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Eroica Fenice

Antimo Casertano

Gemito L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano al CTF

“Gemito L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano al CTF

Napoli 8 luglio- debutta al Campania Teatro Festival nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano del Real Bosco di Capodimonte “Gemito – L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano regista, autore e attore di una piece teatrale che vuol farsi indagine acuta della furia vitale di un pazzo, Vincenzo Gemito, artista e scultore napoletano, povero, nato dal popolo e abbandonato alla nascita nella ruota degli esposti poi battezzato dal suo stesso nome – gèmito- a un destino di dolore e sacrificio; per tutti non più un uomo, ma un genio-folle. “Il genio dell’abbandono” lo aveva chiamato Wanda Marasco nel suo omonimo romanzo e, alla stregua della scrittrice napoletana, il talentuoso Antimo Casertano entra nelle carni dell’artista “Vicienzo” e ne simula l’ossessione tutta cristallizzata nel blocco marmoreo che domina la scena accecando gli spettatori di un bianco allucinante: ricorda il colore di una camicia di forza.

La messa in scena, prodotta dalla Compagnia Teatro Insania, Associazione culturale Nartea, ripercorre i momenti più esasperati ed esasperanti della vita di Gemito: la fuga dalla clinica psichiatrica e il ritorno a casa che sancisce l’inizio degli anni di clausura volontaria nello studio di casa dove Nannina, la moglie, interpretata da Daniela Ioia, lo accoglie come una Madonna: seduta in terra, regge Vincenzo adagiato come un Cristo tra le sue braccia. Quella della Ioia è forse la più intensa performance di questo spettacolo: l’irruenza sul piano della vis tragica restituisce nei gesti recitativi e nelle tonalità della voce tutte le paure e le sofferenze di chi, al fianco di un artista considerato folle anche dai suoi stessi familiari, decide di non disertare. Il personaggio di Daniela Ioia, Nannina, non è solo la nenia malinconica che lenisce le sue sfuriate, ma nella testa di Gemito è anch’essa una nemica complice di Salvatore, amico artista, interpretato da Luigi Credendino qui anche voce nella testa di Gemito, nonché suo alter ego, un attore che conferma ancora lo scacco e il dinamismo attoriale vivacissimi che lo contraddistinguono.

Quarto tra gli attori in scena è Ciro Kurush Giordano Zangaro: muto e dai passi pesanti, cinto da un’armatura reale, statuario e maiestatico, come fosse la vera statua di Palazzo Reale di Napoli che “Ponta ‘nterra” col dito, sproporzionato e pieno di imperfezioni, è il fantasma del Carlo V di Vincenzo Gemito, causa della crisi irreversibile dell’artista che vede in questa sua scultura la sua dannazione, la fonte di ogni derisione. Ciro Kurush Giordano Zangaro è l’altero busto marmoreo del fallimento di Gemito che gioca con il suo tormento muovendone le fila e lo consuma: è lui la sua “prigione di marmo”.

Ma Gemito- L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano non vuole solo raccontare la Passione di un uomo che trascina sulle proprie spalle il blocco granitico della sua arte come fosse una Croce, ma pure arrivare alla catarsi di una possessione maniacale che attanaglia Gemito come artista rappresentativo di tutti gli artisti. Soggiogato dal fascino di un artista napoletano dagli occhi implacabili e veggenti, cui vuole rivendicare la dignità e la potenza, Casertano partorisce uno spettacolo in cui egli stesso combatte tra il conscio e l’ inconscio dell’artista. La dicotomia che costituisce l’identità di Gemito è il non saper sopravvivere indenne al mondo dell’arte: mercificazione o incontaminazione, successo o solitudine, commissioni o povertà, mercato o dimenticanza? Di qui si approfondiscono e si aprono le domande di Gemito- L’arte d’ ‘o pazzo: “Cosa porta un artista alla follia, a “perdere la bussola della propria missione”? Cosa scatena la crisi esistenziale di un talento?”
Gemito combatte la vanèsia, come l’avrebbe chiamata Starnone, del panorama artistico che lo circonda: il rifiuto di “vendersi” al mercato è retto dalla ossessiva ricerca della verità e della perfezione delle forme, dal suo orgoglio artistico la cui fallacia è il desiderio di essere amato in quanto tale. Dall’altra parte il peso del fallimento e la vergogna della malattia alimentano le sue visioni diventando demoni implacabili. Casertano mette al centro del palco le manie, i gesti ripetuti, gli sbalzi umorali, i fantasmi e le voci che ossessionato un “pazzo” , con una naturalezza congeniale a pochi e con una intensità che emoziona e percuote, come ha fatto, il pubblico.

Una messa in scena che, curata nei dettagli e nella esattezza di alcune scene cariche di napoletanità, restituisce a Napoli, ai partenopei e al mondo tutto, la potenza di una figura “abbandonata” alla sua pazzia, di un Elleno che, come lo ha definito D’Annunzio, «poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua».

Assistente alla regia Lella Lepre – Musiche originali Marco D’Acunzo e Marina Lucia – Scene Flavio Barbarisi – Disegno luci Paco Summonte – Audio Mariano Penza – Foto di scena Nina Borrelli

Fonte immagine di copertina: CTF  ph Sabrina Cirillo – ag Cubo.

 

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