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Eroica Fenice

Culturalmente

Metrica latina: istruzioni per l’uso

Metrica latina, origini etimologiche La parola metrica, che si ricollega nell’etimologia al concetto di misura, indica l’insieme dei metri, ossia dei periodi ritmici dai quali veniva misurato, nella sua durata e variamente caratterizzato nel ritmo, il verso di tipo classico; essa, insieme ad altri espedienti della versificazione e all’eventuale raggruppamento strofico dei singoli versi, costituisce l’elemento basilare della poesia. La metrica classica, ideata dai Greci, adottata e rielaborata dai Romani, è la metrica quantitativa per eccellenza: in essa, cioè, il ritmo è strettamente connesso con la quantità o durata delle sillabe. Che cosa fosse precisamente tale quantità a base vocalica, non sappiamo; il senso vivo di essa si perdette sul finire dell’età pagana, pertanto i moderni solo imperfettamente percepiscono il verso antico, nel quale senza dubbio prevaleva un accento musicale.  Nozioni generali di prosodia e metrica  Richiedendo il ritmo intervalli fissi di tempo, le sillabe furono divise in due categorie e la durata delle sillabe brevi fu impiegata come unità di misura, mentre alle lunghe fu assegnata una durata doppia; la successione di sillabe brevi e lunghe in una stessa parola o in una serie di parole formava i diversi “piedi”, unità ritmiche analoghe alla battuta musicale; il gruppo di due o più piedi uguali formava la serie ritmica detta colon (gr. κῶλον); il gruppo di due o più cola formava il periodo ritmico detto “metro” che, se scritto sullo spazio di una riga, era chiamato dai Latini versus. Ogni piede si scompone in due parti: il tempo forte colpito dall’ictus – l’accento ritmico, o percussione – e corrispondente a maggiore intensità di voce, e il tempo debole. I versi classici, per lo più, si compongono di piedi uguali e desumono la denominazione generale dal piede che li costituisce, o talvolta dal poeta che per primo li adoperò. I principali piedi sono: il giambo, dal ritmo molto vicino a quello del linguaggio parlato; il trocheo, dal ritmo poco meno agile; il dattilo, il piede dell’epopea antica; lo spondeo, dal ritmo lento; l’anapesto, un dattilo a rovescio. La denominazione del verso evidenzia la tipologia dei piedi che lo compongono: ad esempio, l’esametro dattilico è formato da una sequenza di sei dattili; il senario giambico, il metro più adoperato dai Romani nei testi teatrali, è formato da una successione di sei giambi. Molti versi erano tipicamente connessi con determinati generi poetici: gli esempi più noti sono offerti dall’uso dell’esametro nell’epos e del distico elegiaco nella poesia amorosa; la satira, invece, si volse ai ritmi giambici e trocaici, che in seguito furono adottati dalla tragedia e dalla commedia per le parti dialogiche. Caratteristiche della metrica latina  Le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco e, soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei Romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini. La differenza più consistente rispetto a quella greca risiede nel fatto che, dato il diverso carattere della lingua e la natura […]

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Attualità

Gatto selvatico: raro avvistamento nel Parco dei Monti Aurunci

Il 14 febbraio il Parco Naturale dei Monti Aurunci ha reso noti, tramite la propria pagina Facebook, la notizia, le immagini e il breve video del sorprendente avvistamento di un esemplare di gatto selvatico all’interno del parco suddetto, ai confini tra il sud della provincia di Frosinone e quella di Latina. Ebbene, nel cuore di questa catena montuosa, a più di un’ora di cammino dal centro abitato, il raro esemplare è stato intercettato da una fototrappola posizionata in una zona di alta montagna, nel cuore della catena degli Aurunci, utilizzata per il monitoraggio del lupo. «Il gatto selvatico – hanno spiegato i Guardaparco Antonio Tedeschi e Paolo Perrella – è un predatore prevalentemente notturno, ma può trovarsi in attività, a compiere spostamenti, anche di giorno. Le sue abitudini, il suo carattere particolarmente elusivo, unito ad una vista, udito ed odorato sensibilissimi, rendono particolarmente difficile il suo avvistamento. Vive nelle zone montuose di latifoglie e tende ad evitare i luoghi frequentati dall’uomo. Gli esemplari di gatto selvatico sono caratterizzati dalla striatura dorsale e dalla grossa coda ad anelli. Raramente è stato avvistato sugli Aurunci, per questo quello di questi giorni è un evento veramente eccezionale». Il gatto selvatico europeo è, infatti, un animale particolarmente schivo, considerato dall’International Union for Conservation of Nature una specie «quasi minacciata». Nel nostro Paese si stima che esistano circa 700 individui di gatto selvatico, presenti in tutta l’area centro-meridionale, in Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Lazio, Sicilia e Sardegna; nell’Italia settentrionale la specie è segnalata tra Liguria e Piemonte, mentre sulle Alpi è presente nel settore orientale, soprattutto sulle Alpi Giulie, dove risiede la maggior parte degli esemplari dell’arco Alpino. La popolazione italiana di gatto selvatico in passato si era ridotta drasticamente, per la persecuzione da parte dell’uomo, che considerava l’animale “nocivo”, ma la tutela di questa specie e il miglioramento del suo habitat fanno ben sperare per il futuro; a ciò si aggiunge, tuttavia, il problema dell’ibridazione con i gatti domestici, che rende la specie vulnerabile per la possibilità di trasmissioni di malattie, dal domestico al selvatico, e per l’impoverimento genetico. Caratteristiche del gatto selvatico Il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) è una sottospecie di gatto selvatico che dimora nelle foreste di latifoglie dell’Europa occidentale, centrale e orientale, tendendo ad evitare i luoghi frequentati dall’uomo. Dal punto di vista morfologico, presenta delle similarità con il gatto domestico – disceso dalla sottospecie selvatica lybica, nordafricana – che, al contrario ha vissuto in intimo sodalizio con gli umani, ma ha una muscolatura più possente e maggiori dimensioni. Il pelo è relativamente lungo, soffice e sottile, superiormente grigio-giallastro, con fianchi e altre porzioni corporee striati di nero, e inferiormente bianco-giallastro; ha testa tonda, naso carnicino, occhi relativamente grandi, giallo-verdi; ha zampe di media lunghezza e coda lunga, uniformemente folta, con anelli e apice neri. Si nutre soprattutto di micromammiferi ed è dotato di olfatto, udito e vista eccellenti, anche in pessime condizioni di luce. Il gatto selvatico è un animale solitario e, anche nei casi in cui […]

