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Eroica Fenice

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Carvilio ed Aebutia: una singolare scoperta archeologica

La tomba di Carvilio ed Aebutia, riemersa in modo del tutto casuale a Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma sulla via Latina, costituisce una sepoltura eccezionale per le sue peculiarità. Nel corso di lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, riaffiorano, infatti, alcuni gradini discendenti in profondità fino a una porta di pietra ancora sigillata. Lo scavo ufficiale, iniziato nel maggio 2000, consente di appurare che le strutture riportate fortuitamente alla luce costituiscono un dromos, ovvero un corridoio a cielo aperto, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. Come constatano gli archeologi, si tratta di una tomba romana di I sec. d.C. incredibilmente ancora intatta, nel cui sacello sotterraneo sono ritrovati due sarcofagi marmorei di ottima fattura con decorazioni a rilievo, che presentano l’incisione dei nomi dei due defunti: Carvilio Gemello ed Aebutia Quarta. Quando i sarcofagi sono aperti, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora intatti: l’imbalsamazione cui furono sottoposti ha consentito uno straordinario stato di conservazione, tant’è che i resti di Carvilio sono noti all’estero come The Mummy of Rome. I due sarcofagi di Carvilio ed Aebutia Il corpo di Aebutia era appena percepibile perché ricoperto da un manto vegetale costituito da centinaia di piccole ghirlande; sul capo era posta una parrucca ben conservata, avvolta da una reticella tessuta con doppio filo d’oro finissimo terminante con una treccia. Il corredo personale è costituito da un anello d’oro a fascia, con castone in cristallo di rocca lavorato a cabochon, attraverso la cui superficie superiore convessa è visibile il busto di un personaggio maschile finemente eseguito su lamina in microrilievo. Le ossa della parte superiore del corpo recano evidenti tracce di combustione; inoltre il collasso del viso e del cranio ha consentito di ipotizzare che la sua morte sia avvenuta a causa delle diffuse ustioni riportate e che per questo la salma sia stata quasi interamente rivestita dalle ghirlande. Il corpo di Carvilio era avvolto in un sudario e ricoperto totalmente di fiori; grandi ghirlande in buono stato di conservazione ricoprivano la metà superiore del corpo, una delle quali disposta attorno alla testa. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti, inoltre si è riscontrata una elevata percentuale di arsenico nei capelli, sicché riguardo le circostanze della sua morte sono state ipotizzate sia una setticemia per una ferita o una caduta da cavallo, che un avvelenamento.  È possibile ammirare i sarcofagi e una ricostruzione della tomba all’interno del Museo dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata, mentre l’anello, pezzo unico di grande pregio, è conservato nel Museo di Palestrina. Chi sono i due sepolti dell’ipogeo delle ghirlande e perché si sono conservati? Secondo gli studiosi, si trattava di una famiglia di rango elevato, come pare evidenziato dall’ubicazione della struttura: benché non si abbia alcun indizio circa l’assetto architettonico superficiale, l’ipogeo si trova, infatti, a pochi metri dall’incrocio tra due strade fondamentali alla periferia di Roma, nell’ambito della rete stradale del Colli Albani, ovvero la Via […]

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Sostenibilità e necessità bioetica nell’era globale

Dalla fine degli anni Ottanta matura progressivamente in ambito internazionale un nuovo concetto di benessere basato sul criterio della sostenibilità, definito appunto “sviluppo sostenibile”, mirante a salvaguardare le esigenze della brulicante vita del Pianeta, senza porre a rischio le necessità delle future generazioni. L’homo sapiens, infatti, ha interagito con il mondo naturale sin dalla sua comparsa sulla Terra, via via perfezionando – parallelamente all’evolversi delle proprie facoltà cognitive – le varie possibilità di adattamento agli ambienti naturali, ma alterando al contempo gli equilibri del Pianeta consolidatisi in milioni di anni di evoluzione. Agendo in tal modo, egli ha innescato una costante diminuzione della capacità naturale del globo di sostenere l’impatto quantitativo e qualitativo della specie umana: i problemi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, il progresso tecnologico, l’accumulo dei rifiuti, l’impoverimento delle materie prime, la ricerca di fonti alternative di energia, la scomparsa di habitat e specie naturali rendono l’ambiente naturale sempre meno adatto, per caratteristiche ecologiche, all’instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. «Questa improvvisa scomparsa del cinguettio degli uccelli, questa perdita di colore, di bellezza e di attrattiva che ha colpito il nostro mondo è giunta con passo leggero e subdolo»: così rilevava nel 1962 la zoologa statunitense Rachel Carson nella sua Silent Spring, una rilevante critica del mondo industrializzato che, per la prima volta, pone il problema ambientale. Un fondamentale principio etico di responsabilità, degno di menzione, si data nel 1979, formulato dal filosofo tedesco Hanz Jonas, in risposta all’emergenza ecologica scaturita dall’opulenta civiltà tecnologica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra». Punto di partenza del pensatore è che il fare dell’uomo al giorno d’oggi è in grado di distruggere l’esistenza stessa della vita. Il dibattito sulla sostenibilità: l’Agenda 21 Gran parte delle politiche di sostenibilità e delle attività legislative in materia sfociano nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio; 178 paesi, 120 Capi di Stato, 8000 giornalisti e più di 30.000 persone parteciparono al summit governativo ufficiale e al parallelo Forum globale delle organizzazioni non governative. L’atto stilato nel corso dell’evento è definito Agenda 21, un documento d’intenti e obiettivi programmatici riguardo ad aree economiche, sociali e soprattutto ambientali: lotta alla povertà, cambiamento dei modelli di produzione e consumo, dinamiche demografiche, conservazione e gestione delle risorse naturali, protezione dell’atmosfera, degli oceani e della biodiversità, prevenzione della deforestazione, promozione di un’agricoltura sostenibile. L’Agenda 21 può, in questo modo, essere definita come un processo, condiviso da tutti gli attori presenti sul territorio, per definire un piano di azione locale che guardi al XXI secolo. In tale documento si stabilisce l’articolazione del concetto di sostenibilità su tre giudizi di valore: uguaglianza di diritti per le future generazioni, giustizia internazionale e trasmissione fiduciaria di una natura intatta. L’ottica dello sviluppo sostenibile richiede, quindi, un approccio globale alla pianificazione e un’attenzione particolare al benessere sociale, ecologico ed economico, implicando che la produzione di ricchezza non avvenga a danno del sistema che supporta la varietà […]

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Reimpiego e continuità in Campania in età tardoantica

