di terreno per gli esterni e un’organizzazione del lavoro integrata che accompagnasse il prodotto nelle sale cinematografiche, passando per il lancio pubblicitario e il lavoro di ufficio stampa. Budget da capogiro per i film kolossal più noti   Per questa sua proiezione verso il mondo economico, l’industria del cinema si è confrontata nel tempo con budget monumentali, impegnandosi nella messa a punto di prodotti cinematografici dai costi esorbitanti, come i kolossal Ben Hur, I dieci comandamenti, Via col vento, Quo vadis e, in tempi più recenti, Titanic e le saghe Pirati dei Caraibi, Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Un film è, innanzitutto, un business enorme, altamente remunerativo in caso di successo planetario – garantito dalla novità, dagli effetti scenici inusitati e dalle scene sorprendenti – e proprio questo aspetto ha spesso spinto i produttori ad arrischiarsi, impegnandosi in cifre da svariati milioni di dollari che, però, hanno ampiamente ripagato.  La classifica dei film con maggiori incassi  Non a caso, tra i film con i maggiori incassi nella storia del cinema spiccano molti film d’azione e di fantascienza: – Avatar (2009): James Cameron stupisce con un film di fantascienza nel quale un veterano di guerra viene trasportato su Pandora, una pianeta dominato dalla popolazione aliena dei Na’vi; incasso: 2 miliardi e 788 milioni di dollari. – Titanic (1997): l’intramontabile film, sull’affondamento del ben noto transatlantico, per 12 anni si è confermato come blockbuster per eccellenza, con un incasso di 2 miliardi e 187 milioni di dollari. – Star Wars: Il risveglio della forza (2015): il settimo episodio di una delle saghe fantasy più amate nella storia del cinema, primo capitolo di una nuova trilogia ambientata trent’anni dopo gli eventi de Il ritorno dello Jedi, ha incassato 2 miliardi e 68 milioni di dollari. – Avengers: Infinity War (2018): il nuovo film Marvel porta sul grande schermo la più grande e fatale resa dei conti di tutti i tempi, nella quale il gruppo di Vendicatori impiega tutti i mezzi a disposizione per difendere il pianeta dal nuovo nemico, Thanos, un potente tiranno intergalattico, deciso a conquistare l’universo sfruttando il potere delle Gemme dell’Infinito; incasso: 2 miliardi e 48 milioni di dollari. – […]

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Culturalmente

Metrica latina: istruzioni per l’uso

Metrica latina, origini etimologiche La parola metrica, che si ricollega nell’etimologia al concetto di misura, indica l’insieme dei metri, ossia dei periodi ritmici dai quali veniva misurato, nella sua durata e variamente caratterizzato nel ritmo, il verso di tipo classico; essa, insieme ad altri espedienti della versificazione e all’eventuale raggruppamento strofico dei singoli versi, costituisce l’elemento basilare della poesia. La metrica classica, ideata dai Greci, adottata e rielaborata dai Romani, è la metrica quantitativa per eccellenza: in essa, cioè, il ritmo è strettamente connesso con la quantità o durata delle sillabe. Che cosa fosse precisamente tale quantità a base vocalica, non sappiamo; il senso vivo di essa si perdette sul finire dell’età pagana, pertanto i moderni solo imperfettamente percepiscono il verso antico, nel quale senza dubbio prevaleva un accento musicale.  Nozioni generali di prosodia e metrica  Richiedendo il ritmo intervalli fissi di tempo, le sillabe furono divise in due categorie e la durata delle sillabe brevi fu impiegata come unità di misura, mentre alle lunghe fu assegnata una durata doppia; la successione di sillabe brevi e lunghe in una stessa parola o in una serie di parole formava i diversi “piedi”, unità ritmiche analoghe alla battuta musicale; il gruppo di due o più piedi uguali formava la serie ritmica detta colon (gr. κῶλον); il gruppo di due o più cola formava il periodo ritmico detto “metro” che, se scritto sullo spazio di una riga, era chiamato dai Latini versus. Ogni piede si scompone in due parti: il tempo forte colpito dall’ictus – l’accento ritmico, o percussione – e corrispondente a maggiore intensità di voce, e il tempo debole. I versi classici, per lo più, si compongono di piedi uguali e desumono la denominazione generale dal piede che li costituisce, o talvolta dal poeta che per primo li adoperò. I principali piedi sono: il giambo, dal ritmo molto vicino a quello del linguaggio parlato; il trocheo, dal ritmo poco meno agile; il dattilo, il piede dell’epopea antica; lo spondeo, dal ritmo lento; l’anapesto, un dattilo a rovescio. La denominazione del verso evidenzia la tipologia dei piedi che lo compongono: ad esempio, l’esametro dattilico è formato da una sequenza di sei dattili; il senario giambico, il metro più adoperato dai Romani nei testi teatrali, è formato da una successione di sei giambi. Molti versi erano tipicamente connessi con determinati generi poetici: gli esempi più noti sono offerti dall’uso dell’esametro nell’epos e del distico elegiaco nella poesia amorosa; la satira, invece, si volse ai ritmi giambici e trocaici, che in seguito furono adottati dalla tragedia e dalla commedia per le parti dialogiche. Caratteristiche della metrica latina  Le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco e, soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei Romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini. La differenza più consistente rispetto a quella greca risiede nel fatto che, dato il diverso carattere della lingua e la natura […]