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Culturalmente

Pompei: riaffiora un affresco raffigurante Narciso

A pochi mesi dallo svelamento del sorprendente affresco erotico di Leda e il cigno, gli archeologi hanno fatto riemergere dallo scavo della Regio V, nell’atrio della medesima dimora, un altro straordinario affresco raffigurante Narciso nell’atto di specchiarsi nell’acqua, invaghitosi della sua immagine, così come lo rappresenta l’iconografia classica. Tale nuovo ritrovamento è stato annunciato dalla direttrice ad interim del Parco Archeologico di Pompei, Alfonsina Russo, la quale ha dichiarato: «La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante. Ciò ci consentirà in futuro di aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di questa domus». È stato possibile effettuare tale scavo all’interno di una più vasta operazione di messa in sicurezza e riprofilamento, prevista dal Grande Progetto Pompei, che sta investendo gli oltre 3 km di perimetro fiancheggianti l’area non scavata della città antica. Così ha spiegato la direttrice: «Nel rimodulare la pendenza dei fronti che incombevano minacciosamente sulle strutture già in luce, sono venute fuori questi eccezionali ritrovamenti. In questa delicata fase il collega Massimo Osanna [a capo della direzione scientifica di archeologi che hanno condotto lo scavo] sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo per fornire il suo prezioso e competente supporto e garantire una linea di continuità scientifica alle attività di scavo». L’ubicazione dell’affresco nella domus di Pompei L’affresco da poco riaffiorato, durante tali interventi di consolidamento, è ubicato alle spalle dell’ambiente precedentemente intercettato, in una raffinata alcova, al centro di una delle pareti che hanno come caratteristica precipua l’intensità dei colori; la domus fin dal corridoio di ingresso accoglieva gli ospiti con l’immagine del benigno Priapo, augurale per la fertilità dei campi, dalle doti apotropaiche e di protezione, simile a quella della vicina Casa dei Vettii. Decori di IV stile caratterizzano la stanza di Leda, arricchita da ornamenti floreali, cornucopie e amorini; l’armonia di questi pregiati disegni doveva estendersi anche al soffitto, crollato nel corso dell’eruzione. Un elemento singolare riguarda proprio la recente scoperta: «Interessante, nell’atrio di Narciso – ha dichiarato Massimo Osanna – è la traccia ancora visibile delle scale e soprattutto il ritrovamento nello spazio del sottoscala, utilizzato come deposito, di una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo. Mentre una situla bronzea [ovvero un contenitore per liquidi] è stata rinvenuta accanto all’impluvium [la vasca che raccoglieva l’acqua piovana]». Il mito di Narciso oltre Pompei Il mito di Narciso è certamente uno dei più noti della mitologia greca, a tal punto da diventare una parola di uso comune per indicare una specifica caratteristica dell’uomo: l’amore smisurato per se stessi. Narciso era un giovane così avvenente che tutti, uomini e donne, s’innamoravano di lui; egli però non se ne curava, anzi preferiva trascorrere le giornate in solitudine, cacciando. Per questo, condannato ad innamorarsi perdutamente del suo riflesso, morì consumato dal fuoco di quell’amore irrealizzabile; altre fonti, invece, riferiscono che egli si gettò nel fiume, nell’estremo tentativo di […]

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Cucina e Salute

Il latte fa male? La parola alla divulgazione scientifica

Negli ultimi anni, in concomitanza con lo sviluppo di intolleranze alimentari via via più diffuse, si è rivolta sempre maggiore attenzione alle eventuali motivazioni della loro insorgenza e alla chimica degli alimenti, al fine di stabilire la loro “idoneità” o meno alla nutrizione umana adulta. In tale contesto, ha assunto notevole rilevanza la riflessione sul consumo di latte vaccino, da alcuni individui ben tollerato, da altri abusato, da altri ancora perfino “demonizzato”. Pare utile, dunque, sfatare qualche mito e chiarire qualche dubbio, facendo costante ed ovvio riferimento alla divulgazione scientifica, l’unica in grado di districare la questione spesso confusa al riguardo e fornire dei punti fermi cui attenersi, senza gli inutili allarmismi di alcuni che sono giunti perfino a definire l’impiego di latte «innaturale» e «contro la stessa fisiologia umana» (Latte e uova: perché uccidono, AgireOra Edizioni). Innanzitutto, chiariamo che il lattosio è il principale zucchero del latte, un disaccaride composto a sua volta da una molecola di glucosio e una molecola di galattosio, ovvero da due zuccheri semplici; tutti i mammiferi neonati possiedono la proteina lattasi, che agisce spezzando il lattosio nelle sue due componenti, rendendole assorbibili e utilizzabili dall’organismo. In origine, la natura aveva previsto che la lattasi non venisse più prodotta negli adulti, nei quali, al termine dello svezzamento, l’eventuale latte ingerito e metabolizzato dai batteri intestinali originava la produzione di gas e il richiamo di acqua per effetto osmotico, generando gli spiacevoli effetti – quali flatulenza, diarrea, costipazione – associati alla cosiddetta “intolleranza al lattosio”. Tuttavia, 1/3 della popolazione mondiale presenta la “persistenza della lattasi”, ovvero non ha alcun problema a consumare il latte da adulto: quindi, gli individui hanno capacità diverse di digerire il latte. Una mutazione genetica all’origine della capacità di consumare latte da adulti Colpisce il fatto che la capacità di produrre lattasi anche da adulti non sia distribuita omogeneamente: in Scandinavia essa supera il 90%, ma si riduce procedendo verso l’Europa meridionale. Ci affidiamo, dunque, alla valutazione in merito del noto divulgatore scientifico Dario Bressanini, al quale abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo: «L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, con il passaggio dalla vita nomade del nostro avo cacciatore-raccoglitore alla vita più stanziale basata sull’allevamento e l’agricoltura. In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta domesticati in Anatolia e nel vicino oriente per poi diffondersi nei millenni successivi in tutta Europa. (…) I primi studi effettuati in Europa hanno dimostrato che negli individui “lattasi persistenti” è presente una mutazione genetica che dona la capacità di digerire il latte da adulti. I nostri antenati del Neolitico, però, non erano ancora in grado di farlo perché la mutazione è apparsa in tempi più recenti. Questo tratto geneticamente dominante è comparso e si è diffuso meno di 10.000 anni fa in alcune popolazioni dedite alla pastorizia solo dopo l’abitudine, culturalmente trasmessa, di nutrirsi con il latte munto. (…) Non è stata la presenza del latte come alimento a […]

