Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: emozioni contiene 18 articoli

Voli Pindarici

Come in un sogno

Tumore. Cancro. Neoplasia. Quella mattina aveva scoperto che le parole erano importanti. Potevano riuscire a celare grandi drammi. Da quel momento ebbe la consapevolezza dell’esistenza di due vite da vivere: una propria della sua adolescenza, l’altra senza età e necessaria. Uscì. Ripercorse a ritroso la stessa strada che l’aveva condotta a quella costruzione fatiscente e vide il sole. Posso ancora osservarla mentre seduta su quel muretto si godeva il calore di quei raggi, ripetendosi: “Siamo una famiglia. Ce la faremo.” Le è sempre bastato poco per essere felice. Sono stato fortunato a conoscerla. Attraverso lei ho avuto la possibilità di vivere una moltitudine di vite diverse. Mi tenni lontano quel giorno. Era troppo distante nei suoi pensieri contorti. Una notte mi fu concesso di tenerle compagnia in ospedale. Non dormimmo. Seppi che lei non lo faceva da tanto. Era impegnata ad osservare quanto buia fosse la notte. Il tempo le iniziò ad apparire sempre troppo breve. Restammo seduti su una panca nel corridoio del reparto. Inizialmente ascoltai solo il ritmo regolare dei nostri respiri, poi parlammo. Parlammo tanto. Fu una notte strana. Ricordo che c’era un vento fortissimo che ruggiva tra i rami di quegli alberi decennali che sembrava fossero stati messi a guardia del cortile abbandonato. Ed è questo il racconto di quella notte senza tempo. Una notte dove mi rese partecipe delle sue uniche confidenze. La notte in cui la sentii triste. Ricordo ogni singola parola, ogni affanno, ogni pausa, ogni lacrima silenziosa. Ci abbracciammo stretti. Non volevo dimenticare il suo profumo. “Ho paura, sai?” Cominciò così. Non le chiesi nulla già sapevo cosa stesse per aggiungere e aspettai il fiume delle sue parole, volevo essere travolto dalla sua voce.“Ho paura.” ripetè  “E se dovessi morire? Mi dimenticheranno? Le persone che amo mi dimenticheranno. Ed è anche giusto che sia così. Non si può vivere in un’eterna sofferenza. Ma io? Io come farò? Resterò sola. Sai, ho cercato di immaginare il dopo. Spero sul serio che tutti quei racconti sull’aldilà siano veri, almeno potrò non dimenticarmi di voi. Io ho bisogno di voi anche di là.” Non riuscivo a risponderle. Percepivo il suo realismo, il suo cinismo, ma soprattutto la sua sofferenza. Era la notte in cui si spogliava di tutte le sue sicurezze e per la prima volta si mostrò così com’era: fragile. Aspettai che ricominciasse a parlare e l’attesa non durò molto. “Ho un sacco di cose da fare. Ma sai che devo ancora innamorarmi? Che devo ancora essere amata? E se non dovessi avere abbastanza tempo per poter fare tutto?” Erano domande che fortunatamente non esigevano una risposta perché non avrei saputo cosa risponderle se non ripeterle tutte le belle storie che si era già raccontata da sola un milione di volte. Un milione di volte più una non avrebbe fatto la differenza. L’abbracciai più forte. Si allontanò. Mi guardò con quei suoi occhi che non saprei come definire, solo lei poteva guardare così, mi guardò come se volesse scavarmi fin dentro le viscere. Non so cosa […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Quando ho capito di amarti

