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Eroica Fenice

Attualità

Olio di Pompei: Alberto Angela ne annuncia la scoperta

La scoperta dell’olio d’oliva più antico del mondo nei depositi del Museo Archeologico di Napoli, annunciata da Alberto Angela sul suo profilo Facebook, rischiara questi tempi di cattive notizie e polemiche spesso sterili: è di pochi giorni fa, infatti, la conferma di autenticità del campione di olio d’oliva, in cui l’amato divulgatore si era casualmente imbattuto nel 2018. Come è noto, il MANN custodisce le più ricche collezioni provenienti dagli scavi archeologici del Vesuvio; in particolare, la Collezione dei Commestibili, che conserva materiali organici edibili – ovvero forme di pane, frutti, semi e avanzi di cibo, fragilissimi e facilmente deperibili – provenienti da Pompei ed Ercolano, è tra le più complete raccolte di reperti organici di epoca romana, a lungo esposta nel corso del 2018-2019 nella mostra Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., concepita come un autentico percorso di archeobotanica. La sua collocazione ha conosciuto molteplici vicissitudini a partire dal Settecento: i reperti, infatti, sono stati oggetto di varie soluzioni di allestimento, dal Gabinetto de’ preziosi nelle stanze dell’Herculanense Museum, ubicato nella Reggia di Portici, dove comparivano insieme a gemme, oreficerie e preziosi vari, fino al trasferimento presso l’attuale MANN nel primo decennio dell’Ottocento, dapprima in collocazioni contestuali con vetri e oggetti osceni, poi nella Sala del Gran Plastico di Pompei, accanto ad affreschi e bronzetti scelti tra l’instrumentum domesticum, quale concreto esempio della vita quotidiana pompeiana. Un team multidisciplinare ufficializza la scoperta Ebbene, da questa collezione di raro pregio, sottratta all’ammirazione del pubblico nel 1989 a seguito della chiusura della Sala del Plastico e in parte trasferita nel Laboratorio di Scienze di Pompei, in parte riportata al MANN all’interno di camere climatizzate, è riemersa una bottiglia di vetro di epoca pompeiana, che lasciava intravedere al suo interno del materiale solidificato perfettamente conservatosi. Essa si è offerta fortuitamente alla vista di Alberto Angela, impegnato nel 2018 nelle riprese di un servizio per SuperQuark sui depositi del MANN, nello specifico presso il settore dei reperti in vetro. «Avevo intuito subito – chiarisce lo stesso Angela sul suo profilo – la portata scientifica e storica di quel reperto dimenticato nei depositi. Quella bottiglia si trovava nel Museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Di quella bottiglia si era poi persa la memoria e, soprattutto, nessuno l’aveva mai studiata». Angela prosegue, poi, dando informazioni più specifiche sulle caratteristiche del liquido contenuto nel reperto vitreo: «Non sapevo cosa fosse quel materiale dentro la bottiglia. Essendo la sua superficie un po’ in pendenza, avevo pensato che, in origine, si trattasse di una sostanza liquida e che la bottiglia, nella violenza dell’eruzione, fosse stata sepolta semi adagiata, rimanendo in quella posizione per secoli e portando quindi il liquido a solidificarsi inclinato». Ne è sorta, così, una collaborazione, promossa entusiasticamente dal direttore del Museo Paolo Giulierini, tra il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e il MANN, al fine di analizzare il contenuto della […]

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Culturalmente

Epidemie nella storia: dalla peste di Atene al COVID-19

Le epidemie hanno caratterizzato la storia dell’uomo, causate dai nuovi patogeni veicolati da guerre, invasioni, esplorazioni e commerci. L’attuale pandemia di COVID-19 sta mettendo in luce l’incidenza delle malattie infettive anche nell’era della medicina moderna, rendendo evidente quanto l’onnipresenza di virus e batteri abbia caratterizzato la storia dell’uomo. Il loro dilagare è connesso ai contatti e alla mobilità prodottisi nel tempo a causa di guerre, invasioni, esplorazioni, esperienze coloniali e relazioni commerciali. Il continuo migliorare delle condizioni economiche ed igieniche delle popolazioni mondiali ha fortemente contribuito al dileguarsi di molte epidemie che costituirono una terribile minaccia per l’uomo nei secoli scorsi, come il tifo, il vaiolo, la peste, il colera, mentre restano ancora molto diffuse le infezioni da malattie virali tra cui soprattutto l’influenza. In particolare, epidemie di forte intensità nella storia europea sono state per lo più causate da zoonosi, ovvero dal passaggio di specie dagli animali all’uomo, in situazioni di stretta prossimità con gli animali e condizioni sanitarie precarie. Epidemie, dalla peste di Atene all’Ottocento La prima epidemia di rilevanza storica, descritta da Tucidide, si data al V secolo a.C., quando ad Atene divampò un morbo durante il secondo anno della guerra del Peloponneso, che decimò la popolazione e si diffuse in gran parte del Mediterraneo orientale, colpendo anche il grande stratega Pericle; la malattia è stata tradizionalmente considerata un focolaio di peste bubbonica, ma recentemente si è avanzata l’ipotesi che si trattasse di una febbre tifoide. Seguirono la peste antonina nella Roma del III secolo d.C., causata presumibilmente dal vaiolo, che provocò 30.000 morti, e la peste di Giustiniano, la prima peste bubbonica prodotta dal batterio yersinia pestis, che dilagò da Costantinopoli a Roma nel VI secolo d.C.; una seconda ondata del medesimo morbo, plausibilmente legata all’assedio tartaro di una colonia genovese in Crimea, ritornò otto secoli dopo, allorquando la peste nera di cui narra Boccaccio provocò all’incirca 30 milioni di morti, estendendosi dall’Italia a tutta l’Europa. Nei primi decenni del Cinquecento, i conquistadores spagnoli portarono in Sudamerica vari agenti patogeni sconosciuti ai sistemi immunitari delle popolazioni autoctone, come vaiolo, morbillo e febbre emorragica virale, producendo una vera e propria ecatombe nel numeroso esercito azteco di Montezuma e nella popolazione del Messico. Inoltre, il tifo nei secoli XV e XVI ebbe il suo epicentro dapprima in Spagna, poi in Italia, sterminando ancora nell’Ottocento l’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia. Dal Novecento a oggi Nell’era moderna, l’epidemia influenzale “spagnola”, dall’elevata mortalità, falcidiò fra il 1918 e il 1920 decine di milioni di individui nel mondo, riducendo drasticamente l’aspettativa di vita dell’inizio del XX secolo. Negli anni Cinquanta, l’epidemia da poliomelite si estese in particolare nel Nord Europa e negli Stati Uniti, colpendo soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, provocandone la paralisi. Un episodio endemico di colera in Italia negli anni Settanta interessò il Sud, forse causato dal consumo di cozze crude contaminate dal vibrione, e fu scongiurato da un’operazione di profilassi attuata mediante l’uso di siringhe a pistola messe a disposizione dalla flotta […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Culturalmente