Il reimpiego su larga scala di spolia, ovvero il riuso da edifici di epoca classica di elementi figurativi ed architettonici di spoglio conservanti la stessa funzione originaria (colonne, capitelli, basi, fregi, sarcofagi), comincia a diffondersi solo nel III secolo d.C., assumendo precisi caratteri artistici nell’ambito dell’architettura romana di epoca tardoantica e costituendo una delle pratiche più caratterizzanti dell’età medioevale: esso è documentato, ad esempio, nel restauro del portico in summa cavea del Colosseo e nella costruzione delle Terme di Diocleziano. Si è molto discusso sul significato di questo fenomeno, generalmente quale spia di decadenza della cultura artistica, del livello tecnico delle botteghe di scultori e marmorari e, più in generale, delle capacità economiche dell’Impero; tuttavia, pur considerando la minore disponibilità di marmo e i cambiamenti nell’amministrazione delle cave imperiali e nella distribuzione dei marmi, una più moderna chiave di lettura connette il fenomeno a motivazioni di natura ideologica: in altri termini, la pratica del reimpiego diverrebbe scelta consapevole di richiamo al passato, per esprimere precisi contenuti simbolici di natura politica o religiosa. L’enfatizzazione dello stretto legame con il passato aveva lo scopo di evidenziarne la continuità ideologica, atta a legittimare i profondi mutamenti storici e strutturali verificatisi nel tardo Impero, sicché il materiale proveniente da edifici di epoca classica cominciò ad assumere, oltre alla qualità intrinseca della materia prima, il valore che scaturiva dalla sua antichità. Il reimpiego nelle fabbriche cristiane della Campania Il riutilizzo di materiale di spoglio è ben documentato negli edifici di culto cristiani di committenza imperiale, per la cui realizzazione i sovrani si profusero in notevoli finanziamenti, a testimonianza del loro interesse politico. Gettando lo sguardo sulla Campania, si osserva una pratica del reimpiego molto viva durante il periodo dei ducati longobardi e bizantini, allorquando, sulla spinta della tradizione paleocristiana e bizantina e sull’esempio dei grandi monasteri di Montecassino e di San Vincenzo a Volturno, era praticata l’associazione tra un’architettura di prestigio e l’utilizzo delle spoglie, in particolare delle colonne. A segnare il periodo di massima espansione dell’uso di spolia sarà la dominazione normanna, con la sua ideologia del potere espressa dal recupero dell’antico quale richiamo all’Impero romano e dall’uso del marmo al fine di caratterizzare il prestigio del committente. Le fabbriche religiose promosse dai Normanni ispirate a Montecassino manifestavano un rinnovato interesse per la cultura antica, che nel campo dell’arte e dell’architettura si espresse con una riappropriazione più consapevole di tradizionali repertori decorativi associati a marmo, porfido e granito, che continuavano ad essere i materiali per eccellenza portatori in architettura di prestigio politico, religioso e sociale: questo processo aveva alla base la scelta programmatica di riattualizzare le spoglie attraverso il loro uso nei nuovi contesti architettonici. Le strutture antiche testimoniavano, infatti, la grandezza dell’Impero romano, garantendo il conservarsi di un’identità culturale attraverso la consapevolezza di un comune linguaggio. Gli elementi di reimpiego negli elevati architettonici manifestavano, invece, quel concetto di continuità con il passato imperiale romano, di cui l’uomo medievale si sentiva l’erede e a cui ricollegava tutte le forme del potere politico. Le modalità […]

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Carte, mappe e atlanti dal Neolitico alle scoperte geografiche

L’evoluzione della redazione delle carte consente di cogliere i passaggi di una lunga elaborazione, fatta di intuizioni e cognizioni approdate a strumenti gradualmente divenuti più definiti e complessi. I tentativi di rappresentazione su carta della superficie terrestre nascono agli albori della storia dell’uomo: tra i reperti cartografici ancora conservati, una testimonianza importante è costituita dall’incisione rupestre di Bedolina, in Val Camonica, composta da elementi geometrici interpretabili come rappresentazioni topografiche del territorio agricolo, risalente al Neolitico. La prima rappresentazione più verosimilmente cartografica è stata ritrovata nell’area che allora designava la Mesopotamia (2400-2200 a.C.), consistente in un graffito su tavoletta d’argilla, in cui è rappresentata una valle fluviale fra due file di colline, accompagnata da scritte cuneiformi. Anche gli antichi Egizi produssero carte destinate a scopi eminentemente pratici, ovvero catastali, di visualizzazione degli appezzamenti coltivati e di individuazione della fitta rete di canali di irrigazione. Le carte geografiche in ambito greco e romano  Solo nella Grecia di VI a.C. è possibile individuare una cartografia concepita a fini prettamente culturali, sorta da finalità speculative. Pare che la prima rappresentazione della Terra allora conosciuta risalga ad Anassimandro di Mileto, quest’ultimo fiorente porto, crocevia di merci, popolazioni e conoscenze; rappresentazioni molto diffuse erano i peripli, carte costruite in maniera del tutto empirica, basate su esperienze di viaggio, notizie e descrizioni che provenivano principalmente dai naviganti. La cartografia comincia il proprio percorso scientifico con Dicearco da Messina, filosofo peripatetico, che nella sua carta ospita per la prima volta  un elemento di carattere matematico, il diafragma, ovvero la rappresentazione embrionale di un parallelo; sicuramente più famosa è la carta prodotta nel III secolo a.C. da Eratostene di Cirene, direttore della Biblioteca di Alessandria, autore di una Geografia del mondo allora conosciuto, di cui la carta è il coronamento – in effetti, prima della comparsa della legenda intorno al XVI, la carta non era svincolata, ma concepita come “allegato” a un’opera geografica –, raffigurante l’ampliarsi del mondo allora conosciuto a seguito delle conquiste di Alessandro Magno e dei viaggi nelle regioni del nord di Pitea di Marsiglia. In età ellenistica, la cartografia comincia ad assumere un vero e proprio fondamento matematico con Tolomeo. Con l’Introduzione alla Geografia, rimasta in auge finché non fu sostituita nel Settecento da quella gravitazionale di Newton, la cartografia si arricchì di importanti risultati: riconobbe la necessità di una base matematico-geometrico per una rappresentazione approssimata, precisò il ricorso al reticolato geografico, introdusse l’uso di segni convenzionali e tentò in maniera embrionale la rappresentazione del rilievo. La produzione cartografica dei Romani non aggiunse nulla in termini di conoscenze e rese cartografiche, per il fatto che le loro finalità erano pratiche, di conoscenza dell’estensione delle terre che via via essi andavano assoggettando; la realizzazione delle tabulae era demandata soprattutto agli agrimensores, che si occupavano di rilevare e misurare le terre acquisite da Roma. L’unica testimonianza molto eloquente della cartografia romana è la Tabula Peutingeriana, famoso cimelio di III-IV secolo d.C., raffigurante l’Impero Romano, il Vicino Oriente e l’India, adibita a una consultazione frequente, come si evince […]

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Latino: veicolo della scienza da Galileo ai nostri giorni