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Attualità

Castoro: dopo secoli torna a ripopolare l’Italia

Il castoro di nuovo in Italia dopo quattro secoli | Riflessioni Dopo 450 anni dalla sua estinzione locale, unitamente a svariati sforzi di protezione e reintroduzione compiuti in tutta Europa sin dalla seconda metà del secolo scorso, il castoro sembra aver fatto nuovamente capolino in Italia: un esemplare è stato, infatti, recentemente avvistato in Friuli Venezia Giulia. All’incirca nel corso di novembre 2018 un cacciatore di Tarvisio e un forestale regionale della stazione di Pontebba, in provincia di Udine, hanno osservato e fotografato alcuni salici profondamente scortecciati; simili tracce sono usualmente caratteristica degli ungulati ma, in questo caso, hanno suscitato sospetti. Nell’incertezza dell’attribuzione riguardo all’eccezionale avvistamento, si è avviato l’iter scientifico per capire se davvero si trattasse di un “ritorno”: pertanto, il Museo Friulano di Storia Naturale ha coinvolto Renato Pontarini, ricercatore del Progetto Lince Italia, in collaborazione con Luca Lapini del suddetto Museo, al fine di individuare l’autore delle anomalie mediante l’impiego di trappole videofotografiche e sensori di movimento: tali verifiche hanno confermato la presenza di un castoro – il primo sul territorio italiano da almeno quattro secoli – lungo lo Slizza, torrente che scorre in territorio friulano fino all’Austria, confluendo nel Danubio. «Speravamo che prima o poi sarebbe accaduto – commenta Pontarini – ma non pensavamo così presto. Negli ultimi mesi ho seguito anche la popolazione di castori in Carinzia, in Austria, che è florida e in aumento, dopo la reintroduzione avvenuta tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, ma questo animale ha risalito lo Slizza controcorrente per molti chilometri in poco tempo. Anche le lontre hanno seguito la stessa strada, giungendo in Italia dalla Carinzia e dalla Slovenia».  Un po’ di storia: verso l’estinzione del castoro nelle fonti I reperti sub-fossili, risalenti a circa 8.000 anni fa, testimoniano la presenza del castoro nell’Italia nord-orientale ma la specie europea si è estinta nel corso del XVI secolo, a causa della caccia spietata all’animale per la sua pelliccia, folta e idrorepellente, per l’utilizzo delle sue carni e per l’elevato valore del castoreum, un olio dall’odore muschiato prodotto dall’animale. Probabilmente dovuto all’accumulo nelle ghiandole del castoro di acido acetilsalicilico (principio attivo dell’aspirina) estratto dal salice, di cui il castoro si ciba, questo olio era in passato utilizzato come base per la fabbricazione di profumi e per le sue proprietà medicamentose. I Romani facevano largo impiego del castoreum: è citato da Celso, Plinio il Vecchio, Varrone, Quinto Sereno Sammonico, tant’è che, nel suo editto sui prezzi, l’imperatore Diocleziano incluse anche il prezzo delle pelli di castoro. È possibile che la caccia incontrollata attuata in età romana avesse prodotto in età Medievale un iniziale declino della specie, rendendola rara ma non ancora estinta: Dante nel XVII canto dell’Inferno colloca i castori in Germania (“E come là tra li Tedeschi lurchi/ lo bivero s’assetta a far sua guerra”), il poeta fiorentino di XIV secolo Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, poema didascalico di ispirazione dantesca, lo situa negli acquitrini del ferrarese (“Ne’ suoi laguni un animal ripara/ ch’è bestia e pesce, il qual Bevero ha nome”). Le ultime citazioni del […]

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Cucina e Salute

Domesticazione delle piante: origini e curiosità

La “rivoluzione neolitica” e la domesticazione delle piante L’agricoltura è il risultato di fondamentali salti evolutivi: infatti, le specie coltivate nell’aspetto e nelle caratteristiche attuali sono il prodotto di un processo di selezione, semina intenzionale e domesticazione di piante spontanee iniziato, in modo relativamente sincrono, verso la fine dell’ultima glaciazione – tra 12.000 e 3.000 anni fa – in tre centri d’origine – centro medio-orientale, centro asiatico e centro americano – molto distanti e non in contatto fra loro. Tale decisivo processo, che è stato denominato “rivoluzione neolitica”, ha costituito la più importante transizione culturale, sociale e tecnologica nella storia dell’uomo, dall’economia di sussistenza all’introduzione dell’agricoltura, avendo determinato la sedentarietà, l’esplosione demografica, la formazione di classi sociali, lo sviluppo di strumenti e macchine. Successivamente, con la scoperta del “Nuovo Mondo”, furono introdotte e diffuse in coltura nuove specie in Europa intorno al XVI-XVIII secolo. Tuttavia, come scrive il noto chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini sul blog Le Scienze, «Gli alimenti hanno una storia spesso sconosciuta ai più. La nostra cucina è basata su alimenti che per arrivare nel nostro Paese hanno viaggiato attraverso i continenti, modificandosi nel tragitto. (…) Gli alimenti non solo hanno viaggiato ma, muovendosi nel tempo e nello spazio, hanno modificato i loro geni, spontaneamente o artificialmente. Sapete che (…) l’arancio dolce non esiste allo stato selvatico ed è il risultato di un incrocio tra un mandarino cinese e il pomelo?». L’aspetto originario di alcune varietà ortofrutticole prima della domesticazione «Diamo spesso per scontato che i prodotti agricoli che acquistiamo e mangiamo abitualmente siano rimasti immutati nel corso dei millenni. In realtà non è così: il lento processo di domesticazione di vegetali e animali ha modificato profondamente le proprietà e l’apparenza stessa di molti prodotti» (Contro Natura, Bressanini-Mautino, Rizzoli, 2015): la domesticazione, infatti, ha operato una selezione preferenziale di alcuni esemplari comparsi in seguito a mutazioni genetiche casuali, con caratteristiche vantaggiose e sfruttabili a scopi alimentari. Ecco perché, «sempre più spaventati e confusi dai messaggi allarmistici dei media, ci siamo convinti che la “manipolazione” del cibo sia uno dei tanti mali della società odierna, dimenticando che l’intervento umano sulle specie vegetali è antico quanto l’invenzione dell’agricoltura stessa». (Contro Natura). Conseguentemente, si sono del tutto opacizzate per l’odierno consumatore le caratteristiche originarie di molte varietà ortofrutticole. Il mais deriva dal teosinte, pianta selvatica messicana, che in origine ospitava una singola pannocchia lunga 2-3 centimetri, composta di 20-30 semi, non gialli e molto duri. I pomodori selvatici erano piccolissimi, una sorta di bacche, e soprattutto erano gialli. Le melanzane, introdotte in Europa dai mercanti arabi, domesticate in India, erano molto piccole e amare. Le carote, domesticate circa 8000 anni fa in Afghanistan e giunte in Europa nel X sec. d.C., erano viola o gialle – mentre le carote bianche selvatiche, già note ai Romani, non sono mai state domesticate poiché, essendo amarissime, erano impiegate solo per scopi medicinali – ed erano utilizzate soprattutto per estrarre il colorante rosso; studiando le scene di mercato dipinte dai pittori fiamminghi e […]