Saartjie Baartman: la terribile storia della “Venere Ottentotta”

La disumana storia di Saartjie Baartman, una giovane donna di etnia khoikhoi vissuta tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, è una storia di derisione ed annichilimento, a cominciare dal nome stesso della popolazione indigena dell’Africa australe cui apparteneva, gli Ottentotti: i coloni olandesi insediatisi per primi nel XVII secolo intorno al Capo di Buona Speranza, infatti, schernirono i suoni avulsivi del linguaggio locale, così lontani dalla sonorità delle lingue europee, mediante il nomignolo hot-ten-tot, che pare significasse “balbuziente” nel dialetto dei Boeri. Nata nell’odierno Sudafrica, la giovane rimase orfana fin da piccola, scampata agli eccidi delle guerriglie fra i Boeri e le tribù dei Boscimani; fu, pertanto, assegnata ad una famiglia di Città del Capo e relegata in una condizione di semi-schiavitù all’interno di una fattoria. Tale status di asservimento rese semplice ai suoi sfruttatori ingannarla con la prospettiva di un riscatto sociale, se si fosse imbarcata con loro alla volta del Vecchio Continente per offrirsi alla curiosità degli Europei. Saartjie destava l’attenzione di tali avventurieri europei per le caratteristiche della sua fisicità: come tutte le ottentotte, aveva le natiche ipertrofiche e sporgenti, unitamente ai genitali esterni particolarmente sviluppati e pendenti, definiti “grembiule ottentotto” dagli anatomisti dell’epoca. Erano queste le caratteristiche su cui i due sfruttatori contavano di arricchirsi, costringendola ad esibirsi nelle fiere come fenomeno da baraccone. Saartjie a Londra e le esibizioni nei freak shows Sbarcata in Inghilterra nel 1810, Saartjie entrò nel circuito dei freak shows, spettacoli a pagamento particolarmente in voga tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, consistenti nell’esibizione di persone dall’aspetto inusuale o anomalo, come l’altezza o la presenza di deformità. Come attestano alcune locandine pubblicitarie del tempo, essa doveva apparire una selvaggia e lasciva “Venere nera”, sottoposta alla malsana curiosità del pubblico: fu, a tal fine, esibita seminuda in una gabbia accompagnata da un domatore munito di frusta. Terminata la sua esperienza inglese negli anni dell’abolizione della schiavitù, Saartjie fu venduta ad un impresario francese che la espose a Parigi in qualità di monstrum, ovvero di un fenomeno vivente della natura da sottoporre agli illustri anatomisti dell’epoca, che la ritrassero in numerose illustrazioni: all’epoca, infatti, l’antropologia era ancora in parte erede delle classificazioni del secolo precedente, che prevedevano anche l’identificazione da parte di Linneo di un Homo sapiens monstruosus. Gli anni parigini e l’incidenza di Cuvier Negli anni parigini, Saartjie aveva destato la curiosità del celebre anatomista George Cuvier, che ne richiese la convocazione allo scopo di esaminare a fondo la sua peculiare anatomia, alla stregua degli esemplari animali sui quali aveva costruito la sua fama di padre dell’anatomia comparata. Riuscì, però, a farlo solo alla sua morte: Saartjie, infatti, non sopravvisse al rigido inverno del 1816, logorata dal freddo, dall’alcool e plausibilmente dalla sifilide, o dal vaiolo, a soli 25 anni. Il suo corpo venne dissezionato e dal suo cadavere furono asportati apparato riproduttivo e cervello, immersi nella formaldeide e conservati in teche di vetro. Tali resti, insieme al suo scheletro e a […]

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Culturalmente

Sibille, mitiche profetesse del mondo infero

Le Sibille sono, nell’antichità classica, mitiche donne veggenti, dunque ritenute in comunicazione con la divinità. Il loro modo di vaticinare, forse originariamente connesso con i riti orfici e dionisiaci, si accostò con il tempo all’ambiente delfico: Apollo infatti era in età storica il dio da cui esse si narrava fossero invasate, mentre i loro responsi erano scritti su foglie che poi affastellavano a caso, sì che era difficilissimo interpretarli. Mediatrici tra il dio e l’uomo, spesso concepite come figlie di divinità e di ninfe e dee esse stesse, esse sono ritenute prodigiosamente longeve, ma non immortali. Le fonti antiche non concordano circa il numero e il nome delle Sibille principali: si va dall’unica ricordata da Platone all’elenco di diciassette, che è possibile redigere combinando le altre testimonianze di autori diversi, ovvero Aristofane, Aristotele, Varrone, Eliano, Marziano Capella, Pausania ed Eustazio. La più celebre e la più antica era l’Eritrea, di nome Erofile, vissuta per ben dieci generazioni fino alla guerra troiana; le altre appaiono come derivazioni da questa, divenute a poco a poco autonome. Così, a un certo momento, si vengono a distinguere dall’Eritrea, la Troiana, la Samia, la Frigia, l’Efesia e la Rodia. La medesima Sibilla, recatasi a Delfi dopo un periodo di ostilità con il dio Apollo, sarebbe divenuta la Delfica: da lei sarebbero poi derivate la Tessalica e la Tesprozia. Queste nove Sibille formano il cosiddetto gruppo ‘greco-ionico’. L’Eritrea, al suo arrivo in Italia, avrebbe originato un secondo gruppo, il ‘greco-italico’, assumendo l’aspetto della Sibilla Cumana, Demofile (la virgiliana Deifobe, accompagnatrice di Enea nel regno degli inferi), con la quale si potrebbero identificare la Cimmeria, l’Italica, la Tiburtina e la Libica: ancora oggi nell’area archeologica di Cuma si mostra l’antro della Sibilla. Un terzo gruppo, quello ‘orientale’, comprendeva poi la Caldea o Ebraica, l’Egizia e la Persica. Le Sibille e i libri sibillini Legate alla genesi dei libri sibillini, le Sibille ebbero particolare importanza nella cultura romana: secondo le fonti antiche, infatti, una misteriosa vecchia – la Sibilla Cumana o l’Eritrea – offrì in vendita nove libri a Tarquinio il Superbo; avendo questi rifiutato, la donna ne distrusse tre e offrì i rimanenti al re per lo stesso prezzo. A un nuovo rifiuto ne distrusse altri tre, poi offrì gli ultimi, sempre allo stesso prezzo. Consultati i sacerdoti, costoro consigliarono di comprare i misteriosi libri, i quali furono deposti in Campidoglio, in una camera sotterranea scavata sotto il tempio di Giove Capitolino, custodita dai duumviri, poi dei decemviri sacris faciundis. Essi, tuttavia, andarono distrutti nell’84 a.C. a causa di un incendio del Campidoglio; tuttavia il senato, per riparare alla perdita, inviò tre decemviri ad Eritre, sede della Sibilla Eritrea, perché cercassero di recuperare quegli oracoli, sicché questi dopo tre anni riportarono non solo i testi dei libri bruciati, ma molti altri di varie Sibille, raccolti a Samo, Delfi, Neapolis e in Sicilia. Il numero dei magistrati sibillini fu allora ampliato in un collegio di quindecemviri; Augusto in seguito fece riesaminare tutta la raccolta e ne dispose la […]

