Tarzan, alla (ri)scoperta del personaggio di Burroughs con Filippo Rossi

Tarzan

Tarzan, alla (ri)scoperta di un personaggio della cultura pop del XX secolo grazie all’intervento di Filippo Rossi

Tarzan, o conosciuto da molti lettori anche con il suo nome John Clayton III, è un noto personaggio letterario creato dallo scrittore statunitense Edgar Rice Burroughs nel lontano ottobre 1912 sulla rivista  All-Story Magazine. Il romanzo a puntate  “Tarzan delle Scimmie” (Tarzan of the Apes) divenne un vero best-seller in poco tempo e il suo protagonista entrò “nell’Olimpo dei personaggio della cultura pop del XX secolo”.

In occasione del 110esimo anniversario della nascita di Tarzan;  Filippo Rossi, autore di diversi saggi sul cinema, cultura pop e nerd tra cui Dune – Tra le sabbie del mito  (2021, edito da Edizioni NPE), Tutte le Guerre Stellari – La metafisica della Forza nella saga di Star Wars (2020, Runa Editrice), Super – Ottant’anni del primo supereroe: da Nembo Kid a Superman (2018, Runa Editrice) e La Forza sia con voi – Storia, simboli e significati della saga di Star Wars scritto con Paolo Gulisano (2017, Àncora Editrice), è stato intervistato da Eroica Fenice affinché il pubblico attuale riscopra uno dei personaggi più influenti dell’immaginario collettivo della cultura occidentale. 

La prima domanda che le volevo porre riguarda il suo primo incontro con i romanzi dello scrittore Edgar Rice Burroughs, come e quando avvenne? Secondo il suo parere perché i romanzi di Tarzan sono molto difficili da reperire in Italia?

Il mio primo approccio a Tarzan delle Scimmie (alias il nobile John Clayton III, ottavo Visconte o Conte di Greystoke) è avvenuto in realtà con i fumetti, che da ragazzino ingenuo mi affascinavano e che oggi capisco e idolatro. Restano tra le migliori interpretazioni extra-romanzi dell’originale letterario di Edgar Rice Burroughs (1875–1950) – la versione in comics che preferisco, tra le tante ed epocali, è quella del Tarzan anni Settanta: albi targati DC e in Italia Cenisio, opera dell’autore completo Joe Kubert. Ho recuperato poi i romanzi storici, che in Italia sono incompleti, mal proposti e mal tradotti soprattutto per l’ignoranza del mercato editoriale locale e del grande pubblico, entrambi ipnotizzati dal discutibilissimo (eufemismo!) tradimento cinematografico sia del magnifico personaggio che del suo incredibile e coerente Universo narrativo. Lo stupro dei libri effettuato dai film tarzaniani, di enorme successo popolare, ha bruciato per i potenziali lettori in primis lo stesso Tarzan, poi la proposta organica in Italia degli omonimi romanzi pulp di Burroughs, che pur datati sono da sempre famosi nel resto del mondo. I libri del Canone sono più numerosi di quanto non si possa supporre: Tarzan è una serie di 24 romanzi d’avventura legati tra loro a comporre una vera saga, pubblicati tra il 1912 e il 1966; seguiti da una dozzina di opere co-scritte da Burroughs o autorizzate dalla sua proprietà. Ci sono anche due opere per bambini scritte da Burroughs ma non parte della serie principale. Senza poi parlare della decisiva operazione di riscrittura critica e “realistica” del più maturo e dal canto suo magistrale scrittore di fantascienza Philip José Farmer, che è il mio ultimo e definitivo approccio al Signore delle Scimmie. Farmer è autore negli anni Settanta di fondamentali, vastissimi e fedelissimi pastiche letterari fantascientifici sul personaggio – e di un romanzo legato alla saga ufficiale. In ultima analisi si tratta indubbiamente di un mondo molto complesso, estrema e provocatoria variazione di un certo genere Fantastico che, già senza le tipiche “stranezze” tarzanidi, è da sempre molto difficile da proporre con successo al grande pubblico italiano.

