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Eroica Fenice

Sergio Del Prete

L’attore napoletano Sergio Del Prete si racconta

Novembre, in un pomeriggio uggioso e una Napoli che non sa reagire alla pioggia, Eroica Fenice incontra Sergio Del Prete, giovane attore napoletano. Pantaloni grigi, maglietta bianca e una semplicità disarmante. Facile entrare in sintonia con lui, complice un caffè, come la tradizione napoletana impone.

Fare l’attore è una scelta professionale o una scelta di vita?

Sicuramente una scelta di vita, la scelta di un tipo di vita. Inizi, paradossalmente, in nome di un sano egoismo, facendo cose che ti danno una certa soddisfazione emotiva, ma fare l’attore è, deve essere, un lavoro di altruismo, di generosità verso quel pubblico spesso sottovalutato. Sposare questo tipo di vita inevitabilmente ti condiziona nelle scelte umane, nei rapporti personali. Il non avere programmi rende complicato affrontare l’ordinarietà. 

Quando hai capito che “dovevi” fare questo?

L’ho capito quando ho provato a fare altro ma la mente correva sempre al teatro. Ho iniziato, per caso, in un laboratorio teatrale a scuola. Poi nel periodo dell’Università, dove mi iscrissi forse erroneamente, più provavo a immaginarmi in altri contesti, più il mio bisogno di vita emotivo, sentimentale, mi trascinava sul palcoscenico, su quelle tavole dove ho trovato la mia forma quando non avevo ancora un’idea ben chiara di chi, cosa fossi. È lì che ho trovato me stesso, il mio posto nel mondo. Una malattia da cui, per fortuna, non sono più guarito. 

E nel sorriso dei suoi occhi mentre descrive cosa prova quando si apre il sipario, che forse, come lui dice, nun se po’ capì, si legge un amore viscerale, prepotente, quasi contagioso. 

Qual è il primo ruolo che hai interpretato? Quanto sei cambiato da allora?

Ho iniziato vestendo i panni di Gennarino, un personaggio di De Filippo, avevo sedici anni. Fino a un attimo prima che si aprisse il sipario, non ero assolutamente consapevole di cosa stessi per fare, la prima battuta mi ha risucchiato in un vortice emotivo. A sedici anni la carica emotiva era molto forte, recitare significava per me uscire allo scoperto. Intanto sono cresciuto, cambiato, sono diventato consapevole: l’attore non deve emozionarsi, deve emozionare. Non nego che la scarica elettrica c’è sempre, ma l’emozione ha un’altra direzione: è di chi ti sta di fronte, non tua.

Tra i ruoli che hai interpretato, c’è un personaggio che ti è rimasto sulla pelle? Che in qualche modo ti ha segnato? 

Sicuramente il personaggio di uno spettacolo al quale sono particolarmente legato, di cui ho curato anche la regia insieme a Roberto SolofriaChiromantica ode telefonica agli abbandonati amori. Un travestito che affronta un percorso quasi onirico tra personaggi che vivono nel sottosuolo. Mi ha segnato, perché ha determinato la mia personale visione del teatro, che deve essere, a mio avviso, essenziale. L’essenzialità appartiene al mio modo di vivere, di essere. Questo spettacolo ha cambiato, o meglio, ha valorizzato alcune parti di me, la mia sensibilità, cosa inevitabile quando ti trovi a scandagliare personaggi di questo tipo, messi a nudo nel loro essere persone più che personaggi. Simboli in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, che rendono lo spettatore vivo, immaginifico, insinuando domande e non necessariamente risposte. 

Quali sono le figure che hanno influenzato la tua curiosità artistica?

Come non pensare a Eduardo, primo autore che mi ha avvicinato al teatro. A lui devo la mia curiosità, le mie scelte. E poi quel genio di Troisi, Pirandello, artisti senza tempo. Il signor Laudisi è uno dei miei personaggi preferiti, ad esempio. Di stimoli ne ho trovati anche in casa, mio fratello è un musicista e ti dirò, stimolanti sono stati anche i no della mia famiglia, che non ha accolto benissimo, fin da subito, questa scelta di vita. 

E continuiamo a parlare di personaggi interessanti, di quegli ultimi della società che poi alla fine si rivelano eroi, della bellezza del mostrare ciò che sfugge all’apparenza.

Andy Wharol dice In the future everyone will be world-famous for 15 minutes.  In un mondo che aspira a un successo veloce, come si colloca il lavoro dell’attore teatrale?

Il teatro è spietato, non ti permette di avere un successo veloce. È una prova vivente, del qui e ora, fatto di molta gavetta e sacrifici. Il successo non deve essere il punto di arrivo. Inutile nascondere che la popolarità faccia piacere, ma, a mio avviso, non deve essere quello l’obiettivo più grande. L’attore teatrale deve essere consapevole che non esiste velocità rispetto al successo.

E per Sergio Del Prete cos’è il successo?

Lo stare in scena è un attimo di celebrità, ma quando sei sulle tavole non ci pensi minimamente. Mi piace ricordare un aneddoto: una volta mi sono ritrovato a recitare un monologo davanti a un solo spettatore e ti assicuro che la tensione era la stessa, la voglia di restituire qualcosa a chi ti sta di fronte. Uno o mille che siano fa lo stesso. 

Sei reduce dal grande successo de Le cinque rose di Jennifer al Teatro Bellini…

Si, un testo a cui sono molto legato, che studio da anni, che mi restituisce ogni volta grande potenza emotiva. Ruccello è nella rosa degli artisti che mi hanno influenzato. Sono molto affezionato al personaggio di Anna, costruito, anche un po’ in scena, nella visione di Gabriele Russo, che ne ha curato la regia. Abbiamo dato corpo e voce ad Anna, specchio, anima, doppio di Jennifer, interpretata da Daniele Russo. Un gran bel lavoro…

Dove sarà Sergio Del Prete tra dieci anni?

A teatro, sicuramente. E magari con qualcosa di mio. (sorride)

Intanto il fondo della tazza si è svuotato e il cielo sembra concedere un attimo di tregua. Sergio, ci rivedremo a teatro, sicuramente.  

Foto di Sergio Del Prete, scattate in un pomeriggio qualunque da Daniele Lepore.

 

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