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Eroica Fenice

La Tag: uomo contiene 9 articoli

Voli Pindarici

Ditemi voi se questo è un uomo

Ditemi voi se questo è un uomo. Quindicenne, spavaldo, diamante all’orecchio dal valore di 30 centesimi più grande del lobo sul quale a fatica si regge; jeans un po’ scesi, un po’ larghi, un po’ stretti, un po’ con risvoltino, un po’ tutto perché la moda è moda, la moda cambia, la moda non si sa quando cambia, allora meglio indossare tutto, insieme e male. Ti guarda e si rivolge a te con un repertorio verbale alquanto poco forbito. Sei più grande: sei sua. Peccato che tu non sia d’accordo. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne, laureato, capello finemente ingellato, possessore di cravatta rigorosamente blu e di giacca dal colore invece dubbio. Ti guarda nauseato dalla testa ai piedi: i piercing e i tatuaggi sul tuo corpo gli stanno stretti più del pantalone taglia 48 che indossa con classe ma che a causa della cadente panza lascia intendere che il figo in questione, in vita sua, non si nutre di sola acqua. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne timido, talmente timido che ti guarda proprio nell’istante in cui lo guardi e s’imbarazza, diventa rosso, poi blu, poi gli cade il telefono, poi non gli escono le parole, poi dice “ehm”, poi “Mh”, poi ti vuole ma è troppo timido e allora va a finire che poi il tempo va e passano le ore e sicuramente non faremo l’amore. Ditemi voi se questo è un uomo. Quarantenne, sposato, separato, baffo in volto e sguardo vispo. Ti osserva finemente, ti parla della sua prole tua coetanea, ti mostra anche la foto dei suoi ormai adulti pargoli, se sei fortunata. In seguito, partono i complimenti fino a giungere alle varie ed eventuali proposte di una possibile vita futura agiata tra i suoi mille possedimenti. Spudorato come nessun altro al mondo, tra occhiolini e bacini vari, ricerca la tua attenzione in ogni modo. Ti vuole, e mentre ti chiama per nome con fare sexy, ti scappa dalle labbra, per errore, la parola “papà”. Cinquantenne a bordo della sua automobile, conquistata a fatica dopo aver ottenuto un prestito da scontare in 10 anni. Ci sei, sei di fronte a lui e mentre parlate, neppure ti vede. Grazie a Dio. Sessantenne ormai ingrigito, ti parla e ti racconta quant’era moro e bello alla tua età. Parlate del più e del meno, mentre lui parla di più e tu di meno. Settantenne, sdentato, non sa più cosa dice ma ci tiene a dirlo. Ascolti interessata i suoi voli pindarici e per magia ti ritrovi nel letto a dormire. Non era sonno, ma noia noia noia, non ho detto gioia. Ottantenne, ossa, bastone, carte e felicità. T’invita a giocare a tressette facendoti intuire che mai vincerai. Novantenne, toda gioia, toda bellezza. 100 anni. L’uomo che non c’è: il migliore.  