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Attualità

Gatto selvatico: raro avvistamento nel Parco dei Monti Aurunci

Il 14 febbraio il Parco Naturale dei Monti Aurunci ha reso noti, tramite la propria pagina Facebook, la notizia, le immagini e il breve video del sorprendente avvistamento di un esemplare di gatto selvatico all’interno del parco suddetto, ai confini tra il sud della provincia di Frosinone e quella di Latina. Ebbene, nel cuore di questa catena montuosa, a più di un’ora di cammino dal centro abitato, il raro esemplare è stato intercettato da una fototrappola posizionata in una zona di alta montagna, nel cuore della catena degli Aurunci, utilizzata per il monitoraggio del lupo. «Il gatto selvatico – hanno spiegato i Guardaparco Antonio Tedeschi e Paolo Perrella – è un predatore prevalentemente notturno, ma può trovarsi in attività, a compiere spostamenti, anche di giorno. Le sue abitudini, il suo carattere particolarmente elusivo, unito ad una vista, udito ed odorato sensibilissimi, rendono particolarmente difficile il suo avvistamento. Vive nelle zone montuose di latifoglie e tende ad evitare i luoghi frequentati dall’uomo. Gli esemplari di gatto selvatico sono caratterizzati dalla striatura dorsale e dalla grossa coda ad anelli. Raramente è stato avvistato sugli Aurunci, per questo quello di questi giorni è un evento veramente eccezionale». Il gatto selvatico europeo è, infatti, un animale particolarmente schivo, considerato dall’International Union for Conservation of Nature una specie «quasi minacciata». Nel nostro Paese si stima che esistano circa 700 individui di gatto selvatico, presenti in tutta l’area centro-meridionale, in Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Lazio, Sicilia e Sardegna; nell’Italia settentrionale la specie è segnalata tra Liguria e Piemonte, mentre sulle Alpi è presente nel settore orientale, soprattutto sulle Alpi Giulie, dove risiede la maggior parte degli esemplari dell’arco Alpino. La popolazione italiana di gatto selvatico in passato si era ridotta drasticamente, per la persecuzione da parte dell’uomo, che considerava l’animale “nocivo”, ma la tutela di questa specie e il miglioramento del suo habitat fanno ben sperare per il futuro; a ciò si aggiunge, tuttavia, il problema dell’ibridazione con i gatti domestici, che rende la specie vulnerabile per la possibilità di trasmissioni di malattie, dal domestico al selvatico, e per l’impoverimento genetico. Caratteristiche del gatto selvatico Il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) è una sottospecie di gatto selvatico che dimora nelle foreste di latifoglie dell’Europa occidentale, centrale e orientale, tendendo ad evitare i luoghi frequentati dall’uomo. Dal punto di vista morfologico, presenta delle similarità con il gatto domestico – disceso dalla sottospecie selvatica lybica, nordafricana – che, al contrario ha vissuto in intimo sodalizio con gli umani, ma ha una muscolatura più possente e maggiori dimensioni. Il pelo è relativamente lungo, soffice e sottile, superiormente grigio-giallastro, con fianchi e altre porzioni corporee striati di nero, e inferiormente bianco-giallastro; ha testa tonda, naso carnicino, occhi relativamente grandi, giallo-verdi; ha zampe di media lunghezza e coda lunga, uniformemente folta, con anelli e apice neri. Si nutre soprattutto di micromammiferi ed è dotato di olfatto, udito e vista eccellenti, anche in pessime condizioni di luce. Il gatto selvatico è un animale solitario e, anche nei casi in cui […]

