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Eroica Fenice

La Tag: sensibilità contiene 4 articoli

Voli Pindarici

Non sono madre e non sono padre, ma posso educarti alla sensibilità?

Non sono madre e non sono padre, non sono insegnante né sono scuola. Ma sono figlio, nipote e alunno. Non sono la vita, ma sono una vita. Sono incoerente e sono l’opposto di tutto e di niente, ma se c’è una cosa che non voglio essere è ineducato alla sensibilità. E sono triste, sono un educato triste, perché ho visto quella che per me può essere una delle sconfitte più grandi dell’essere un genitore: essere insensibile, soprattutto all’insensibilità dei propri figli. Ma io non lo so, non sono madre. Però ho visto un calcio e a darlo era un bimbo. Ho visto un calcio e a riceverlo era un micio. Ho visto l’ingenuità dei sei anni, ho sentito lo “sciò” di chi invece ne aveva tre. Ho visto due bimbi terrorizzare, praticamente due piccoli umani non alti più di così. E ho visto accanto una mamma e un papà che li tenevano d’occhio, ma, incuranti e strafottenti, continuavano a trascinarsi andando lontano da lì. Non sono madre, ma sono triste. Non sono padre, ma mi sento sconfitto Vorrei l’innocenza di un bacio strappato, vorrei l’errore di una parola mal posta e vorrei la rabbia, vorrei il confronto, voglio anche passare il tempo a parlarne. Ma voglio il rispetto per ogni persona e voglio il rispetto anche per te. Vorrei che tu sia educato, bambino del mondo, perché quel micio non t’ha fatto niente. Ti avrei preso per mano e ti avrei spiegato: «bambino mio, non strappare le foglie. Che diresti se ti strappassi i capelli?». Ecco, così vorrei educarti alla sensibilità. Vorrei cancellare lo “sporco” che ho sentito stavolta, l’“ignorante” e il “demente” del genitore quando gli è stato chiesto «ma suo figlio è educato?». Forse un po’ forte, un po’ tagliente, ma ho visto la gioia, le risa e il divertimento da un altro dolore, il dolore di chi dalla tua mano avrebbe mangiato, di chi in quel posto ha visto una casa. «Sta sulle auto!» sì, perché cerca calore. Lui sentirà la pioggia, tu la vedrai da sotto il tuo ombrello, bambino del mondo. E ti chiedo scusa per mamma e papà. Non vale molto, meglio se a dirtelo fossero stati loro. Non sono madre e non sono padre, non sono insegnante né sono scuola ma sono figlio, nipote e alunno. Non sono la vita, ma sono una vita. E lo sei tu, lo sono i bimbi, lo sono i genitori, lo sono i mici e lo sono tutte le cose del mondo. Ecco, così voglio educarti alla sensibilità.