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Voli Pindarici

Lacrime, istantanee di una corsa in autobus

Un autobus in movimento. Una ragazza guarda fuori dal finestrino e, incurante di chi la circonda, piange. Un elastico turchese chiude la treccia mezza disfatta con cui ha provato a sistemare i capelli castani, che le coprono buona parte del viso. Piange senza freni, senza ritegno, con abbandono e stanchezza. Un uomo dall’altro lato dell’autobus con un cappello di lana in testa, grigio come i capelli che gli incorniciano il viso scarno e canuto, la guarda, prima richiamato dal suono delle lacrime che la sconosciuta cerca maldestramente di contenere, poi incuriosito, poi non so… Passano alcuni minuti e l’uomo continua a guardare la ragazza con i suoi grandi occhi. E la ragazza continua a piangere, guardando fuori dal finestrino. Poi vede la giovane in difficoltà e si alza. Le si avvicina e le offre un pacchetto di fazzoletti di carta. La ragazza distoglie lo sguardo dal mondo esterno e lo fissa. Prima infastidita. Poi, quando mette a fuoco i lineamenti dell’uomo e il pacchetto di fazzoletti che ha tra le mani rugose, attonita. Sbatte le palpebre, destabilizzata. Infine, forse più per educazione che per necessità, o forse per un’esigenza di cui fino a poco prima non aveva sentito il bisogno, alza il braccio e le sue dita sfiorano un fazzoletto di carte e lo sfilano dal pacchetto. Il colore turchese della pietra di un grosso anello che porta al medio si riflette nel finestrino alla sua sinistra. La ragazza torna a fissare l’uomo e ringrazia. Riceve in cambio un sorriso… paterno, dolce, incoraggiante, che sfida il suo pianto. Le lacrime sono liberatorie. Sono a volte una salvezza. In alcuni momenti sembra che non riusciamo a contenere le emozioni che abbiamo dentro e che cerchino solo un modo per scoppiare. Il pianto è un tramite perfetto tra l’anima ed il corpo che, sotto la spinta dei sensi, diventa veicolo per gettare via ciò che l’anima non è più in grado di trattenere. Le lacrime sono eloquenti. In alcuni momenti sono più efficaci di parole non dette, che non si vogliono dire o che non si è capaci di dire. Le lacrime hanno un suono particolare. Non sono squillanti e melodiose come una risata. Possono essere mozzate, convulse, soffocate. Ascoltarle non lascia mai indifferente l’orecchio che presta loro attenzione. Altre volte esplodono addirittura in lamenti, sembrano prorompere da un cuore lacerato ed alimentarsi del loro essere inconsolabili. Altre volte ancora sono silenziose, più assordanti delle urla che non sempre siamo capaci di lanciare, espressioni di quel dolore che, invece di manifestarsi, tace. Come se non volessero dar fastidio. Come se fossero impossibili da cogliere, da esprimere del tutto per chi le piange, e percepite ed assorbite del tutto per chi le vede. Le lacrime sono rassicuranti. In alcuni momenti sembra che se non si scende nell’abisso delle sensazioni e non le si accetti in assoluto non si riesce a fronteggiarle. Ma quando le si vince, si percepisce un conforto, successivo allo sfogo, che sembra aver toccato l’anima ed averla accarezzata con dolcezza. Le lacrime sono […]

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Riflessioni

E allora ti chiedi: “Chi è un padre?”

Destino strano quello di un padre. Se leggi i giornali o qualsiasi rivista c’è sempre una mamma che deve dire la sua o una S.O.S Tata che fa la sbruffona con i figli degli altri. Mica hanno fatto S.O.S Papà?  Eh no. Perché durante la gravidanza la mamma è già mamma, mentre tu fai finta che sei papà o ti fanno credere che esserlo è accarezzare la pancia, parlargli, mettere la musica. Un bel giorno nasce il bambino o la bambina, e tu diventi papà. Da cosa lo capisci? Sicuramente è un’emozione straordinaria ed indescrivibile vedere tuo figlio che viene alla luce, ma, mentre la mamma allatta e lo tiene tra le braccia, tu pian piano capisci che sei papà. Vai al comune per dichiararlo, in farmacia per accendere un mutuo, e offri caffè e cornetto a tutti. Queste cose già rendono l’idea. Poi, dopo poco, comincia il fenomeno dell’ormone impazzito o depressione post-partum per i più fortunati. A quel punto sei veramente papà perchè ogni cosa che accade è colpa tua: se c’è poco latte nel seno, se non ha fatto cacca, se la mamma ingrassa, se il bimbo non dorme. E allora ti chiedi: “Ma come si fa il padre”? O meglio: “Chi è un padre?” Una domanda a bruciapelo. Risposta: Un padre è un uomo che vuole fare il padre. E nell’apparente povertà di questa risposta c’è un universo. Un padre è un uomo. O meglio un ragazzo che diventa uomo, un uomo che diventa grande con tutto il carico di responsabilità e consapevolezza che questo passaggio comporta. Inutile dire che tale passaggio potrebbe essere non immediato ma graduale, inutile dire che tale salto può anche essere fallito, oppure sbagliato più volte prima di essere compiuto. Va detto anche che tale passaggio non sempre è risolto prima di prendere la decisione di diventare papà ma viene affrontato in itinere, in corso di gravidanza, a volte addirittura a figlio nato, a volte ancora dopo, man mano che la paternità mette alla prova. A volte mai. Un padre è un uomo che vuole fare il padre. Padri non si nasce, ma si diventa. La paternità non è uno stato di grazia oppure un dono del Signore che uno o ce l’ha o non ce l’ha. Sei un padre perché vuoi essere un padre. Parliamoci chiaro. La madre sa fare la madre, quei due corpi che sono stati uno per 9 mesi rimangono per sempre uno, a fare il padre si impara, più o meno bene. E ogni volta è tutto da reinventare, un po’ come quando all’esame ti sembra di aver capito tutto e poi arriva quella studentessa e ti chiede “Ma tu l’hai capita la nota a pagina 242?”, e tu cadi nel panico perché quella pagina lì non sai neppure di che parla. E ogni volta impari. Impari dai tuoi figli ad essere padre. “Ho preso dai figli moltissimi vizi: succhiarmi le dita, sapere che questo è un sapore da amare. Guardare la luna dall’angolo retto, sporcarmi, pulirmi, ripetere sempre le stesse parole che aspetto.” (R.Vecchioni) Sei un […]