Mi sono fermata a riflettere ieri. In realtà ero in macchina, stavo tornando a casa e mi sei venuto in mente. Un ricordo improvviso che risale a tanto tempo fa. Forse le note di quella canzone alla radio o il modo in cui non mi sono fermata per far passare quella macchina, e ho sorriso pensando alle tue parole se fossi stato con me in quel momento. Comunque sia ho spento la macchina e mi sono fermata a riflettere. Un pomeriggio di tante estati fa. Il sole splendeva sul litorale calabro. Un sorriso svogliato e spensierato. Il sapore del caffè appena preparato. La doccia insieme. Il letto disfatto. I capelli umidi sulle spalle. Lo smalto sulle unghie. La schiuma da barba. La lista della spesa sul tavolo. Non so se è stato quel pomeriggio che ho capito di amarti, ma ricordo che in quel momento ho pensato che avrei voluto passare così il resto della vita. Forse quel giorno in cui mi hai regalato la collana rosa dopo un brutto litigio, o quando mi hai asciugato le lacrime a causa di un esame, forse quando ti sei commosso per la mia laurea o quando mi hai regalato i biglietti del concerto di Tiziano Ferro. O sarà stato quando abbiamo trascorso il primo Capodanno insieme? Forse quella volta che la macchina ci ha lasciati a piedi in autostrada o quella notte che abbiamo visto la prima stella cadente? Forse quando abbiamo cucinato insieme o quando abbiamo corso sotto la pioggia perché avevamo dimenticato l’ombrello o quando abbiamo fatto il bagno alle otto di sera in intimo. Quando ho capito di amarti? No, non è stato nessun momento di questi. Sono stati tutti e tanti altri, e lo sono ancora. Ho rimesso in moto. Si era fatto tardi, dovevo andare a prendere mia sorella alla stazione. Treno in ritardo di cinque minuti. Forse per il modo in cui scuoti la testa quando leggo il menù in pizzeria perché tanto sai che poi prendo sempre la stessa pizza. Dieci minuti di ritardo. Forse perché mi prepari i pancake alla marmellata e le crepes alla nutella. Perché sai che la lasagna la preferisco bianca e la carne alla brace. Quindici minuti di ritardo. Perché sai che potrei passare ore in una libreria. Perché so che tu potresti passarne altrettante alla playstation. Perché cerchi di seguirmi nelle mie maratone dei telefilm. Perché io amo i film d’amore e tu quelli d’azione ma li guardiamo entrambi. Perché io adoro camminare e tu andare ai centri commerciali e andiamo ai centri commerciali a camminare. Venti minuti di ritardo. Perché abbiamo disegnato su un foglio la nostra casa e ora la stiamo per vedere proprio così. Perché guardiamo Masha e Orso la sera. Perché abbiamo comprato il quadro che appenderemo nel soggiorno. Perché conservi ogni lettera che ti scrivo. Perché mi hai fatto un ritratto. Venticinque minuti di ritardo. Perché sei perfezionista. Perché sono schematica. Perché sei ironico. Perché sono gelosa. Perché hai poca memoria. Perché ricordo tutto. Trenta […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Piccola guida su cosa vedere a Dublino: molto più di una semplice città

