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Eroica Fenice

Le ore piccole

AIDS e orgia per ricchi annoiati, parla Chiara Arrigoni

AIDS, un malato in incognita e un’orgia ai confini della morte per combattere la noia, questo lo scenario inquietante dello spettacolo “Audizione” di e con Chiara Arrigoni (con cui abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di chiacchierare) con Massimo Leone e Andrea Ferrara, dalla regia di Francesco Toto, che li vede protagonisti al TRAM, dal 5 al 7 ottobre 2018.

“Audizione” di Chiara Arrigoni, il premiatissimo spettacolo della compagnia teatrale indipendente “Le ore piccole”

L’autodistruzione e il disprezzo per la vita di chi si eccita attraverso la paura della morte catapultano il pubblico di “Audizione” nella rabbia.
Rabbia di chi viene guardato ai margini delle strade delle nostre città solo per sollazzarsi della propria rassicurante posizione di “non esclusi”.
Rabbia di chi subisce le beffe del destino e cerca riscatto.
Rabbia che viene istigata con sadismo da chi veste gli abiti della freddezza e della crudeltà più infima e cerca remunerazione.

“Audizione” (2016) è il primo spettacolo scritto da Chiara Arrigoni, un giovane talento del teatro arrabbiato, che non ha voglia di impugnare armi, nè di sferrare pugni.
Chiara ha voglia di andare avanti.
Di sprigionare tutta la sua potenza creativa.
Con la carica di una preda che vuole sopravvivere.

Chiara Arrigoni, l’intervista

1) Chiara Arrigoni, qual è stata la prima volta che hai pensato d’intraprendere la carriera teatrale?

Andando in ordine cronologico, la prima passione collegata a quello che sto facendo adesso che è nata in me è sicuramente quella della scrittura prima di quella per la recitazione. Fin da quando ero a scuola l’ambito della scrittura mi è sempre piaciuto, mi ha sempre divertito cimentarmi e sono sempre stata apprezzata. Questo è stato, dunque, il mio primo desiderio: scrivere.
Quando ero al liceo classico ho amato alla follia il momento in cui abbiamo studiato il teatro greco e ricordo la mia intensa voglia di dedicarmi al teatro, ma studiavo molto e non avevo tempo per studiare recitazione, quindi rimase un sogno inespresso. Poi, all’università, ho scelto Lettere Classiche. C’è stato quindi un filo conduttore rispetto alla passione per il liceo classico, il mondo greco e latino, in modo particolare per la tragedia greca e qui ho iniziato a studiare recitazione seguendo un corso di alta formazione, che ai tempi godeva della direzione artistica di Albertazzi, dedicato proprio ai tempi antichi.
Ho avuto, così, per la prima volta l’occasione di sperimentarmi nel campo della recitazione e di andare in scena con questi testi che amo e, come a volte succede in questa professione, si inizia così, quasi per gioco, per curiosità, e poi ho sviluppato gradualmente la presa di coscienza che non avrei potuto fare altro, non sarei riuscita ad abbandonare o a relegare questo desiderio che sentivo solo in ambito di hobby, come secondario.

2) Come nasce la compagnia teatrale indipendente “Le ore piccole”?

Questa compagnia nasce nel settembre 2016. Quasi per caso, io avevo scritto il mio primo testo teatrale che appunto è “Audizione” e avevo molto praticamente bisogno di qualcuno con cui poterlo mettere in scena. Siccome un gruppo di studenti dell’Accademia Silvio D’Amico (che tutti noi componenti della compagnia abbiamo frequentato) organizza ogni anno un Festival che si chiama “Contaminazioni”, che è un festival di esperimenti teatrali autogestito dagli studenti, c’è stata la possibilità di mettere in scena il mio testo.

Sentivo che ne valeva la pena e, allora, semplicemente sono andata a caccia di collaboratori.

Così, per primo ho trovato Massimo Leone, che è uno degli altri due attori. Lui mi ha suggerito Andrea Ferrara come secondo compagno di scena e poi io ho proposto a un mio compagno di classe, Francesco Toto, di cimentarsi nella regia.

Quindi, da questa esperienza che poteva anche nascere e morire lì, poteva semplicemente essere l’occasione per mettere in scena uno spettacolo, esserne contenti e soddisfatti, ma comunque finire lì (come succede per molti spettacoli di questo festival), è nato qualcosa di più.

