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Teatro

I Viaggi di Capitan Matamoros, due chiacchiere con gli attori del LICOS

Questa sera, alle ore 20.00 presso la Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore, in occasione de “I Viaggi di Capitan Matamoros” andrà in scena in anteprima lo spettacolo “Cunti di Sfessania”, nato dal lavoro svolto da Luca Gatta, direttore artistico della rassegna, con gli attori del progetto LICOS (Laboratorio Internazionale di Composizione Scenica), a cura dell’Associazione Teatrale Aisthesis. Il LICOS è un training che dura nel tempo, risultato di una ricerca attoriale di oltre dieci anni e che tocca le principali questioni dell’artigianato teatrale, attraverso un viaggio tra culture e discipline differenti, e le tradizioni orientali e occidentali. Come afferma lo stesso Luca Gatta, L’obiettivo centrale del lavoro è quello di creare un teatro di gruppo che abbia come fine la ricerca di nuove forme espressive e che si fondi sul dialogo transculturale, favorendo perciò l’integrazione e l’interazione tra soggetti provenienti da culture ed esperienze differenti. Il lavoro è condensato attorno alla Commedia dell’Arte, intesa non solo come genere teatrale, ma anche come strumento pedagogico: gli attori sono accompagnati in un cammino antropologico alla ricerca del proprio archetipo, inteso come oggetto misterioso che ci conduce in un viaggio verso noi stessi, dei tipi originari su cui modellare figure più complesse. Diamo oggi la parola agli attori del LICOS, ai quali abbiamo chiesto di parlarci della loro esperienza e del personaggio che interpreteranno, a partire dal proprio archetipo. Intervista agli attori del LICOS Angela Dionisia Severino Ho conosciuto il LICOS due anni fa, grazie a un’amica, che aveva seguito  una giornata di seminario con Luca Gatta e la maschera che mi è stata assegnata è Arlecchino. Di lui penso… che non pensa! Perciò mi permette di lavorare su un altro livello, rispetto ai personaggi ‘pensanti’ e pieni di coscienza: un livello più senziente che psicologico, più azione e meno riflessione, più necessario che pensato, più contadino che intellettuale. Da questa esperienza ho imparato, anzi sto imparando, come usare la mia cassetta degli attrezzi fisici e vocali per costruire scene e ri-costruire la vita in scena. In breve questo: acquisire strumenti e tecniche della nostra e di altre tradizioni per entrare in nuove posture e animarle con rigore. Paola Maria Cacace Faccio parte del LICOS da un anno e mezzo e sono entrata in questo gruppo di ricerca dopo aver fatto un incontro con il regista Luca Gatta. Nella commedia ricopro il ruolo di Pantalone, archetipo del vecchio di cui riesco a restituire i duemila anni d’età attraverso una precisa postura del corpo. Pantalone mi dà la possibilità di rappresentare tutti i vecchi del mondo vissuti nei secoli, nella gobba che ho costruito su di me porto lo spessore di una vita vissuta pienamente. È saggio, egoista, poeta, bambino, innamorato, impotente, presuntuoso e riesce a farmi lacrimare sotto la pelle di cuoio che indosso. Per me calzare la maschera di Pantalone significa privarmi della mia persona e cercare un’altra voce, un altro respiro e un altro corpo che probabilmente mi troverò a riconoscere allo specchio tra cinquant’anni.  Quest’esperienza mi ha insegnato l’artigianalità del teatro. […]

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