«La scienza moderna è nata in latino ma, tranne pochi coraggiosi, nessuno più legge i documenti di un passato glorioso nella lingua originale: chi sa il latino è digiuno di scienza e per chi conosce la scienza il latino è roba da museo». Secondo Tullio Regge, infatti, «La grande colpa dei latinisti» è rappresentata dall’aver trascurato questo settore della scienza redatto in latino, separando quelli che sono da interpretarsi come due linguaggi di un’unica cultura, per i quali occorrerebbe un’interdisciplinarità. In effetti, alla rottura dell’unità linguistica del latino tra XVII e XVIII secolo, il mondo accademico europeo non percepisce immediatamente il bisogno di utilizzare le lingue nazionali ma nutre il sogno condiviso di una lingua perfetta che, senza ambiguità, riesca ad esprimere i concetti nell’ambito di una comunicazione universale. A questa esigenza, il latino rispondeva perfettamente: mentre, infatti, il linguaggio naturale era di per sé soggetto a un’ambiguità semantica, il latino garantiva una univocità di definizioni, essendosi distaccato dalla lingua naturale. Vi era, dunque, una comunità internazionale che dialogava in latino, secondo una modalità avanzata di concepire la scienza, percepita come una sorta di “zona franca” rispetto ai nazionalismi e ai durissimi conflitti che dilaniavano l’Europa.  Questo dibattito raggiunge il suo culmine nel Seicento, allorquando si afferma l’esigenza di costruire nomenclature adeguate alle nuove scoperte che si stavano realizzando nel campo fisico e naturalistico. Nel 1620 Bacone scrive il Novum Organum, affermando l’importanza dell’esperimento controllato, che sostituisce l’osservazione casuale, innovazione straordinaria che lo ha reso il padre del “metodo sperimentale”. Bacone formula sul tema del linguaggio osservazioni di grande spessore: uno dei principi della filosofia baconiana è la distruzione degli idola, le false idee che si diffondono per effetto dei dogmi tramandati dalla tradizione o per errori di linguaggio: bisogna, quindi, stabilire il valore esatto delle parole se si vuole parlare “scientificamente”. Ebbene, da questo momento, tra 1600 e 1700, la parola novum deflagra, ritrovandosi in modo quasi “ossessivo” in vari trattati scientifici, segnale della consapevolezza del cambiamento del codice linguistico, avvalorata altresì dalla grande diffusione della grammatica latina di Port-Royal. Il latino di Copernico, Galileo e Newton Copernico fa uso del latino nel De Revolutionibus Orbium Caelestium nel 1543, sessant’anni prima della grande svolta galileiana, sviluppando cautamente i suoi calcoli su una base puramente intellettualistica, argomentativa ed ipotetica. Galileo sceglie l’italiano per le opere divulgative della maturità, come Il Saggiatore, mentre nel Sidereus Nuncius, opera accademica in cui espone l’invenzione del cannocchiale, che chiama organum, sceglie il latino. Pubblicato a Venezia nel marzo 1610, esso è un breve trattato di astronomia, che rende conto delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo scienziato pisano nei mesi precedenti con l’uso di un cannocchiale; il titolo dell’opera si riferisca alle radicali novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che il libro porta con sé, rivendicando una visione autoptica. Galileo, pertanto, usa un latino filosofico e scientifico – che peraltro dimostra di saper usare con grande precisione – perché vuole comunicare le scoperte alla comunità scientifica internazionale; quando, diversamente, si rivolge a un […]

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Ercolano e la sua preziosa Villa dei Papiri

La Villa dei Papiri di Ercolano, il grande edificio suburbano di otium situato a nord-ovest dell’antica Herculanum, ci ha restituito splendide collezioni di sculture in bronzo e in marmo e una biblioteca organica di oltre 1000 papiri. L’omogeneità contenutistica della biblioteca di Ercolano e la circostanza che il complesso di sculture rispecchiasse un programma decorativo ideale fanno di quello ercolanese un monumento unico. Rinvenuta nel corso dello scavo iniziato nel 1750 sotto Carlo di Borbone, oggi è sepolta sotto una coltre di 27 metri di materiale vulcanico, ma ne conosciamo l’ubicazione e gran parte della struttura architettonica grazie alla pianta redatta dall’ingegnere svizzero Karl Weber. La domus si estendeva in lunghezza per circa 250 parallelamente alla linea della costa ed era sopraelevata sulle pendici del Vesuvio, il che consentiva un’ampia veduta del Golfo di Napoli, rendendola la residenza ideale per un patrizio romano. In essa, il peristilio rettangolare o grande comunicava con un vasto locale detto tablinum, che costituiva una sorta di giardino-museo, ovvero una galleria di opere d’arte, poiché ospitava la maggior parte delle sculture dell’edificio, tra cui svariati busti bronzei di filosofi, oratori, poeti, sovrani ellenistici e personaggi di ambientazione arcadica: nel medesimo peristilio era ubicata la preziosa biblioteca, centro culturale della villa. Opere rinvenute e programma decorativo della Villa di Ercolano Dalle relazioni redatte all’epoca dello scavo sappiamo che il materiale librario fu ritrovato a più riprese in cinque punti della villa: in particolare, nei pressi dei due peristili si rinvennero svariate casse di legno con papiri di diversa grandezza e altri rotoli forse ammucchiati per terra in via provvisoria. Gli scavatori inizialmente non si accorsero di trovarsi dinanzi a rotoli papiracei, ma li considerarono frammenti di legno carbonizzati e li lasciarono a terra, mentre in un secondo momento si cercò di aprire con alcuni arnesi e con una colla particolarmente densa i fragili materiali venuti alla luce. I papiri di Ercolano contengono principalmente testi filosofici greci, i cui frammenti hanno consentito di ricostruire una discreta porzione dell’opera Sulla natura di Epicuro, configurandosi peraltro come testimoni unici di frammenti di opere altrimenti non conservate di Colote di Lampsaco, Carnesico, Polistrato e Demetrio Lacone. La maggior parte dei testi in essi conservati è ascrivibile a Filodemo di Gadara, poeta raffinato e filosofo epicureo, che, giunto da Atene in Italia negli anni 80-70 del I sec. a.C., raccolse in questa lussuosa dimora una imponente biblioteca, contenente i volumi dei Maestri dell’Epicureismo e le copie delle sue molteplici opere. Nelle intenzioni di Filodemo, la villa, con il suo ricco patrimonio librario e con la sua decorazione scultorea opportunamente predisposta secondo un preciso programma organizzativo, doveva apparire come un’ideale rifondazione in terra italica del Giardino di Epicuro ad Atene. Negli anni ‘80 Marcello Gigante, riprendendo un’intuizione del Pandermalis, ha connesso le scelte decorative della villa all’epicureismo del proprietario, identificato in Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare e console nel 58 a.C., in virtù dei suoi legami di amicizia con Filodemo. Infatti, la sezione filodemea della biblioteca ripropone tutta la […]

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Vino e viticoltura nel mondo antico: dal simposio all’Enotria