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Voli Pindarici

Colloqui col gatto: tetralogia buffa della saggezza

N. I – Felix (altrimenti detto Feliciè), tu comm’a vir’? – ho chiesto stamane al mio nerissimo gatto e signor “So tutto”. E lui, con uno sguardo fiero e saggio, dal cuore impregnato di suggestioni del Sud: – Stipatill’ p’ te ‘o rrum, nun ‘o ssaje ca ‘o strunz’ n’addiventa maje babbà?! E mo’ damm’ ‘e ccroccantin…  N. II – Felix, tu comm’a vir’? – ho ri-chiesto questa mattina al mio gatto, che spesso interrogo su questioni etico-filosofiche. Lui, con la sua espressione profonda, quasi da gatto di mare, a mo’ di Zorba sepulvediano: – Adè, che te pozz’ dicer’. Nel vostro mondo, la prima cosa che si insegna di una nuova lingua sono le “formule di cortesia”: «Merci beaucoup mademoiselle», «Please sir», «May I help you?», «Lo siento», «Discùlpame»… Ma a quale scopo, se poi nella vita cogliete ogni occasione per non farne uso? Vi riservate del tempo per cose futili e mai per mostrare la vostra riconoscenza, diffondere gentilezza, chiedere perdono. Voi umani siete uno spettacolo disgustoso! Per questo noi ci limitiamo a strusciarci sulle vostre gambe solo per reclamarvi cibo, dopodiché ci isoliamo, dedicandoci al nostro solitario benessere, noncuranti di voi: vogliamo starvi alla larga. E mo’ sbrigate, senza ca me strusc’, miettem’a mangià! Non ho saputo ribattere: av’ raggion’.  N. III – Felix, tu comm’a vir’? – ho nuovamente chiesto dopo il caffè al mio gatto che mi attendeva in posizione oracolare, ben sapendo che come sempre, quando sono perplessa, lo avrei consultato. E lui, con una smorfia rassegnata, ma severa: – Adè, ma tu c’ bbuò ‘a me… La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto percepisce sensazioni tattili provenienti dall’arto amputato, ne avverte la posizione, accusa dolore e talvolta movimenti, come se questo fosse ancora presente. Similmente, moltissimi cervelli umani hanno la percezione anomala del corretto svolgimento delle loro funzioni, ma, essendo inconsapevolmente affetti dalla “sindrome del cervello fantasma”, le loro capacità cognitive sono limitate alle informazioni sensoriali di base, di orientamento spaziale e riconoscimento del sé: sono biologicamente inadatti all’attenzione, al ragionamento, alla memoria a lungo termine nel comportamento emotivo, alla valutazione delle conseguenze delle proprie e altrui azioni, alla pianificazione, al monitoraggio delle prestazioni, alla capacità di cambiare strategia nel momento in cui le circostanze lo richiedono. Perciò, gioia mia, ‘nte piglià collera, pecché ‘nce stann’ Santi: non esiste alcuna tecnica di rieducazione funzionale né terapia cognitivo-comportamentale in grado di sanare un cervello naturalmente amputato! Allora io, (amaramente) illuminata dal suo raggio di saggezza: – Niente croccantini Felix, oggi ti sei immortalato, se fa festa: t’acconc’ ‘na spigola! N. IV – Adè, tu comm’a vir’? – mi ha chiesto ieri il mio Felix, con desolati ghiacciai negli occhi d’oro sempredolci. Nella consapevolezza di uno degli ultimi, irrinunciabili sguardi tra noi, ho cercato di dargli forza come meglio ho potuto attraverso quel noto linguaggio universale dalla ovvia iniziale. – Felix, in questo mondo hai sempre respirato a tentativi. Sarà che sei nato incompatibile con […]