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Voli Pindarici

Lasciare tutto andare? Eziologie dialogiche: la sensibilità

K. – “Oh, J., potresti lasciare, per una volta – almeno per una volta! – che tutto ti scivoli addosso, che tutto fluisca via. Sì, insomma: che tutto scivoli sulla polita superficie della tua fragile – (‘perché è fragile e lo sai benissimo, ammettilo!’ avrei voluto dirle… ma mi pareva di osare troppo) corazza. Sono certo che vivresti meglio, se accettassi che tutto può accadere, ma che non tutto deve necessariamente tangerti, colpirti, sino a sfinirti. Non è così che va la vita. O almeno, non è così che dovrebbe andare, se vuoi vivere senza crearti problemi inutili.” J. – “Apprezzo molto la tua premura nei miei confronti (‘quella metafora fa male, ma è vera, devo ammetterlo’); ma, sai, il tuo ‘potresti lasciare’ si traduce automaticamente, nella mia mente, in un ‘lasciare tutto andare’ e… no, proprio non posso. Comprendo le tue parole, così come ne comprendo l’intima razionalità. La comprendo davvero, credimi. Ma non posso accettarla.” Incomprensioni: “lasciar andare proprio un bel nulla”… K. – “Non capisco questo tuo automatismo psichico. Non c’arrivo. Complessità femminile, forse.” J. – “Oh, no; qui non c’entrano nulla i discorsi di genere. Non è questione di comprenderlo o no. È questione di sentirlo o no. Sen-tir-lo. Per questo non è possibile lasciare andare proprio un bel nulla. Capisci?” K. – “Beh, veramente, capisco ancor meno di prima… (‘elettroencefalogramma piatto e confusione mentale. Caos. Boom. Voglio fuggire da questa conversazione.’)” Lasciare andare: la complessità nella semplicità… J. – “Beh, la questione è semplice e complessa al tempo stesso. È razionalmente condivisibile l’idea di non dare peso ‘sentimentale’ ad ogni inezia esistenziale e – credimi – l’ho desiderato io stessa tante, tantissime volte. C’ho persino provato con tutte le mie forze. Con tutte le mie forze? Ora come ora, non ne ho più la certezza. Insomma, posso dirti… che ho desiderato che andasse così anche a me. Ma ho capito una cosa importante. Ho capito che c’è una Qualcosa contro il quale non potrò mai vincere. Questo Qualcosa ha un nome di cui molti si fan vanto, ma che pochi comprendono veramente; un nome intellegibile, ma ingannevole. Questo Qualcosa si chiama Sensibilità.” K. – “Quanto la fai lunga!” J. – “Sapevo che non avresti capito. Non puoi capire. C’ho provato. Ma, forse, sei condannato a non comprender(mi) (proprio) (mai)…” K. – “Non ti sembra di esagerare? In fondo, non era mia intenzione offenderti. Mi sembrava solo che il discorso stesse prendendo una strana piega…” J. – “Sai, K., è semplicistico definire come ‘strano’ tutto ciò che – semplicemente – non comprendiamo. Ah, se la tua anima fosse un tantino più profonda…!” K. – ………………… J. – “Vuoi spegnere l’animo di una persona sensibile? Dalle il silenzio. Lasciale solo il silenzio. L’indifferenza. L’indifferenza totale, il disinteresse. Il nulla. Lasciare tutto andare? Proprio no. La sensibilità non è qualcosa che si possa scegliere oppure no. Si può solo scegliere di accettarla oppure d’averla, per sempre, come acerrima nemica. Non è possibile rinnegare realmente la sensibilità: possiamo solo […]

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Voli Pindarici

Colloqui col gatto: tetralogia buffa della saggezza

N. I – Felix (altrimenti detto Feliciè), tu comm’a vir’? – ho chiesto stamane al mio nerissimo gatto e signor “So tutto”. E lui, con uno sguardo fiero e saggio, dal cuore impregnato di suggestioni del Sud: – Stipatill’ p’ te ‘o rrum, nun ‘o ssaje ca ‘o strunz’ n’addiventa maje babbà?! E mo’ damm’ ‘e ccroccantin…  N. II – Felix, tu comm’a vir’? – ho ri-chiesto questa mattina al mio gatto, che spesso interrogo su questioni etico-filosofiche. Lui, con la sua espressione profonda, quasi da gatto di mare, a mo’ di Zorba sepulvediano: – Adè, che te pozz’ dicer’. Nel vostro mondo, la prima cosa che si insegna di una nuova lingua sono le “formule di cortesia”: «Merci beaucoup mademoiselle», «Please sir», «May I help you?», «Lo siento», «Discùlpame»… Ma a quale scopo, se poi nella vita cogliete ogni occasione per non farne uso? Vi riservate del tempo per cose futili e mai per mostrare la vostra riconoscenza, diffondere gentilezza, chiedere perdono. Voi umani siete uno spettacolo disgustoso! Per questo noi ci limitiamo a strusciarci sulle vostre gambe solo per reclamarvi cibo, dopodiché ci isoliamo, dedicandoci al nostro solitario benessere, noncuranti di voi: vogliamo starvi alla larga. E mo’ sbrigate, senza ca me strusc’, miettem’a mangià! Non ho saputo ribattere: av’ raggion’.  N. III – Felix, tu comm’a vir’? – ho nuovamente chiesto dopo il caffè al mio gatto che mi attendeva in posizione oracolare, ben sapendo che come sempre, quando sono perplessa, lo avrei consultato. E lui, con una smorfia rassegnata, ma severa: – Adè, ma tu c’ bbuò ‘a me… La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto percepisce sensazioni tattili provenienti dall’arto amputato, ne avverte la posizione, accusa dolore e talvolta movimenti, come se questo fosse ancora presente. Similmente, moltissimi cervelli umani hanno la percezione anomala del corretto svolgimento delle loro funzioni, ma, essendo inconsapevolmente affetti dalla “sindrome del cervello fantasma”, le loro capacità cognitive sono limitate alle informazioni sensoriali di base, di orientamento spaziale e riconoscimento del sé: sono biologicamente inadatti all’attenzione, al ragionamento, alla memoria a lungo termine nel comportamento emotivo, alla valutazione delle conseguenze delle proprie e altrui azioni, alla pianificazione, al monitoraggio delle prestazioni, alla capacità di cambiare strategia nel momento in cui le circostanze lo richiedono. Perciò, gioia mia, ‘nte piglià collera, pecché ‘nce stann’ Santi: non esiste alcuna tecnica di rieducazione funzionale né terapia cognitivo-comportamentale in grado di sanare un cervello naturalmente amputato! Allora io, (amaramente) illuminata dal suo raggio di saggezza: – Niente croccantini Felix, oggi ti sei immortalato, se fa festa: t’acconc’ ‘na spigola! N. IV – Adè, tu comm’a vir’? – mi ha chiesto ieri il mio Felix, con desolati ghiacciai negli occhi d’oro sempredolci. Nella consapevolezza di uno degli ultimi, irrinunciabili sguardi tra noi, ho cercato di dargli forza come meglio ho potuto attraverso quel noto linguaggio universale dalla ovvia iniziale. – Felix, in questo mondo hai sempre respirato a tentativi. Sarà che sei nato incompatibile con […]