Piccola guida su cosa vedere a Dublino. Una settimana a Dublino. Una settimana a Dublino col sole. Neanche nei miei sogni “più perfetti” avrei potuto vivere una cosa del genere: partire con gli amici, scoprire una cultura diversa, vivere, anche se per (troppo!) poco tempo,  appieno una città, in tutte le sue sfumature. E Dublino di sfumature ne ha tante, tantissime. Piccola guida su cosa vedere a Dublino C’è la Dublino storica: le chiese, tra cui spicca la Christ Cathedral Church, svariati  monumenti e il castello. Un’ intera giornata per visitarli tutti, perdere tempo a “fare amicizia” con le armature dei cavalieri medioevali esposte, mentre, insieme ad altre centinaia di turisti di tutto il mondo, ti meravigli per il castello: “Oh, però, sembrava più grande in foto!”. Una Dublino diversa è quella “verde”, dei parchi, magnifici, come Phoenix Park, “il parco dei daini”. Daini, non ne abbiamo incontrati, anche se vedere uno scoitattolo così da vicino non capita tutti i giorni. Fare un picnic in compagnia di una scolersca irlandese, tuffarsi nel prato a prendere il sole ed essere felici come bambini. Camminare per Dublino, vedere tutti i magnifici ponti sul fiume Liffey, rimanere a bocca aperta dinanzi all’ O’ Connell Bridge, un intero ponte a forma di arpa, uno dei simboli della capitale irlandese. Passeggiare sulle vie dello shopping, come O’ Connell street e voler acquistare di tutto, per poi fermarsi a pensare: “E questo in valigia come ce lo faccio entrare?” e limitarsi a comprare i pensierini, tutti con un trifoglio o una pinta di Guinness stampati sopra, ovviamente. Prendere un treno e catapultarsi, in poco più di mezz’ora, in una Dublino ancora diversa ancora più suggestiva: Howth. All’estremità della città, questo quartiere si affaccia sul mare e lo fa con delle scogliere belle come poche, messe lì, a strapiombo sull’acqua, dove ti sembra di cadere ad ogni passo. Fermarsi in un tipico ristorante, assaggiare il salmone e il granchio e ancora sazi e sfiniti riprendere il treno verso casa. E ancora la Dublino notturna, il caratteristico quartiere di Temple Bar, con i suoi pub super affollati e rumorosi, i cantanti di strada che intonano gli U2, accompagnati da una folla non troppo capace (e neanche troppo lucida, in verità!), ma non per questo meno bella da guardare. Una birretta in un pub un po’ più defilato,  in compagnia di alcuni ragazzi irlandesi e come sottofondo musica irlandese live e poi tutti a casa, pronti per scoprire ancora altri aspetti della città. Visitare le varie sezioni National Museum of Ireland (rigorosamente gratis!) e conoscere un po’ più di storia e di arte di questo fantastico paese che spesso viene “oscurato” dalla più conosciuta Inghilterra. Una vacanza che consiglierei a tutti: conoscere un paese, così lontano dal tuo per tradizioni e cultura eppure dove ti  senti subito a casa spendendo davvero poco, è sempre un’esperienza straordinaria. Un’esperienza il cui nome è Irlanda. Ora che sai cosa vedere a Dublino, non ti resta che andarci!

... continua la lettura
Interviste emergenti

Luca Buongiorno e il “Mostro”

Luca Buongiorno, giovane attore napoletano è il protagonista del nuovo corto “Un mostro chiamato ignoranza” “Un Mostro Chiamato Ignoranza” è un cortometraggio che affronta con delicatezza il tema dell’amore gay e delle       adozioni, ponendosi l’obiettivo di voler combattere  l’ignoranza, intesa nel vero senso della parola nei confronti  dell’amore gay.  Come nasce la tua passione per il cinema? La mia passione per il cinema nasce sin da piccolo. Non mi recavo spesso al cinema, ma adoravo registrare i film e scrivermi le battute, cosi da poter interpretare quelle parti. Con il tempo mi sono reso conto che questo gioco era una vera e propria passione. Avere la possibilità di interpretare ogni volta un ruolo diverso, è un viaggio che riesce a farmi provare sensazioni che forse nella mia vita non potrei mai provare. Sono laureato in psicologia e questo mi aiuta molto nello studio di ogni mia interpretazione. Ricerco nella vita le emozioni, e quale miglior modo se non quello di entrare in contatto con altri personaggi? Quanto è significativa la tua esperienza come protagonista nel corto “Un mostro chiamato ignoranza”? Per me è stata realmente molto significativa. L’idea di poter interpretare un padre, di sentire anche se per poco quel bambino mio, mi elettrizzava. Anche durante le scene drammatiche, ero entrato nella mentalità di voler salvaguardare a tutti i costi mio figlio. Mi sono recato sul set 10 giorni prima per costruire un rapporto con i miei colleghi, così da creare la giusta intesa, per apparire più veri possibile. Ho imparato anche a conoscere i bisogni di un bambino di due anni che vedeva tutto come un gioco. Luca, tu cosa ne pensi di questo “mostro”? Come dice la parola stessa, è pur sempre un “mostro”. Qualcosa di negativo, di spaventoso, che spesso viene erroneamente nascosto. Il mio personaggio, Marco, non viene accettato dalla famiglia e non vuole combattere questa situazione perché è felice di avere suo figlio e suo marito al suo fianco. Invece no! Non è il giusto atteggiamento, accantonare il mostro non è la soluzione per sconfiggerlo. Siamo una goccia nell’oceano, ma pur sempre indispensabile. Luca ma “qual è il problema”? Per quanto mi riguarda non c’è nessun problema. L’omosessualità esiste sin da sempre, la sessualità è un orientamento. La società retrograda vuole far capire che esiste un problema, inculcando la propria mentalità. I tuoi progetti futuri? Certamente c’è la volontà di far girare il cortometraggio. Per quanto mi riguarda, invece, ho tanti progetti che riguardano la sfera teatrale e cinematografica, ma è presto a parlarne. Luca Buongiorno e il “Mostro”