Secondo il parere di molti, lord John Clayton III rappresentò uno dei primi esempi di super-eroi assieme a John Carter di Marte dello stesso autore oppure personaggi come Don Diego de la Vega, alias Zorro. Secondo il suo parere, è possibile ricondurre le origini degli attuali eroi Marvel, DC, Imagine all’uomo-scimmia di Burroughs?

Assolutamente sì. Tarzan è stato creato dallo statunitense Burroughs nell’ottobre 1912, come umile romanzo pulp a puntate (ispirato a “Il libro della Giungla”, 1894, di Rudyard Kipling e al mito di Romolo e Remo allevati dalla lupa); quindi ben 26 anni anni prima dei supereroi a fumetti. Ossia il genere americano inaugurato dal seminale Superman, nato nella primavera del 1938 e che il creatore Jerry Siegel, con tutta ovvietà, ammette essere ispirato anche alla coppia di eroi burroughsiani Tarzan e John Carter di Marte – ne è una chiarissima fusione creativa. Oltre tutto, Tarzan appare 27 anni prima di Batman, che dal 1939 è il suo epigono urbano/supereroico più evidente. In effetti le similitudini tra Tarzan e Batman sono tante: origine socialmente elevata, atteggiamenti sofisticati e violenti, assenza di superpoteri, abilità fisiche e mentali al limite delle possibilità umane (che li rendono super-atleti geniali), uso di strumenti (coltello per il Re della Giungla e gadget per il Cavaliere Oscuro), aspetti identici (1 metro e 90 di muscoli apollinei, capelli neri e occhi grigi)… addirittura il volteggiare acrobatico, il primo tra gli alberi dell’Africa centrale e il secondo tra i grattacieli di Gotham City. Quest’ultimo aspetto accomuna Tarzan anche al popolare Uomo Ragno, per passare ai supereroi Marvel; mentre gli istinti bestiali lo ricollegano anche al Mutante Wolverine. Faccio notare che negli anni Settanta Tarzan è stata una serie regolare prima della DC quindi della Marvel, entrando quindi nei rispettivi Universi editoriali. Inoltre, abbondano “tarzanidi” tra i supereroi ufficiali: cito, dopo il pre-supereroico The Phantom, Kamandi della DC, Turok della Valiant e per la Marvel Pantera Nera del fittizio paese africano Wakanda, Ka-Zar, Kraven il cacciatore

Oggigiorno il personaggio di Tarzan è stato rivisto assieme alle sue avventure. Molti nuovi lettori hanno mosso gravi accuse contro l’autore come quella di sostenere il colonialismo oppure di essere razzista e misogino. Si tratta di una chiave di lettura sbagliata oppure no? È possibile invece la chiave di lettura che vede Tarzan come il buon selvaggio descritto da Jean-Jacques Rousseau nelle sue opere?

“Tarzan of the Apes” è stato pubblicato da E.R. Burroughs di Chicago nell’ottobre 1912, in versione seriale sulla rivista pulp All-Story Magazine. Insomma: nella preistoria della pop culture. Come per il più fantascientifico John Carter di Marte, dello stesso autore, l’attrattiva per gli ingenui lettori dell’epoca stava nell’ambientazione esotica quasi impossibile. Le “giungle” africane potevano anche essere più vicine dei deserti rossi marziani di John Carter ma rimanevano ben al di là delle possibilità del pubblico, abbastanza inesplorate da poter essere in pratica re-immaginate, per nascondere plausibilmente infinite città perdute e specie (animali e umane) dimenticate. La stessa ignoranza dell’autore, che dell’Africa e del mondo non statunitense non sapeva nulla, gli fece popolare la sua fitta foresta equatoriale da animali che preferiscono spazi aperti e savane, ad esempio i leoni, e dalle inesistenti “scimmie giganti e parlanti” che allevano l’eroe (l’autore chiama Mangani quel popolo bestiale). Successivo di soli 13 anni al “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, il primo libro di Tarzan è ovviamente diverso ma tratta degli stessi orrore/fascinazione per la vita selvaggia. Colonialismo e razzismo non c’entrano nulla, o meglio, da un certo punto di vista sono vaghe scenografie storiche chiaramente criticate da un autore che, a inizio Novecento, è in anticipo sui tempi.