Noi come gruppo ci siamo trovati veramente bene, abbiamo avuto dei commenti molto positivi sulla maturità che aveva lo spettacolo, pur essendo un esordio per tutti noi, così ci siam chiesti –Perché non andare avanti?
Anche andare avanti poteva significare soltanto partecipare a un premio, a un festival, invece, come succede in quest’ambito, una cosa tira l’altra e ci siamo spinti oltre, senza tutta questa visione all’inizio, ma con la persistente volontà di non abbandonare qualcosa che ci piaceva, che stava funzionando, che aveva suscitato in noi grande energia, grande entusiasmo.

3) Perché “Le ore piccole”?

A un certo punto, in queste piccole fasi di lavoro insieme abbiamo realizzato di doverci dare un nome e abbiamo iniziato a fare mille proposte e molto democraticamente abbiamo constatato che “Le ore piccole” era il nome che tornava nelle scelte di tutti noi.
L’idea era quella di trovare un nome molto semplice che corrisponde al concetto di un gruppo di compagni, professionalmente parlando, ma anche di amici che fanno le ore piccole per lavorare, perché il tempo speso insieme è un tempo piacevole, oltre che un tempo di lavoro. Si diceva ad esempio -Sono le 4.00…-, e noi siamo in quattro! Quindi, un’idea molto semplice, ma legata a questo concetto di lavoro conviviale, lavoro per cui si passa del tempo insieme ed è produttivo perché c’è questa esperienza di sinergia di condivisione, che è alla base della qualità del prodotto.

4) Quali sono le condizioni per i giovani che vogliono fare teatro oggi?

Come tutti sanno, non sono certo delle migliori.

Le occasioni non ti cadono mai in testa e bisogna andare a caccia di opportunità, un po’come ho fatto io all’inizio quando andavo a caccia di collaboratori.
Sicuramente quello del teatro indipendente è un percorso che, sin dall’inizio, chi decide di affrontarlo si aspetta che sia lungo, travagliato, in salita, nel senso che bisogna prefiggersi di migliorare. È sempre un percorso molto sudato.
Devo dirti che non mancano i bandi, i festival, i contesti dove i giovani hanno l’occasione di esprimersi che, sinceramente, prima di trovarmi a scrivere questo testo non conoscevo e neanche immaginavo.

In realtà, le occasioni sono tantissime. Chiaramente vanno cavalcate tutte, l’una dopo l’altra, in modo sfrenato e appassionato.

Noi abbiamo partecipato a molti festival e quindi quello che appare è che siamo stati selezionati in molti contesti, abbiamo vinto dei premi, però altrettante, se non di più, sono le volte in cui magari per varie ragioni ci hanno rifiutato. Quindi, il vero segreto, la vera condizione necessaria credo che sia una fortissima determinazione e, forse, molta incoscienza iniziale. Se all’inizio parti con molta incoscienza è chiaro che le occasioni in cui sarai costretto a fermarti a chiederti se ne vale la pena sono veramente infinite, quasi quotidiane, ma io non sono per niente negativa.

Per quel poco che abbiamo fatto, sappiamo che è stato fatto bene e sappiamo che più volte ci è stato riconosciuto e mi sembra comunque un ottimo punto di partenza.
Sono convinta, dunque, che chi semina inizia anche a raccogliere dei frutti.

Fondamentale in questo clima di potenziale sconforto sempre dietro l’angolo è avere gradualmente anche delle conferme. Perché, se è vero che quest’ambito è molto difficile, è anche vero che purtroppo tentano di percorrerlo anche gruppi e compagnie che non si approcciano con la stessa professionalità e qualità a questo lavoro.
Tutto sommato, è giusto che un po’di asprezza e selezione ci sia, perché non tutto quello che si vede ha la degna qualità.

5) Purtroppo, il mondo del lavoro sta assumendo dei connotati sempre più disumani con la sua precarietà e digitalizzazione. I giovani, quando decidono di affrontare un tipo di formazione non hanno nessuna certezza di trovare lavoro per quel settore specifico e, troppo spesso, pur di potersi inserire nel mondo del lavoro si trovano costretti a scendere a compromessi. Si è persino disposti a calpestare la propria dignità, come succede in “Audizione”.
Questa situazione svilisce il segreto della giovinezza che si nutre di idee da realizzare e progetti per il futuro.
Che ne è di una società che fa a meno dei propri giovani?