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Culturalmente

Falso il papiro di Artemidoro: Spataro archivia il caso

Il papiro di Artemidoro, a lungo considerato un documento storico di inestimabile valore, è stato definitivamente dichiarato falso, dopo anni di scrupolose indagini. Il reperto è stato oggetto di un crescendo di posizioni contrastanti tra i fautori o meno della sua autenticità, finché la Procura di Torino ne ha stabilito la falsità nei confronti di Serop Simonian, mercante d’arte di origine armena, che nel 2004 riuscì a venderlo per un corrispettivo di 2 milioni e 750 mila euro alla Fondazione per l’Arte della Compagnia San Paolo, spacciandolo per un prezioso documento storico del I secolo a.C. Tuttavia, pur trattandosi di una truffa aggravata per i magistrati torinesi, essa resterà impunita: «Il procedimento penale – ha dichiarato in una nota stampa Armando Spataro, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino – si è concluso con un’archiviazione delle accuse per intervenuta prescrizione e per questo motivo è stato ritenuto inutile disporre una consulenza tecnica, tanto più che i costi di questa non potrebbero essere giustificati». Il reperto è stato comprovato quale falso sulla base di numerose verifiche In primo luogo, l’indagine era stata avviata, mediante un esposto presentato alla procura di Torino nell’ottobre 2013, dal più noto assertore della falsità del Papiro di Artemidoro, ovvero il filologo classico, storico e saggista italiano Luciano Canfora, che riteneva il papiro opera di Costantino Simonidis, un falsario greco attivo nell’Ottocento e avvezzo a ricostruire, sulla base di frammenti, falsi di documenti dell’antichità greca. Attraverso svariate prove a conferma della sua tesi – ovvero gli interessi geografici di Simonidis, le numerose convergenze linguistiche fra il testo del papiro e vari scritti di Simonidis e una sorta di autoidentificazione di Simonidis con Artemidoro, in una sua autobiografia fittizia – lo studioso italiano sollevò una polemica molto accesa con quanti, al contrario, valutavano autentico il papiro, tra i quali il noto archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis che, sulla base di indagini fisico-chimiche, paleografiche e bibliologiche, aveva datato il papiro intorno al I secolo d.C. Tuttavia, la salda convinzione circa la falsità del papiro aveva già spinto l’ex direttrice del Museo Egizio di Torino, Eleni Vassilika, a rifiutarsi di esporre il reperto allorquando la Fondazione lo aveva affidato in comodato d’uso gratuito al prestigioso Museo torinese; inoltre, recentemente un intervento del filologo inglese Richard Janko ha messo in luce significative identità stilistiche fra i disegni realizzati da Simonidis e quelli presenti sul papiro, ad ulteriore conferma dei gravi indizi di inautenticità del reperto. Pertanto, le attuali indagini hanno validato i sospetti riguardanti il più scottante caso di falsificazione degli ultimi decenni. Il testo del papiro, oggi dichiarato falso, si riteneva riproducesse un’opera di Artemidoro di Efeso L’opera si compone di frammenti di varie dimensioni, per una lunghezza di circa 2,5 metri e un’altezza di 32,5 centimetri. Il testo greco vergato sul reperto è stato attribuito ad Artemidoro, geografo efesino di II-I sec. a.C., perché un suo frammento ci era giunto per tradizione indiretta in una citazione di Costantino Porfirogenito, imperatore bizantino di X secolo, nel suo De […]

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Culturalmente

Lisippo conteso: il Getty Museum deve restituirlo all’Italia

Si è recentemente disposto il ritorno del Lisippo in Italia «Il Lisippo deve ritornare in Italia: è l’ultima parola della giustizia italiana»: così si è pronunciata la dott.ssa Silvia Cecchi, Sostituto Procuratore della Repubblica a Pesaro, in merito alla battaglia giudiziaria riguardante la contesa scultura bronzea dell’atleta vittorioso. Si tratta, per l’appunto, dell’Atleta di Fano, datato tra il IV e il II secolo a.C., attribuito, su base stilistica, allo scultore greco Lisippo – famoso per essere stato il ritrattista ufficiale di Alessandro Magno – o comunque ad ambito lisippeo. Il bronzo fu ripescato casualmente al largo di Fano, sulla costa marchigiana, il 14 agosto 1964, da un peschereccio italiano e, dopo vicende poco note e documentate, fu acquistato dal Getty Museum di Malibù nel 1977 per circa 4 milioni di dollari. Sin dalla sua acquisizione, tuttavia, si sono svolte contestazioni e rivendicazioni di paternità tra l’Italia e il Museo californiano, dove la statua costituisce una delle attrazioni più popolari della collezione Getty, ubicata nel museo d’arte di Los Angeles, fondato dall’imprenditore e collezionista d’arte statunitense Jean Paul Getty, che raccoglie dipinti, disegni, sculture, codici miniati e arti decorative europee.  La battaglia legale per la rivendicazione del Lisippo dura da cinquant’anni L’Italia ha sempre ritenuto che l’opera fosse stata esportata negli Stati Uniti illegittimamente – resta, infatti, effettivamente un mistero come questa sia arrivata negli States entrando a far parte della collezione Getty, dopo essere scomparsa in Italia in circostanze poco chiare – ed ha ripetutamente presentato, nell’arco di un cinquantennio, svariate richieste formali di restituzione; tale accalorata disputa si è gradualmente mutata in una vera e propria battaglia legale, aperta con il ministro Rocco Buttiglione e proseguita con una iniziale conquista nel 2006, allorquando il vice premier Francesco Rutelli ottenne dal Getty Museum la restituzione di 39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di Morgantina; tuttavia il “Victorius Youth”, così come è noto in America, fu trattenuto.  Il procedimento giudiziario proseguì per anni, con l’intervento nel 2007 dell’associazione culturale marchigiana “Le Cento Città”, la quale presentò un esposto alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando; nel 2009 la magistratura pesarese si pronunciò sulla vicenda su richiesta della Procura, per la confisca del bronzo in quanto “bene inalienabile dello Stato” e nel 2010 il GIP del Tribunale di Pesaro Lorenza Mussoni dispose il sequestro dell’opera. I ricorsi del Getty Museum proseguirono, finché si giunse al momento culminante della disputa, con l’ingiunzione definitiva di confisca del Lisippo l’8 giugno 2018 da parte della magistratura di Pesaro, con conseguente ricorso alla Cassazione presentato dai legali del Getty Museum: tuttavia, il 4 dicembre 2018 la Corte Suprema di Roma ha respinto integralmente l’appello del Getty e confermato l’ordine di rimpatrio emesso lo scorso giugno dal giudice di Pesaro Giacomo Gasperini, rendendo definitiva, con tale pronunciamento, la confisca immediatamente esecutiva della statua. La fine di una battaglia e la reazione del Getty Museum sul conteso Lisippo «Abbiamo buone speranze – conclude finalmente la dott.ssa Cecchi – e stiamo preparando la […]

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Culturalmente

Dante non smette di stupire: una missiva ne ridata l’esilio

La scoperta che potrebbe rivoluzionare la biografia di Dante Alighieri giunge da un docente dell’Università di Verona  Stando ad un recente studio accademico del prof. Paolo Pellegrini, docente di Filologia e linguistica italiana presso l’Università di Verona, plausibilmente un intero capitolo della biografia dantesca potrebbe necessitare di una robusta riscrittura: è, infatti, possibile che il Sommo Poeta avesse prolungato il suo soggiorno quale esule a Verona, il che renderebbe la città scaligera la sede in cui Dante, dopo Firenze, dimorò più a lungo. Tale datazione è stata desunta da una missiva, inviata nel 1312 da Cangrande della Scala, signore di Verona, al nuovo imperatore Enrico VII, che potrebbe essere inglobata nel corpus letterario di Dante: infatti, come chiarisce il prof. Pellegrini, «la lettera proviene da una raccolta di testi del buon scrivere, che il notaio e maestro di ars dictaminis Pietro dei Boattieri, attivo a Bologna tra Due e Trecento, aveva incluso in un codice confluito più tardi in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, il Magliabechiano II IV 312. In essa Cangrande denunciava a Enrico VII i gravi dissensi sorti all’interno dei sostenitori dell’Impero, Filippo d’Acaia, nipote dell’imperatore e vicario imperiale di Pavia, Vercelli e Novara, e Werner von Homberg, capitano generale della Lombardia, e manifestava tutta la propria preoccupazione, invitandolo a riportare la pace e la concordia prima che altre membra del corpo imperiale si sollevassero le une contro le altre armate». Le prove proposte a sostegno della paternità dantesca della lettera  Dunque, trattandosi di una lettera dal notevole contenuto, è possibile che Cangrande si sia servito per la sua stesura dell’ausilio di Dante: si ricordi, infatti, il legame di amicizia dei due e l’encomio che a questi il Poeta riservò nel XVII canto del Paradiso, il più sentito e suggestivo che sia stato dedicato dall’Alighieri ad un vivente. Ebbene, il prof. Pellegrini, a sostegno di questa ipotesi, adduce una serie di motivazioni stilistiche e linguistiche che renderebbero davvero alta la probabilità che sia stato proprio Dante l’autore dell’importante missiva.  In particolare, in essa è presente un riferimento ai passi di due Variae di Cassiodoro, già impiegate da Dante: nella cosiddetta “arenga” del 1306, ovvero l’exordium, articolato e retoricamente sostenuto, dell’atto di pace stipulato in Lunigiana tra i marchesi Malaspina – dei quali Dante rappresentava il procuratore – e il vescovo-conte di Luni, in cui con appassionato vigore si condannano fermamente le discordie che affliggono la Lunigiana e che vengono ricondotte alla diabolica azione del Maligno, e nell’Epistola “Ai signori d’Italia”; inoltre, i perfidi autori dei dissidi imperiali sono denominati vasa scelerum, sintagma che non ha riscontro nella produzione latina di età medievale, ma indubbiamente richiama il“vasel d’ogni froda” che Dante attribuisce a frate Gomita nel XXII canto dell’Inferno. «Certamente – aggiunge il prof. Pellegrini – la consistenza dei richiami intertestuali dovrà accompagnarsi a capillari verifiche sulle concordanze dantesche e sui più ampi corpora della latinità medievale; ma, a mio avviso, tutto ciò non farà altro che confermare quanto appare chiaro sin da questi primi assaggi: dovendo scrivere una lettera delicatissima […]

