I Soliti Ignoti di Vinicio Marchioni | Recensione

I Soliti Ignoti di Vinicio Marchioni | Recensione

«Adattare un classico è sempre una sfida rischiosa e difficile. Ma sono le sfide che vale la pena vivere, insieme ai miei compagni di strada» afferma Vinicio Marchioni riguardo al primo riadattamento teatrale del famoso kolossal I Soliti Ignoti di Mario Monicelli, in scena al Teatro Diana di Napoli dal 26 gennaio al 6 febbraio 2022. Il regista Marchioni esprime la sua volontà di portare sul palcoscenico un film che lo ha profondamente commosso come uomo identificandosi nelle vicende dei personaggi, come attore per l’immensità di artisti del calibro di Gassman, Mastroianni e Totò, e come regista per la sapiente maestria di Monicelli di rendere con piglio ironico una serie di avvenimenti drammatici. Lo scopo del regista, che ha curato la drammaturgia insieme ad Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli, è quello di scaturire nel pubblico quelle stesse emozioni che si provano dopo la visione del film, cercando di aprire squarci di luce sui tempi attuali attraverso una peripezia che porta con sé temi universali.

Ricordando Monicelli

I Soliti Ignoti andò in scena nel 1958 e ben presto diventò uno dei film più importanti nella carriera di Monicelli, affermandosi come un vero e proprio classico del cinema contemporaneo. Monicelli con la sua regia ed il suo film si inseriva nel più ampio contesto cinematografico dell’Italia tra gli ultimi anni Cinquanta ed i primi Sessanta, coincidendo con il miracolo economico nazionale ed i conseguenti cambiamenti. Egli affronta questi temi secondo il tipico gusto della commedia all’italiana di tendenza a quei tempi, ovvero argomenti drammatici trattati, però, con ironia e sarcasmo. Ed è proprio quanto accade ne I Soliti Ignoti: ambientato nel secondo dopoguerra, parla del colpo sfortunato che tenta di attuare un gruppo di ladruncoli e attraverso le varie sfortune si evince tutta la loro quasi estraneità nei confronti di un mondo a cui sentono di non appartenere, sprigionando comunque tanta vitalità con la loro carica espressiva.

I Soliti Ignoti sbarca il lunario al Teatro Diana

Marchioni non aggiunge niente di nuovo al testo originale, anzi, compie un lavoro di lucida fedeltà nei confronti del film di Monicelli, accentuandone tutto sommato la componente comica, con la quale i personaggi risultano enfatizzati da una certa caratterizzazione macchiettistica abbastanza pronunciata. Lo spettacolo diventa un vero e proprio omaggio al grande regista, attraverso il quale Marchioni tenta di fare rivivere al pubblico le emozioni provate davanti al film, come se fosse un tuffo nostalgico nel passato. Eppure non mancano di certo le occasioni per riferirsi al presente: quei poveri uomini sono costretti alla miseria dalla povertà dilagante del dopoguerra, ma per fuoriuscire dalla loro condizione diventano dei ladri. Nonostante si parli di un tempo passato, questa storia si apre ai disagi sociali e politici attuali, parlando di uomini che vivono un rapporto difficile con la società di cui fanno parte ma, allo stesso tempo, il fatto che siano disposti a rischiare la loro dignità e la loro libertà lascia intendere la grandiosa vitalità che scorre in loro. Il tono con cui Marchioni cura questa resa scenica è familiare, nostalgica, carica di una comicità tutta italiana, la scenografia di Luigi Ferrigno lasciano estasiati e lo spettacolo riesce a salutare con umiltà e passione il grande capolavoro di Monicelli.

 

Fonte immagine: Teatro Diana

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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