Come descrive la stessa domanda, è una società che sta scegliendo, se non proprio di rinunciare, di mettere a rischio il suo futuro.

Come si sa, in Italia, siamo una società in generale, indipendentemente dal mondo del lavoro, anziana, che pensa in modo vecchio. Si è molto attaccati alla conservazione e non all’innovazione e quindi è tutto collegato.
Quello che anche a me in questo spettacolo interessava di questo mondo del lavoro che così descrivi è appunto quello che oggi un giovane è costretto a fare, quello che è costretto a diventare a causa di queste pressioni esterne. Questo mondo rischia di non avere a cuore i giovani. Il problema è che in questa battaglia i ragazzi devono essere difensori di se stessi e probabilmente tutto andrebbe molto meglio se anche le altre generazioni non solo a parole, ma anche nei fatti fossero veramente difensori dei giovani. Oltretutto il concetto dei giovani è enormemente esteso rispetto a come potevano essere i giovani quaranta, cinquant’anni fa.
Penso anche alla mia professione, a quest’ambito di lavoro, al fatto che esistono i bandi under trentacinque, under quaranta. Questo vuol dire che finché hai trentacinque anni sei ancora giovane, in base poi a come viene gestito il mondo del lavoro.

6) Oltre ad essere la sceneggiatrice di “Audizione”, ne sei un’interprete. Vesti i panni di Sarah, una ragazza malata di AIDS disposta a prendere parte alla sconvolgente orgia proposta dal signor T. in cui il vero brivido per i partecipanti sarà proprio la sua presenza.
Sul palco, quanta rabbia fluisce nelle tue giovani vene nei confronti delle subdole dinamiche lavorative che caratterizzano le attuali generazioni? Chiara Arrigoni cosa vorrebbe urlare in faccia al Signor T. di turno che consuma la vita di quei ragazzi che non riescono a intravedere nessuna promessa da parte di questo futuro tanto incerto?

Il personaggio di Sarah è appunto il personaggio che, al di là della questione dell’AIDS, che tutto sommato ha a che fare con la particolarità di questa storia, è un personaggio che ha a che fare con me, ha a che fare con la mia generazione, ha a che fare con tutti noi. È molto vicino al pubblico.

La rabbia che l’attraversa è il suo carburante che durante tutto lo spettacolo le permette di andare avanti, come permette a me e a molti di noi di andare avanti. Io mi riconosco in questa rabbia.

Rabbia nel senso positivo del termine. Parlo di grinta, di energia. Si tratta di una rabbia feroce che permette di andare avanti a qualsiasi condizione, sempre e comunque.

Tuttavia, c’è anche un altro aspetto della rabbia che porta a un abbruttimento. Quella del contesto in cui ci può essere un solo vincitore, come un provino, un colloquio di lavoro. La rabbia che ti porta a sfogarti su qualcun altro, questo è l’aspetto più negativo.

In parte io la riconosco (non tanto in me, ma in ogni generazione) come un rischio ed è la rabbia che chi sta dall’altra parte della scrivania, in questo caso il signor T., che fa il colloquio di lavoro, conosce e quasi con una forma di sadismo la istiga. La istiga per un suo compiacimento personale, nel caso di questo personaggio, per ottenere un maggior risultato ai fini della sua professione, che è quella di scegliere il migliore. La istiga per tirar fuori, in Sarah, il peggio di lei.

Quindi, quello che voglio dire tramite Sarah, al signor T. è –Io non sono così, non sono la pessima persona che tu vorresti! Non sono ciò che a te farebbe più comodo che io sia!
Fa più comodo investire oggigiorno nell’attuale clima politico su un popolo di giovani che sono arrabbiati, perché se sono arrabbiati e basta, sono facili da gestire e manipolare. Perché questo tipo di rabbia negativa trova sfogo  nella lotta l’uno contro l’altro, nella ricerca di un capro espiatorio contro cui riversare le proprie frustrazioni. Quindi la storia di questa rabbia è divisa in due, c’è quella positiva, cioè la grinta, e la rabbia che loro vogliono cogliere in te, istigare e stimolare, per farti diventare il peggior animale da combattimento.