... continua la lettura
Voli Pindarici

Una pellicola che non ha intenzione di fermarsi

Il pomeriggio del 31 dicembre è quasi sempre una pellicola che gira a rilento. Ci avete mai pensato? La famiglia è intrepida, tutti intenti a preparare: chi a dare ordini, chi a metterli in atto, tanti piccoli tasselli che andranno a costruire l’ultima notte dell’anno. C’è chi dall’altra stanza della casa urla “li hai presi poi i fiori?”, c’è chi, invece, inizia a disperarsi perché le lenticchie non sembrano voler cuocere, e poi c’è la nonna, seduta sulla sua poltrona, sorridente, che guarda le sue figlie, tutte ritrovatesi quella sera nella sua casa; guarda i suoi nipoti ormai fatti grandi che fanno la maggior parte del lavoro, in quella emozionante serata. Sta lì forse, intenta a ricordare quante notti di Capodanno ha trascorso insieme alla sua dolce metà che in questo di anno non è presente, di quando tempo fa quei nipoti, ormai più che ventenni, li teneva in braccio, per condurli con protezione al nuovo anno. E la pellicola continua a girare, ci sono i maschi della famiglia che il più delle volte stanno vicino al camino, parlano di lavoro, parlando di come sia strano che il tempo di un anno sia praticamente volato. La tavola è imbandita, da protagonista lo fa il colore rosso, da sempre portafortuna dicono, e chissà se crederci ma per non sbagliare, lo si mette sempre. I primi piatti iniziano a comparire da una cucina ormai messa quasi a soqquadro, e con loro, le facce di coloro che quei piatti li hanno cucinati, attendendo il verdetto dei parenti intenti a gustarli. Ci sono complimenti ed anche le solite critiche di quei burloni che ci tengono a scherzare. Il caminetto continua ad ardere, la nonna è sempre quella che si preoccupa del fuoco, deve sempre esserci, non può smettere di emanare calore. Ed intanto i disorientati ed improvvisati chef della sera continuano ad entrare ed uscire da quella misteriosa cucina che chissà quante ne avrà viste. La televisione continua a parlare, il volume è basso, ci si concentra sulle chiacchiere dei presenti: “allora? Com’è andato quest’anno?” lo si chiede sempre al più giovane, non manca mai. E lui già cosciente della frase risponde che sarebbe potuto andare meglio, che spera che questo nuovo anno vada nel migliore dei modi. D’altronde è lui quel futuro che si festeggia in quella notte e ,chissà come, chissà perchè la pellicola inizia a girare più in fretta dal momento della cena alla fatidica mezzanotte. Anzi corre. Come d’incanto sulla tavola compaiono i panettoni, i pandori, vedi i “cuochi” ormai adagiati e sollevati sulle loro sedie, ed è segno che l’ora x si sta per avvicinare. Il volume della televisione inizia ad alzarsi, ci si guarda più spesso in faccia, come se in quel minuto di attesa i volti potessero cambiare. Si inizia a pensare a chi c’era ed a chi c’è, per i più fragili qualche lacrima è sempre pronta a scendere. In lontananza qualche botto è stato esploso prima del termine, chissà chi avrà sbagliato. Lo spumante è pronto in tavola, i […]