Il consumo di vino, partecipe di molteplici funzioni tecnologiche, sociali ed ideologiche, frutto di un sapere che manipola la natura rendendola fruibile, è carico di valenze simboliche, dalle quali scaturiscono la ricca mitologia e l’alta ritualizzazione che lo hanno accompagnato lungo tutta la storia dell’Occidente, perdurando ancora oggi. Esso, agendo sul paesaggio con i suoi armoniosi filari, ha viaggiato nel corso dei millenni tra popoli e lingue diverse, in un’area estremamente vasta, dall’India al Mediterraneo, presso le località in cui si sviluppò l’innovazione della viticoltura. La coltivazione della vite dai Sumeri all’antica Grecia  Sui bassorilievi assiri con scene di banchetto sono rappresentati schiavi che attingono il vino da grandi crateri e lo servono ai commensali in coppe ricolme; nell’epopea di Gilgamesh, mitico re sumero, il vino – mediante la sua emblematizzazione in Siduri – è l’elemento femminile medianico senza il quale il sovrano non potrebbe effettuare la metamorfosi verso un’umanità nuova, creatrice di civiltà. La viticoltura, i cui albori vanno individuati nella regione del Caucaso, in Armenia e nel Turkestan, si diffuse attraverso gli altopiani iranici e il Mar Nero verso sud, nel Mediterraneo, dove ebbe larga diffusione in Egitto e nel vicino Oriente. Qui, la pratica della vinificazione divenne molto intensa e diffusa intorno al II millennio a.C., in modo particolare nel Delta del Nilo; alcune pitture tombali egizie attestano, infatti, il sistema di coltivazione “a pergola”, la pigiatura dell’uva, la fermentazione nelle anfore e perfino una rudimentale pratica di invecchiamento. Fu proprio questa bevanda resinata ad essere introdotto in Grecia, inizialmente nelle isole di Lesbo e Samo, nell’Egeo. Già l’Iliade parlava del vino di Pramno, il più antico tra i vini greci, prodotto nell’isola Icària, dall’unica vite che i Greci conoscevano come sacra; e sempre nell’Iliade, nella descrizione dello scudo di Achille, si dipinge una florida vigna a ceppo con sostegni a paletto. Anche l’Odissea ci fornisce un’interessante informazione storica: il primo “DOC” della storia enologica si chiamerebbe Ismàro, dall’omonima località dell’Egeo settentrionale. Il ciclo epico greco fissa, così, l’inizio del tempo dell’uomo: l’arte di navigare e l’arte della vinificazione. In Grecia, il consumo del vino era vissuto come rito collettivo, da svolgersi nello spazio del “simposio”, letteralmente “il bere insieme”, una forma di socialità con delle regole miranti alla precisa divisione del piacere, nel rispetto di determinate proporzioni nella miscelazione e nella quantità spettante a ciascuno: nel mondo antico, infatti, vi era consapevolezza dell’ambiguità insita nell’inebriante succo d’uva, in grado di appropriarsi della mente di chi lo avesse bevuto. In virtù di una simile importanza sociale e rituale, i Greci contribuirono enormemente alla viticoltura, sviluppando efficaci tecniche, in seguito introdotte anche presso le popolazioni con cui essi si relazionarono, contribuendo a rendere la vite parte integrante della cultura dei popoli del Mediterraneo. Dal simposio all’Enotria, “la terra del vino”  Attraverso i Greci ed i Fenici, l’arte della coltivazione della vite si estese dapprima in Italia meridionale e Sicilia, poi, per il tramite degli Etruschi, nelle regioni centro-settentrionali. Il vino è infatti, uno dei prodotti dell’antichità legato al […]

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Il mosaico: storia e tecniche dall’antichità all’età bizantina

Il mosaico è una tecnica pittorica assai diffusa nel mondo antico, consistente nell’accostare con determinato disegno, frammenti marmorei o anche vitrei detti “tessere”. Di derivazione orientale, questa tecnica fu particolarmente apprezzata ad Alessandria, introdotta tardi nel mondo ellenico, e assai cara ai Romani che l’usarono con diversi sistemi, l’opus sectile, l’opus tessellatum e l’opus vermiculatum, sia per pavimenti, sia per rivestimenti parietali, in bianco e nero o a colori. Il procedimento era lo stesso che si usa ancor oggi: su uno strato di stucco fresco, tracciato il disegno da seguire, si applicavano tessere, che i Romani usavano assai minute, di formato maggiore invece nell’età medievale e rinascimentale. Marmoree per i pavimenti, le tessere erano miste con paste vitree colorate per le pareti, e spesso dorate per i fondi, specie nell’arte ravennate e bizantina. Per far aderire le tessere al fondo, oltre al cemento, può essere usato uno speciale mastice, che rende l’opera più leggera. Sembra che l’uso di smalti colorati fosse noto già nelle antiche dinastie dell’Egitto e presso i Sumeri. Il mosaico e la sua diffusione: dalla Grecia a Roma Nell’antichità erano celebri i mosaici pavimentali del tipo detto asàroton, «non spazzato», come quello del palazzo reale di Pergamo, e, in Italia, alcuni resti nel museo di Aquileia; di età alessandrina è la stupefacente scena con la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III, nella pavimentazione della casa del Fauno a Pompei, ora nel Museo Nazionale di Napoli: eseguita forse nel II a.C., è di certo la trascrizione di un dipinto greco più antico. Tipiche del gusto alessandrino sono le scene con animali, le nature morte e le scene di genere, come quella firmata da un Dioscuride di Samo, con musici ambulanti. Tra i mosaici che riproducono aspetti della vita quotidiana, si ricorda il mosaico del Gladiatore di Roma, che raffigura una scena di combattimento, nel quale ogni gladiatore è sormontato dal proprio nome. Musici ambulanti (scena da commedia), Dioscoride di Samo, II sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli Le prime testimonianze di mosaico a tessere nell’antica Roma si collocano intorno alla fine del III secolo a.C., giacché solo in seguito all’espansione in Grecia e in Egitto, e ai derivanti scambi commerciali e culturali, sorge un interesse per la ricerca estetica e la raffinatezza delle esecuzioni; esso si autonomizzerà progressivamente dalla tradizione greca, sviluppando una preferenza per i temi figurativi stereotipati, con motivi geometrici e vegetazione stilizzata. Valutato inizialmente come bene di lusso e non fruibile da tutti, il mosaico si diffonde lentamente, finché a partire dal I secolo a.C. la sua propagazione è così capillare da essere ormai presente in tutte le case, con un successivo impoverimento della qualità. Tra i resti di case romane e terme a Pompei, Ercolano e Roma, sono presenti spesso mosaici pavimentali a riquadri con scene figurate, mitologiche o allegoriche, ritratti, animali, intercalati da disegni geometrici. Cave canem da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli In queste domus, il mosaico parietale era utilizzato anche per rivestire le esedre, spesso decorate […]

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Quinto Sereno Sammonico e il Liber medicinalis