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Attualità

Giovanni Truppi e il segreto per diventare Supereroe

Giovanni Truppi è un incidente d’auto tra la canzone-teatro di Giorgio Gaber e l’anti-politically correct di Gianfranco Marziano raccontato da Federico Salvatore. Partenopeo, ironico, onirico, dissacrante e filosofeggiante, è insomma un genio. Dopo il gran successo de’ “Il mondo è come lo metti in testa“, il 23 Gennaio è uscito per la Woodworm, omonimo, il suo terzo disco: Giovanni Truppi consolida la sua posizione di aspirante salvatore del mondo alla costante ricerca del segreto dell’equilibro della vita. Se pensate di ritrovare la voce accompagnata da una singola chitarra o piano, tornate sui vostri passi: Truppi in questo disco ci mette di tutto, dai chitarroni surf ai pezzi pop strappalacrime. Ma se è già difficile la concezione di lui e della musicalità dello stesso, più arduo è comprendere seriamente ciò che Truppi vuole dire: la chiave comunicativa da lontano sembra -e sottolineo sembra- semplicistica, ma in realtà è di una complessità disarmante. Truppi, da buon aspirante supereroe, si confronta e combatte i vari nemici di questa società che si annichilisce nei rapporti Umani-Mondo, ma soprattutto nei rapporti Uomo-Donna. Il pezzo di apertura è “Stai andando bene Giovanni“, singolo dalle sonorità pazzesche ed orecchiabilissime che descrive il confronto prima della partenza: Truppi sta per iniziare i suoi combattimenti contro ciò che affossa la società, il monito è quello di “Non pensare di poter dare più di quello che puoi dare“, perchè ciò che avvilisce il mondo è proprio la presunzione di poter fare qualcosa oltre i propri limiti. La battaglia ha inizio e “Superman” gioca sulla metafora amorosa di ciò che potrebbe essere un rapporto passionale con un supereroe, “Lettera a Papa Francesco I“, scritta con lo scrittore Antonio Moresco, è uno scontro con i dogmi religiosi, “Alieno!” è una precisazione rivolta alla fantascienza, perchè “Alieno, anche io sono alieno per te“. L’apice del disco è chiaramente in “Conversazioni con Marco sui destini dell’umanità“, un grido in cui Truppi riassume ciò che vuol raccontare nel’intero album: i rapporti stanno scemando, si stanno perdendo, stanno bruciando, e la colpa è solo dello stesso essere umano, smarrito in un mondo “Come Matrix“. Il disco avanza, e i pezzi dal più forte impatto sul finale sono sicuramente “Hai messo incinta una scema” e “Tutto l’universo”. Il primo è un racconto da bar, di quelli che sei seduto al tavolo a giocare a scopa bevendo birra con gli amici di sempre, e racconti storie che forse ti lasciano comprendere meglio cos’è “l’amore” e chi è lo “stupido” in un rapporto di coppia; l’altra invece è un confronto con Dio ed il Cosmo, con la creazione dello stesso e la nascita degli esseri umani: Truppi vuole parlare del senso della vita stessa. Insomma, “Giovanni Truppi” è un disco da visionari, che nuota in uno spazio assoluto in cui tutti devono reimparare a costruire legami in un mondo in cui i legami esistono in funzione dell’egoismo. Il 13 febbraio Truppi presenterà al Lanificio 25 il disco per conto di BulbartWorks & SubcavaSonora. Un mio consiglio: Siateci. Giovanni Truppi […]