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Culturalmente

Traduzione, strumento oltre le barriere linguistiche

Come ogni anno a partire dal 1991, quando l’International Translation Day acquista carattere ufficiale, benché istituito già nel 1953 dalla International Federation of Translation, il 30 settembre ricorre la Giornata Mondiale della Traduzione, un riconoscimento effettivo indirizzato alle professioni dedicate alla traduzione, ovvero a traduttori ed interpreti professionisti che, con il loro lavoro, concorrono a demolire le frontiere tra Paesi diversi attraverso il patrimonio culturale distintivo. L’atto del tradurre, dal latino trādūcĕre, ‘trasportare’, consiste nella trasposizione del discorso da una lingua naturale a un’altra; nello specifico, si definisce ‘interprete’ chi svolga una traduzione orale ed istantanea di un messaggio orale, ‘traduttore’ chi operi sulla lingua scritta. La distinzione tradizionale tra traduzione letterale e libera, ovvero tra versione e traduzione propriamente detta, riproduce l’antitesi ciceroniana del tradurre ut interpres o ut orator, opponendo le trasposizioni fedeli, anche a costo di apparire rozze, alle cosiddette ‘belle infedeli’, vicine alla parafrasi e al libero adattamento. Nella sua migliore resa, essa è il risultato della perfetta comprensione di contenuto ed espressione del messaggio di cui si cerca di riprodurre integralmente non solo il significato, ma anche i tratti formali caratterizzanti: la traduzione ideale, infatti, è quella capace di ricreare nella nuova lingua la stessa trama di opposizioni e di relazioni dei valori semantici, sintattici e ritmici della lingua originale. Storia della traduzione Se solo recentemente si è posto il problema di una teoria scientifica della traduzione, antichissima è l’attività dell’interprete, fiorente già nell’antico Egitto, e testimonianze di traduzioni sono le liste e i glossari bilingui e plurilingui in tavolette d’argilla dell’Asia Minore. A Roma la letteratura si inizia all’insegna della traduzione con Livio Andronico, mentre Cicerone formula il problema teorico fondamentale, ovvero se si debba rimanere fedeli alla lettera del testo o al pensiero in esso contenuto. Grande incremento ha avuto nei secoli la traduzione delle Sacre Scritture, a cominciare dalla versione dei Settanta del III secolo a.C. e del testo assurto a simbolo dell’attività di traduzione, ovvero la Vulgata di San Girolamo, trasposizione in latino della Bibbia dall’antica versione greca ed ebraica, realizzata alla fine del IV secolo, che ha una vastissima diffusione e rappresenta la traduzione canonica per la Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II; il suo redattore, considerato patrono dei traduttori e celebrato il 30 settembre secondo il calendario cristiano, ha procurato la datazione per questa giornata mondiale. Dopo il lavoro di San Girolamo, si avvicendano numerosissime traduzioni nelle varie lingue nazionali, dalla Bibbia di Lutero del XVI secolo fino ai giorni nostri, in cui si calcola che essa sia tradotta in poco meno di 1200 lingue. In Europa la diffusione del Cristianesimo è legata alla traduzione dei testi sacri, mentre troviamo fra i primi documenti dei volgari romanzi i cosiddetti ‘volgarizzamenti’, traduzioni e adattamenti di testi latini. Benché nel Medioevo non siano mancate in Italia – attraverso Dante Alighieri – riflessioni sul problema della traduzione, questo è impostato e discusso sistematicamente solo nel Rinascimento, da trattatisti e scrittori di varie nazionalità, che abbandonano la pratica medievale sia dell’arbitrario rimaneggiamento […]

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Culturalmente

Carvilio ed Aebutia: una singolare scoperta archeologica

La tomba di Carvilio ed Aebutia, riemersa in modo del tutto casuale a Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma sulla via Latina, costituisce una sepoltura eccezionale per le sue peculiarità. Nel corso di lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, riaffiorano, infatti, alcuni gradini discendenti in profondità fino a una porta di pietra ancora sigillata. Lo scavo ufficiale, iniziato nel maggio 2000, consente di appurare che le strutture riportate fortuitamente alla luce costituiscono un dromos, ovvero un corridoio a cielo aperto, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. Come constatano gli archeologi, si tratta di una tomba romana di I sec. d.C. incredibilmente ancora intatta, nel cui sacello sotterraneo sono ritrovati due sarcofagi marmorei di ottima fattura con decorazioni a rilievo, che presentano l’incisione dei nomi dei due defunti: Carvilio Gemello ed Aebutia Quarta. Quando i sarcofagi sono aperti, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora intatti: l’imbalsamazione cui furono sottoposti ha consentito uno straordinario stato di conservazione, tant’è che i resti di Carvilio sono noti all’estero come The Mummy of Rome. I due sarcofagi di Carvilio ed Aebutia Il corpo di Aebutia era appena percepibile perché ricoperto da un manto vegetale costituito da centinaia di piccole ghirlande; sul capo era posta una parrucca ben conservata, avvolta da una reticella tessuta con doppio filo d’oro finissimo terminante con una treccia. Il corredo personale è costituito da un anello d’oro a fascia, con castone in cristallo di rocca lavorato a cabochon, attraverso la cui superficie superiore convessa è visibile il busto di un personaggio maschile finemente eseguito su lamina in microrilievo. Le ossa della parte superiore del corpo recano evidenti tracce di combustione; inoltre il collasso del viso e del cranio ha consentito di ipotizzare che la sua morte sia avvenuta a causa delle diffuse ustioni riportate e che per questo la salma sia stata quasi interamente rivestita dalle ghirlande. Il corpo di Carvilio era avvolto in un sudario e ricoperto totalmente di fiori; grandi ghirlande in buono stato di conservazione ricoprivano la metà superiore del corpo, una delle quali disposta attorno alla testa. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti, inoltre si è riscontrata una elevata percentuale di arsenico nei capelli, sicché riguardo le circostanze della sua morte sono state ipotizzate sia una setticemia per una ferita o una caduta da cavallo, che un avvelenamento.  È possibile ammirare i sarcofagi e una ricostruzione della tomba all’interno del Museo dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata, mentre l’anello, pezzo unico di grande pregio, è conservato nel Museo di Palestrina. Chi sono i due sepolti dell’ipogeo delle ghirlande e perché si sono conservati? Secondo gli studiosi, si trattava di una famiglia di rango elevato, come pare evidenziato dall’ubicazione della struttura: benché non si abbia alcun indizio circa l’assetto architettonico superficiale, l’ipogeo si trova, infatti, a pochi metri dall’incrocio tra due strade fondamentali alla periferia di Roma, nell’ambito della rete stradale del Colli Albani, ovvero la Via […]