Pur figlio di una cultura ovviamente arretrata, Burroughs in Tarzan crea un monumento allo spirito umano, raffigurazione plastica sia delle potenzialità dell’uomo civilizzato che della dirittura etica richiesta per ottenere grandi conquiste. Tarzan è un esploratore e viaggiatore curioso, genio mentale e un perfetto gentiluomo, a suo agio tra etnie diverse e usanze sociali contrastanti, innamorato della vita sincera nell’Africa selvaggia, rispettoso delle diversità tra i “mondi” culturali del pianeta Terra ma spietato con l’ipocrisia dell’Occidente ingessato. Serve citare inoltre il potente, viscerale spirito ecologista e naturalista, che incredibilmente pone il concept burroughsiano in sintonia con l’onda del (giustissimo) politically correct moderno. È un puro pulp fiction creato dall’improvvisato scrittore americano Burroughs, poi sviluppato in dozzine di libri per definire nell’immaginario una figura da subito opera di genio, dal successo artistico, economico e culturale travolgente. Comprensibile anche dalla miriade di soprannomi con i quali è conosciuto: l’Uomo Scimmia, il Re della Giungla, il Signore delle Scimmie, la Scimmia Bianca, il Lord delle Liane, Lord Greystoke, ecc. La sua è fondamentalmente una doppia vita (cosa che è rispecchiata pure nella finzione, come vedremo): letteraria e cine-televisiva. Sulle pagine scritte e disegnate è l’elegante eroe di una vera e propria saga Fantasy così lucida, complessa, rispettosa e ricca che i paragoni possibili sono pochissimi; sul piccolo e grande schermo è invece stato portato in trionfo con una quantità spropositata di opere minori e massacrato con fastidiosa superficialità. Un’abbondante ignoranza rivelatasi nel lungo periodo letale: via via è ingiustamente passato di moda presso il grande pubblico per ragioni soprattutto sociali legate a film fuori luogo. L’ovvio imbarazzo, solo cinematografico, del “bianco bruto monosillabico dominatore dei negri africani” è comprensibile, per quanto ingannevole.

Hollywood ha sempre amato il suo personaggio; secondo lei, cosa ha spinto i primi registi a portare sullo schermo le sue avventure?

Se si parla di Tarzan, chiunque a qualsiasi età, di qualsiasi ceto, sesso e origine sa di chi si tratta. Una figura che ha conquistato e spadroneggiato l’immaginario umano (anche italiano) per oltre un secolo, forse la figura iconica più riconoscibile in assoluto al di là di ogni possibile spiegazione. “Il bambino bianco perso in Africa e allevato dalle scimmie, l’uomo in perizoma che vola tra le liane della giungla e lancia l’urlo”. Se fate un esperimento e chiedete chi sia Tarzan, questa riga di definizione è la risposta immediata e praticamente istintiva da parte di tutti. Cinema, fumetti, televisione, videogiochi hanno diffuso il concept fin dalla nascita di ciascuna forma espressiva, perché ancestrale. E la gente l’ha accettato senza riserve perché toccata nel profondo. Ma la stragrande maggioranza del pubblico che l’ha fatto proprio non sa che Tarzan è un personaggio letterario per il quale la riga di definizione sopra citata è assimilabile alla seguente affermazione: “una rombante Ferrari rossa è un carro meccanico su quattro ruote di gomma”. Il celeberrimo personaggio romanzesco, tranne poche eccezioni e tentativi, da molto tempo, ha praticamente abbandonato il grande schermo o la cultura pop, dopo averli dominati. È uno degli stupri letterari più grandi mai commessi dal cinema… ossia la serie dimenticata di Hollywood. Il cinema muto tentò quasi subito di filmare Tarzan: dal primo storico Elmo Lincoln di fine anni ’10 a James Pierce che, prima di indossare il pellicciotto, si sposò la figlia dello stesso Burroughs, Joan. Ma il creatore di Chicago rimase deluso dalla mancanza di fedeltà e cercò dei cine-studi che gli garantissero il controllo totale sul franchise… Impresa che abbandonò presto. La MGM entrò in campo e lo scrittore le vendette subito il nobile personaggio, disinteressandosi del suo destino cinematografico. Hollywood doveva solo rimanere fedele al concept basilare, libera di inventarsi nuove storie e dettagli inediti. L’archetipo ignorante “Io Tarzan tu Jane” nasce qui, anche se la battutaccia non è in nessuno script.

