Ugo Foscolo (1778–1827) è stato uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo italiano. La sua poesia è un crocevia di temi classici e inquietudini romantiche. Il legame con la sua amata patria, l’isola greca di Zante, da cui fu costretto a un perenne esilio, è uno dei temi centrali che attraversano le sue opere, intrise di nostalgia e passione.
In questo approfondimento:
Le 5 poesie in sintesi: un percorso tematico
| Sonetto | Tema foscoliano |
|---|---|
| Alla sera | La morte come “fatal quiete” e pace per lo spirito tormentato. |
| In morte del fratello Giovanni | Il sepolcro come legame affettivo tra i vivi e i morti e il dolore dell’esilio. |
| A Zacinto | L’esilio come destino e l’identificazione con l’eroe classico Ulisse. |
| Non son chi fui | Il conflitto interiore tra ragione e passione e la delusione storica. |
| Di se stesso | L’amore come fonte di tormento e la natura come unica confidente. |
Testo e analisi delle poesie più belle
1. Alla sera
Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai cò miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Analisi: questo sonetto è una meditazione sulla morte, vista non con terrore, ma come una “fatal quiete”. La sera, sia estiva che invernale, è l’immagine perfetta di questa pace, perché placa le angosce del giorno. Essa induce il poeta a riflettere sul “nulla eterno”, ma questo pensiero non è angosciante; al contrario, permette al suo “spirto guerrier” di trovare finalmente riposo, placando il tormento interiore che lo consuma.
2. In morte del fratello Giovanni
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.
La madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,
sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.
Analisi: il sonetto è un lamento funebre per il fratello morto suicida. I temi centrali sono l’esilio, il dolore e il sepolcro come unico punto di ricongiungimento familiare. Il poeta, “fuggendo di gente in gente”, non può visitare la tomba del fratello, unico “porto” di quiete. La poesia si chiude con una preghiera disperata: che, almeno dopo la morte, le sue ossa possano tornare in patria, nel “petto della madre mesta”.
3. A Zacinto
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
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