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Culturalmente

Mar Nero: ritrovato un relitto greco di 2400 anni

Ritrovato nel Mar Nero il relitto di una nave mercantile greca  Un team anglo-bulgaro di archeologi, guidati dal britannico J. Adams, nell’ambito del programma di ricerca sottomarino Black Sea Maritime Archaeology Project, ha recentemente scoperto quella che potrebbe ritenersi la nave più antica mai ritrovata dall’uomo, a circa 80 km dalle coste bulgare di Burgas, adagiata indisturbata sui fondali del Mar Nero da 2400 anni, in base ai risultati del test al carbonio 14; si tratta di un’imbarcazione mercantile lunga 23 metri, preservatasi quasi del tutto intatta, completa di albero, timone, contenuto della stiva – anche se gli oggetti all’interno del vascello non sono ancora stati resi noti – e postazioni per gli addetti ai remi; era adoperata per fini commerciali ed era originaria della Grecia. Tali condizioni ottimali del relitto sono motivate dall’habitat peculiare di un bacino chiuso e preistorico come il Mar Nero e dall’ubicazione sui suoi fondali, a circa 2 km di profondità, dunque in assenza di ossigeno, che è responsabile di eventuali fenomeni di usura dei materiali organici. Helen Farr, membro della spedizione di archeologi autori della scoperta, ha dichiarato alla BBC: «Questo è un altro mondo. Quando il Rov, il veicolo telecomandato, scende giù attraverso la colonna d’acqua e tu scopri questa nave apparire nella luce in basso, preservata in ottime condizioni in fondo al mare, ti senti come se fossi tornato indietro nel tempo». Il prof. J. Adams, responsabile della ricerca nell’ambito del progetto di esplorazione e mappatura del Mar Nero, che si dichiara oltremodo colpito, ha così rivelato al The Guardian: «Una nave sopravvissuta intatta dall’epoca classica è qualcosa che non avrei mai creduto possibile vedere. Si tratta di un ritrovamento che cambierà le nostre conoscenze e la nostra comprensione delle attività di cantieristica e della marineria del mondo antico». Il relitto non sarà rimosso dai fondali del Mar Nero, per preservarne lo stato di conservazione Allo stato attuale non vi è un progetto per riportare il relitto in superficie, sia per i costi elevati di un simile procedimento, sia perché occorrerebbe suddividerlo in pezzi: per questo, Adams e la sua équipe di ricercatori, dopo aver predisposto le opportune valutazioni, si dicono persuasi a lasciare il vascello sul fondo del Mar Nero, per evitare che un suo eventuale spostamento minacci di danneggiare o perfino distruggere la nave più antica di tutta la storia dell’umanità. Tuttavia, ne è stato recuperato un frammento, condotto all’Università di Southampton per ulteriori analisi, le quali hanno anche consentito di confermare la datazione; per il momento «è al sicuro, non si sta deteriorando ed è improbabile che attragga cacciatori di tesori», ha spiegato la Farr. Il sito in cui giace la nave greca è, in realtà, disseminato di relitti: la scoperta della nave – che potrebbe aver fatto naufragio durante una tempesta, il che non esclude la possibilità che i corpi dei membri dell’equipaggio siano conservati nei sedimenti circostanti la nave – giunge, infatti, al culmine di un progetto che nel corso di tre anni ha consentito la localizzazione […]

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Culturalmente

Aquinum: rinvenute tre teste marmoree di età romana

Nel corso dello scorso mese sono riemerse nell’area archeologica di Aquinum tre teste marmoree alquanto ben conservate Presso la colonia romana di Aquinum, nel complesso archeologico ubicato nel territorio comunale di Castrocielo, in provincia di Frosinone, è stata recentemente ultimata un’incredibile scoperta, da parte di un’équipe di Archeologi dell’Università del Salento: gli studiosi, infatti, hanno rinvenuto tre splendide teste marmoree di età romana. Lo straordinario ritrovamento, verificatosi nel corso delle periodiche campagne di scavo di un’area prima privata, ora acquisita dal Comune, dirette dal 2009 dal prof. Giuseppe Ceraudo del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, su Concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, è stato reso possibile grazie all’utilizzo di droni e riprese aeree dell’antica colonia di Aquinum, sito strategico in età romana fra l’Urbe e Latina: tali droni, lanciati in volo in un’area prossima all’antico teatro, hanno consentito di rilevare con precisione millimetrica una crescita disomogenea dell’erba: «Erano i resti di un grande edificio porticato – spiega il prof. Ceraudo, direttore degli scavi – disposto lungo la via Latina che, probabilmente, vista la posizione centrale all’interno della colonia, sono da mettere in connessione con il Foro, il cuore della città. Lì, scavando, abbiamo trovato l’angolo del porticato: nel punto in cui si connetteva con una strada c’erano le tre teste». I reperti rinvenuti ad Aquinum potrebbero raffigurare Giulio Cesare, Eracle e una donna velata Si tratta di tre teste appartenenti a statue, scolpite nel marmo, plausibilmente databili al periodo intercorso tra l’età augustea e la successiva età giulio-claudia: la prima, di alto livello stilistico, che da una valutazione preliminare ha evidenziato analogie con altre rare raffigurazioni dello stesso, è stata identificata con uno dei protagonisti indiscussi della storia di Roma, ovvero Giulio Cesare; la seconda, frammentaria, ricciuta e barbuta, pare corrispondere all’iconografia di Ercole; una terza, velata, di un austero volto femminile, resta ancora da identificare. Le teste, sotterrate in un passato remoto e riemerse alla luce, sono incredibilmente alquanto ben conservate, nonostante si necessiti di ulteriori indagini. «Si tratta – precisa ancora il prof. Ceraudo – di una scoperta eccezionale, soprattutto se venisse confermata l’identità del personaggio maschile su cui stiamo lavorando; ad ogni modo, la prosecuzione delle ricerche potrà servire da volano per una migliore conoscenza e tutela del sito, anche in previsione di una futura valorizzazione strategica dell’area, che il Comune di Castrocielo ha iniziato ad attuare ormai da un decennio». Inoltre, i ricercatori palesano un certo stupore per l’inusuale e, dunque, ancor più sorprendente ritrovamento, dato il richiamo suscitato nel corso dei secoli da tali reperti su razziatori e mercanti d’arte, unitamente alla considerazione degli eventi catastrofici, quali inondazioni o terremoto, che avrebbero potuto inficiarne lo stato di conservazione. Il direttore degli scavi di Aquinum: «Abbiamo esplorato poco, là sotto c’è un mondo» L’intensa attività di ricognizione aerea della campagna di scavo in corso ha permesso di esplorare un nuovo settore nel cuore della città romana, in prossimità delle rovine ancora emergenti del Teatro, del Tempio […]