Ci sono James Bond, Batman, Sherlock Holmes per ogni generazione cinematografica; per decadi Tarzan ha fatto parte di questo pantheon eroico: dalla sua creazione ha ispirato quasi cento film… ma solo una manciata di essi è stata prodotta negli ultimi 40 anni. Un tempo è stato un fenomeno, adesso l’Uomo Scimmia monosillabico in un’Africa fantastica e un tempo razzista, che urla il suo yodel mentre si lancia di liana in liana nel glorioso bianco e nero, è per fortuna anacronistico. Fino alla versione infantile e allegra del film animato della Disney, che recuperando un certo rispetto dell’originale letterario sembrava destinato a mettere la parola fine al personaggio sul grande schermo. Eppure! Andy Briggs, scrittore di una serie tarzanide per ragazzi, afferma: “Il 99% dei bambini sa chi è Tarzan, anche se non hanno mai visto il cartone Disney. Sanno che vive nella giungla ed è stato cresciuto dalle scimmie, tutti conoscono il suo urlo. Nessuno di loro sa come…”. Attraverso una specie di osmosi culturale Tarzan è sempre con noi.

Gli ultimi film live action a lui dedicati sono stati: Tarzan, l’uomo scimmia di John Derek (1981), Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie di Hugh Hudson (1984), Tarzan- il mistero della città perduta di Carl Schenke (1999) e The Legend of Tarzan di David Yates (2016). Qual è la sua opinione su queste quattro pellicole? Invece cosa ne pensa del classico Disney del 1999 diretto da Kevin Lima e Chris Buck?

Il film del 1981 con Bo Derek, “Tarzan the Ape Man” diretta dal marito John Derek, è molto interessante. La MGM manteneva antichi diritti sulla vecchia storyline del cimitero degli elefanti, ossia il primo film con il nuotatore Johnny Weissmuller. Poteva farne il remake; la nuova sexy-star Derek scelse di rifare la carnalissima Jane di Maureen O’Sullivan dall’era Weissmuller. Pur nella disperazione della titolare Burroughs Inc., che legalmente non poteva bloccare il progetto, poteva funzionare: quella Jane era significativa e, già negli anni ’30, provocante. La prima metà del film è avventurosa, affascinante e divertente – anche grazie alle reali location africane, al rigore della ricostruzione storica d’inizio Novecento e al folle padre di Jane, interpretato dal grande Richard Harris; poi la fascinazione di Miles O’Keeffe (un Uomo Scimmia ebete quanto figo) per le tette di Bo è davvero imbarazzante.