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Voli Pindarici

Gioia: la molla della natura eterna

«Amici, non queste note! Piuttosto, intoniamone altre, più grate e gioiose. Gioia! Scintilla divina, ebbri e ardenti noi entriamo nel tuo tempio. Tutti gli uomini divengono fratelli dove la tua dolce ala si posa. Gioia bevono tutti gli esseri dal seno della natura; Lieti, come i suoi astri percorrono la splendida volta del cielo, seguite, fratelli, il vostro cammino, gioiosi come l’eroe verso la vittoria. Abbracciatevi, moltitudini! Un bacio al mondo intero! “Gioia” è la forte molla che sta nella natura eterna » (…). Negli ultimi anni della sua vita, sordo e isolato dal mondo, L. V. Beethoven, lungi dal perdere le sue doti di compositore, ma vistosi prodigiosamente accrescere il suo potere creativo, completa l’ultima, grandiosa “Sinfonia corale”, una delle composizioni più straordinarie di tutta la storia della musica. Includere un finale corale, trasponendo musicalmente l’”Inno alla Gioia“ di F. Schiller, rispondeva all’intima esigenza di formulare un aperto invito alla fratellanza universale; ed infatti, l’ode “An die Freude” è una lirica che celebra l’essenza della gioia non come semplice spensieratezza, ma conquista dell’uomo attraverso un graduale percorso di affrancamento dal male.  In costante ribellione, come il fuoco sempiterno che, in un’epoca tragica, trasforma il sognatore in tenace lottatore, Hermann Hesse fa sue queste parole. Gli anni della collaborazione col Simplicissimus bavarese, la trasgressiva rivista satirico-politica, sono densi di frecciate al militarismo prussiano; ma con l’inizio della guerra, trasformatosi il giornale in convinto strumento di propaganda patriottica, l’audace Hesse affida le sue convinzioni alla Neue Zürcher Zeitung, pubblicando il suo più conosciuto articolo contro la guerra: “O Freunde, nicht diese Töne!” , “Non questi toni, amici!”, adottando nel suo appello il motto di Beethoven. “La cultura umana è frutto della sublimazione d’impulsi animaleschi in spirituali per opera della vergogna, della fantasia, della conoscenza. Che la vita valga la pena di essere vissuta, ecco il contenuto ultimo e la consolazione di ogni arte, ancorché a ogni esaltatore della vita tocchi pur sempre di morire. Che l’amore sia superiore all’odio, la comprensione superiore all’ira, la pace più nobile della guerra, è cosa che proprio questa nefasta guerra mondiale deve insegnarci, marchiandocene più profondamente che mai.”. Parole di riflessione e conforto che suscitano una tempesta d’indignazione: l’intera cultura occidentale, nella quale ha creduto, è in declino. La sua amarezza sfocia nella costruzione di “Steppenwölfe” , vaganti “lupi nella steppa” divisi tra l’istinto e l’intelletto, al di fuori delle regole vigenti, pieni, al contempo, di materia esplosiva e desiderio di legami imbevuti di poesia.  Perché pensare a noi stessi come ad esseri separati dal mare, dal vento, dalla barca, dal compagno, rubandoci salvagenti, tradendoci? Cosa abbiamo fatto alla relazione che ci trascende e ci sostiene? Tutte le volte che vogliamo imporre la nostra cosmovisione all’altro, tutte le volte che approfittiamo di circostanze esteriori per conquistare una situazione di privilegio, tutte le volte che ci lasciamo condurre dall’egoismo, dall’intransigenza, dal bisogno di potere, perdiamo l’opportunità di essere esseri umani, di dipingere il nostro capolavoro che si espande nel mondo. Non ci sono né vincitori né vinti, mai. Ci sono solo uomini e donne che desiderano, sognano e continuamente tradiscono ciò che in loro deve […]