Quinto Sereno Sammonico si presenta come una delle personalità più problematiche del panorama culturale dell’età dei Severi, la nuova dinastia nata dalle ceneri dei governi effimeri, seguiti all’uccisione di Commodo, all’insegna di un’instabilità politica e sociale che inevitabilmente proietta i propri esiti nella produzione letteraria, di prevalente carattere rielaborativo. Il singolare testo di argomento medico in esametri a lui ascritto, il Liber Medicinalis, ben s’inserisce nel sempre più vivo interesse per l’ars medica che si sviluppa a partire dall’età imperiale. Dal II secolo, infatti, Roma diviene polo di attrazione per numerosi eruditi di provenienza greca: qui i progressi della medicina alessandrina favoriscono l’emergere di figure professionali, di scuole mediche, in primis la Schola medicorum sull’Esquilino, e la necessità di norme deontologiche. Ciò crea anche le condizioni per la nascita di una letteratura medica e farmacologica in lingua latina. Riguardo al suo autore, le notizie offerte dalle fonti antiche sono utili a distinguere due personaggi omonimi, presunti padre e figlio: il primo, vissuto al tempo di Settimio Severo (193-211), è dipinto come un dotto ricercatore di curiosità antiquarie, in intimità con la corte e ricco di reputazione a Roma, assassinato per ordine di Caracalla; circa il secondo personaggio, gli scritpores dell’Historia Augusta riferiscono che fu lo storico di Alessandro Severo (222-235) e precettore di Gordiano II, cui cedette in eredità la ricca biblioteca del padre omonimo. Il Liber medicinalis: un ricettario medico in versi Il testo, trascurato nell’antichità e nel primo Medioevo, sembra invece aver goduto di un’improvvisa fortuna e diffusione a partire dal IX sec., in connessione con la trascrizione commissionata da Carlo Magno; esso si presenta come un ricettario medico in esametri suddivisi in capitoli, che raccoglie i rimedi della farmacopea romana proposti in rapporto ai vari organi nell’ordine a capite ad calcem, secondo la classificazione nosologica dei ricettari attestata in ambito latino. In effetti, Quinto Sereno si inserisce in una produzione di ricettari particolarmente fiorente a partire dal I secolo, in lingua sia greca che latina; tuttavia, egli innova la materia farmacologica e divulgativa mediante la versificazione del testo, distintiva ma non peculiare, perché in ambito greco è possibile riscontrare alcuni testi farmacologici in versi, come i Theriaká e gli Alexiphármaka di Nicandro di Colofone; in ambito latino, il precedente più autorevole di un testo di argomento medico-farmacologico sviluppato in poesia è il De medicamine faciei foeminae di Ovidio, di cui restano soli 100 distici elegiaci. Inoltre il Liber medicinalis si segnala come prodotto di un’epoca di complessiva “stanchezza” della poesia, che rielabora per lo più temi e argomenti della poesia classica con una marcata tendenza a ricercare raffinati tecnicismi e sperimentalismi metrici, e di sviluppo di una prosa manualistica e nozionistica, riguardante discipline di interesse pratico e tecnico, di tradizione orale, che sono così codificate. Quinto Sereno Sammonico e la medicina popolare  Attraverso frequenti puntualizzazioni sulla sua esperienza empirica, che è comprovata anche dalla prescrizione di una splenectomia, ovvero di una pratica paleochirurgica di asportazione della milza, Quinto Sereno vuole ribadire il rigore specialistico delle sue proposte […]

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Notizie curiose

Accento circonflesso: origini e caratteristiche

In questo articolo approfondiremo alcuni aspetti legati all’accentazione linguistica, riguardanti in particolare il meno conosciuto accento circonflesso. L’accento intensivo, detto anche dinamico o espiratorio, e l’accento melodico, detto anche musicale o cromatico, producono un succedersi periodico di fonemi articolati più energicamente o su un tono più alto dei fonemi contigui: le sillabe si collegano, infatti, nella parola e nella frase, in modo da formare unità ritmiche, cioè complessi fonici scalati secondo l’intensità o l’altezza musicale. Quando si indica l’accento intensivo come caratteristico, per esempio, dell’italiano, in realtà si afferma che in questa lingua il parlante sente l’intensità piuttosto che la melodia; e quando si attribuisce, per esempio, al greco antico un sistema di accentazione melodico, si viene a dire che in quella lingua il parlante sentiva la melodia a preferenza dell’intensità. Inoltre, spesso, all’intensità dell’accento è legata la quantità della vocale accentata: ad esempio in latino si hanno pālus “palo” e pălūs “palude”, sērō “tardi” e sĕro “io intreccio”. Si denomina accento acuto il grafema ˊ, accento grave il grafema ˋ  e accento circonflesso, il grafema ^; il loro valore non è unico, variando secondo i sistemi grafici nazionali e, nell’ambito di molti di questi, secondo le abitudini individuali. L’accento circonflesso nel greco antico, nel francese e in matematica Premesso ciò, occupiamoci ora del valore e delle caratteristiche dell’accento circonflesso. Innanzitutto, nel periodo classico (V-IV secolo a.C.) gli accenti di parole non erano indicati per iscritto, ma dal II secolo a.C. in poi furono ideati alcuni segni diacritici; i tre segni adoperati per indicare l’accento nel greco antico, l’acuto (ά), il circonflesso (ᾶ), e il grave (ὰ) sono stati introdotti da Aristofane di Bisanzio, filologo e grammatico a capo della biblioteca di Alessandria in Egitto all’inizio del II secolo a.C., epoca in cui si registrano i primi papiri con segni di accentazione. Tra il II e il IV secolo d.C. la distinzione tra acuto, grave e circonflesso scomparve e tutti e tre gli accenti vennero pronunciati come accento identico, generalmente ascoltati sulla stessa sillaba. Nell’ortografia politonica del greco, il grafema ~ può comparire soltanto su un dittongo o una vocale lunga poiché è un accento composto – formato da una mora accentata e una atona (cioè da un innalzamento della voce sulla prima mora e un abbassamento sulla seconda), dunque indicante una combinazione tra accento acuto e grave, ossia un iniziale innalzamento di tono, che termina con un abbassamento, oppure prodotto dalla contrazione di due vocali – e soltanto sull’ultima o penultima sillaba di un vocabolo. Una serie di norme regolamenta il suo uso: – per la legge del trocheo finale, se in una parola greca l’ultima sillaba è breve e la penultima lunga (cioè termina con un trocheo, — ∪), e l’accento cade sulla penultima, questo sarà obbligatoriamente circonflesso; – quando due vocali contraggono, se l’accento cade sul primo elemento della contrazione l’accento sarà circonflesso; – il risultato della crasi – ovvero la contrazione di una vocale aspra finale con la vocale aspra iniziale della parola seguente – è sempre […]

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Cucina e Salute

Ricette del riciclo per valorizzare la dispensa casalinga

In questo articolo vi mostreremo alcune ricette semplici e gustose, per preparare dei piatti con pochi ingredienti che tutti noi abbiamo in dispensa. Non sempre è necessario disporre di ingredienti nobili, costosi o reperibili a fatica per approntare dei piatti singolari, ma è bene – soprattutto in queste lunghe giornate da trascorrere in casa, angustiati dalla quarantena causata dal Coronavirus, in cui non abbiamo modo di fare la spesa con la comodità normale e consuetudinaria – dedicare un po’ di energie ad ingegnarsi nell’ideazione e nella preparazione di ricette “antispreco”, con pochi ingredienti di base, presenti nella dispensa di ciascuno di noi. Vi proponiamo, dunque, una serie di ricette la cui formulazione è basata proprio su principi di riciclo genuino di avanzi e sulla rifunzionalizzazione di piatti già pronti, che possono trasformarsi in alternative di recupero ancora più sfiziose ed appetibili.  Ricette dolci, facili e veloci, da gustare a colazione o a merenda Biscotti di Muesli e polpa di frutta 250 g. di polpa di frutta molto matura che si ha in casa (banana, mela, pera) 150 g. di muesli Farina q. b. Cannella Quest’idea golosa è l’ideale quando si hanno pochi ingredienti a disposizione nella dispensa: serviranno, infatti, solo due ingredienti principali e una manciata di minuti per la preparazione e la cottura. Occorre sbucciare la frutta scelta, ridurre la polpa in purea con una forchetta e raccoglierla in una ciotola; aggiungere il muesli che si ha in casa, di qualsiasi tipo esso sia (ad esempio al cioccolato o ai frutti rossi), amalgamare perfettamente gli ingredienti, perfezionando la consistenza con della farina, e aggiungere un buon sentore di cannella spolverizzandola all’interno. È importante lasciare riposare il composto per 10 minuti, in modo che i cereali assorbano l’umidità del frutto. Realizzare dei ciuffetti d’impasto con due cucchiaini, adagiarli su una piastra foderata con la carta da forno e cuocere in forno preriscaldato a 180 °C per 15-20 minuti. Torta di amaretti e frutta secca 250 g. di pane secco 500 ml di latte 2 uova 70 g. di amaretti 50 g. di zucchero Noci, pinoli, mandorle, uvetta a piacere (a seconda di ciò che si ha a disposizione in casa) Una tazzina di caffè 40 g. di cacao amaro Questo dolce di recupero nasce principalmente per utilizzare il pane vecchio e per svuotare la dispensa. Non vi è un vero e proprio procedimento, perché il principio su cui si fonda è quello di unire ciò che abbiamo a casa, valutando la consistenza finale del composto, che non deve essere né troppo liquida né troppo compatta. L’unico passaggio fondamentale consiste nel tagliare il pane a pezzi, porlo in una ciotola capiente con il latte, lasciarlo in ammollo in frigo per un paio d’ore e rimescolare accuratamente in modo da ottenere un composto il più possibile omogeneo. Dopo aver aggiunto e amalgamato i restanti ingredienti, trasferire in una teglia, imburrata e infarinata, e porre in forno preriscaldato a 180 °C per 50-55 minuti, valutando la cottura con uno stecchino. Il dolce dovrà […]