... continua la lettura
Attualità

Francesco Lettieri per Piano City Napoli

Appena una settimana fa si è concluso il secondo appuntamento con la rassegna Piano City Napoli, una kermesse raffinata che nasce a Berlino e che nell’ottobre 2013 è approdata nella nostra città. Tre giorni nei quali Napoli è stata abbracciata dalla musica e ovunque sono stati organizzati concerti ed eventi dedicati al pianoforte, protagonista assoluto della manifestazione. I numeri parlano chiaro per quest’iniziativa che lo scorso hanno ha registrato un numero di adesioni altissimo: 250 pianisti per un totale di oltre 150 esibizioni, senza contare il gran numero di visitatori. Il 5, 6 e 7 dicembre i salotti partenopei, le piazze, i centri di cultura, ma anche i luoghi di culto, sono stati aperti a studenti, appassionati e professionisti. Uno di questi si chiama Francesco Lettieri, 23 anni e già una discreta esperienza alle spalle, benché la strada di un musicista sia sempre in divenire. Francesco comincia molto presto lo studio del pianoforte, intraprendendo un percorso di formazione che non ha tardato a dare i suoi frutti anche a livello nazionale e, recentemente, europeo. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo disco “La tua felicità” e il suo rapporto col teatro si va intensificando, avendo curato la parte musicale di diversi spettacoli. Per lui è stata la seconda partecipazione a Piano City Napoli e nella suggestiva e intima Parrocchia del S.S. Salvatore di Piazza Tafuri ci ha regalato alcuni dei suoi brani più belli quali “Einaudi e Bollani in discoteca”, “Primavera”, “Le jour d’avant” (arrivata in nomination come miglior colonna sonora al 48° Film Festival di Roma) e “Sulle ali di un gabbiano”, sua prima prima composizione scritta all’età di 15 anni. Ciò che affascina in lui è un particolare modo, si potrebbe quasi dire fisico, di vivere l’esecuzione. È evidente il trasporto col quale il suo corpo riflette l’intensità del momento. Il brano è interiorizzato e trasmesso al pubblico in maniera sentita. Ogni volta che si china verso il pianoforte, quasi sfiorandolo, come un moderno Orfeo sembra accarezzare il proprio strumento perché emetta i suoni più dolci. Non era solo ad esibirsi: insieme a lui sua sorella, Giulia Lettieri, partecipe di un percorso artistico comune (Lett’s Duo) che vede come compagni di viaggio il pianoforte per Francesco ed il microfono per lei. Giulia, infatti, coltiva il talento per il canto e allo stesso tempo è meravigliosa interprete delle canzoni scritte da suo fratello. In diversi brani, la sua voce dolce e serafica si fonde assieme a quella più grave e profonda di Francesco, che non si tira indietro nella parte canora, la quale si aggiunge alla sua abilità di pianista e dà completezza alla sua identità musicale. Francesco Lettieri per Piano City Napoli