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Voli Pindarici

Il fatidico sì. L’amore ai tempi della normalità

Fino a qualche decennio fa, tra i requisiti fondamentali per pronunciare il fatidico sì l’amore non veniva neppure quasi preso in considerazione: molti di noi devono la propria esistenza agli accordi utilitaristici contratti dai vari bisnonni. Il secolo della modernità, tra le varie conquiste conseguite dalle “magnifiche sorti e progressive”, vanta il raggiungimento dell’amore libero o, forse in un senso più adeguato, del libero amore. A pensare che sia esistito un tempo in cui due individui si siano sposati in seguito a degli accordi contratti dai rispettivi genitori, senza neppure conoscersi, rabbrividiamo. Il movente del matrimonio era l’utilità che le famiglie contraenti potevano ricevere. Gli unici che potevano sottrarsi alla dura legge della società erano i nullatenenti che dall’unione con un “simile” non ci guadagnavano nulla. Meno male che le cose sono cambiate! Oggi siamo liberi! Sì. Liberi di sposare chi vogliamo! Liberi di poter percorrere le tappe che la società moderna, anzi più che moderna, con le sue leggi, ora come allora, non scritte, ci impone. Oggi possiamo sposare chi vogliamo! Basta che ci sposiamo, che pronunciamo il fatidico sì! Basta che riusciamo a far affiancare alla nostra firma quella della nostra preda su un contratto che dà stabilità e sicurezza ad un’unione che si regge su compromessi così sottili e infimi da necessitarne la convalida scritta. Cos’è oggi il matrimonio? Un contratto che salvaguarda le due parti in caso di rottura. Sì, ci si sposa pensando già che l’unione è destinata a finire e, perciò, meglio pararsi il c…apo… prima di romperselo definitivamente. Un’enorme mancanza di fiducia in quello che si definisce il proprio compagno di vita. Secondo le leggi non scritte della società, per essere considerati “normali” e parte integrante del genere umano, bisogna, a un certo punto della propria vita, unirsi a un individuo di sesso opposto o oggi, finalmente, anche uguale. Per rispondere a tale esigenza basta una sola condizione: non importa che l’altro/a ci piaccia, fisicamente e intellettualmente, o che sia compatibile con noi; basta solo che condivida la stessa condizione di “normalità” che garantisce l’appartenenza al genere umano e la sottomissione alle leggi della società. Ci si conosce, ci si fidanza, si vive da fidanzatini, si esce il sabato sera e qualche volta in settimana, si approfitta di quando a casa non c’è nessuno per godersi di un po’ di intimità (pure se hai trenta e passa anni, tanto con mammà e papà ci vivi così bene, per quale motivo prendere casa da solo! Mica sei pazzo! Tu sei normale!); poi, quando sono passati dai 6 ai 12 anni (dipende da quanto l’orologio biologico della donna è lontano dal primo tic che segna l’inizio del countdown e da quanto la noia sia subentrata al già precario piacere iniziale della coppia) ecco che si mobilitano mammà e papà e si iniziano a prenotare chiese, ristoranti, a organizzare la grande festa del secolo che, finalmente, sancirà l’unione normale di due persone normali. Ah, ho dimenticato di dedicare due parole agli audaci che, prima del fatidico sì, […]

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Attualità

Cosimo Pagnani e l’assassinio a portata di clic

Chi oggi non possiede un profilo facebook? Quasi l’80% della popolazione, si fa riconoscere agli occhi del mondo con la sua immagine di copertina, con le sue foto scattate in vacanze, con foto di mogli, mariti e chi più ne ha più ne metta. Ma in realtà la vera funzionalità di questa piattaforma qual è? Il suo fondatore Mark Zuckerberg insieme ad altri suoi amici, la mise in piedi per un gruppo limitato di persone. In futuro questa all’inizio, piccola idea, si è trasformata in qualcosa non di grande ma di più. Si tratta, in effetti, di un piccolo mondo concentrato nel nostro PC, nel nostro tablet, nel nostro cellulare. Nello stesso momento in cui postiamo una foto, o scegliamo di condividere un pensiero, tutti i nostri amici, che siano essi Italiani, Americani, Indiani, possono leggerlo e capire cosa stiamo facendo, o pensando, in quello stesso istante. Una cosa semplice, banale, una cosa amichevole, divertente: è questo che una persona si aspetta di leggere nel momento in cui accede al proprio profilo. Non è sempre è così. Poche sere fa, abbiamo assistito ad un episodio che dovrebbe rimandare al buon senso di tutti: un uomo, posta su facebook il proprio stato, che in quel momento non parla di gioie, né di gite; ha ucciso sua moglie, ha parole fin troppo pessime per essere riprodotte, e in quello stesso momento ha ricevuto più di 300 “mi piace” e molte altre condivisioni. E si, la nostra attenzione deve fermarsi anche su questi personaggi che hanno letto le parole di Cosimo Pagnani, e che senza riflettere hanno apprezzato la sua condivisione, ed i loro motivi sono a noi alquanto oscuri. Ci preme sicuramente però, soffermarci sul gesto dello stesso uomo, che forse agli occhi del mondo voleva essere una specie di eroe, non rendendosi conto di essere diventato ormai un vigliacco. Un uomo che uccide una donna e che senza esitazione entra su facebook per raccontare dell’episodio, sicuramente non può essere definito come tale, è e sarà soltanto un assassino. Il profilo di Cosimo Pagnani era uno specchio raffigurante l’animo di una persona frustrata: le sue continue frecciatine al divorzio con la moglie, i suoi tanti punti esclamativi che evidenziavano la parola serenità, le foto con sua figlia ed un’amica che commentava “quando è con te è diversa”. Quanto può la tecnologia influire sul nostro andamento caratteriale? Avrà pensato ai suoi due secondi di gloria, si sarà detto che forse ne avrebbero parlato in molti dell’accaduto, avrà avuto i suoi pochi minuti di popolarità, pensando che tutto ciò avesse potuto in qualche modo alleviare i suoi sensi di colpa; che quelle centinaia di mi piace potevano farlo sentire meno solo, che quelle parole sarebbero state un modo per dimenticare l’amore che lo legava alla ex-moglie, una donna che aveva soltanto scelto di porre fine ad una storia che non aveva più sentimenti. Ma quelle parole condivise col mondo non hanno alimentato nulla di tutto quello di cui forse quest’uomo aveva bisogno, hanno solo evidenziato una […]