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Culturalmente

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

Nella sua forma originaria Yohsifyàh, contiene in sé il nome divino, Yahvè. L’abbreviazione, diffusa nel mondo antico e giunta a noi dal latino volgare Ioseppus, deriva dall’ebraico Yohsèf, dal verbo yasàf e significa «Colui che aggiunge».  Artigiano per la gente umile, che cosa aggiunge Yosef? Erri De Luca ha sparso in più luoghi dei suoi brani alcune chiavi di lettura, che ne delineano un ritratto al contempo vigoroso e delicato.  Yosef aggiunge la sua fede. Nessun vangelo afferma che era anziano, dunque, possiamo immaginarlo giovane e innamorato. Matteo scrive che sognò un angelo e lo ascoltò parlare: “Non avere paura di sposare Maria, la tua promessa”. Fu così che divenne eroico: lui CREDE alla versione che gli dà Maria della sua gravidanza, inverosimile e come tale bisognosa di fede ed entusiasmo per essere creduta. Nelle Sacre Scritture esiste una “Legge delle gelosie”, per un marito che dubiti della fedeltà della propria moglie: Giuseppe rifiutò di ricorrervi. Fu solo nella sua battaglia, nonché audace ad accollarsi il biasimo sicuro della gente di Nazaret. Di fronte alla comunità, difese la sua donna ed accettò di sposarla gravida dell’annuncio di un angelo venuto a lei col maestrale di marzo.  Yosef aggiunge il suo matrimonio: si fa sposo secondo di quella ragazza e, così, la salva dai sassi della legge. Giuseppe non toccò Maria per la durata della gravidanza: fu dolce anche nella premura di un’astinenza. In inverno, con lei incinta dell’ultimo mese, affrontò il viaggio verso la Giudea, per obbedire al censimento voluto dai romani; un cammino di giorni e notti in ricoveri di fortuna. E poi continua ad aggiungere. Di quel figlio non suo, fu padre in pieno. Lo iscrisse all’anagrafe ebraica nella sua discendenza, che passava attraverso l’antenato Davide, primo re d’Israele in Gerusalemme: Yeshua, Gesù, figlio di Yosef; gli insegnò il mestiere e ne fece un falegname. Ma quel figlio doveva staccarsi da lui, dal luogo e dal lavoro ereditato. Giuseppe non lo trattenne: seppe uscire di storia quando quel giovane uomo andò via dalla sua casa, per compiere la sua missione.  Il poeta tedesco Rilke, immaginandosi l’incontro di Maria con l’angelo, fa pronunciare a questi un magnifico verso: “Io sono il fiore, ma tu sei la pianta”. All’interno di questa metafora botanica, Yosef è molto più di un fiore: è la terra, che abbraccia le radici di quella pianta e, impedendo alla legge di estirparla, la nutre e la rende capace di dare frutto. Senza di lui questa storia non sarebbe possibile. Giuseppe ha diritto di prestare nome alla festa dei padri: ha scelto di sposare un mistero ed esserne padre. Raffigurato anziano, è comunque giovane, innamorato e valoroso; “santo” è un attributo che aggiunge poco alla sua integrità. Ogni padre deve custodire in sé un Giuseppe, puro e devoto all’amore. Tenace nelle sue scelte, affronta i sentieri impervi, toglie le spine, pota i rami secchi, con la pialla smussa le asperità del legno, sforna il pane della semplicità e del rispetto, versa il vino dell’unione e della comprensione. Costantemente fedele a chi […]

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Culturalmente

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

Nella sua forma originaria Yohsifyàh, contiene in sé il nome divino, Yahvè. L’abbreviazione, diffusa nel mondo antico e giunta a noi dal latino volgare Ioseppus, deriva dall’ebraico Yohsèf, dal verbo yasàf e significa «Colui che aggiunge».  Artigiano per la gente umile, che cosa aggiunge Yosef? Erri De Luca ha sparso in più luoghi dei suoi brani alcune chiavi di lettura, che ne delineano un ritratto al contempo vigoroso e delicato.  Yosef aggiunge la sua fede. Nessun vangelo afferma che era anziano, dunque, possiamo immaginarlo giovane e innamorato. Matteo scrive che sognò un angelo e lo ascoltò parlare: “Non avere paura di sposare Maria, la tua promessa”. Fu così che divenne eroico: lui CREDE alla versione che gli dà Maria della sua gravidanza, inverosimile e come tale bisognosa di fede ed entusiasmo per essere creduta. Nelle Sacre Scritture esiste una “Legge delle gelosie”, per un marito che dubiti della fedeltà della propria moglie: Giuseppe rifiutò di ricorrervi. Fu solo nella sua battaglia, nonché audace ad accollarsi il biasimo sicuro della gente di Nazaret. Di fronte alla comunità, difese la sua donna ed accettò di sposarla gravida dell’annuncio di un angelo venuto a lei col maestrale di marzo.  Yosef aggiunge il suo matrimonio: si fa sposo secondo di quella ragazza e, così, la salva dai sassi della legge. Giuseppe non toccò Maria per la durata della gravidanza: fu dolce anche nella premura di un’astinenza. In inverno, con lei incinta dell’ultimo mese, affrontò il viaggio verso la Giudea, per obbedire al censimento voluto dai romani; un cammino di giorni e notti in ricoveri di fortuna. E poi continua ad aggiungere. Di quel figlio non suo, fu padre in pieno. Lo iscrisse all’anagrafe ebraica nella sua discendenza, che passava attraverso l’antenato Davide, primo re d’Israele in Gerusalemme: Yeshua, Gesù, figlio di Yosef; gli insegnò il mestiere e ne fece un falegname. Ma quel figlio doveva staccarsi da lui, dal luogo e dal lavoro ereditato. Giuseppe non lo trattenne: seppe uscire di storia quando quel giovane uomo andò via dalla sua casa, per compiere la sua missione.  Il poeta tedesco Rilke, immaginandosi l’incontro di Maria con l’angelo, fa pronunciare a questi un magnifico verso: “Io sono il fiore, ma tu sei la pianta”. All’interno di questa metafora botanica, Yosef è molto più di un fiore: è la terra, che abbraccia le radici di quella pianta e, impedendo alla legge di estirparla, la nutre e la rende capace di dare frutto. Senza di lui questa storia non sarebbe possibile. Giuseppe ha diritto di prestare nome alla festa dei padri: ha scelto di sposare un mistero ed esserne padre. Raffigurato anziano, è comunque giovane, innamorato e valoroso; “santo” è un attributo che aggiunge poco alla sua integrità. Ogni padre deve custodire in sé un Giuseppe, puro e devoto all’amore. Tenace nelle sue scelte, affronta i sentieri impervi, toglie le spine, pota i rami secchi, con la pialla smussa le asperità del legno, sforna il pane della semplicità e del rispetto, versa il vino dell’unione e della comprensione. Costantemente fedele a chi […]

