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Eroica Fenice

Dentro i secondi: Antonello Cossia e le sue storie al TRAM

Dentro i secondi: racconti di sport e di vita

Dentro i secondi è una storia di respiri smorzati, di valori umani e di commozione, quella genuina e pura che ti investe a tradimento, facendoti ricordare quanto siano rare e preziose le persone che scelgono di vivere questa vita in punti di piedi. Dentro i secondi è una storia di equilibrismo e quasi di funambolismo, di protagonisti che hanno scelto di abdicare allo stesso ruolo di protagonisti e volteggiare in punta di piedi sull’equilibrio della vita e dello sport: Dentro i secondi sono le voci che salgono dalla macchina turbinosa dello sport e la rinfrescano col loro candore quasi infantile, il candore e la bontà dei gregari che scelsero di lottare per dare consistenza e materia ai sogni altrui: Dentro i secondi sono le storie dei secondi, quelle tenute sempre in soffitta e mai riesumate, di coloro che rimasero sempre nel gradino  basso nel podio, accecati dal fulgore dei primi, e che scelsero di sorridere nonostante quella luce così intensa.
E che non era la loro luce.

Lodetti, Carrea e Milano, Ellis: storie di secondi che aiutarono i primi a diventare primi

Dentro i secondi è storie di luce, di luce dei primi che hanno sfavillato nel corso della storia dello sport, riempiendo le colonne dei giornali e occupando gli schermi delle case degli italiani. Ma quella luce non sarebbe stata così sfavillante senza il sapiente e intelligente lavoro sotterraneo dei secondi, che, nell’ombra e nella polvere, decisero di aiutare i primi a realizzare i loro sogni: dietro una grande luce ci sono sempre particelle di sacrificio e di respiri sincopati che rimangono nell’ombra, ed è proprio di questi respiri segreti che è intessuto lo spettacolo Dentro i secondi- storie di sport e protagonisti nell’ombra, diretto e interpretato da Antonello Cossia  e in scena al Teatro TRAM di Port’alba dal 12 al 15 aprile 2018.
Antonello Cossia, sullo sfondo nero della piccola sala e vestito solo della sua plasticità e del suo volto cangiante, si è fatto tela per allestire i respiri segreti di tutti i secondi che hanno costellato la storia, al grido di battaglia di: “Dentro i secondi!”, come se ci fosse un plotone di esecuzione immaginario con tutti i secondi dello sport, pronti a ricevere quell’applauso scrosciante che in vita forse gli fu negato o non gli venne elargito con l’attenzione necessaria. L’applauso di rito, negli anni dedicato ai Coppi, ai Rivera e ai Muhammad Alì della storia, il 12 aprile (sera della prima dello spettacolo) è stato tutto per i secondi, tratteggiati nella loro trionfale fisionomia di gregari: Cossia ha cominciato raccontando al pubblico del TRAM la storia di Andrea Carrea ed Ettore Milano, i due angeli di Fausto Coppi, campione italiano di ciclismo. Per essere Coppi, c’è bisogno anche dei Carrea e dei Milano, e come due inseparabili angeli, lo accompagnarono sempre, fino a creare la consistenza e la miscela sapiente che diede vita alla leggenda fulgida di Fausto Coppi: quasi come in una rappresentazione corporea di dinamismo e velocità futurista, Antonello Cossia ha inaugurato lo spettacolo facendosi uomo-bicicletta, rannicchiandosi in una sorta di trance sportiva per mimare lo sforzo del Campionissimo sul Passo dello Stelvio, tra i chilometri di salita verticale e la neve che sbarrava il passaggio.
Ma il Campionissimo non era solo, c’erano con lui i suoi angeli, che correvano con lui e per lui, imprimendogli diesel nelle gambe e stimolandogli il senso dell’orientamento: Carrea e Milano correvano con forza per far vincere Fausto Coppi, in ogni condizione climatica, con le bufere di neve, con la pioggia scrosciante; e mentre lui montava la sua bicicletta come un toro scatenato che l’avrebbe condotto a sfondare il mantello rosso della vittoria, loro si godevano il trionfo di Coppi, dopo aver contribuito a creare il suo mito a colpi di pedalate e respiri segreti.