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Culturalmente

Pitti Immagine Uomo 86

A Firenze dal 17 al 20 giugno 2014 è di scena Pitti Immagine Uomo, la manifestazione internazionale di riferimento per la moda maschile e le tendenze del lifestyle contemporaneo. A Pitti Immagine Uomo, a Firenze, la moda maschile trova la sua dimensione più completa, innovativa e market oriented; ma la Fortezza da Basso è palcoscenico anche per le collezioni donna, presenti nelle diverse aree del salone e protagoniste a Pitti W, all’Arena Strozzi, in stretta sinergia con le sezioni di Pitti Uomo a più alto contenuto di ricerca. Saranno circa 1030 i marchi di Pitti Uomo, a cui si aggiungono le circa 70 collezioni donna di Pitti W. Con un focus sempre più forte sull’internazionalità, confermato dalle partecipazioni estere – quasi il 40% delle aziende a questa edizione, da oltre 30 paesi – e dal pubblico dei buyer che formano la community di Pitti Uomo – oltre 30.000 visitatori all’ultima edizione estiva– in rappresentanza di tutti i negozi e department store più importanti del mondo. Chi è Pitti Immagine? Pitti Immagine è un’impresa italiana che opera ai massimi livelli internazionali nella promozione dell’industria e del design della moda, attività che di recente si è estesa anche ai settori dell’enogastronomia e dei profumi. Organizza alcune tra le manifestazioni fieristiche più importanti del mondo, eventi di comunicazione e iniziative culturali riferiti al sistema-impresa come espressione estetica ed evoluzione globale del gusto. E’ composta da persone motivate e dedicate al proprio lavoro, che condividono un’idea moderna di fiera commerciale: progetto che si rinnova costantemente e che costruisce chiare e stimolanti relazioni tra le proposte e i prodotti delle aziende, le necessità di informazione, conoscenza ed esperienza della distribuzione e del pubblico. Visitatori La manifestazione Pitti Immagine Uomo è strettamente riservata ai compratori specializzati e cioè boutiques, negozi al dettaglio, grandi magazzini, gruppi d’acquisto, grande distribuzione, importatori, buying offices, rappresentanti. I produttori di abbigliamento o accessori e gli stilisti non sono ammessi alla manifestazione. Per ottenere la tessera d’ingresso è necessario presentare alla reception l’invito ufficiale. In mancanza dell’invito, per coloro che visitano il Salone per la prima volta, occorre compilare una scheda di registrazione e presentarla insieme al certificato di iscrizione alla Camera di Commercio, Visura, fattura o un documento professionale attestante l’attività. Location Fortezza da Basso, viale F. Strozzi 1, Firenze Capolavoro dell’architettura militare del Rinascimento, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane su incarico di Alessandro de’ Medici e realizzata tra il 1534 ed il 1537, la Fortezza da Basso è dal 1967 la principale struttura del polo fieristico di Firenze ubicata in posizione strategica nel centro storico della città. Con un’area di quasi 100.000 mq di cui più della metà coperti, la Fortezza è il luogo ideale per fiere e  congressi  con  alto numero di partecipanti, grazie alla possibilità di costruire una sala plenaria da 3500 posti, ma anche sede di ricevimenti di grande rappresentanza e  serate di gala. Questo è sicuramente l’evento che tutti gli appassionati di moda, o chi vuole fare di questo settore il proprio ambiente di […]

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