Fin dall’inizio degli anni ’70 il grande Robert Towne (scrittore di “Chinatown”, 1974) lavorava alla sceneggiatura che sarebbe divenuta nell’84 “Greystoke”. Voleva adattare fedelmente il romanzo originale del 1912 firmato E.R. Burroughs, pur togliendo del tutto il suggestivo Fantasy e l’inventivo Science fiction (via Mangani, città perdute e avventura) e correggendolo nei dettagli naturalistici: leopardi al posto dei leoni e mandrilli per i gorilla. Doveva dirigerlo lui stesso ma il lavoro rimase incompleto fino all’entrata in gioco dell’emergente regista inglese Hugh Hudson. La prima versione finiva nel villaggio africano (il d’Arnot di Sir Ian Holm vi porta Tarzan sulla via del ritorno per l’Inghilterra); Hudson strutturò la parte civile e tagliò quella selvaggia. Lo script, poi nominato agli Oscar ’85, fu rinnegato da Towne, che ne creditò il suo cane! È la rigorosa regia di Hudson, reduce dal successo dell’opera prima “Momenti di gloria”, che salva Tarzan. “Greystoke” è nelle corde del regista: un realistico dramma storico su un aristocratico della giungla che deve tornare alla civiltà, scoprendo che essa stessa è un altro tipo di “giungla”. Fu scelto il parigino Christopher Lambert (il cui accento francese è corretto per il Tarzan letterario) proprio perché recalcitrante; affascinò il regista il suo sguardo cupo e nervoso, che si scoprì essere miope. Il kolossal “Greystoke: The Legend of Tarzan, Lord of the Apes” esce nel 1984 e l’atmosfera edoardiana di amore, perdita e buone maniere a tavola confuse i fan del vecchio e idiota cine-Tarzan; ma la dura serietà e un super-cast all-british funzionano. Ci vuole comunque un’altra decade per un pseudo-sequel più Fantasy; ma “Tarzan and the Lost City” (1998, con l’inutile Casper van Dien) è senza ambizione, senza senso e rimane senza pubblico. Al contrario è un successo il cartoon Disney del 1999: semplice ma emozionante, comodamente privato delle sgradevolezze selvagge e della visionarietà fantascientifiche sulla cultura auto-costruita dell’Uomo Scimmia. Dotato dei soliti messaggi infantili di tolleranza, più l’optional di serie delle canzoni di Phil Collins.

Gli Anni Zero accolgono il regista di Harry Potter David Yates per il ritorno ufficiale Warner. Questi finalmente propone per intero e senza scorciatoie l’originale ambientazione letteraria d’un Fantastico passaggio di secoli ’800-’900, pur con le inevitabili sensibilità moderne a rischio di anacronismo… Dopo un secolo di cine-tentativi, quest’opzione inedita, anche se imperfetta, è l’estrema. È lo svedese Alexander Skarsgård, nel kolossal di Yates “The Legend of Tarzan” (1° luglio 2016), che tenta di rilanciare in grande stile il franchise dopo che solo la Disney era riuscita a proporne il vago ricordo animato. Clayton, Opar, Mangani. Tre parole, tre nomi presenti (pur se solo accennati) in questo film di David Yates che danno il senso all’ennesima trasposizione cinematografica di un personaggio che reputo essere il più affascinante mai creato dalla fiction mondiale. Sono tre nomi che all’appassionato tarzanide dicono tutto; e, incredibile!, al grande pubblico dello schermo non dicono niente – o quasi. Questo perché il misterioso “figlio” di Burroughs è il personaggio più usato e meno compreso dalla storia del cinema: le tre parole sono elementi che chiariscono, dopo un secolo, il mistero e offrono l’unica (e preziosa) spiegazione possibile per avere un Tarzan al cinema in questi anni.