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Libri

Moore e le piccole Veneri di F. R. Borruso: la fascinazione per l’arte preistorica

Henry Moore e le piccole Veneri di Francesca R. Borruso: viaggio nell’arte preistorica. Leggi qui la nostra recensione! «Una visione innata, qualcosa di mentale piuttosto che fisico […]. La monumentalità è parte integrante della visione di alcuni artisti, non può essere insegnata» (L. Papi, Incontro con Henry Moore, 22 settembre 1968, La Nazione, Firenze). Tale potenza di visione e la monumentalità che ne scaturiva erano considerate da Henry Moore, uno dei maggiori scultori del Novecento, le doti artistiche fondamentali, che egli riconosceva come il linguaggio senza tempo di uomini e donne della preistoria: ebbene, è proprio di questo viaggio nella storia dell’arte che si occupa Francesca R. Borruso nel suo volume Henry Moore e le piccole Veneri: arte e identità umana, edito nel dicembre 2019 da Edizioni Espera. Le sue ricerche riguardanti l’interesse di Moore per l’arte del Paleolitico superiore e del Neolitico si snodano a partire dalla formazione dell’artista: nato nel 1898 a Castleford, cittadina mineraria dello Yorkshire, da una famiglia di minatori, nutriva una vera e propria fascinazione per l’esplorazione delle profonde cavità naturali che si trovavano nei pressi della sua cittadina natale: fu proprio qui che egli radicò il suo rapporto con lo spazio cavo, con la sua plasticità in quanto negativo di un solido – «Una caverna è una forma. Non è il grumo di montagna che c’è sopra» – e soprattutto con la percezione palpabile della presenza dei suoi antichi abitatori, che Moore riconosceva simili a se stesso in termini di identità umana. All’interno della National Gallery e del British Museum avvenne il suo incontro con i reperti artistici della preistoria: li descriverà dopo venti anni, nel suo famoso articolo Primitive Art, pubblicato per la rivista The Listener, «dove descrisse per la prima volta quelle piccole figure femminili teneramente scolpite, di un realismo umano, non accademico e di una grande pienezza di forme», come scrive la nostra autrice. Anche l’Italia fu per Moore una tappa fondamentale della maturazione artistica, perché nel corso di un viaggio nella penisola egli rimase affascinato dalle opere di Masaccio, Giotto, Michelangelo e Donatello. Fu in quegli anni che, dopo una fase di profonda crisi, si manifestò il conflitto tra la doppia polarità della sua personalità – forza e tenerezza – che lo scultore condenserà nella sua arte. La scoperta dell’arte preistorica e la reazione del mondo accademico Nel 1926, al suo ritorno dall’Italia, Moore cominciò a disegnare le piccole Veneri: in un flusso di continue folgorazioni e rielaborazioni, mediante un incessante trasformare e riprendere che si dipanava fin dai ricordi dell’adolescenza, potenziato dal viaggio di esplorazione che condusse nel 1934 presso le grandiose grotte con le pitture rupestri di Altamira e della Dordogna, Moore attinse alla memoria di tali statuette con accenni costanti all’arte preistorica nelle sue opere – come il tema a lui caro della madre col bambino – ben visibili nei bozzetti preparatori e nei disegni. L’autrice si sofferma poi, con grande accuratezza, sulla storia del rinvenimento delle “Veneri paleolitiche”, piccole immagini femminili in avorio di mammut o di pietre tenere, scoperte […]

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Culturalmente

Giovanna la Papessa: aneddoti e curiosità

Giovanna la Papessa: la figura di un papa donna, Giovanna, che avrebbe retto la Chiesa dall’853 all’855, ribalta totalmente l’indiscutibile virilità della somma guida religiosa. Alcuni autori protestanti del Cinquecento rifunzionalizzano in chiave anti-romana un rito fantasticato dal popolo, traccia evidente dell’esigenza di accertamento della virilità del cardinale chiamato al soglio pontificio: in esso si immaginava che ogni nuovo papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo, mediante una sedia di porfido rosso, nella cui seduta era presente un foro. Da dove trae origine la rappresentazione di questo rito, immaginata o veritiera che sia? Il groviglio di testimonianze scritte e orali che ritraggono la Papessa Giovanna, esposte per la prima volta nel XIII sec. dall’abate e cronista Giovanni di Metz e poi riprese dal cronista domenicano Martino di Troppau, la ritrae come una donna inglese, educata a Magonza, entrata come monaco benedettino nell’abbazia di Fulda, per mezzo dei suoi abili travestimenti in abiti maschili, con il nome di Johannes Anglicus e, avviata da qui una carriera, inaspettatamente giunta ai vertici ecclesiastici fino al soglio pontificio, alla morte di Leone IV, con il nome di Giovanni VIII. Non praticando l’astinenza sessuale, Giovanna rimase incinta di un suo amante e durante la solenne processione della Pasqua dell’855, nella quale il Papa faceva ritorno al Laterano dopo la celebrazione della messa in San Pietro, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che la trasportava, il quale, imbizzarritosi, reagì furiosamente e le procurò un travaglio prematuro. Scopertone il segreto, Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo attraverso le strade di Roma e lapidata a morte dalla folla inferocita; infine fu sepolta nella strada, dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano, evitata dalle successive processioni papali. Mariano Scoto, monaco e storico irlandese dell’XI sec., aggiunge che Giovanna sarebbe stata insultata con l’oscuro Petre Pater Patrum Papissa Pandito Partum, «Pietro, Padre dei Padri, rendi Pubblico il Parto della Papessa», proferitole contro da un indemoniato presente al corteo, mentre tentava di esorcizzarlo. La Papessa Giovanna tra “damnatio memoriae” e Controriforma  Le narrazioni aggiungono che a lei succedette papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, assicurandosi di omettere il suo infamante predecessore dalle registrazioni storiche; inoltre la confusione fu acuita dall’ordine dato ai papi di nome Giovanni, il nome più usato, dal fatto che alcuni Giovanni erano stati antipapi e soprattutto dalla censura introdotta dalla Controriforma. In seguito il mito della Papessa fu totalmente screditato dagli studi di David Blondel, storico e pastore protestante della metà del Seicento, che, adducendo svariati elementi di debole affidabilità, quali l’assenza di documenti d’archivio sull’evento, la presenza d’imprecisioni nella versione diffusa e, soprattutto, la coincidenza della comparsa della storia con la morte di Federico II di Svevia, protagonista di uno stridente conflitto con il papato, ne leggeva l’occasione per l’ideazione di una satira anti-papale costruita sulle tre “paure cattoliche” medievali: un papa sessualmente attivo; una donna in posizione di autorità dominante; l’inganno portato nel cuore della […]