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Culturalmente

Sostenibilità e necessità bioetica nell’era globale

Dalla fine degli anni Ottanta matura progressivamente in ambito internazionale un nuovo concetto di benessere basato sul criterio della sostenibilità, definito appunto “sviluppo sostenibile”, mirante a salvaguardare le esigenze della brulicante vita del Pianeta, senza porre a rischio le necessità delle future generazioni. L’homo sapiens, infatti, ha interagito con il mondo naturale sin dalla sua comparsa sulla Terra, via via perfezionando – parallelamente all’evolversi delle proprie facoltà cognitive – le varie possibilità di adattamento agli ambienti naturali, ma alterando al contempo gli equilibri del Pianeta consolidatisi in milioni di anni di evoluzione. Agendo in tal modo, egli ha innescato una costante diminuzione della capacità naturale del globo di sostenere l’impatto quantitativo e qualitativo della specie umana: i problemi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, il progresso tecnologico, l’accumulo dei rifiuti, l’impoverimento delle materie prime, la ricerca di fonti alternative di energia, la scomparsa di habitat e specie naturali rendono l’ambiente naturale sempre meno adatto, per caratteristiche ecologiche, all’instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. «Questa improvvisa scomparsa del cinguettio degli uccelli, questa perdita di colore, di bellezza e di attrattiva che ha colpito il nostro mondo è giunta con passo leggero e subdolo»: così rilevava nel 1962 la zoologa statunitense Rachel Carson nella sua Silent Spring, una rilevante critica del mondo industrializzato che, per la prima volta, pone il problema ambientale. Un fondamentale principio etico di responsabilità, degno di menzione, si data nel 1979, formulato dal filosofo tedesco Hanz Jonas, in risposta all’emergenza ecologica scaturita dall’opulenta civiltà tecnologica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra». Punto di partenza del pensatore è che il fare dell’uomo al giorno d’oggi è in grado di distruggere l’esistenza stessa della vita. Il dibattito sulla sostenibilità: l’Agenda 21 Gran parte delle politiche di sostenibilità e delle attività legislative in materia sfociano nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio; 178 paesi, 120 Capi di Stato, 8000 giornalisti e più di 30.000 persone parteciparono al summit governativo ufficiale e al parallelo Forum globale delle organizzazioni non governative. L’atto stilato nel corso dell’evento è definito Agenda 21, un documento d’intenti e obiettivi programmatici riguardo ad aree economiche, sociali e soprattutto ambientali: lotta alla povertà, cambiamento dei modelli di produzione e consumo, dinamiche demografiche, conservazione e gestione delle risorse naturali, protezione dell’atmosfera, degli oceani e della biodiversità, prevenzione della deforestazione, promozione di un’agricoltura sostenibile. L’Agenda 21 può, in questo modo, essere definita come un processo, condiviso da tutti gli attori presenti sul territorio, per definire un piano di azione locale che guardi al XXI secolo. In tale documento si stabilisce l’articolazione del concetto di sostenibilità su tre giudizi di valore: uguaglianza di diritti per le future generazioni, giustizia internazionale e trasmissione fiduciaria di una natura intatta. L’ottica dello sviluppo sostenibile richiede, quindi, un approccio globale alla pianificazione e un’attenzione particolare al benessere sociale, ecologico ed economico, implicando che la produzione di ricchezza non avvenga a danno del sistema che supporta la varietà […]

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Culturalmente

Reimpiego e continuità in Campania in età tardoantica

Il reimpiego su larga scala di spolia, ovvero il riuso da edifici di epoca classica di elementi figurativi ed architettonici di spoglio conservanti la stessa funzione originaria (colonne, capitelli, basi, fregi, sarcofagi), comincia a diffondersi solo nel III secolo d.C., assumendo precisi caratteri artistici nell’ambito dell’architettura romana di epoca tardoantica e costituendo una delle pratiche più caratterizzanti dell’età medioevale: esso è documentato, ad esempio, nel restauro del portico in summa cavea del Colosseo e nella costruzione delle Terme di Diocleziano. Si è molto discusso sul significato di questo fenomeno, generalmente quale spia di decadenza della cultura artistica, del livello tecnico delle botteghe di scultori e marmorari e, più in generale, delle capacità economiche dell’Impero; tuttavia, pur considerando la minore disponibilità di marmo e i cambiamenti nell’amministrazione delle cave imperiali e nella distribuzione dei marmi, una più moderna chiave di lettura connette il fenomeno a motivazioni di natura ideologica: in altri termini, la pratica del reimpiego diverrebbe scelta consapevole di richiamo al passato, per esprimere precisi contenuti simbolici di natura politica o religiosa. L’enfatizzazione dello stretto legame con il passato aveva lo scopo di evidenziarne la continuità ideologica, atta a legittimare i profondi mutamenti storici e strutturali verificatisi nel tardo Impero, sicché il materiale proveniente da edifici di epoca classica cominciò ad assumere, oltre alla qualità intrinseca della materia prima, il valore che scaturiva dalla sua antichità. Il reimpiego nelle fabbriche cristiane della Campania Il riutilizzo di materiale di spoglio è ben documentato negli edifici di culto cristiani di committenza imperiale, per la cui realizzazione i sovrani si profusero in notevoli finanziamenti, a testimonianza del loro interesse politico. Gettando lo sguardo sulla Campania, si osserva una pratica del reimpiego molto viva durante il periodo dei ducati longobardi e bizantini, allorquando, sulla spinta della tradizione paleocristiana e bizantina e sull’esempio dei grandi monasteri di Montecassino e di San Vincenzo a Volturno, era praticata l’associazione tra un’architettura di prestigio e l’utilizzo delle spoglie, in particolare delle colonne. A segnare il periodo di massima espansione dell’uso di spolia sarà la dominazione normanna, con la sua ideologia del potere espressa dal recupero dell’antico quale richiamo all’Impero romano e dall’uso del marmo al fine di caratterizzare il prestigio del committente. Le fabbriche religiose promosse dai Normanni ispirate a Montecassino manifestavano un rinnovato interesse per la cultura antica, che nel campo dell’arte e dell’architettura si espresse con una riappropriazione più consapevole di tradizionali repertori decorativi associati a marmo, porfido e granito, che continuavano ad essere i materiali per eccellenza portatori in architettura di prestigio politico, religioso e sociale: questo processo aveva alla base la scelta programmatica di riattualizzare le spoglie attraverso il loro uso nei nuovi contesti architettonici. Le strutture antiche testimoniavano, infatti, la grandezza dell’Impero romano, garantendo il conservarsi di un’identità culturale attraverso la consapevolezza di un comune linguaggio. Gli elementi di reimpiego negli elevati architettonici manifestavano, invece, quel concetto di continuità con il passato imperiale romano, di cui l’uomo medievale si sentiva l’erede e a cui ricollegava tutte le forme del potere politico. Le modalità […]