Clayton: è il vero nome di Tarzan, ultimo erede di una potente casata nobiliare della Vecchia Inghilterra. Per la precisione stiamo parlando di John Clayton III, quinto Conte (in varie versioni Visconte) di Greystoke e membro della Camera dei Lord del Parlamento del Regno Unito. Ricco, elegante, coltissimo nobile e politico inglese, esploratore poliglotta, avventuriero e imprenditore, intellettuale autodidatta, eroe militare della Prima e della Seconda guerra mondiale; mutante magicamente immortale. Dopo l’infanzia selvaggia nella giungla, l’Uomo Scimmia si libera del perizoma di pelle d’antilope e indossa con la stessa disinvoltura cilindro e marsina. Torna nella patria Inghilterra e si riappropria pienamente del legittimo posto privilegiato nella società occidentale. La sua vita da allora si divide in maniera realizzata tra l’aristocratica Londra, il mondo in subbuglio e l’amata Africa: tra un se stesso istintivamente civilizzato e un se stesso consapevolmente selvaggio. È vero, anche in questo film poteva essercene di più. Ma Clayton = Avventura.

Opar: la città dei diamanti e delle gemme, degli uomini-bestia e della regina stupenda, dimenticato ultimo avamposto dell’Atlantide situata nel centro dell’Africa Nera, simbolo e origine di una sfrenata e affascinante saga Fantasy. È la prima delle numerose città perdute create dalla fantasia di Burroughs, tra enclavi isolate di antichi Romani e quasi-lillipuziani, tra dinosauri al centro della Terra e immensi tesori in antiche volte un tempo splendenti. Lord Greystoke/Tarzan esplora, da solo e umilmente, un’Africa immaginaria e immaginata, in cui animali e uomini di ogni aspetto creano un universo parallelo sospeso, espanso nel tempo e nello spazio; che da leggenda si fa mito. Per arrivare Mito dei miti: la Fonte dell’Eterna Giovinezza, cui l’eroe e la sua bella si abbeverano raggiungendo anche materialmente quell’immortalità già loro a livello culturale. È vero, anche in questo film poteva essercene molto di più. Ma Opar = Fantasy.

Mangani: letteralmente “Grande Gente”, il termine indica il popolo e la lingua delle pseudo-scimmie fittizie che hanno allevato il piccolo Lord. Non si tratta di scimpanzé né di gorilla né di mandrilli – i Mangani chiamano se stessi così. Una specie immaginaria di feroci e intelligenti “uomini scimmia primitivi” (sorta di Australopitechi, secondo il guru Philip José Farmer), bipedi, che mangiano carne e parlano tra loro un linguaggio complesso. Burroughs ne crea la dettagliata lingua, nella quale il nome Tarzan significa “Pelle Bianca”. Questa abilità di parola permette al bambino, poi ragazzo Clayton di sviluppare in modo eccezionale la mente (insieme al fisico, reso super dalla giungla): impara da solo a leggere l’inglese sugli abbecedari e sui libri d’epoca abbandonati nella capanna nella foresta dai genitori uccisi; in seguito sviluppa una visione idealizzata e severa dell’umanità e della sua civiltà, e una capacità di apprendimento superiore. È vero, anche in questo film poteva essercene tanto ma tanto di più. Ma Mangani = Fantascienza.

Questi tre magnifici elementi basilari sono stati in passato gestiti molto raramente dal cinema e mai combinati insieme. In questo film succede per la prima volta – anche se in maniera troppo distillata. La prima trovata del film è quindi una certa, vaga fedeltà ai fantasmagorici testi scritti, effettivamente mai avvenuta sullo schermo. La seconda trovata è la clamorosa, questa sì riuscita fusione della fiction di Burroughs con la Storia reale dell’Occidente e dell’Africa.
La chiave della rappresentazione di Yates? L’unione sperimentale nello script dei Fatti Storici con il parto speculativo della fantasia; in un film dalla forma lineare, all’antica. Gli sceneggiatori di “The Legend of Tarzan” spostano le vicende del personaggio indietro nel tempo di circa una generazione, dall’Inghilterra Edoardiana a quella Vittoriana, e spazialmente dal Gabon al Congo: ciò per fare un ragionato salto concettuale post-moderno rispetto alla materia artigianale di Burroughs e poter sfruttare narrativamente il terrificante olocausto storico del paese sotto la tirannia personale, nella seconda metà dell’Ottocento, di Re Leopoldo II del Belgio. Uno dei più grandi massacri dell’umanità, simbolo nefasto dell’epoca coloniale, crimine storico dell’Europa schiavista, motivo del dissennato sfruttamento economico dell’Africa – soprattutto, eventi alla base della complicatissima situazione sociale odierna dei due continenti, tra migrazioni e razzismo. L’attualità del film si fa in questo modo necessaria, pregnante, addirittura drammatica. Vengono sfruttate location legate a un passato ormai remoto e vagamente ricordato, ricostruite purtroppo in CGI; vengono gestite situazioni politiche, sociali ed economiche da tempo cronicizzate; vengono impiegati personaggi realmente esistiti, come lo spietato capitano belga Léon Rom (il villain del tarantiniano numero 1 Christophe Waltz) e il giornalista e reduce afroamericano George Washington Williams (la spalla dell’eroe interpretata dal tarantiniano numero 2 Samuel L. Jackson); vengono addirittura adattate atmosfere letterarie potentissime e perfette, come quella seminale del “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, 1899 – epocale romanzo denuncia del grande letterato americano sull’enorme tragedia umanitaria dello Stato Libero del Congo.