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Culturalmente

Pompei: riaffiora un affresco raffigurante Narciso

A pochi mesi dallo svelamento del sorprendente affresco erotico di Leda e il cigno, gli archeologi hanno fatto riemergere dallo scavo della Regio V, nell’atrio della medesima dimora, un altro straordinario affresco raffigurante Narciso nell’atto di specchiarsi nell’acqua, invaghitosi della sua immagine, così come lo rappresenta l’iconografia classica. Tale nuovo ritrovamento è stato annunciato dalla direttrice ad interim del Parco Archeologico di Pompei, Alfonsina Russo, la quale ha dichiarato: «La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante. Ciò ci consentirà in futuro di aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di questa domus». È stato possibile effettuare tale scavo all’interno di una più vasta operazione di messa in sicurezza e riprofilamento, prevista dal Grande Progetto Pompei, che sta investendo gli oltre 3 km di perimetro fiancheggianti l’area non scavata della città antica. Così ha spiegato la direttrice: «Nel rimodulare la pendenza dei fronti che incombevano minacciosamente sulle strutture già in luce, sono venute fuori questi eccezionali ritrovamenti. In questa delicata fase il collega Massimo Osanna [a capo della direzione scientifica di archeologi che hanno condotto lo scavo] sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo per fornire il suo prezioso e competente supporto e garantire una linea di continuità scientifica alle attività di scavo». L’ubicazione dell’affresco nella domus di Pompei L’affresco da poco riaffiorato, durante tali interventi di consolidamento, è ubicato alle spalle dell’ambiente precedentemente intercettato, in una raffinata alcova, al centro di una delle pareti che hanno come caratteristica precipua l’intensità dei colori; la domus fin dal corridoio di ingresso accoglieva gli ospiti con l’immagine del benigno Priapo, augurale per la fertilità dei campi, dalle doti apotropaiche e di protezione, simile a quella della vicina Casa dei Vettii. Decori di IV stile caratterizzano la stanza di Leda, arricchita da ornamenti floreali, cornucopie e amorini; l’armonia di questi pregiati disegni doveva estendersi anche al soffitto, crollato nel corso dell’eruzione. Un elemento singolare riguarda proprio la recente scoperta: «Interessante, nell’atrio di Narciso – ha dichiarato Massimo Osanna – è la traccia ancora visibile delle scale e soprattutto il ritrovamento nello spazio del sottoscala, utilizzato come deposito, di una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo. Mentre una situla bronzea [ovvero un contenitore per liquidi] è stata rinvenuta accanto all’impluvium [la vasca che raccoglieva l’acqua piovana]». Il mito di Narciso oltre Pompei Il mito di Narciso è certamente uno dei più noti della mitologia greca, a tal punto da diventare una parola di uso comune per indicare una specifica caratteristica dell’uomo: l’amore smisurato per se stessi. Narciso era un giovane così avvenente che tutti, uomini e donne, s’innamoravano di lui; egli però non se ne curava, anzi preferiva trascorrere le giornate in solitudine, cacciando. Per questo, condannato ad innamorarsi perdutamente del suo riflesso, morì consumato dal fuoco di quell’amore irrealizzabile; altre fonti, invece, riferiscono che egli si gettò nel fiume, nell’estremo tentativo di […]