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Culturalmente

Carte, mappe e atlanti dal Neolitico alle scoperte geografiche

L’evoluzione della redazione delle carte consente di cogliere i passaggi di una lunga elaborazione, fatta di intuizioni e cognizioni approdate a strumenti gradualmente divenuti più definiti e complessi. I tentativi di rappresentazione su carta della superficie terrestre nascono agli albori della storia dell’uomo: tra i reperti cartografici ancora conservati, una testimonianza importante è costituita dall’incisione rupestre di Bedolina, in Val Camonica, composta da elementi geometrici interpretabili come rappresentazioni topografiche del territorio agricolo, risalente al Neolitico. La prima rappresentazione più verosimilmente cartografica è stata ritrovata nell’area che allora designava la Mesopotamia (2400-2200 a.C.), consistente in un graffito su tavoletta d’argilla, in cui è rappresentata una valle fluviale fra due file di colline, accompagnata da scritte cuneiformi. Anche gli antichi Egizi produssero carte destinate a scopi eminentemente pratici, ovvero catastali, di visualizzazione degli appezzamenti coltivati e di individuazione della fitta rete di canali di irrigazione. Le carte geografiche in ambito greco e romano  Solo nella Grecia di VI a.C. è possibile individuare una cartografia concepita a fini prettamente culturali, sorta da finalità speculative. Pare che la prima rappresentazione della Terra allora conosciuta risalga ad Anassimandro di Mileto, quest’ultimo fiorente porto, crocevia di merci, popolazioni e conoscenze; rappresentazioni molto diffuse erano i peripli, carte costruite in maniera del tutto empirica, basate su esperienze di viaggio, notizie e descrizioni che provenivano principalmente dai naviganti. La cartografia comincia il proprio percorso scientifico con Dicearco da Messina, filosofo peripatetico, che nella sua carta ospita per la prima volta  un elemento di carattere matematico, il diafragma, ovvero la rappresentazione embrionale di un parallelo; sicuramente più famosa è la carta prodotta nel III secolo a.C. da Eratostene di Cirene, direttore della Biblioteca di Alessandria, autore di una Geografia del mondo allora conosciuto, di cui la carta è il coronamento – in effetti, prima della comparsa della legenda intorno al XVI, la carta non era svincolata, ma concepita come “allegato” a un’opera geografica –, raffigurante l’ampliarsi del mondo allora conosciuto a seguito delle conquiste di Alessandro Magno e dei viaggi nelle regioni del nord di Pitea di Marsiglia. In età ellenistica, la cartografia comincia ad assumere un vero e proprio fondamento matematico con Tolomeo. Con l’Introduzione alla Geografia, rimasta in auge finché non fu sostituita nel Settecento da quella gravitazionale di Newton, la cartografia si arricchì di importanti risultati: riconobbe la necessità di una base matematico-geometrico per una rappresentazione approssimata, precisò il ricorso al reticolato geografico, introdusse l’uso di segni convenzionali e tentò in maniera embrionale la rappresentazione del rilievo. La produzione cartografica dei Romani non aggiunse nulla in termini di conoscenze e rese cartografiche, per il fatto che le loro finalità erano pratiche, di conoscenza dell’estensione delle terre che via via essi andavano assoggettando; la realizzazione delle tabulae era demandata soprattutto agli agrimensores, che si occupavano di rilevare e misurare le terre acquisite da Roma. L’unica testimonianza molto eloquente della cartografia romana è la Tabula Peutingeriana, famoso cimelio di III-IV secolo d.C., raffigurante l’Impero Romano, il Vicino Oriente e l’India, adibita a una consultazione frequente, come si evince […]

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Latino: veicolo della scienza da Galileo ai nostri giorni

«La scienza moderna è nata in latino ma, tranne pochi coraggiosi, nessuno più legge i documenti di un passato glorioso nella lingua originale: chi sa il latino è digiuno di scienza e per chi conosce la scienza il latino è roba da museo». Secondo Tullio Regge, infatti, «La grande colpa dei latinisti» è rappresentata dall’aver trascurato questo settore della scienza redatto in latino, separando quelli che sono da interpretarsi come due linguaggi di un’unica cultura, per i quali occorrerebbe un’interdisciplinarità. In effetti, alla rottura dell’unità linguistica del latino tra XVII e XVIII secolo, il mondo accademico europeo non percepisce immediatamente il bisogno di utilizzare le lingue nazionali ma nutre il sogno condiviso di una lingua perfetta che, senza ambiguità, riesca ad esprimere i concetti nell’ambito di una comunicazione universale. A questa esigenza, il latino rispondeva perfettamente: mentre, infatti, il linguaggio naturale era di per sé soggetto a un’ambiguità semantica, il latino garantiva una univocità di definizioni, essendosi distaccato dalla lingua naturale. Vi era, dunque, una comunità internazionale che dialogava in latino, secondo una modalità avanzata di concepire la scienza, percepita come una sorta di “zona franca” rispetto ai nazionalismi e ai durissimi conflitti che dilaniavano l’Europa.  Questo dibattito raggiunge il suo culmine nel Seicento, allorquando si afferma l’esigenza di costruire nomenclature adeguate alle nuove scoperte che si stavano realizzando nel campo fisico e naturalistico. Nel 1620 Bacone scrive il Novum Organum, affermando l’importanza dell’esperimento controllato, che sostituisce l’osservazione casuale, innovazione straordinaria che lo ha reso il padre del “metodo sperimentale”. Bacone formula sul tema del linguaggio osservazioni di grande spessore: uno dei principi della filosofia baconiana è la distruzione degli idola, le false idee che si diffondono per effetto dei dogmi tramandati dalla tradizione o per errori di linguaggio: bisogna, quindi, stabilire il valore esatto delle parole se si vuole parlare “scientificamente”. Ebbene, da questo momento, tra 1600 e 1700, la parola novum deflagra, ritrovandosi in modo quasi “ossessivo” in vari trattati scientifici, segnale della consapevolezza del cambiamento del codice linguistico, avvalorata altresì dalla grande diffusione della grammatica latina di Port-Royal. Il latino di Copernico, Galileo e Newton Copernico fa uso del latino nel De Revolutionibus Orbium Caelestium nel 1543, sessant’anni prima della grande svolta galileiana, sviluppando cautamente i suoi calcoli su una base puramente intellettualistica, argomentativa ed ipotetica. Galileo sceglie l’italiano per le opere divulgative della maturità, come Il Saggiatore, mentre nel Sidereus Nuncius, opera accademica in cui espone l’invenzione del cannocchiale, che chiama organum, sceglie il latino. Pubblicato a Venezia nel marzo 1610, esso è un breve trattato di astronomia, che rende conto delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo scienziato pisano nei mesi precedenti con l’uso di un cannocchiale; il titolo dell’opera si riferisca alle radicali novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che il libro porta con sé, rivendicando una visione autoptica. Galileo, pertanto, usa un latino filosofico e scientifico – che peraltro dimostra di saper usare con grande precisione – perché vuole comunicare le scoperte alla comunità scientifica internazionale; quando, diversamente, si rivolge a un […]