Il tutto è cucinato in un film essenziale. Un road movie esotico di inseguimento attraverso lunghe camminate, treni nella foresta, battelli sul fiume e liane pluviali. Una pellicola da “mal d’Africa” con leoni e ippopotami, elefanti e struzzi digitali come la giungla e la savana in cui si rintanano. Un buddy-buddy tra bianco e nero con le tribù indigene e gli schiavisti bianchi invece dei poliziotti e i terroristi. In cui Alexander Skarsgård, il biondo svedese alto due metri e dal fisico perfetto, interpreta un “possibile” Lord Greystoke: super-uomo d’antan scatenato e puro, profondamente innamorato della sua bellissima, indomita moglie statunitense Jane Porter (Margot Robbie, l’attrice più sexy del pianeta). Purtroppo… alla stanga nordica manca la lunga, distintiva chioma corvina; dopo la giusta braga da esploratore d’epoca, non si vede mai la fantastica mutandona di pelle di antilope; latita la necessaria e giovanile auto-formazione intelligente – rimane infatti quel fastidioso dejà-vu del cartoon Disney, con Jane che ha fatto in flashback la “scuola per selvaggi” al muto e scimmiesco giovane Apollo castano chiaro della giungla (cosa mai letta nei libri). Tant’è. Vista la situazione, si renda grazie a Madre Africa.

Il personaggio ha contribuito a “creare il mondo dell’intrattenimento che conosciamo” assieme alle altre opere di Burroughs. È possibile un ritorno in grande stile per Tarzan oppure sarà dimenticato dal grande pubblico? Inoltre, un personaggio nato 120 anni fa può interessare ancora il pubblico attuale?