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I bambini non sono più quelli di una volta?

“I bambini non sono più quelli di una volta, ora sono cosi viziati ed abituati ad avere tutto.” Quante volte avete sentito frasi simili anche solo di sfuggita in conversazioni tra mamme esaurite e nonne stanche in autobus o per strada? Se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi mesi trascorsi a stretto contatto con i bambini è che tutto è molto diverso dal luogo comune che ci viene spesso propinato. Si tratta infatti di una base di verità sulla quale si è però costruito un clichè quasi mitico come il classico “non ci sono più le mezze stagioni” o quello onnipresente “ai miei tempi”, tormentone adatto a ogni situazione. Per qualche tempo ho creduto a questa favoletta nostalgica e lamentosa perché non avevo alcuna dimestichezza con i bambini e mi limitavo a dare ascolto a chi aveva molta più esperienza di me. Poi però ho imparato a conoscere i bimbi e a riconoscere nel luccichio dei loro occhi la stessa luce che dovevo avere io negli occhi da bambina. Allora ho capito una cosa: che non sono i bambini a essere diversi rispetto alle generazioni precedenti. Siamo noi ad essere cambiati. Siamo noi adulti a non saper più riconoscere il valore del tempo, della natura, dei piccoli gesti e delle cose semplici, a non saper più apprezzare una passeggiata all’aria aperta, a non riuscire più a fare una conversazione senza gettare lo sguardo sul nostro smartphone per più di dieci minuti, siamo noi, che, stanchi di raccontare storie e di far lavorare la nostra immaginazione, abbiamo spesso messo i bambini davanti a un gioco o un video su un iPad.  Siamo noi  adulti che spesso abbiamo abituato fin da piccoli i bambini a vivere in un mondo di plastica, giocattoli e intrattenimenti alienanti allontanandoli dalla realtà, noi che abbiamo rinunciato a raccontargli la bellezza e la magia del mondo, noi ad aver deluso  la loro voglia di imparare, sognare, immaginare e scoprire. Noi così distratti, così impegnati, così multitasking, così tecnologici e impazienti da non renderci conto che i bambini sono sempre gli stessi, che io e mia madre probabilmente non eravamo così diverse dai bambini moderni all’età di 5 o 8 anni. Cambiano i contesti, questo è ovvio. Ma ci sono cose che non cambieranno mai e alle quali spesso non facciamo caso. Non cambia il modo di guardare il mondo che hanno i bambini, quello stupore per la natura, per un gatto che attraversa la strada, un passerotto o una foglia caduta a terra, non cambia la loro sincerità e ingenuità, non cambia la furbizia e l’estrema fragilità, la curiosità e l’intelligenza di domande che non ti saresti mai aspettato. Non muta quell’affetto incondizionato e senza filtri dimostrato con sguardi, sorrisi, disegni e parole, non muta quel “ti voglio tanto bene” o “posso darti un bacino?” che ti colpisce all’improvviso, ti spiazza completamente e in un attimo distrugge il muro di cinismo che tanto hai faticato a costruirti negli anni come protezione. Non cambieranno mai quelle risate e lacrime, l’amore per i colori, la passione […]

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