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Cucina e Salute

Il latte fa male? La parola alla divulgazione scientifica

Negli ultimi anni, in concomitanza con lo sviluppo di intolleranze alimentari via via più diffuse, si è rivolta sempre maggiore attenzione alle eventuali motivazioni della loro insorgenza e alla chimica degli alimenti, al fine di stabilire la loro “idoneità” o meno alla nutrizione umana adulta. In tale contesto, ha assunto notevole rilevanza la riflessione sul consumo di latte vaccino, da alcuni individui ben tollerato, da altri abusato, da altri ancora perfino “demonizzato”. Pare utile, dunque, sfatare qualche mito e chiarire qualche dubbio, facendo costante ed ovvio riferimento alla divulgazione scientifica, l’unica in grado di districare la questione spesso confusa al riguardo e fornire dei punti fermi cui attenersi, senza gli inutili allarmismi di alcuni che sono giunti perfino a definire l’impiego di latte «innaturale» e «contro la stessa fisiologia umana» (Latte e uova: perché uccidono, AgireOra Edizioni). Innanzitutto, chiariamo che il lattosio è il principale zucchero del latte, un disaccaride composto a sua volta da una molecola di glucosio e una molecola di galattosio, ovvero da due zuccheri semplici; tutti i mammiferi neonati possiedono la proteina lattasi, che agisce spezzando il lattosio nelle sue due componenti, rendendole assorbibili e utilizzabili dall’organismo. In origine, la natura aveva previsto che la lattasi non venisse più prodotta negli adulti, nei quali, al termine dello svezzamento, l’eventuale latte ingerito e metabolizzato dai batteri intestinali originava la produzione di gas e il richiamo di acqua per effetto osmotico, generando gli spiacevoli effetti – quali flatulenza, diarrea, costipazione – associati alla cosiddetta “intolleranza al lattosio”. Tuttavia, 1/3 della popolazione mondiale presenta la “persistenza della lattasi”, ovvero non ha alcun problema a consumare il latte da adulto: quindi, gli individui hanno capacità diverse di digerire il latte. Una mutazione genetica all’origine della capacità di consumare latte da adulti Colpisce il fatto che la capacità di produrre lattasi anche da adulti non sia distribuita omogeneamente: in Scandinavia essa supera il 90%, ma si riduce procedendo verso l’Europa meridionale. Ci affidiamo, dunque, alla valutazione in merito del noto divulgatore scientifico Dario Bressanini, al quale abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo: «L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, con il passaggio dalla vita nomade del nostro avo cacciatore-raccoglitore alla vita più stanziale basata sull’allevamento e l’agricoltura. In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta domesticati in Anatolia e nel vicino oriente per poi diffondersi nei millenni successivi in tutta Europa. (…) I primi studi effettuati in Europa hanno dimostrato che negli individui “lattasi persistenti” è presente una mutazione genetica che dona la capacità di digerire il latte da adulti. I nostri antenati del Neolitico, però, non erano ancora in grado di farlo perché la mutazione è apparsa in tempi più recenti. Questo tratto geneticamente dominante è comparso e si è diffuso meno di 10.000 anni fa in alcune popolazioni dedite alla pastorizia solo dopo l’abitudine, culturalmente trasmessa, di nutrirsi con il latte munto. (…) Non è stata la presenza del latte come alimento a […]

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Attualità

Castoro: dopo secoli torna a ripopolare l’Italia

Il castoro di nuovo in Italia dopo quattro secoli | Riflessioni Dopo 450 anni dalla sua estinzione locale, unitamente a svariati sforzi di protezione e reintroduzione compiuti in tutta Europa sin dalla seconda metà del secolo scorso, il castoro sembra aver fatto nuovamente capolino in Italia: un esemplare è stato, infatti, recentemente avvistato in Friuli Venezia Giulia. All’incirca nel corso di novembre 2018 un cacciatore di Tarvisio e un forestale regionale della stazione di Pontebba, in provincia di Udine, hanno osservato e fotografato alcuni salici profondamente scortecciati; simili tracce sono usualmente caratteristica degli ungulati ma, in questo caso, hanno suscitato sospetti. Nell’incertezza dell’attribuzione riguardo all’eccezionale avvistamento, si è avviato l’iter scientifico per capire se davvero si trattasse di un “ritorno”: pertanto, il Museo Friulano di Storia Naturale ha coinvolto Renato Pontarini, ricercatore del Progetto Lince Italia, in collaborazione con Luca Lapini del suddetto Museo, al fine di individuare l’autore delle anomalie mediante l’impiego di trappole videofotografiche e sensori di movimento: tali verifiche hanno confermato la presenza di un castoro – il primo sul territorio italiano da almeno quattro secoli – lungo lo Slizza, torrente che scorre in territorio friulano fino all’Austria, confluendo nel Danubio. «Speravamo che prima o poi sarebbe accaduto – commenta Pontarini – ma non pensavamo così presto. Negli ultimi mesi ho seguito anche la popolazione di castori in Carinzia, in Austria, che è florida e in aumento, dopo la reintroduzione avvenuta tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, ma questo animale ha risalito lo Slizza controcorrente per molti chilometri in poco tempo. Anche le lontre hanno seguito la stessa strada, giungendo in Italia dalla Carinzia e dalla Slovenia».  Un po’ di storia: verso l’estinzione del castoro nelle fonti I reperti sub-fossili, risalenti a circa 8.000 anni fa, testimoniano la presenza del castoro nell’Italia nord-orientale ma la specie europea si è estinta nel corso del XVI secolo, a causa della caccia spietata all’animale per la sua pelliccia, folta e idrorepellente, per l’utilizzo delle sue carni e per l’elevato valore del castoreum, un olio dall’odore muschiato prodotto dall’animale. Probabilmente dovuto all’accumulo nelle ghiandole del castoro di acido acetilsalicilico (principio attivo dell’aspirina) estratto dal salice, di cui il castoro si ciba, questo olio era in passato utilizzato come base per la fabbricazione di profumi e per le sue proprietà medicamentose. I Romani facevano largo impiego del castoreum: è citato da Celso, Plinio il Vecchio, Varrone, Quinto Sereno Sammonico, tant’è che, nel suo editto sui prezzi, l’imperatore Diocleziano incluse anche il prezzo delle pelli di castoro. È possibile che la caccia incontrollata attuata in età romana avesse prodotto in età Medievale un iniziale declino della specie, rendendola rara ma non ancora estinta: Dante nel XVII canto dell’Inferno colloca i castori in Germania (“E come là tra li Tedeschi lurchi/ lo bivero s’assetta a far sua guerra”), il poeta fiorentino di XIV secolo Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, poema didascalico di ispirazione dantesca, lo situa negli acquitrini del ferrarese (“Ne’ suoi laguni un animal ripara/ ch’è bestia e pesce, il qual Bevero ha nome”). Le ultime citazioni del […]