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Ercolano e la sua preziosa Villa dei Papiri

La Villa dei Papiri di Ercolano, il grande edificio suburbano di otium situato a nord-ovest dell’antica Herculanum, ci ha restituito splendide collezioni di sculture in bronzo e in marmo e una biblioteca organica di oltre 1000 papiri. L’omogeneità contenutistica della biblioteca di Ercolano e la circostanza che il complesso di sculture rispecchiasse un programma decorativo ideale fanno di quello ercolanese un monumento unico. Rinvenuta nel corso dello scavo iniziato nel 1750 sotto Carlo di Borbone, oggi è sepolta sotto una coltre di 27 metri di materiale vulcanico, ma ne conosciamo l’ubicazione e gran parte della struttura architettonica grazie alla pianta redatta dall’ingegnere svizzero Karl Weber. La domus si estendeva in lunghezza per circa 250 parallelamente alla linea della costa ed era sopraelevata sulle pendici del Vesuvio, il che consentiva un’ampia veduta del Golfo di Napoli, rendendola la residenza ideale per un patrizio romano. In essa, il peristilio rettangolare o grande comunicava con un vasto locale detto tablinum, che costituiva una sorta di giardino-museo, ovvero una galleria di opere d’arte, poiché ospitava la maggior parte delle sculture dell’edificio, tra cui svariati busti bronzei di filosofi, oratori, poeti, sovrani ellenistici e personaggi di ambientazione arcadica: nel medesimo peristilio era ubicata la preziosa biblioteca, centro culturale della villa. Opere rinvenute e programma decorativo della Villa di Ercolano Dalle relazioni redatte all’epoca dello scavo sappiamo che il materiale librario fu ritrovato a più riprese in cinque punti della villa: in particolare, nei pressi dei due peristili si rinvennero svariate casse di legno con papiri di diversa grandezza e altri rotoli forse ammucchiati per terra in via provvisoria. Gli scavatori inizialmente non si accorsero di trovarsi dinanzi a rotoli papiracei, ma li considerarono frammenti di legno carbonizzati e li lasciarono a terra, mentre in un secondo momento si cercò di aprire con alcuni arnesi e con una colla particolarmente densa i fragili materiali venuti alla luce. I papiri di Ercolano contengono principalmente testi filosofici greci, i cui frammenti hanno consentito di ricostruire una discreta porzione dell’opera Sulla natura di Epicuro, configurandosi peraltro come testimoni unici di frammenti di opere altrimenti non conservate di Colote di Lampsaco, Carnesico, Polistrato e Demetrio Lacone. La maggior parte dei testi in essi conservati è ascrivibile a Filodemo di Gadara, poeta raffinato e filosofo epicureo, che, giunto da Atene in Italia negli anni 80-70 del I sec. a.C., raccolse in questa lussuosa dimora una imponente biblioteca, contenente i volumi dei Maestri dell’Epicureismo e le copie delle sue molteplici opere. Nelle intenzioni di Filodemo, la villa, con il suo ricco patrimonio librario e con la sua decorazione scultorea opportunamente predisposta secondo un preciso programma organizzativo, doveva apparire come un’ideale rifondazione in terra italica del Giardino di Epicuro ad Atene. Negli anni ‘80 Marcello Gigante, riprendendo un’intuizione del Pandermalis, ha connesso le scelte decorative della villa all’epicureismo del proprietario, identificato in Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare e console nel 58 a.C., in virtù dei suoi legami di amicizia con Filodemo. Infatti, la sezione filodemea della biblioteca ripropone tutta la […]

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Vino e viticoltura nel mondo antico: dal simposio all’Enotria

Il consumo di vino, partecipe di molteplici funzioni tecnologiche, sociali ed ideologiche, frutto di un sapere che manipola la natura rendendola fruibile, è carico di valenze simboliche, dalle quali scaturiscono la ricca mitologia e l’alta ritualizzazione che lo hanno accompagnato lungo tutta la storia dell’Occidente, perdurando ancora oggi. Esso, agendo sul paesaggio con i suoi armoniosi filari, ha viaggiato nel corso dei millenni tra popoli e lingue diverse, in un’area estremamente vasta, dall’India al Mediterraneo, presso le località in cui si sviluppò l’innovazione della viticoltura. La coltivazione della vite dai Sumeri all’antica Grecia  Sui bassorilievi assiri con scene di banchetto sono rappresentati schiavi che attingono il vino da grandi crateri e lo servono ai commensali in coppe ricolme; nell’epopea di Gilgamesh, mitico re sumero, il vino – mediante la sua emblematizzazione in Siduri – è l’elemento femminile medianico senza il quale il sovrano non potrebbe effettuare la metamorfosi verso un’umanità nuova, creatrice di civiltà. La viticoltura, i cui albori vanno individuati nella regione del Caucaso, in Armenia e nel Turkestan, si diffuse attraverso gli altopiani iranici e il Mar Nero verso sud, nel Mediterraneo, dove ebbe larga diffusione in Egitto e nel vicino Oriente. Qui, la pratica della vinificazione divenne molto intensa e diffusa intorno al II millennio a.C., in modo particolare nel Delta del Nilo; alcune pitture tombali egizie attestano, infatti, il sistema di coltivazione “a pergola”, la pigiatura dell’uva, la fermentazione nelle anfore e perfino una rudimentale pratica di invecchiamento. Fu proprio questa bevanda resinata ad essere introdotto in Grecia, inizialmente nelle isole di Lesbo e Samo, nell’Egeo. Già l’Iliade parlava del vino di Pramno, il più antico tra i vini greci, prodotto nell’isola Icària, dall’unica vite che i Greci conoscevano come sacra; e sempre nell’Iliade, nella descrizione dello scudo di Achille, si dipinge una florida vigna a ceppo con sostegni a paletto. Anche l’Odissea ci fornisce un’interessante informazione storica: il primo “DOC” della storia enologica si chiamerebbe Ismàro, dall’omonima località dell’Egeo settentrionale. Il ciclo epico greco fissa, così, l’inizio del tempo dell’uomo: l’arte di navigare e l’arte della vinificazione. In Grecia, il consumo del vino era vissuto come rito collettivo, da svolgersi nello spazio del “simposio”, letteralmente “il bere insieme”, una forma di socialità con delle regole miranti alla precisa divisione del piacere, nel rispetto di determinate proporzioni nella miscelazione e nella quantità spettante a ciascuno: nel mondo antico, infatti, vi era consapevolezza dell’ambiguità insita nell’inebriante succo d’uva, in grado di appropriarsi della mente di chi lo avesse bevuto. In virtù di una simile importanza sociale e rituale, i Greci contribuirono enormemente alla viticoltura, sviluppando efficaci tecniche, in seguito introdotte anche presso le popolazioni con cui essi si relazionarono, contribuendo a rendere la vite parte integrante della cultura dei popoli del Mediterraneo. Dal simposio all’Enotria, “la terra del vino”  Attraverso i Greci ed i Fenici, l’arte della coltivazione della vite si estese dapprima in Italia meridionale e Sicilia, poi, per il tramite degli Etruschi, nelle regioni centro-settentrionali. Il vino è infatti, uno dei prodotti dell’antichità legato al […]