La serie dei romanzi è considerata un classico della letteratura ed è l’opera più nota di Burroughs, insieme al science fantasy John Carter di Marte – Tarzan è da sempre uno dei personaggi letterari più conosciuti al mondo, fin dall’inizio adattato, in tutto o in parte, per la radio, la televisione, il fumetto, il teatro… è stato portato al cinema più volte di qualsiasi altro libro. Le date di uscita dei libri originali di Tarzan erano contemporanee alla vita del personaggio, ritratto e cronicizzato come realmente esistente in un’Africa Nera e in un’Europa immaginarie: nel 1912 del romanzo capostipite “Tarzan of the Apes” il protagonista aveva poco più di vent’anni.
Negli anni Settanta, con il clamoroso pastiche biografico “Tarzan Alive!”, il grandissimo scrittore di fantascienza Philip José Farmer diventa fanta-biografo di Lord Greystoke. Lo fa nascere per la precisione pochi minuti dopo la mezzanotte del 22 novembre del 1888 sulle coste del Gabon, l’Africa Equatoriale Francese. Ne redige quindi la sconfinata vita fittizia, sulla base degli eventi nei romanzi, più datati, di Burroughs. È sospesa tra rigoroso realismo storico e Fantasy pseudo-storico sfrenato. Per Farmer, che si basa sulle informazioni pulp di Burroughs, Tarzan è il perduto orfano londinese che, nel primo romanzo, ancora adolescente, impara da solo a leggere l’inglese; l’ufficiale della Marina belga d’Arnot, dopo averlo trovato, gli insegna il francese… L’epilogo lo vede, nobile e ricco ventenne, guidare un’automobile dalle parti di Baltimora alla ricerca della sua Jane Porter, alla quale rinuncia da gentiluomo perché già promessa sposa. All’inizio del secondo romanzo (“The Return of Tarzan”, 1913) è a Parigi, conosciuto come l’elegante e duro Monsieur Jean C. Tarzan; poi lavora come raffinato e feroce agente segreto per i francesi nell’Algeria pre-Grande guerra… Diviene in seguito, a trent’anni, letteralmente immortale grazie a un elisir dell’eterna giovinezza di uno stregone indigeno! Se ne scoprono le ascendenze mitiche legate a strani culti e miracoli astronomici, lo si connette a un misero mondo contemporaneo da svergognare e migliorare… È una vasta saga Fantasy, sospesa e imprigionata tra l’Europa civile e complessata – profondamente criticata nelle sue miserie storiche; e l’infinita, vitale culla africana – vagheggiata come paradiso terrestre da difendere dalle razzie del capitalismo.

Immaginiamo un ritorno di Tarzan sul grande schermo, mi descriva questo ipotetico film che potrebbe adattare fedelmente le opere di Burroughs. Chi potrebbe interpretare lord John Clayton? Quali registi o sceneggiatori sono i più adatti per un film del genere?

L’aristocratico e ricchissimo Lord britannico vittoriano/edoardiano John Clayton III, ottavo Visconte, poi per Farmer Conte (Earl) di Greystoke, è un uomo intuitivo, coltissimo e poliglotta, deciso e di poche, poetiche parole, dall’irresistibile fascino carismatico e tagliente negli sfoghi d’ira. Raffinato e feroce, complesso e combattuto; alto, atletico, dai capelli lunghi e neri e dagli occhi grigi. Un tipo di attore adatto potrebbe essere lo straordinario e pluripremiato Daniel Day-Lewis come appare nel film di Michael Mann “L’ultimo dei Mohicani” (1992). In ogni caso serve un attore sui trent’anni fisicamente perfetto e e molto, molto capace, non il solito modello o il solito nuotatore che fa l’interprete a livello amatoriale. Per quanto riguarda regia e scrittura, servono autori sensibili e colti che lo comprendano nel profondo, recuperando soprattutto la consapevole e stratificata visione fantascientifica di P.J. Farmer. Insomma, servono autori del cinema fantastico che sappiano abbinare l’Africa socio-politica, sia del Novecento che soprattutto attuale, con le leggende delle antichissime civiltà perdute nella giungla. Mi piacerebbe una via di mezzo tra il miglior Steven Spielberg avventuroso (quello de “I predatori dell’Arca perduta”), la feroce visionarietà sci-fi di Zack Snyder e il rigore psicologico di David Cronenberg. Un appassionato come me chiede molto: evitare la solita chiave tradizionalista, tra semplificazioni del passato cinematografico e citazioni di quegli errori imperdonabili.

Fonte immagine di copertina: Flickr (immagine senza copyright) 

A proposito di Salvatore Iaconis

Laureato in Lettere Moderne presso l'Universitá Federico II di Napoli il 23 febbraio 2022 e giornalista iscritto all'ordine regionale dal 26 gennaio 2021. Grande amante della lettura dai classici della tradizione fino ai best-sellers più recenti, appassionato di cinema in tutte le sue forme nonché di teatro, storia, arte e filosofia.

Vedi tutti gli articoli di Salvatore Iaconis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.