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Eroica Fenice

Torna Il gabbiano di Čechov al Mercadante

Torna Il gabbiano di Čechov al Mercadante

Dopo il successo di critica e pubblico ottenuto al suo debutto a marzo del 2017, torna al Mercadante uno dei testi teatrali più noti di sempre: Il Gabbiano di  Čechov , in scena fino a domenica 27 gennaio. Per la prima volta in Italia, il dramma viene rappresentato nella versione del 1895, ovvero quella precedente alla censura zarista, qui nella traduzione curata da Danilo Macrì.

Dramma delle speranze deluse, amato dal pubblico e dalla gente di teatro, “Il gabbiano” viene considerato dalla critica il testo più rappresentato di Čechov in ogni epoca per la rilevanza dei temi trattati, per la profondità nell’analisi della condizione umana e per la felicità poetica di storia e personaggi. Eppure quando Il gabbiano, scritto nel 1895, fu rappresentato per la prima volta fu un clamoroso fiasco, tanto sembrò sconclusionato, incoerente e privo di virtù teatrale.

Il pubblico fischiò talmente tanto che il dramma reale fu quello che si consumò nell’animo di Čechov , che alla metà del secondo atto abbandonò il teatro in preda allo sconforto, giurando che non avrebbe più scritto niente per il teatro.

La trama de Il gabbiano di Cechov

Sorin, ex consigliere di stato, ospita alcuni amici e parenti nella sua tenuta sul lago per trascorrere le vacanze estive. Tra i vari invitati ci sono anche sua sorella Irna Arkadina, una celebre attrice teatrale, accompagnata da suo figlio Kostantin Treplev, un giovane e ambizioso drammaturgo che approfitta della tenuta dello zio per allestire uno spettacolo teatrale che vedrà protagonista Nina, una giovane attrice di cui il ragazzo è invaghito.

Ma durante la rappresentazione Irna, forse mossa da una leggera invidia, schernisce il figlio e questi decide di interrompere bruscamente la messa in scena. Alimenta l’animo inquieto di Kostantin il disprezzo nei riguardi di Trigorin, uno scrittore esordiente, amante di sua madre. Nina ammira gli scritti di Trigorin e confessa al giovane il sogno di diventare un’attrice.

A quel punto Trigorin osserva sull’erba del giardino la carcassa di un gabbiano, ucciso in precedenza da Kostantin, e paragona l’animale alla giovane Nina: come l’ignara felicità di un gabbiano, in volo sulle rive di un lago, viene stroncato dall’oziosa indifferenza di un cacciatore, così accade alla sorte di Nina. La ragazza, sul medesimo lago, s’innamora di Trigorin, il quale, senza malvagità, approfitta della sua femminile smania di aprire le ali.

Due anni dopo Kostantin, caduto in depressione, si sente da un lato incompreso nella sua arte e dall’altro sente l’amore non corrisposto di Nina che, nel frattempo, ha coronato il suo sogno sposando Trigorin. L’infelice Kostantin tenta più volte il suicidio fino a quando, mentre la madre e altri ospiti giocano a tombola, decide di spararsi un colpo di pistola in testa.

La complessità dei temi

Il gabbiano di Čechov smuove il nostro interesse per la varietà di temi trattati. Il dramma  si interroga sul ruolo dello scrittore, il cui primo modello è Kostantin, artista innovativo, pronto a sperimentare nuove formule e nuovi temi per appagare il pubblico, che, però, sembra non comprendere la sua arte, prendendosi gioco di lui. Come Čechov, anche Kostantin, si sente frustrato, ferito nell’orgoglio e profondamente incompreso.

“Colpa mia! Mi ero scordato che scrivere per il teatro e recitare è riservato solo a pochi eletti!”.

Dall’altro lato, sull’altra riva del lago, c’è Trigorin, molto amato dai suoi ammiratori, che rinuncia a nuove sperimentazioni estreme in cerca di successo. In realtà è un uomo che dubita delle sue capacità e non vede nella scrittura alcuna azione creativa:  è un compito gravoso, una maledizione che occupa ogni secondo della vita e da cui è impossibile liberarsi. “Devo scrivere, devo scrivere”, ripete ossessivamente confidandosi con Nina.

Una materia così complessa è stata magistralmente proposta dall’eccellente Compagnia del Teatro Stabile di Genova.

Il regista, Marco Sciaccaluga legge il dramma con grande accuratezza e lo interpreta con coraggio, adottando la prima versione e la fedele traduzione di Danilo Macrì.

Čechov emerge come nostro contemporaneo e il regista lo rispetta anche filologicamente: rubli, vesti, nomi russi e la suggestiva scenografia.

In scena il dramma dell’uomo moderno

Il gabbiano di Čechov è il dramma delle illusioni perdute: nelle angosce, nei turbamenti, nelle sconfitte dei suoi protagonisti, c’è tutta la complessità dell’uomo moderno.

“A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Čechov: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Čechov – conclude Sciaccaluga – è la forma più gentile, condivisa, ironica, di spietatezza. È il teatro più umano che conosca”.

Quello  di Čechov è un teatro della crudeltà, che mette a nudo l’ipocrisia del mondo della scrittura e del teatro, le paure del giudizio del pubblico, la smania irrefrenabile di successo. Come quanto il moribondo Sorin con un bilancio apparentemente ironico, ma in realtà straziante, della propria esistenza: “Da giovane volevo diventare un letterato e non lo sono diventato; volevo diventare un elegante parlatore ed ho sempre parlato in modo da far rabbia. […] Volevo prender moglie e non l’ho presa; volevo viver sempre in città ed ecco che finisco la mia vita in campagna; ecco tutto».

Il gabbiano di Čechov  mette in scena ancora una volta la sofferenza che deriva da una vita al servizio dell’arte, dove non c’è alcun riscatto, alcuna nobiltà, solo grande disperazione. Come, infine,  dice l’esacerbata Nina: «Adesso, Kostja, io so, io comprendo che nella nostra opera, sia essa di scrittore o di attore, l’importante non è la gloria, non il lustro, non ciò che sognavo, ma saper soffrire».

L’incontro con Čechov fa riflettere su quanto sia difficile l’accordo delle diverse sensibilità degli esseri umani. In una scena chiave l’amministratore della tenuta, rammenta a Trigorin che gli aveva chiesto, due anni prima, di impagliargli il gabbiano ucciso da Konstantin, ma lo scrittore non lo ricorda assolutamente. Non ricorda qualcosa che si era coscienziosamente appuntato, scrivendo di Nina, la ragazza alla quale poi lui rovinerà per sempre l’esistenza, che ama il lago come un gabbiano ed è felice e libera come un gabbiano e viene uccisa per puro caso da un uomo.

Sono, poi, sempre tesi e conflittuali i rapporti tra le generazioni, tra i vecchi e i giovani. Konstantin, nella lite violenta che ha con la madre sbraita: «Io ho più talento di tutti voi, se vuoi che te lo dica! Voi, da gente pratica, siete riusciti a strappare un primato nel campo artistico e ritenete giusto e vero solo quello che fate voi. Gli altri li schiacciate e li soffocate».

Gli adulti non accettano mai volontariamente di cedere il passo ai giovani e  il ricambio generazionale è più auspicato a parole che reso possibile nei fatti. Ieri come oggi.

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