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Culturalmente

Le dodici fatiche di Ercole, quali erano e in cosa consistevano

Le dodici fatiche di Ercole ma prima…chi era Ercole? Il nome di Eracle, o Ercole alla latina, evoca l’idea stessa della forza fisica, dunque dell’eroe possente per antonomasia: l’iconografia greca e romana, infatti, insiste sugli attributi della clava e della pelle leonina. Sulle sue origini vi sono tradizioni differenti, dal momento che talvolta è annoverato fra gli dei, altre fra gli eroi, e questa contraddittorietà manifesta l’incertezza sulla sua natura: ma è proprio a tale duplicità che egli deve la sua intrinseca grandezza, poiché essa consentì agli uomini di riconoscersi nell’eroe ripetendone simbolicamente le gesta e di attingere così alla sfera rigenerante del divino. Su di lui, così si esprime sinteticamente e scherzosamente Luciano De Crescenzo in Elena, Elena, amore mio: «Figlio di Zeus e di Alcmena. La sua nascita fu avventurosa. Alcmena piaceva molto a Zeus ma era fedele al marito Anfitrione e non avrebbe mai accettato le proposte del padre degli dei. Allora Zeus pensò bene di prendere le sembianze di Anfitrione e di fermare il tempo, ovvero la Luna, il Sole e le Ore, in modo da consumare l’adulterio in santa pace. Eracle nacque dalla loro unione; era così forte che quando Era, gelosa, gli inviò due serpenti per ucciderlo, lui li strozzò nella culla, malgrado avesse solo pochi mesi. Eracle desiderò l’immortalità e Zeus gliela promise a condizione che superasse le dodici fatiche commissionate da Euristeo, il re di Tirinto e di Micene. Euristeo lo costrinse ad affrontare alcuni animali mostruosi (…) e a risolvere alcune incombenze più o meno sgradevoli (…)». Le dodici fatiche di Ercole (prima parte) Il ciclo che ruota intorno a questo semidio, in greco chiamato dōdékathlos, letteralmente “dodici fatiche”, impostegli per la durata di dodici anni come prezzo per la sua immortalità, comprende in primo luogo l’uccisione di due animali mostruosi: il leone di Nemea, dalla pelle invulnerabile, immobilizzato in una caverna, strozzato a mani nude e scuoiato; l’Idra di Lerna, un gigantesco serpente a più teste – delle quali la centrale era immortale, le altre ricrescevano incessantemente se recise – che Eracle riuscì a sconfiggere bruciando le sue teste con dei tronchi infuocati e schiacciando quella immortale con un macigno.  In seguito, l’eroe fu impegnato nella cattura della cerva di Cerinea, sacra ad Artemide, dalle corna e dagli zoccoli d’oro, che aveva il potere di incantare chiunque la inseguisse, conducendolo in luoghi dai quali non avrebbe più fatto ritorno, e del feroce cinghiale di Erimanto, che causava gravi danni nei campi dell’Attica. Seguono la pulizia delle stalle di Augia, non ripulite da trent’anni, che Eracle lavò in un solo giorno, deviando il corso di due fiumi, e la dispersione degli uccelli del lago Stinfalo, pennuti mostruosi, con piume, becco ed artigli di bronzo, che devastavano la regione cibandosi di carne umana e usando le proprie penne a mo’ di frecce, che Eracle annientò in parte stordendoli mediante sonagli di bronzo donatigli da Atena, in parte trafiggendoli con frecce avvelenate con il sangue dell’Idra. Le successive sei fatiche Le fatiche seguenti comprendono la […]

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Culturalmente

La bella ‘mbriana e altre tradizioni napoletane

La bella ‘mbriana, i miracoli e ‘o munaciello, Napoli tra tradizione e lingua nel nostro articolo A proposito di Napoli, così scriveva nel 1919 in Storie e leggende napoletane Benedetto Croce, stabilitosi nella città partenopea fin dal 1886: «È dolce sentirsi chiusi nel grembo di queste vecchie fabbriche, vigilati e tutelati dai loro sembianti familiari (…); a me giova intanto, all’ombra degli alti tetti e tra le angustie delle vecchie vie, riparare nella più vasta ombra delle memorie». Ed effettivamente, è proprio questa la suggestività della città, tra le più ricche di memoria, che col suo richiamo suggerisce al viaggiatore una miriade di segreti e storie tali da renderla la culla dei misteri del Mediterraneo. La sua stratificazione culturale è il prodotto di secoli di dominazioni e interscambi, che si riverberano nel pullulare di enigmi seducenti, tradizioni, storielle, leggende, figure mitiche e popolari uniche nel loro genere, in questa città dai mille volti. Tradizioni secolari: la liquefazione del sangue di alcuni santi a Napoli Come non soffermarsi sul fenomeno della liquefazione del sangue di alcuni santi conservato in ampolle custodite i monasteri, chiese e cappelle appartenenti a famiglie nobili napoletane. «Il fenomeno del passaggio del sangue dallo stato solido a quello liquido e il ritorno, poi, allo stato solido si ripete da secoli fino ad oggi in date precise per alcuni santi, per altri il fenomeno ha cessato la sua attività per motivi sconosciuti o è attualmente ancora allo stato liquido. Questi eventi “prodigiosi” sono per il credente simbolo di una fede che si rinnova ogni anno nel ricordo dei santi martiri, nella consuetudine dei secoli. (…) Napoli può essere considerata, da moltissimi anni, la capitale delle reliquie, in quanto custodisce circa duecento ampolle, nelle quali è conservato il sangue di santi e martiri. Infatti, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, avvenuto nel 1453, molte immagini religiose e reliquie varie furono portate a Napoli e da allora sono state custodite, come già detto in precedenza, in monasteri, chiese e cappelle di famiglie nobili napoletane, anche se con il tempo molte sono cadute nell’oblio»: così scrivono Elisa Rampone Chinni e Tina Palumbo De Gregorio in Curiosità napoletane. Storie, aneddoti e modi di dire della tradizione popolare, le quali ricordano la presenza a Napoli di boccette contenenti il sangue di Santo Stefano, San Luigi Gonzaga, San Lorenzo, San Giovanni Battista, Santa Patrizia, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Filippo Neri, San Camillo de Lellis e, ovviamente, di San Gennaro, il caso più conosciuto e celebrato, nel quale i napoletani ripongono il massimo sigillo delle loro speranze, come ricorda il famoso detto «San Genna’ pienzece tu!». Tradizioni e lingua: bella ‘mbriana e ‘o munaciello Come ha abilmente evidenziato Nicola De Blasi nel suo Profilo linguistico della Campania, «Le parole del dialetto conservano spesso uno stretto legame con la cultura materiale e con gli usi tradizionali. (…) Tra le parole che riportano a credenze tradizionali ricordiamo qui “controra”, con cui in genere si indicano le ore del primo pomeriggio; ma a Procida “chentrora” è un essere favoloso, […]