... continua la lettura
Attualità

Omofobia: il cuore non ha sesso

“Non sono gay, ma vorrei esserlo solo per fare incazzare gli omofobi.” Kurt Cobain “Dobbiamo sempre ridicolizzare l’amore e il non troppo originale sforzo di farlo durare nel tempo?” – mi son domandato prima di prendere parte agli eventi contro l’ omofobia che si son tenuti in Piazza Dante e in Piazza Vanvitelli di Napoli il 6 e l’8 dicembre in un clima strano, in un’atmosfera sospesa, aspettando l’annunciato arrivo di un inverno che stava muovendosi fuori e dentro le persone che non comprendevano il significato di quel bacio senza motivo, senza l’accompagnamento di una degna colonna sonora nel sottofondo musicale dell’immaginazione, contro natura. Scriverò questo articolo da ragazzo a cui piacciono le ragazze ma estraneo all’ omofobia e che non sa neppure come ci è finito in questo mondo, perché questo mondo è, di suo, “alla rovescia”, sgrammaticato, sporco. Scriverò questo articolo come un adolescente a cui la domanda “Che farò da grande?” non trova risposta, consapevole che i veri esami iniziano soltanto oggi. Quindi, lo ammetto, forse non sono la persona più adatta per discutere di omofobia, di “Sentinelle in piedi” e di matrimoni, per adesso, improbabili. Vi racconterò soltanto un’esperienza della mia non lunghissima vita. Tutto qui, nulla di eccezionale. Racconterò una storia di cattiveria, di volontà, di coraggio, di passione e, indirettamente, di splendidi tramonti anche in una giornata di pioggia. È successo lunedì… Ho avuto modo di osservare oltre centoventi persone scambiarsi, al di là di qualsiasi orientamento sessuale, opinioni e sorrisi con l’unico obiettivo di combattere la piaga dell’ omofobia che, ogni anno, genera episodi ingiustificati di razzismo e di violenza. Dopo la lettura di un discorso incisivo e doloroso nel momento in cui è stata ricordata l’aggressione, in pieno stile omofobia, avvenuta poche settimane fa ai danni di una giovane coppia gay, il cerchio umano ha manifestato con un bacio il dissenso e l’indignazione verso ogni atteggiamento che ostenti omofobia, contro ciò che insidia la dignità e il valore civile dell’uomo stesso. Personalmente dubito sia sufficiente un flash mob per dire “no” all’ omofobia e agli atti vandalici subiti da chi non ha alcuna intenzione provocatoria, da chi, pur non credendo necessariamente in una religione, crede nell’idea che nessuna religione possa vivere l’amore come una colpa. Bisognerebbe piuttosto prendere consapevolezza che non esistono omosessuali accanto a eterosessuali, ma persone accanto ad altre persone. E, come tali, ciò che ci unisce è molto più di ciò che divide. La verità è che dobbiamo crearci dei “problemi minori” (anche se “minore”, l’omofobia non lo è, proprio per niente) solo per non pensare a quelli che davvero ci infastidiscono in una vita moderna che ci stressa sempre più, in una gara a chi raggiunge l’obiettivo per primo senza mai valutarne la qualità, in un interminabile “scatto alla risposta” dove la gente, senza capire nulla di quello che cerchiamo di dirle, ascolta solo per ribattere. Pochi giorni fa, invece, mi son trovato di fronte persone fiere dei propri “sbagli”, persone che mi hanno insegnato che da grande non diventerò un ingegnere o un […]

... continua la lettura
Teatro

Ballarini di Emma Dante alla Galleria Toledo

Ballarini, in scena alla Galleria Toledo dal 4 al 14 dicembre, è il terzo episodio della “Trilogia degli occhiali”, scritta e diretta da Emma Dante. Ballarini racconta in soli quarantacinque minuti l’intensa storia d’amore di una vita intera, in un viaggio a ritroso nei momenti più significativi dei due protagonisti, gli eccezionali Manuela Lo Sicco e Sabino Civillieri. Ballarini di Emma Dante, dalla fine all’inizio Ballarini sta per “ballerini“, termine che rimanda al dialetto siciliano parlato dai due personaggi. La loro storia comincia dalla fine: entrambi sono ormai molto anziani, entrambi portano fin troppo i segni della loro età, stentano a camminare e a parlare, ma si sorreggono a vicenda; iniziano a ballare senza musica. Le luci sul soffitto, una bottiglia di champagne, un sussurro: «Auguri amore mio». È l’ultimo giorno dell’anno quando i due innamorati iniziano un viaggio tra i ricordi, riportando alla luce ciò che è racchiuso in un baule, custode di oggetti che hanno fatto la loro storia: tra questi, un carillon, elemento ricorrente della loro storia che li terrà in qualche modo legati. La quasi totale assenza di dialoghi è supplita dall’intensa gestualità da cui è possibile percepire la grande energia che un tempo i due amanti esprimevano a passo di danza, ora imprigionata in due corpi stanchi, che tuttavia non si stancano mai di prendersi cura l’un dell’altro. Al ritmo lento e spasmodico della prima parte si sostituisce un seconda parte costituita da una rapida sequenza di momenti in cui i due ballarini si liberano dall’inerzia della vecchiaia e dalla sua mise, inforcano gli occhiali e iniziano a sfrenarsi, rincorrendosi, giocando tra di loro e soprattutto ballando al ritmo dei successi anni ’60: Mina, Tenco, Rita Pavone, fino ad arrivare a ballare sulle note di “I Watussi” di Edoardo Vianello e “Fatti mandare dalla mamma” di Gianni Morandi. E così che dalla vecchiaia si ritorna al periodo dell’età adulta, ai primi momenti insieme al loro bambino, alla gravidanza, al matrimonio e infine al fatidico momento da cui tutto ha inizio: una dichiarazione d’amore e un carillon in dono, seguiti da una proposta di matrimonio. Il brano “Tango delle capinere” di Nilla Pizzi fa da sottofondo al momento di massima felicità dei due innamorati che in una lontana e popolare Sicilia del dopoguerra si apprestano a coronare il loro sogno ed a intraprendere un viaggio di cui lo spettatore ha già conosciuto le innumerevoli tappe. L’ultimo ballo è un salto avanti nel tempo, un ritorno all’amaro presente; tutto è buio e silenzioso, tutto viene riportato lentamente e affannosamente in quel baule. Le luci dei festoni si spengono, il carillon suona un’ultima volta. Ma lei stavolta è sola. Per Ballarini di Emma Dante non occorrono le parole per mostrare quanto grande sia questo amore, che si espande sul palco servendosi di altri mezzi. Ballarini è una sequenza di gesti, piroette, colori, musica, oggetti, azioni, poche e semplici battute che non lasciano tregua allo spettatore per riflettere su ciò che sta vedendo, poiché in un attimo cambia lo scenario, cambia la musica, ma in quell’attimo passano gli anni, in un […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Interstellar: relatività del tempo e dello… script