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Cucina e Salute

Domesticazione delle piante: origini e curiosità

La “rivoluzione neolitica” e la domesticazione delle piante L’agricoltura è il risultato di fondamentali salti evolutivi: infatti, le specie coltivate nell’aspetto e nelle caratteristiche attuali sono il prodotto di un processo di selezione, semina intenzionale e domesticazione di piante spontanee iniziato, in modo relativamente sincrono, verso la fine dell’ultima glaciazione – tra 12.000 e 3.000 anni fa – in tre centri d’origine – centro medio-orientale, centro asiatico e centro americano – molto distanti e non in contatto fra loro. Tale decisivo processo, che è stato denominato “rivoluzione neolitica”, ha costituito la più importante transizione culturale, sociale e tecnologica nella storia dell’uomo, dall’economia di sussistenza all’introduzione dell’agricoltura, avendo determinato la sedentarietà, l’esplosione demografica, la formazione di classi sociali, lo sviluppo di strumenti e macchine. Successivamente, con la scoperta del “Nuovo Mondo”, furono introdotte e diffuse in coltura nuove specie in Europa intorno al XVI-XVIII secolo. Tuttavia, come scrive il noto chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini sul blog Le Scienze, «Gli alimenti hanno una storia spesso sconosciuta ai più. La nostra cucina è basata su alimenti che per arrivare nel nostro Paese hanno viaggiato attraverso i continenti, modificandosi nel tragitto. (…) Gli alimenti non solo hanno viaggiato ma, muovendosi nel tempo e nello spazio, hanno modificato i loro geni, spontaneamente o artificialmente. Sapete che (…) l’arancio dolce non esiste allo stato selvatico ed è il risultato di un incrocio tra un mandarino cinese e il pomelo?». L’aspetto originario di alcune varietà ortofrutticole prima della domesticazione «Diamo spesso per scontato che i prodotti agricoli che acquistiamo e mangiamo abitualmente siano rimasti immutati nel corso dei millenni. In realtà non è così: il lento processo di domesticazione di vegetali e animali ha modificato profondamente le proprietà e l’apparenza stessa di molti prodotti» (Contro Natura, Bressanini-Mautino, Rizzoli, 2015): la domesticazione, infatti, ha operato una selezione preferenziale di alcuni esemplari comparsi in seguito a mutazioni genetiche casuali, con caratteristiche vantaggiose e sfruttabili a scopi alimentari. Ecco perché, «sempre più spaventati e confusi dai messaggi allarmistici dei media, ci siamo convinti che la “manipolazione” del cibo sia uno dei tanti mali della società odierna, dimenticando che l’intervento umano sulle specie vegetali è antico quanto l’invenzione dell’agricoltura stessa». (Contro Natura). Conseguentemente, si sono del tutto opacizzate per l’odierno consumatore le caratteristiche originarie di molte varietà ortofrutticole. Il mais deriva dal teosinte, pianta selvatica messicana, che in origine ospitava una singola pannocchia lunga 2-3 centimetri, composta di 20-30 semi, non gialli e molto duri. I pomodori selvatici erano piccolissimi, una sorta di bacche, e soprattutto erano gialli. Le melanzane, introdotte in Europa dai mercanti arabi, domesticate in India, erano molto piccole e amare. Le carote, domesticate circa 8000 anni fa in Afghanistan e giunte in Europa nel X sec. d.C., erano viola o gialle – mentre le carote bianche selvatiche, già note ai Romani, non sono mai state domesticate poiché, essendo amarissime, erano impiegate solo per scopi medicinali – ed erano utilizzate soprattutto per estrarre il colorante rosso; studiando le scene di mercato dipinte dai pittori fiamminghi e […]

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