7) Attualmente, di ADS non si parla abbastanza. Cosa ne pensi?

Mh, penso che non se ne parli abbastanza.
Al di là del fatto di cronaca a cui mi sono ispirata io, sono usciti di recente altri articoli di giornale su contagi di HIV. Ho letto di una ragazza di sedici anni che ha dichiarato che quasi non sapeva neanche cosa fosse l’AIDS quando si è trovata all’inizio della sua vita sessuale e sentimentale ad essere contagiata, a sentirsi “diversa”. Quindi, il fatto che non se ne parli è il sintomo di una società in cui passato il pericolo, passata la grande paura, segue un periodo peggio che di rilassamento, si arriva proprio all’indifferenza.

Si arriva, appunto, quasi a un disprezzo nei confronti della vita, nei confronti delle persone che sono morte prima della metà degli anni Novanta, quando si moriva male.
È molto importante che se ne parli.

Io ero già piccolissima quando questa cosa stava finendo, però ho ricordi di questa paura, ma c’è tutta una generazione di persone che adesso sono grandi, dal liceo in su, che non hanno vissuto niente di tutto ciò. Già praticamente non l’ho vissuto io, molti altri non hanno la più pallida idea di che cosa sia e quindi sarebbe giusto riaprire l’argomento, affrontandolo sicuramente in modo diverso dal passato. Senza terrorismo.
Mi viene in mente una pubblicità dell’epoca, di fine anni Ottanta, inizio anni Novanta, in cui il messaggio che lanciava era quello di non fidarsi del prossimo, perché chiunque esso sia potrebbe contagiare.

Le persone dello spot avevano un alone viola che significava -Tu non lo vedi, non lo sai, ma potrebbe essere una persona infetta!

Si tratta di una pubblicità progresso veramente agghiacciante e si rifà a un periodo in cui le campagne pubblicitarie si fondavano sulla paura, sul sospetto e quindi anche sulla discriminazione.
Oggi, non siamo più in questa fase, però sarebbe giusto tornare sulla questione, soprattutto per le nuove generazioni.

8) Oggi, si pensa ancora all’HIV come una punizione. È ancora diffusa l’idea che in fondo se hai l’HIV te la sei andata a cercare, perché in qualche modo hai uno stile di vita riprovevole. Questo, tra l’altro, alimenta il timore di fare il test e si preferisce rimanere nel dubbio piuttosto che controllarsi.
Molto spesso, però, l’HIV si trasmette in situazioni di fiducia. Allora forse, oggi più di ieri, c’è bisogno di riscoprire la bellezza di un’intimità affettuosa e sincera.
Cosa ne pensi di questa realtà in cui si lasciano disseccare le radici del proprio cuore senza troppi problemi, in una totale assenza di vera partecipazione?

Quest’argomento è, in parte, anche la storia che ho affidato alla protagonista. La mia protagonista femminile racconterà che ha scoperto di essere sieropositiva perché il suo fidanzato l’aveva tradita. È una storia che immagino non essere unica, perciò mi interessa porre l’accento su questo discorso.
Considera che in questo spettacolo ci sono un uomo e una donna portatori di due mondi completamente diversi.
L’uomo è un prostituto straniero che è andato a letto per lavoro, per poter mantenere suo figlio, con uomini e con donne, quindi rappresenta tutto sommato il pregiudizio e poi si scoprirà non essere veramente sieropositivo.
La ragazza, invece, che è di buona famiglia, all’interno delle mura domestiche ha subito questa contaminazione.
Entrambi i personaggi avranno comunque una svolta positiva, quindi sicuramente quello che si vuole raccontare è che la storia umana va al di là di questa “macchia” che tu puoi o non puoi avere.

Piuttosto la tua storia umana dipende dalle scelte che fai, dal fatto che poi scegli di essere umano, anche se questo colloquio di lavoro, questo mondo a volte ti chiede di non esserlo.

È peggio un veleno dell’anima che un veleno inteso come virus.