Penso che gli appassionati di cinema, non solo di fantascienza, dovrebbero correre a vedere “Interstellar”. Allo stesso tempo, immagino che gli appassionati delle teorie cosmiche possano trovare alcuni passaggi discutibili. In fondo, dell’ultimo capolavoro di Christopher Nolan si discute dall’ormai lontano giugno 2006, quando in cabina di regia stava ancora lavorando Steven Spielberg. Da allora è cambiato molto. Nella sceneggiatura è stata fatta una scelta esplicita: rimanere parzialmente fedeli alle leggi della fisica, facendo ampio ricorso (a colmare eventuali “buchi neri” nella trama) ad alcuni concetti fondamentali della scienza moderna. Non a caso, produttore esecutivo del film è Kip Thorne, autore dei trattati fonte di ispirazione principale dei fratelli Nolan. La scenografia è realistica, la colonna sonora di Hans Zimmer sembra proiettarti in uno spazio dove il tempo scorre lentamente e trova pace solo laddove il suono non è scientificamente possibile, viaggiare nello spazio a velocità elevatissima per ritrovarsi in un futuro lontanissimo tra un paio di ore affascinerebbe chiunque. Eppure qualcosa non torna! I wormholes (cunicoli spazio-tempo che ci permetterebbero di spostarci da una parte all’altra dell’Universo), a differenza della teoria della relatività, sono teorizzabili ma altamente improbabili. Insomma, c’è tantissima licenza poetica e molto si dà per scontato. Ecco, voglio dire, non deve essere semplice affrontare l’attrazione gravitazionale esercitata da un buco nero con solo una bombola di ossigeno e una divisa per astronauti. Il calore emanato nei dintorni di una forza in grado di catturare persino la luce liquiderebbe ogni cosa all’istante. Ebbene, il fisico Stephen Hawking ha teorizzato l’esistenza di particolari radiazioni emesse dai buchi neri, in grado di “sfuggire” all’attrazione e attraversare l’orizzonte degli eventi verso l’esterno. È questo un concetto a cui i fratelli Nolan hanno fatto ampio ricorso scrivendo il loro film; un concetto, tuttavia, non sufficiente a spiegare il motivo per cui il protagonista non sia uscito sotto forma di budino dopo aver attraversato la quarta dimensione del tempo e la quinta ipotizzata dal matematico Theodor Kaluza per descrivere alcune forze come quella gravitazionale e quella elettromagnetica. Eppure, la chiave di lettura sembrerebbe essere un’altra. Prendete la citazione simbolo dell’intero kolossal lungo tre ore: “L’amore è l’unica cosa che trascende il tempo e lo spazio”. Davanti a tanta poesia, io (per selezione naturale) scelgo l’impossibilità di teorizzare i sentimenti alle, talvolta fastidiose, certezze della scienza… Aspettate! Anche in questo articolo, noi di Eroica Fenice abbiamo pensato a un finale alternativo per i grandi delusi dall’annuncio di otto anni fa, ma riservato solo a quelli che hanno visto il film e ai tipi “a cinque dimensioni” che, sostanzialmente, non comprendendo la linearità del tempo, non si preoccupano di avere qualche anticipazione sulla trama. Mann, un astronauta inviato in un pianeta completamente ghiacciato, sarà anche un serial killer di altri tempi, però rimane pur sempre un genio della NASA con un piano, non meno meritevole di quello dei protagonisti, per salvare l’umanità! Non si tratta più di capire chi merita di vivere ancora, ma di scoprire chi vuole vivere. E poi basterebbe aprire quel maledetto portello. Lui è impazzito per la […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Le altalene non dondolano più

