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Teatro

FABER al TRAM, in scena Bocca di rosa | Recensione

Dopo due date sold out ad agosto, nel Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, il concerto-spettacolo intitolato “Bocca di rosa” e dedicato al nostro Faber è tornato in scena venerdì 4 e sabato 5 ottobre al teatro TRAM. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il gruppo artistico composto da Francesco Luongo (voce e direzione artistica), Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra), Laura Cuomo (voce) e Davide Maria Viola (violoncello), con l’ospite Francesco Santagata (voce e chitarra), hanno srotolato nell’aria l’universo musicale e poetico di Faber, attraverso la lettura di brevi brani e poesie e la presentazione in chiave contemporanea delle canzoni più celebri del cantautore genovese. Stiamo parlando di una formazione eccezionale, caratterizzata dalla voce accogliente e corposa di Giuseppe in simbiosi con la nobiltà del suono della sua chitarra, dalla voce profonda di Laura che ben si sposa con il suono caldo e armonioso del violoncello di Davide, intento tutto il tempo a ingioiellare il teatro di magia, e dalla carezzevole voce di Francesco, oltre che dalle sue abilità creative e organizzative. Un’insapettata sorpresa si è incarnata in Francesco Santagata e nella sua versione acustica de “La guerra di Piero”, distante dall’originale ma non per questo priva di appeal, la quale ha suscitato grande energia e suggestioni che banalizzerei soltanto se provassi a verbalizzare. Il vuoto che Faber ha lasciato nella musica italiana fa ancora e farà sempre troppo male, ma il sodalizio di questi artisti lo ha ricordato con professionalità, passione e, soprattutto, delicatezza. Senza fare rumore. Il concerto-spettacolo “Bocca di rosa” ha abbracciato le diverse sfaccettature di Faber, nel rispetto della sua grandezza e poliedricità culturale. Il concerto-spettacolo che ha reso omaggio a Faber Le luci del TRAM si spengono dappertutto, tranne che sulla scena. Il colore del teatro è quello della notte. Il tempo si fa lungo e dilatato. Il buio separa la platea dal palco anni-luce e il pubblico si fa sempre più piccolo e inesistente di fronte all’immensità dell’universo di Faber. Sembra di stare in riva al mare, a guardare le stelle. Pare di aver appena disteso una coperta sulla sabbia e di aver alzato lo sguardo al cielo. È come aver staccato da tutto per concentrarsi sul firmamento. La musica si fa balsamo per i sentimenti, poi catarsi, liberazione. A partire dall’impulso dell’invidia delle comari di un paesino fino a quella di “Un giudice” perseguitato da tutti, evolutasi poi in sete di potere e di vendetta, il gruppo artistico prende delicatamente la nostra mano e cammina con noi tra le macerie che si lascia alle spalle il clima di competitività e rivalità. Si tratta di un tema maledettamente attuale: quel tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri che Faber analizzò mirabilmente a suo tempo, soffermandosi sulla vis non convenzionale, l’umanità e la portata allegorica della galleria dei suoi ritratti umani. Alcune note iniziali di una canzone esplodono, in seguito, in una miriade di stelle cadenti. I più cinici della platea li immagino pensare a una “sagra delle illusioni”, mentre […]

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