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Il mosaico: storia e tecniche dall’antichità all’età bizantina

Il mosaico è una tecnica pittorica assai diffusa nel mondo antico, consistente nell’accostare con determinato disegno, frammenti marmorei o anche vitrei detti “tessere”. Di derivazione orientale, questa tecnica fu particolarmente apprezzata ad Alessandria, introdotta tardi nel mondo ellenico, e assai cara ai Romani che l’usarono con diversi sistemi, l’opus sectile, l’opus tessellatum e l’opus vermiculatum, sia per pavimenti, sia per rivestimenti parietali, in bianco e nero o a colori. Il procedimento era lo stesso che si usa ancor oggi: su uno strato di stucco fresco, tracciato il disegno da seguire, si applicavano tessere, che i Romani usavano assai minute, di formato maggiore invece nell’età medievale e rinascimentale. Marmoree per i pavimenti, le tessere erano miste con paste vitree colorate per le pareti, e spesso dorate per i fondi, specie nell’arte ravennate e bizantina. Per far aderire le tessere al fondo, oltre al cemento, può essere usato uno speciale mastice, che rende l’opera più leggera. Sembra che l’uso di smalti colorati fosse noto già nelle antiche dinastie dell’Egitto e presso i Sumeri. Il mosaico e la sua diffusione: dalla Grecia a Roma Nell’antichità erano celebri i mosaici pavimentali del tipo detto asàroton, «non spazzato», come quello del palazzo reale di Pergamo, e, in Italia, alcuni resti nel museo di Aquileia; di età alessandrina è la stupefacente scena con la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III, nella pavimentazione della casa del Fauno a Pompei, ora nel Museo Nazionale di Napoli: eseguita forse nel II a.C., è di certo la trascrizione di un dipinto greco più antico. Tipiche del gusto alessandrino sono le scene con animali, le nature morte e le scene di genere, come quella firmata da un Dioscuride di Samo, con musici ambulanti. Tra i mosaici che riproducono aspetti della vita quotidiana, si ricorda il mosaico del Gladiatore di Roma, che raffigura una scena di combattimento, nel quale ogni gladiatore è sormontato dal proprio nome. Musici ambulanti (scena da commedia), Dioscoride di Samo, II sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli Le prime testimonianze di mosaico a tessere nell’antica Roma si collocano intorno alla fine del III secolo a.C., giacché solo in seguito all’espansione in Grecia e in Egitto, e ai derivanti scambi commerciali e culturali, sorge un interesse per la ricerca estetica e la raffinatezza delle esecuzioni; esso si autonomizzerà progressivamente dalla tradizione greca, sviluppando una preferenza per i temi figurativi stereotipati, con motivi geometrici e vegetazione stilizzata. Valutato inizialmente come bene di lusso e non fruibile da tutti, il mosaico si diffonde lentamente, finché a partire dal I secolo a.C. la sua propagazione è così capillare da essere ormai presente in tutte le case, con un successivo impoverimento della qualità. Tra i resti di case romane e terme a Pompei, Ercolano e Roma, sono presenti spesso mosaici pavimentali a riquadri con scene figurate, mitologiche o allegoriche, ritratti, animali, intercalati da disegni geometrici. Cave canem da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli In queste domus, il mosaico parietale era utilizzato anche per rivestire le esedre, spesso decorate […]

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Quinto Sereno Sammonico e il Liber medicinalis

Quinto Sereno Sammonico si presenta come una delle personalità più problematiche del panorama culturale dell’età dei Severi, la nuova dinastia nata dalle ceneri dei governi effimeri, seguiti all’uccisione di Commodo, all’insegna di un’instabilità politica e sociale che inevitabilmente proietta i propri esiti nella produzione letteraria, di prevalente carattere rielaborativo. Il singolare testo di argomento medico in esametri a lui ascritto, il Liber Medicinalis, ben s’inserisce nel sempre più vivo interesse per l’ars medica che si sviluppa a partire dall’età imperiale. Dal II secolo, infatti, Roma diviene polo di attrazione per numerosi eruditi di provenienza greca: qui i progressi della medicina alessandrina favoriscono l’emergere di figure professionali, di scuole mediche, in primis la Schola medicorum sull’Esquilino, e la necessità di norme deontologiche. Ciò crea anche le condizioni per la nascita di una letteratura medica e farmacologica in lingua latina. Riguardo al suo autore, le notizie offerte dalle fonti antiche sono utili a distinguere due personaggi omonimi, presunti padre e figlio: il primo, vissuto al tempo di Settimio Severo (193-211), è dipinto come un dotto ricercatore di curiosità antiquarie, in intimità con la corte e ricco di reputazione a Roma, assassinato per ordine di Caracalla; circa il secondo personaggio, gli scritpores dell’Historia Augusta riferiscono che fu lo storico di Alessandro Severo (222-235) e precettore di Gordiano II, cui cedette in eredità la ricca biblioteca del padre omonimo. Il Liber medicinalis: un ricettario medico in versi Il testo, trascurato nell’antichità e nel primo Medioevo, sembra invece aver goduto di un’improvvisa fortuna e diffusione a partire dal IX sec., in connessione con la trascrizione commissionata da Carlo Magno; esso si presenta come un ricettario medico in esametri suddivisi in capitoli, che raccoglie i rimedi della farmacopea romana proposti in rapporto ai vari organi nell’ordine a capite ad calcem, secondo la classificazione nosologica dei ricettari attestata in ambito latino. In effetti, Quinto Sereno si inserisce in una produzione di ricettari particolarmente fiorente a partire dal I secolo, in lingua sia greca che latina; tuttavia, egli innova la materia farmacologica e divulgativa mediante la versificazione del testo, distintiva ma non peculiare, perché in ambito greco è possibile riscontrare alcuni testi farmacologici in versi, come i Theriaká e gli Alexiphármaka di Nicandro di Colofone; in ambito latino, il precedente più autorevole di un testo di argomento medico-farmacologico sviluppato in poesia è il De medicamine faciei foeminae di Ovidio, di cui restano soli 100 distici elegiaci. Inoltre il Liber medicinalis si segnala come prodotto di un’epoca di complessiva “stanchezza” della poesia, che rielabora per lo più temi e argomenti della poesia classica con una marcata tendenza a ricercare raffinati tecnicismi e sperimentalismi metrici, e di sviluppo di una prosa manualistica e nozionistica, riguardante discipline di interesse pratico e tecnico, di tradizione orale, che sono così codificate. Quinto Sereno Sammonico e la medicina popolare  Attraverso frequenti puntualizzazioni sulla sua esperienza empirica, che è comprovata anche dalla prescrizione di una splenectomia, ovvero di una pratica paleochirurgica di asportazione della milza, Quinto Sereno vuole ribadire il rigore specialistico delle sue proposte […]