È successo qualche giorno fa: mi è capitato di imbattermi in un video su “Facebook” contro i Social Network. Paradossale, vero? Io ho 1250 amici, eppure vivo in un pianeta in cui ogni essere vivente è lasciato solo a sè stesso. Allora ho deciso di fermarmi a riflettere un istante: è il gesto in sé che sembra essere tendenzialmente asociale. Deve esserci qualcosa di inesatto se, non appena accendiamo quel monitor, siamo sempre tentati dal voler chiudere la porta. Deve esserci qualcosa di essenzialmente fuori luogo se non parliamo più con la persona che abbiamo accanto nella metro, se non abbiamo più il coraggio di guardarci negli occhi, se i parchi sono pieni di silenzi e le altalene non dondolano più. La rete è, in fondo, uno strano contenitore di frustrazioni nato per semplificarci le cose. Il problema sta nell’intenzione di scomporre numeri e materie prime: non c’è più mistero se, in tempo reale, so che qualcuno sta andando al bagno. Non è più come una volta se il “Chissà a cosa stai pensando” di Jovanotti è già passato di moda. Insomma, nel posto in cui è possibile eliminare persone con un “click” e dove tutto lo scibile umano sembra essere a portata di mano, è il “chissà” ad apparire in chiara via d’estinzione. Tuttavia, sarebbe sufficiente un’occasione per rendere unica la vostra vita. Non sprecatela a inseguire un’illusione, non permettete alle occasioni di sfuggirvi tenendo lo sguardo abbassato sul display di un I-phone. Alzare la testa è il primo passo per fare la differenza. Ognuno di noi ha degli impegni qui: dobbiamo rispettare le promesse fatte ai nostri genitori, ai nostri figli con le ginocchia sbucciate e che sapremo intrattenere anche senza un videogioco, alla gente che ci circonda e che, spesso, neppure siamo in grado di vedere. Ma l’impegno più grande è con noi stessi. Abbiamo meno anni di quanto pensiamo per dimostrare perché cavolo siamo arrivati così lontano (un “non abbastanza lontano” che non trova acqua), per dimostrare che le nostre dita sono fatte per incrociarsi e non per scorrere una bacheca senza trofei, per dimostrare se davvero siamo fatti per diventare quello che vorremmo essere. La monotonia della nostra vita è tutta lì, in quei pochi centimetri davanti alla faccia mentre fissiamo l’ennesimo schermo. Se non riusciamo più a spingerci oltre, vuol dire che siamo già morti. Eppure, in questa stessa vita, si incontrano persone vere ogni tanto, senza inutili dettagli “non corretti” al Photoshop (maschere che ci nascondono, alla fine, solo da noi stessi). Persone che, quando mi guardano fisso negli occhi, mandano al diavolo il senso delle centinaia visualizzazioni di questo articolo, perché a me ne basterà soltanto una. Son quelle col ciuffo fuori posto, un’espressione difficile da interpretare e l’aria di chi, da un momento all’altro, saprebbe risolverla con un paio di moltiplicazioni e introducendo quegli esponenti che mi avrebbero elevato all’Infinito. Una di quelle che preferiranno condividere questo momento con me, piuttosto che con il resto del mondo. Persone grazie a cui, poiché crederò […]

... continua la lettura