Furono tra i primi a dare dignità e senso alla figura del gregario: “La fatica è la stessa”, ha scandito forte e chiaro Cossia nel narrare la loro parabola. Sì, la fatica dei Carrea e dei Milano è la stessa, le pedalate brucianti anche, così come le salite verticali e le curve a gomito, ma le luci della ribalta no. Onore ai secondi, onore ai Carrea e ai Milano e alle loro biciclette modeste, che insegnarono che si può volare alto senza dover necessariamente sgomitare e calpestare i polmoni e il cuore dei compagni.
Di polmoni, ce n’era un terzo: Giovanni Lodetti fu il Terzo Polmone di Gianni Rivera, venuto dalla Bassa Lodigiana e rappresentante di quel calcio che era una sorta di rappresentazione sacra e mistica della classe popolare italiana di una volta, di quel calcio innocente e selvaggio come ne parlava Pier Paolo Pasolini nei suoi scritti corsari. Lodetti iniziò da bambino all’oratorio, e quella passione rimarrà invariata e ardente per tutta la sua vita; macinò chilometri, mangiò la polvere dei campi di calcio e corse per Rivera, “perché Rivera era quello che li faceva vincere”.  Eterno gregario, secondo, contraltare, dovette ingoiare rospi enormi, come la sua cessione alla Sampdoria, col conseguente trauma di dover giocare per non retrocedere. I gregari sono quelli che si prendono il lato amaro, la fatica, la polvere e che spesso vengono ceduti come se nulla fosse, come se non fossero stati importanti abbastanza nel creare l’astro di un Rivera o di qualsiasi altra star blasonata del calcio. Lodetti tornò in età matura, in totale anonimato e richiamato dalla passione ancestrale per il calcio, a giocare con i ragazzi, senza svelare mai la propria identità.
-“Vecchietto, tu non puoi giocare con noi!”, gli dicevano i ragazzi, vedendoselo arrivare tutto ringalluzzito. Ma lui era Lodetti, e quei ragazzi non avevano idea della storia che aveva creato dietro le quinte degli stadi, ingoiando la polvere e rinunciando ai clamori. Fin quando un signore in bicicletta non lo vide giocare, confuso tra i ragazzi, e urlò :”Ma voi lo sapete chi è questo? Lui è Lodetti. Lui correva per Rivera”.
L’ultima storia di Cossia, sulle note di Jimi Hendrix e della sua Voodoo Child, è stata quella di Jimmy Ellis, e del suo scomodo amico, un certo Cassius Marcellus Clay, Muhammad Alì. Si erano incontrati alla Central High School di Louisville, nel West End degli anni Cinquanta. Jimmy e Cassius Clay cominciarono a boxare insieme, ma Ellis aveva un fisico sì proporzionato, ma non adatto a scegliere la categoria più pesante. Cossia ha narrato il loro incontro di boxe cruciale, l’incontro del peso massimo e del secondo più forte dopo di lui, del campione e del suo sparring partner, di colpi serrati e di dignità, andando a scavare l’abisso di una poetica dello sport che, anche tra sudore e grida strozzate di dolore, può raggiungere vette insolite di poesia.

 Alì era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale, con una storia che sembrava essere stata scritta molto tempo prima.
Nella dodicesima ripresa un montante sinistro di Ali centrava l’amico, lo scuoteva, rendeva traballanti le sue gambe.
Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Alì  si fermava, aspettava che accadesse qualcosa, che qualcuno ponesse fine a quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo il drammatico momento e chiudeva l’impari sfida.
«Alì perché ti sei fermato?»
«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».
«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»
«Mi sono fermato perché è un uomo, come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».
«È stato un match facile?»
«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

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