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Eroica Fenice

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini di Napoli.

Fronte del porto, diretto da Alessandro Gassman, approda al Teatro Bellini di Napoli dal 6 al 25 novembre, incastonandosi in una stagione ricca di grandi nomi, spettacoli originali e riscritture di grandi classici.
Dopo il successo straordinario di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Gassman dirige ancora una volta Daniele Russo, in una storia di contaminazioni, riadattamenti e fusione tra cinema e teatro.

L’opera, riadattata per il teatro da Enrico Ianniello, ha il proprio impasto originario in una storia dell’americano Budd Schulberg, a sua volta ispirata da un’inchiesta giornalistica su cui si imperniò la sceneggiatura del film di Elia Kazan, chiamato appunto Fronte del porto (On the waterfront), che vinse otto Oscar nel 1954.

Un lavoro certosino di scatole cinesi, di matrioske e continui rimandi, che affonda le radici in America e che arriva a toccare le coste di una Napoli di quasi quarant’anni fa, battuta dal vento e dalla miseria.
Il porto di Napoli consanguineo del porto di New York, in un legame sotterraneo che attraversa l’oceano e arriva fino al nucleo pulsante e intimo di un’umanità in apnea di giustizia e libertà.

L’apnea di un’umanità che si affastella in una selva oscura di capannoni, magazzini, container e grosse navi, in cui l’inferno ha la puzza del sudore dei lavoratori con le mani spellate e il respiro mozzato.
Dalla condizione dei lavoratori americani fino al dramma di figure napoletane che sembrano riaffiorare da un bestiario medievale o da un passo biblico, perché l’eccellenza degli attori -Daniele Russo in primis- ha qualcosa di spirituale, disperato e animalesco che colpisce lo spettatore nel nervo più scoperto tra il cuore e l’ombelico.

Sì, Fronte del porto approda al Teatro Bellini, e mai verbo fu più indicato, perché la prima sensazione che si prova, confondendosi in platea, è quella di trovarsi esposti al freddo e alla durezza delle banchine di un porto, più che seduti comodamente su poltrone di velluto.

E gli effetti scenici e i giochi di luci rendono la scenografia una vera e propria succursale di un porto: onde che increspano il palco, l’orizzonte del mare mattutino, il grigiore dei capannoni per il rimessaggio, i piazzali di cemento.
Non manca anche la riproduzione fedele dei vicoli napoletani, delle insenature che si aprono a ogni traversa della città, del perimetro delimitato tra un vascio e un balcone coi panni stesi: tutti gli habitat dove brulica il bestiario sono riprodotti fedelmente, in un connubio tra cinema e teatro che regala, a volte, la curiosa e alienante sensazione di trovarsi di fronte a uno schermo.

Fronte del porto, la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni Ottanta, vessati e ingoiati da un sistema malavitoso: i personaggi e le dinamiche dello spettacolo

Il tocco della regia di Gassman è tangibile e vivido fin dall’inizio, e si ha il conforto di una narrazione lineare, ordinata e coerente: la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni ’80 è introdotta dalla storia di Giuseppe Caruso, gettato da un balcone perché aveva avuto il coraggio di ribellarsi ai soprusi del villain Giggino Compare, che gestiva tutti gli affari del porto, pontificando sulla vita e la morte dei lavoratori: suo era il potere di ricattare, promettere posti, far lavorare le persone a suo piacimento, speculare sulle loro fatiche e impossessarsi delle loro percentuali. Un vero e proprio boss con tanto di scagnozzi, primo fra tutti Carluccio il Galantuomo, che si diramavano a ogni suo schiocco di dita, pronti a trucidare chiunque intralciasse la strada di Giggino Compare e chiunque osasse “cantare come un cardellino“.

Il cardellino è una figura delicata che aleggia per tutta la durata dello spettacolo, quasi a bilanciare la crudezza dei meccanismi della storia: Giuseppe Caruso amava i cardellini, e come un cardellino aveva cantato ed era volato da quel balcone, stramazzando al suolo. Lo strazio del padre Mario, che trova il corpo da martire di suo figlio riverso al suolo, condensa tutta la tragicità della condizione di chi si ribella alla cancrena del sistema: suo padre non lo voleva l’eroe, non gli interessava avere un eroe riverso a terra inerme e in una pozza di sangue, voleva un figlio in casa. Gli eroi stanno solo nei libri, nelle vite dei santi e nei film, nelle realtà le cose sono ben diverse.

Il padre rappresenta la voce strozzata di un’umanità sgomenta dall’orrore, che però non ha mai il coraggio di alzare il capo fino in fondo, un’umanità che ha paura delle ritorsioni e che continua ad accettare i soprusi e lo status quo, crocifissa nel reticolo dei propri timori ormai radicati come verità dogmatica. Le cose stanno così, è la volontà del Signore se Giuseppe è morto.
Ma è stato davvero il Signore a buttarlo da quel balcone?