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Culturalmente

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Agli inizi del Novecento, la produzione di beni di consumo, asse portante dell’economia capitalistica, portò all’elaborazione di una nuova organizzazione del lavoro, su base scientifica: il taylorismo, dal nome del suo ideatore, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor. La pianificazione del lavoro di fabbrica definita “taylorismo” era finalizzata a razionalizzare il ciclo produttivo, eliminando sforzi inutili e tempi morti, definendo con precisione compiti, tempi e modi. L’applicazione pratica di questi principi aprì la strada alla catena di montaggio che, introdotta nel 1913 da Henry Ford per la fabbricazione dell’automobile Ford modello T, modificò ampiamente l’organizzazione del lavoro nelle industrie. La figura dell’operaio professionale ne risultò completamente trasformata, dal momento che egli perse ogni potere decisionale sui tempi e i modi del suo lavoro, e fu progressivamente sostituita dall’operaio-macchina, puro esecutore di compiti rigorosamente prestabiliti. Nella nuova organizzazione del lavoro, il processo produttivo era scomposto in un numero elevatissimo di operazioni elementari, che aumentavano la produttività e riducevano i tempi di produzione: l’operaio, di conseguenza, era chiamato a compiere sempre e solo il medesimo movimento, aggiungendo infinite volte un singolo elemento al manufatto in formazione sulla catena. Il taylorismo come principio di organizzazione sociale La catena di montaggio e la produzione in serie, da nuovo sistema di organizzazione del lavoro, finirono per incidere anche sulla modalità di accesso all’acquisto degli stessi beni di consumo posti sul mercato; pertanto, oltre al livellamento della persona sulle esigenze della produzione, che si compiva nei luoghi di lavoro, si associò nella vita quotidiana il conformismo dei comportamenti, indotto dal fatto che i consumatori subivano la massificazione di gusti ed atteggiamenti, servendosi soprattutto dei mezzi di comunicazione di massa. La società consumistica tendeva irresistibilmente a penetrare fino nelle coscienze imponendo stili, tendenze, valori, orizzonti culturali, costumi e abitudini. Il successo del consumismo e la sua affermazione in termini di massa, pertanto, sono stati agevolati dalla continua creazione capitalistica di nuovi bisogni: la merce, da appagamento di un bisogno, si impose gradualmente come sollecitatrice di bisogni, percepiti come veri e necessari, ma in realtà imposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari che lo costringevano in un ingranaggio di cui egli stesso, alla fine, finiva per condividere la logica.  L’alienazione dell’operaio di ieri e del consumatore di oggi Tuttavia, pur producendo un effettivo, straordinario incremento della produttività e della ricchezza generale, i ritmi esasperati e la rigorosa disciplina introdotti dal macchinismo sul lavoro umano provocarono una micidiale frustrazione psicologica sull’esecutore, alienato, spersonalizzato, privo di creatività personale e ridotto sempre più a una parte della macchina complessiva. L’operaio non aveva più connotazioni artigianali che gli permettevano di vedere nel prodotto il risultato della sua creatività e abilità: Non a caso Charlie Chaplin, nella pellicola cinematografica Tempi moderni, scelse proprio la catena di montaggio, con la sua devastante ripetitività, per denunciare l’alienazione dell’individuo nella società industriale avanzata, fagocitato da un sistema penetrato in ogni ambito della sua esistenza. Il taylorismo, pertanto, sanziona il primato della fabbrica sul mercato e dell’offerta sulla domanda: ossia, in tale sistema le fabbriche non producono quello che i […]

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Culturalmente

Medicina nel mondo antico: storia, sviluppi e pregiudizi

È convenzione che ogni indagine sulle origini del pensiero medico occidentale abbia come punto di partenza il grado di evoluzione raggiunto dalla medicina nella civiltà greca arcaica. In realtà, le nozioni di malattia e medicina, prima di raggiungere la connotazione di “scienza” che caratterizzano l’opera di Ippocrate e i primi testi conservatici della letteratura medica occidentale risalenti al V secolo a.C., avevano già raggiunto un livello notevole in Oriente: infatti, i primi medici di cui abbiamo notizia provengono dalla Mesopotamia, come documentano i sigilli di medici professionisti risalenti al III millennio a.C.; ancora, nel codice di Hammurabi – dell’inizio del II millennio a.C. – sono contenute disposizioni precise su come un medico dovesse essere ricompensato o punito a seconda degli esiti delle sue prestazioni professionali. Fu però nell’antico Egitto che i medici, eredi della figura complessa del divino Imhotep/Asclepio, venerato per secoli come dio della medicina, praticarono un’arte evoluta, di cui resta ampia traccia nei sofisticati metodi d’imbalsamazione dei cadaveri. Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai papiri egiziani: il famoso Papiro Ebers, risalente al 1500 a.C., è il più antico testo medico che si conosca e contiene circa novecento ricette dedicate alla cura delle malattie più varie, combattute con il ricorso ad un’accorta farmacopea, ma anche con l’aiuto di formule magiche e di scongiuri. La pratica della medicina in Grecia e a Roma Le pratiche della medicina primitiva in Grecia non furono molto diverse da quelle in uso nel mondo orientale, dove gli uomini si affidavano ai rituali e alle piante prodigiose, per fronteggiare pestilenze e malattie inviate dalle divinità. È nell’azione di Ippocrate – il vero fondatore della medicina, in quanto aveva saputo separarla dalla filosofia e si era distinto per competenza medica e talento letterario – che è ricondotta la maturazione del pensiero medico nel V secolo a.C. La medicina razionale greca conobbe il suo pieno sviluppo ad Alessandria d’Egitto, la città fondata da Alessandro Magno sulla costa del Mediterraneo nel 331 a.C.: l’ambiente cosmopolita della nuova capitale della dinastia lagide, insediatasi dopo la dissoluzione dell’Impero macedone, offrì ai medici greci emigrati le condizioni ideali per condurre in piena libertà le loro ricerche anatomiche, che favorirono i progressi della scienza medica. Tuttavia, si era ben lontani dal concetto moderno di eziologia e di terapia causale, giacché Ippocrate si limitò a proporre l’uso di blandi medicamenti associandoli alle pratiche del clistere e del salasso; per spiegare questa sua profonda avversione per la chirurgia, è opportuno ricordare che, a quell’epoca, era sconosciuta ogni pratica anestesiologica e antisettica, con conseguenze fatali per i pazienti. La medicina a Roma, invece, si affermò relativamente tardi e, come in altri campi fondamentali della vita culturale e sociale, si sviluppò nel III secolo a.C.  grazie agli stimoli provenienti dal mondo greco. Tuttavia, essa si giovava di un sapere medico prescientifico e preletterario – con caratteristiche diverse a seconda dei vari popoli italici, per i quali la magia giocava un ruolo non secondario – che ha influito notevolmente nel successivo processo di valutazione critica, […]

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