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Cinema e Serie tv

Netflix: le serie televisive più belle da rivedere questa estate

Serie Netflix da non perdere, ecco le nostre preferite. Attenzione: qui trovi solo serie televisive bellissime! È sempre più difficile oggi orientarsi nella scelta di quale serie televisiva cominciare. Soprattutto da quando è arrivato Netflix, la migliore piattaforma per la fruizione di contenuti multimediali d’intrattenimento, che offre la visione di una vasta gamma di prodotti come film, show, documentari in streaming su internet, in modalità on demand. Si tratta di un servizio a pagamento sottoscrivibile con abbonamento mensile, ottimizzato per un utilizzo tramite browser desktop, ma usufruibile anche su dispositivi mobili Android e iOS, grazie all’applicazione dedicata, oltre che su Smart TV e console per videogiochi. Grazie a tali punti di forza, Netflix ha riscontrato un rapido incremento di popolarità, dopo aver reso accessibile il servizio di streaming in oltre 190 paesi dal gennaio 2016 ed essersi affermato come leader del settore on demand con i suoi 125 milioni di utenti abbonati in tutto il mondo nel 2018. Entrato nel settore della produzione nel 2013 con la sua prima serie, House of Cards, ha in seguito ampliato notevolmente l’offerta pubblicando circa 126 serie o film originali nel 2016, più di qualsiasi altro network o canale via cavo. Ebbene, complici le vacanze, il tempo libero e i ritmi meno serrati, i mesi caldi sono il periodo perfetto per rilassarsi, recuperando alcune serie tv belle arretrate: oltre a grandi nuove stagioni di serie già avviate e che hanno confermato il loro livello, ci sono, infatti, molti titoli inediti che hanno fatto il loro debutto, alzando l’asticella di un mondo seriale sempre più variegato e attento alla diversità. In questa piccola selezione sono presenti grandi cult, serie recenti e docu-serie più ibride, non propriamente fiction: insomma, moltissimi episodi da recuperare, in una stagione televisiva che ormai non si ferma più. Ecco la nostra lista delle serie tv Netflix più belle.  Serie Netflix, la nostra top 7 La casa di carta Cominciamo la nostra lista  con le serie tv migliori con un prodotto televisivo spagnolo, che rappresenta senza dubbio il cult del momento e racconta in due stagioni – Netflix ha recentemente confermato la terza – quella che viene considerata la più grande rapina della storia, commessa all’interno della Zecca di Stato di Madrid da otto malviventi, che indossano le maschere di Salvador Dalì, per stampare oltre due miliardi di euro in biglietti da 50. È «un’allegoria della ribellione», come ha scritto Le Monde, perché la banda tecnicamente non ruba, ma si appropria dei mezzi di produzione del capitalismo, sputando in faccia all’alta finanza che tutti prende per i fondelli: non a caso, si cita la rivolta popolare de la Puerta del Sol a Madrid, nel 2011, quando nacque il movimento degli Indignados; «un mix tra colpo hollywoodiano y mucho amor», come lo ha definito Vanity Fair, pieno di paradossali colpi di scena, da non perdere. Breaking bad Uscita nel 2008 si piazza, senza dubbio, nel podio delle serie tv più belle: un insegnante di chimica, con un cancro allo stadio terminale, comincia a produrre […]

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Cucina e Salute

Dieta giornaliera: una giornata-tipo d’estate

Nel corso dell’ultimo anno ha letteralmente spopolato sul web, inizialmente lanciato dagli USA, una sorta di “video virale”, proposto serialmente per stagione e tipologia alimentare, nel quale sono presentate idee per la preparazione dei piatti nella dieta giornaliera. Senza la pretesa di influenzare la dieta degli altri, perché è fondamentale considerare quanto ciascuno di noi abbia proprie esigenze fisiche e di stile di vita, il “Che cosa mangio in un giorno”, meglio conosciuto come “What I eat in a day”, può diventare soprattutto un modo di scambiarsi idee da sperimentare per seguire un’alimentazione sana ma fantasiosa. Sì, perché mangiare in modo salutare e variegato è il criterio più efficace per garantire un apporto adeguato di energia e nutrienti; inoltre, ritagliarsi del tempo per cucinare con piacere, mangiare bene in allegria essendo consapevoli di ciò che si ha nel piatto e condividere i propri spunti sono aspetti che hanno un impatto diretto sulla nostra alimentazione: ecco, dunque, che il confronto fattivo diventa strumento che consente di variare il più possibile e di combinare, opportunamente, i diversi cibi. Sperimentiamo, dunque, insieme questa combinazione di idee per una dieta giornaliera in versione estiva, fresca ma gustosa. Dieta giornaliera: un piatto per ogni momento della giornata Colazione: pane di segale tostato con ricotta, noci, miele e cannella Ingredienti: 2 fette di pane di segale, 50 g. di ricotta (meglio se di pecora o capra), ½ limone, una manciata di noci, miele e cannella q.b.  Tostare il pane di segale, amalgamare alla ricotta la scorza grattugiata di un limone non trattato e spalmarla su ogni fetta; guarnire nel piatto con un filo di miele, noci tritate e una spolverata di cannella. Accompagnare i toast dolci con una tazza di tè e una golosa spremuta di agrumi. Questa idea per la colazione sana è perfetta per chi ama i dolci dal sapore più delicato; si tratta, peraltro, di una colazione molto energetica e nutriente, per la presenza delle noci, ricche di proprietà nutritive e di benefici per la salute recati in primis dalla presenza di omega 3, della ricotta, dall’elevato contenuto di proteine e dal ridotto apporto di grassi, e del miele, un potente energizzante dalle spiccate qualità antinfiammatorie e antiossidanti. Dieta giornaliera, pranzo: Riso venere con pomodori secchi, feta, zucchine e menta Ingredienti: 250 g. di riso venere, 8 pomodori secchi, 200 g. di feta greca, 2 zucchine medie, olio extravergine d’oliva, sale, pepe e menta fresca q.b., 1 limone non trattato. Portare l’acqua a bollore e cuocere il riso venere; nel frattempo lavare le zucchine, tagliarle a fette e arrostirle su una piastra ben calda; una volta intiepidite, tagliarle a cubetti e porle in una ciotola con un pizzico di sale; creare un’emulsione con olio, succo di limone e foglioline di menta triturate, irrorarvi le zucchine e lasciare marinare circa 15 minuti. Sgocciolare i pomodori secchi e tagliarli a filetti; tagliare a cubetti la feta greca. A cottura del riso ultimata, scolare e condire con le zucchine marinate, i pomodori secchi e la feta. Non occorre […]