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Notizie curiose

Accento circonflesso: origini e caratteristiche

In questo articolo approfondiremo alcuni aspetti legati all’accentazione linguistica, riguardanti in particolare il meno conosciuto accento circonflesso. L’accento intensivo, detto anche dinamico o espiratorio, e l’accento melodico, detto anche musicale o cromatico, producono un succedersi periodico di fonemi articolati più energicamente o su un tono più alto dei fonemi contigui: le sillabe si collegano, infatti, nella parola e nella frase, in modo da formare unità ritmiche, cioè complessi fonici scalati secondo l’intensità o l’altezza musicale. Quando si indica l’accento intensivo come caratteristico, per esempio, dell’italiano, in realtà si afferma che in questa lingua il parlante sente l’intensità piuttosto che la melodia; e quando si attribuisce, per esempio, al greco antico un sistema di accentazione melodico, si viene a dire che in quella lingua il parlante sentiva la melodia a preferenza dell’intensità. Inoltre, spesso, all’intensità dell’accento è legata la quantità della vocale accentata: ad esempio in latino si hanno pālus “palo” e pălūs “palude”, sērō “tardi” e sĕro “io intreccio”. Si denomina accento acuto il grafema ˊ, accento grave il grafema ˋ  e accento circonflesso, il grafema ^; il loro valore non è unico, variando secondo i sistemi grafici nazionali e, nell’ambito di molti di questi, secondo le abitudini individuali. L’accento circonflesso nel greco antico, nel francese e in matematica Premesso ciò, occupiamoci ora del valore e delle caratteristiche dell’accento circonflesso. Innanzitutto, nel periodo classico (V-IV secolo a.C.) gli accenti di parole non erano indicati per iscritto, ma dal II secolo a.C. in poi furono ideati alcuni segni diacritici; i tre segni adoperati per indicare l’accento nel greco antico, l’acuto (ά), il circonflesso (ᾶ), e il grave (ὰ) sono stati introdotti da Aristofane di Bisanzio, filologo e grammatico a capo della biblioteca di Alessandria in Egitto all’inizio del II secolo a.C., epoca in cui si registrano i primi papiri con segni di accentazione. Tra il II e il IV secolo d.C. la distinzione tra acuto, grave e circonflesso scomparve e tutti e tre gli accenti vennero pronunciati come accento identico, generalmente ascoltati sulla stessa sillaba. Nell’ortografia politonica del greco, il grafema ~ può comparire soltanto su un dittongo o una vocale lunga poiché è un accento composto – formato da una mora accentata e una atona (cioè da un innalzamento della voce sulla prima mora e un abbassamento sulla seconda), dunque indicante una combinazione tra accento acuto e grave, ossia un iniziale innalzamento di tono, che termina con un abbassamento, oppure prodotto dalla contrazione di due vocali – e soltanto sull’ultima o penultima sillaba di un vocabolo. Una serie di norme regolamenta il suo uso: – per la legge del trocheo finale, se in una parola greca l’ultima sillaba è breve e la penultima lunga (cioè termina con un trocheo, — ∪), e l’accento cade sulla penultima, questo sarà obbligatoriamente circonflesso; – quando due vocali contraggono, se l’accento cade sul primo elemento della contrazione l’accento sarà circonflesso; – il risultato della crasi – ovvero la contrazione di una vocale aspra finale con la vocale aspra iniziale della parola seguente – è sempre […]

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Cucina e Salute

Ricette del riciclo per valorizzare la dispensa casalinga

In questo articolo vi mostreremo alcune ricette semplici e gustose, per preparare dei piatti con pochi ingredienti che tutti noi abbiamo in dispensa. Non sempre è necessario disporre di ingredienti nobili, costosi o reperibili a fatica per approntare dei piatti singolari, ma è bene – soprattutto in queste lunghe giornate da trascorrere in casa, angustiati dalla quarantena causata dal Coronavirus, in cui non abbiamo modo di fare la spesa con la comodità normale e consuetudinaria – dedicare un po’ di energie ad ingegnarsi nell’ideazione e nella preparazione di ricette “antispreco”, con pochi ingredienti di base, presenti nella dispensa di ciascuno di noi. Vi proponiamo, dunque, una serie di ricette la cui formulazione è basata proprio su principi di riciclo genuino di avanzi e sulla rifunzionalizzazione di piatti già pronti, che possono trasformarsi in alternative di recupero ancora più sfiziose ed appetibili.  Ricette dolci, facili e veloci, da gustare a colazione o a merenda Biscotti di Muesli e polpa di frutta 250 g. di polpa di frutta molto matura che si ha in casa (banana, mela, pera) 150 g. di muesli Farina q. b. Cannella Quest’idea golosa è l’ideale quando si hanno pochi ingredienti a disposizione nella dispensa: serviranno, infatti, solo due ingredienti principali e una manciata di minuti per la preparazione e la cottura. Occorre sbucciare la frutta scelta, ridurre la polpa in purea con una forchetta e raccoglierla in una ciotola; aggiungere il muesli che si ha in casa, di qualsiasi tipo esso sia (ad esempio al cioccolato o ai frutti rossi), amalgamare perfettamente gli ingredienti, perfezionando la consistenza con della farina, e aggiungere un buon sentore di cannella spolverizzandola all’interno. È importante lasciare riposare il composto per 10 minuti, in modo che i cereali assorbano l’umidità del frutto. Realizzare dei ciuffetti d’impasto con due cucchiaini, adagiarli su una piastra foderata con la carta da forno e cuocere in forno preriscaldato a 180 °C per 15-20 minuti. Torta di amaretti e frutta secca 250 g. di pane secco 500 ml di latte 2 uova 70 g. di amaretti 50 g. di zucchero Noci, pinoli, mandorle, uvetta a piacere (a seconda di ciò che si ha a disposizione in casa) Una tazzina di caffè 40 g. di cacao amaro Questo dolce di recupero nasce principalmente per utilizzare il pane vecchio e per svuotare la dispensa. Non vi è un vero e proprio procedimento, perché il principio su cui si fonda è quello di unire ciò che abbiamo a casa, valutando la consistenza finale del composto, che non deve essere né troppo liquida né troppo compatta. L’unico passaggio fondamentale consiste nel tagliare il pane a pezzi, porlo in una ciotola capiente con il latte, lasciarlo in ammollo in frigo per un paio d’ore e rimescolare accuratamente in modo da ottenere un composto il più possibile omogeneo. Dopo aver aggiunto e amalgamato i restanti ingredienti, trasferire in una teglia, imburrata e infarinata, e porre in forno preriscaldato a 180 °C per 50-55 minuti, valutando la cottura con uno stecchino. Il dolce dovrà […]

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