Ma la verità è un’altra, ed è quella che brucia nel petto di Erica, la sorella di Giuseppe Caruso. La parola “verità”, che scorre come acqua limpida e torbida al tempo stesso tra le onde del porto di Napoli, si incarna nella sua valenza più pura negli occhi di Erica: lei non ha paura, lei scoprirà quella verità che ha fatto stramazzare suo fratello al suolo, lei capirà chi è stato a fermare il volo di quel cardellino che aveva cantato troppo. Lei sul porto non ci è mai stata, ha studiato dalle suore e si è riempita la mente di concetti e nozioni che ormai non le bastano più, perché nessuna riga d’inchiostro potrà mai restituirle la verità a cui anela con selvaggia disperazione.

La recitazione di Francesca De Nicolais, nei panni di Erica, è viscerale: una figurina che ricorda quasi la Maddalena che si dimena ai piedi della Croce, che soffre con una passione quasi religiosa e che urla con tutte le fibre del suo corpicino, servendosi delle sfumature più carnali della lingua napoletana per veicolare gli orrori e le ingiustizie che colpiscono il docile corpo di quel bestiario napoletano ferito a morte.
Non solo dialetto napoletano, ma anche l’italiano, registro a cui si passa quando le cose si fanno più serie, quando si progetta, quando si cerca di scandagliare il vero e di agire. L’italiano è la lingua preponderante di Don Bartolomeo, prete che inizialmente sembrava bloccato in una viltà cancerogena, ma che poi, grazie all’influsso di Erica, s’innamora della voglia di ricercare la verità e diventa parte attiva in quella scacchiera del porto.

Ma il personaggio chiave dello spettacolo è lui, Francesco Gargiulo, interpretato magistralmente da Daniele Russo. Ragazzo difficile, che ricorda quasi i personaggi delle borgate pasoliniane, nutre da sempre un profondo amore per la boxe: una volta era un pugile promettente, si allenava e vinceva gli incontri, ma anche il suo volo era stato spezzato da Giggino Compare, quasi una sorta di divinità capace di intrecciare i fili dei destini altrui.

Giggino, assieme al suo fedele socio, Carluccio (fratello di Francesco), aveva deciso che l’epopea di Francesco doveva interrompersi, e all’ultimo incontro aveva scommesso sul suo avversario, fermando così la sua ascesa verso il titolo. La violenza perpetrata da Giggino Compare su Francesco è distruttiva, sottile e di natura psicologica: Francesco viene svuotato delle sue velleità, ridotto a una vera e propria nullità, un reietto condannato a sopravvivere all’ombra del ben più servile fratello Carluccio, una vera e propria immondizia umana privata di autostima e ambizioni. Francesco Gargiulo è roba di Giggino Compare, un automa senza sogni che finirà i suoi giorni accontentandosi di lavori mediocri al porto, mentre suo fratello Carluccio gira col cappottino cammello assieme al suo protettore.

La recitazione di Russo è magistrale, un vero e proprio dedalo di stati d’animo resi nella loro crudezza malinconica e spietata: Francesco è l’esponente più complesso, disperato e rabbioso di quel bestiario che striscia nella salsedine del porto, capace di ringhiare a denti stretti in napoletano e di farsi placido nel contemplare la morte delle sue ambizioni. Francesco è roba di Giggino, ma anche di suo fratello, che gli ordina serratamente cosa fare, come comportarsi, come compiacere il padrone, in una sorta di effetto domino che fa avvizzire le proprie tessere.

«Io potevo essere meglio di così».

Queste parole diventano il mantra dell’uscita di Francesco dal su buco nero, e il dissidium del personaggio è reso da Russo in tutta la sua plasticità e corporalità. L’uscita dalla caverna dell’omertà è resa possibile dall’inaspettato incontro tra lui e Erica, che gli offre un modo alternativo di guardare la realtà, un modo pulito e sincero.
Francesco, ricattato da Geppino Compare che tenta ovviamente di impedire che lui canti come un cardellino e che sveli le dinamiche dell’omicidio, deciderà di agire una volta per tutte. Testimonierà, e questa sarà un’arma più potente di qualsiasi pistola.

Nel farlo, perderà suo fratello Carluccio, che verrà sacrificato vilmente a scopo intimidatorio da Giggino, immemore dei servigi a lui offerti dal suo fedele scagnozzo.
Ma ormai, proprio per rispettare e onorare quel sangue fraterno versato, e impedire lo scorrere di altro sangue, Francesco perdonerà quel fratello che l’aveva svenduto a Giggino e deciderà di fare l’unica cosa giusta: cantare come un cardellino.

Fronte del porto è una storia che ha il colore torbido del sangue mischiato all’acqua delle banchine, che ha una coralità sacra e che affida, allo spettatore, il singulto di una disperata preghiera.
Un Padre Nostro, che ricorda al pubblico che nessuno può sostituirsi a Dio nel decidere le nostre sorti, e che instilla nella mente dello spettatore una riflessione terrificante sulla corruzione, lo sfruttamento e la malavita che incancreniscono territori e depauperano vite.

Una preghiera recitata con gli occhi fissi nell’acqua del porto, e che lascia negli occhi degli spettatori, quella stessa acqua torbida.