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Culturalmente

“Odissea” omerica: il dibattito sul frammento ritrovato a Olimpia

È recentemente riemerso ad Olimpia – noto sito archeologico nella penisola greca del Peloponneso, ospitante già nell’VIII secolo a.C. i Giochi Olimpici in onore di Zeus – un reperto dal valore davvero straordinario: si tratta, infatti, di una tavoletta d’argilla recante incisi ben tredici versi dell’Odissea che, dalle prime valutazioni, sembrerebbe cronologicamente ascrivibile al III-II secolo a.C. Il pregevole rinvenimento è stato effettuato nei pressi del santuario di Zeus ed è frutto del lavoro d’équipe del Servizio Archeologico Greco e dell’Istituto Archeologico Germanico, che proprio nell’area peloponnesiaca stavano eseguendo degli scavi da circa tre anni, unitamente a studiosi delle Università di Darmstadt, Tubinga e Francoforte. Dopo le prime analisi preliminari, il Ministero della Cultura ellenico ha, così, dichiarato in un comunicato: «Se la data sarà confermata, la tavoletta potrebbe essere il reperto scritto più antico mai scoperto dell’opera di Omero». L’appunto dei lettori sul ritrovamento del frammento dell’Odissea A seguito di ulteriori approfondimenti, gli studiosi hanno rettificato la notizia secondo cui questa tavoletta sarebbe la testimonianza più antica dell’Odissea omerica. L’annuncio riguardante la straordinaria scoperta è stato, infatti, divulgato in due momenti: dopo il clamore suscitato dall’unicità del ritrovamento, molti lettori ed esperti del settore hanno precisato l’esistenza effettiva di papiri più antichi che trasmettono il testo dell’Odissea, in particolar modo alcuni papiri egizi, risalenti ad epoca precedente. Dopo tale puntualizzazione condotta da Repubblica, all’AGI alcune fonti del Ministero della Cultura greco hanno ribadito il valore della scoperta comunicata dal dicastero stesso, nonostante le perplessità sollevate: l’ambasciata greca ha chiarito, pertanto, quello che era stato avvertito come un malinteso, spiegando di non avere affermato che si sia trattato del frammento più antico in assoluto dell’Odissea, data l’esistenza effettiva di testimoni papiracei precedenti, ma del reperto più antico in materia dura, ovvero su tavoletta di argilla, che rende considerevolmente pregevole il rinvenimento, reso noto dal ministero greco con grande entusiasmo. Il frammento è tratto dal XIV libro dell’Odissea Il comunicato del ministero prosegue, specificando la provenienza del frammento: si tratterebbe di un estratto dai versi iniziali del XIV libro del poema omerico, riguardante il ritorno di Ulisse a Itaca, nella capanna del porcaro Eumeo, fedele servitore del suo palazzo, che non esita ad aiutare il padrone benché travestito da mendicante. L’Odissea, il secondo dei poemi omerici, composta oralmente intorno all’XI sec. a.C. e messa per iscritto intorno all’VIII consta, nella forma che ci è pervenuta, di 12.007 esametri ed è suddivisa in 24 libri – divisione che risale, come quella dell’Iliade, a Zenodoto, filologo greco antico e primo direttore della biblioteca di Alessandria. Per secoli, nessun poema fu più largamente diffuso e apprezzato di quelli omerici: se ne ha una riprova, nei papiri egizi cui si è già accennato, e negli autori latini che sempre ad essi fanno costante riferimento, in primis Virgilio nella sua Eneide, che ne rielabora in contesto romano struttura e contenuti. La storia della fama di Omero dall’età alessandrina al Rinascimento forma un capitolo interessante nelle vicende della cultura europea: nel Medioevo, Omero poteva essere considerato con certezza “poeta sovrano” anche da […]

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Napol e Dintorni

Scavi di Ercolano, questa estate riapre il Teatro Antico

L’estate 2018 conoscerà, nello sfondo senza tempo degli scavi di Ercolano, un’incantevole iniziativa culturale: sarà, infatti, reso nuovamente fruibile ai visitatori il Teatro Antico che, nell’ambito del Parco Archeologico, costituisce una tappa non a tutti nota, data la sua posizione non facilmente accessibile e visibile. In realtà, si tratta del primo edificio ad essere stato scoperto nei siti vesuviani dopo il devastante cataclisma del 79 d.C., benché fortuitamente. Un contadino del luogo, infatti, nel corso di lavori atti alla realizzazione di un pozzo nei pressi dell’attuale Corso Resina, reperì una serie di marmi: fu così possibile individuare la struttura dell’antico teatro di Herculaneum, sepolto dalla lava e dai detriti. Dapprima si pensò di trovarsi di fronte a un tempio dedicato ad Ercole, ma in seguito, grazie all’esame delle piante del sito effettuate dall’erudito Marcello Venuti, fu intuibile l’effettiva identità dell’edificio, costruito durante la prima fase dell’età augustea, che avrebbe poi dato l’impulso alla “nobile semplicità e quieta grandezza” del Neoclassicismo di Winckelmann e sarebbe divenuto una preziosa tappa, nel corso del Grand Tour sette-ottocentesco, dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa. Tuttavia, essendo stato ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango durante il processo eruttivo che, solidificandosi, lo hanno letteralmente sepolto in una spessa coltre di tufo, il teatro si trova profondamente incastonato sotto terra, posto oggi a ben 25 m di profondità dalla quota stradale: ragion per cui già il suo stesso rinvenimento produsse svariate problematiche, relative all’esplorazione di un teatro sotterraneo e fu solo nel 1738 che l’architetto e urbanista Errico Alvino ottenne l’autorizzazione da parte di re Carlo III di Borbone a continuare la costruzione della nota “Galleria Borbonica”, ovvero il lungo traforo sotterraneo che, attraverso il suo reticolato di cunicoli e diramazioni, ancora oggi consente l’accesso al teatro ercolanese. Apertura sperimentale del Teatro Antico negli Scavi di Ercolano L’ingresso del teatro è stato utilizzato dalla popolazione del luogo come rifugio, durante gli anni degli eventi bellici del Novecento e, salvo rare eccezioni, non è mai stato aperto al pubblico per periodi prolungati. Adesso, a distanza di quasi tre secoli dalla sua riscoperta e dopo una chiusura ventennale, il Teatro Antico  sarà restituito ai visitatori con una serie di aperture sperimentali che intendono strutturare un processo di condivisione da parte del pubblico, in vista di un organico percorso di restauro. «A proposito del Teatro – ha avuto modo di commentare orgogliosamente il direttore degli Scavi di Ercolano, Francesco Sirano – vorrei sottolineare che questo nuovo inizio coincide, non a caso, con il 280° dai primi scavi sistematici 1738-2018. La riscoperta di Ercolano iniziò proprio dal teatro nel 1710. A distanza di quasi tre secoli, la riapertura del teatro, per il momento sperimentale, si collega strettamente anche alla volontà di recuperare un’area della città moderna, quella di via Mare, un tempo centrale, ma progressivamente marginalizzata dal periodo post-seconda guerra mondiale in poi». Informazioni logistiche per gli eventuali visitatori del Teatro  Essendo il monumento tuttora accessibile attraverso le scale realizzate in età borbonica, […]

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