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Eroica Fenice

raccolto di periferia

Giulietta e le altre di Wanda Marasco: lacrime unite in una catena

Giulietta e le altre, scritto e interpretato da Wanda Marasco, che ha magistralmente vestito i panni di queste grandi donne, da Giulietta a Medea, da Antigone a Nora, è andato in scena per la prima volta, in assoluto, ieri, 13 giugno (replica stasera alle ore 19), presso la Sala Assoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, suscitando grande entusiasmo e commozione nel pubblico.

Venite. Chisto è ‘o finale. ‘E llacreme hann”a cad’ ‘nterra e po’ hann”a ruciulia’ pe’ tutto ‘o munno, comme a ‘na catena…

Una stanza semibuia, una donna scalza, con i capelli legati e un abito azzurro, che entra in scena bisbigliando parole tra sé e sé. Un grande tavolo di legno, vuoto, eppure pieno, imbandito di storie. Storie di donne. Storie diverse, ma tenute insieme dai fili dell’amore, della passione, della rabbia, dell’odio e di quella resilienza di cui maestro sa essere l’animo femminile. Voce narrante quella della balia, che si accinge a impastare pane per le sue bambine, donne cresciute, invecchiate, eppure mai morte.

Giulietta e le altre, di e con Wanda Marasco

Donne che da secoli continuano a vivere calcando tavole di teatri e che in fondo si annidano in ognuno di noi. Si raccontano, mettendo a nudo, in modo disarmante, il loro universo interiore, così complesso e per questo così affascinante. Intenso il monologo di Giulietta, simbolo di impulsività, passione e idealismo. La sua infatuazione adolescenziale viene elevata al rango di amore sacro, che la unirà al suo amante su letto di morte. Morte che toccherà anche ad Antigone, figlia di Edipo, eroina romantica e ribelle che, sola, si oppone al dominio ingiusto di un tiranno. Antigone, nata non per condividere l’odio, ma l’amore. Per lei nessuna legge umana può contrariare certi principi: nessuno può impedire la sepoltura di un corpo, nemmeno se appartiene ad un traditore, soprattutto nessuno può vietare ad una sorella di seppellire il proprio fratello.

Ipnotizzante il discorso rabbioso e drammatico di Medea, la maga della Colchide tradita da Giasone in nome di leggi che, da barbara, non può capire. Furiosa, ma fin troppo razionale, si vendica del marito, macchiandosi del peggiore dei crimini: l’uccisione dei figli. Forza e disperazione, lucidità e follia, dolcezza e violenza. I toni luttuosi diventano d’improvviso festosi: è Natale e Nora gioca con i suoi bambini, lei, un giocattolo tra i giocattoli, che decide si spogliarsi del suo ruolo di bambola: grande inno alla libertà, insopprimibile, dell’essere umano.

E quando tutte loro stanno per sedere a tavola, arriva a chiudere il cerchio di quel dolore, che sembra non conoscere spazio e tempo, Filomena. Filomena Marturano, che proprio non ce la fa a non iniziare il suo racconto dal vico San Liborio e proprio non ce la fa a trattenere le lacrime, quelle lacrime che per una vita intera le sono rimaste bloccate dentro. 

Intanto il pane è pronto e Giulietta e le altre, queste bambine, invecchiate ma mai morte siedono a tavola e parlano e ridono, e ridono e parlano, dimenticandosi di tutto il resto, mentre il buio scende in sala. 

Scene Armando Alovisi

Costumi Annalisa Caramella

Musiche Mario Autore

Regia Ettore Nigro

Produzione Unaltroteatro

Fonte immagine: napoliteatrofestival.it

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