9) “Audizione” è tratto da fatti realmente avvenuti nel Regno Unito. Nel nostro tempo, la noia comprime le nostre vite come un macigno e ci porta a mal sopportare la nostra stessa esistenza perché percepita come totalmente priva di significato, con la conseguenza che non è nemmeno più importante soffermarsi sulla sofferenza. Si è portati a conformarsi e a dimenticarsi di sé. La vita non ha senso e si finisce per viverla in terza persona, in ritmi sempre più estremi, creando un inquietante dissidio tra l’io e il mondo circostante.
Non a caso, la cronaca odierna è pregna di terribili gesti dettati da istinti che si fa sempre più fatica a controllare e a sentire come propri.
Quanto è importante, secondo te, dare un senso alla propria vita per non affogare nel nulla cosmico, come succede ai ricchi annoiati del tuo spettacolo, disposti persino a pagare per partecipare a una roulette russa sessuale con la presenza di un malato in incognita?

La coltivazione di una passione, come quella del teatro ad esempio, può essere un antidoto all’inesorabile attuale assopimento dell’anima ?

Quello che mi chiedi è ciò che in parte m’interessa raccontare, al di là delle circostanze specifiche di questa vicenda. In questa vicenda si parla di un colloquio di lavoro, si parla di sieropositivi, di ADIS, però in realtà si parla di due esseri umani posti di fronte al quesito che concerne il volere o meno dare un senso alla propria esistenza, o adeguarsi a questo mondo che chiede loro di essere più cattivi di quanto non sono.

Dall’altra parte c’è questo universo di ricchi annoiati che hanno perso il senso della loro esistenza e sono disposti a pagare per avere questo “brivido”. Sono in un certo senso “divinità” in senso greco, “divinità” annoiate che scherzano con la morte perché credono che la morte non riguardi loro.
L’antidoto a tutto questo c’è sempre e probabilmente è completamente diverso per ciascuno di noi.

Per qualcuno può avere a che fare con la sua professione, un lavoro che eleva o che umanamente rende migliori e fa stare bene.
È questo, diciamo, il dilemma: chi ogni giorno scegli di essere, facendo un passo in avanti o un passo indietro verso un migliore rapporto umano, verso tutte quelle persone che ci circondano, o al contrario, un passo verso la cattiveria.

Sono veramente piccole le cose che ci portano o in una direzione o nell’altra.
Per alcune persone, quindi, l’antidoto può essere quello che si fa nella vita. Come il teatro.

Nel campo dell’arte, chi ha quest’enorme possibilità, questo grande privilegio, può trasformare il proprio lavoro anche in occasione quotidiana di crescita umana.
E poi, nella famiglia, nelle relazioni umane, ovunque c’è una possibilità di salvezza.

Si tratta di un cammino, di uno sforzo quotidiano pieno di ipotetici fallimenti.
Il rischio di perdersi c’è. Non so dirti se c’è oggi più di ieri. Noi conosciamo il modo in cui questo rischio esiste oggi. Almeno noi come società abbiamo la fortuna di non aver mai visto la guerra, non in casa nostra perlomeno, anche se molto vicino a noi.
Oggi noi ci lamentiamo di certe cose, i nostri nonni soffrivano per aver perso dei familiari.
La crudeltà e il nonsenso prendono forme diverse in ogni epoca e in ogni momento e ciascuno deve affrontare questo tipo di sfida nel suo tempo.

10) Chiara Arrigoni, c’è un messaggio che vuoi lasciare a tutti i tuoi coetanei?

Io vorrei invitare tutti i miei coetanei a non perdere la speranza, ad avere questa rabbia positiva e a farsi caricare da lei. La rabbia è la forza che permette di andare avanti.

Esorto a non cedere alla tentazione della rabbia negativa, che è l’aspetto che questo mondo, questa società vorrebbe. Andiamo avanti senza andare gli uni contro gli altri, senza trasformare questa rabbia in un veleno che, tra l’altro, fa vedere addirittura i raggiungimenti degli obiettivi degli altri come un danno al proprio percorso. Non è così.

Questo clima d’invidia, presente anche nel mio ambito di lavoro, è un problema molto sentito. Esiste perché i raggiungimenti degli altri vengono visti come cose che vengono tolte a te. In realtà, ciascuno ha il suo percorso e ciascuno ha i suoi tempi.

Grande fiducia, comunque!

Io sono positiva.

Ringraziamo Chiara Arrigoni per le interessantissime risposte e per il tempo che ci ha dedicato.