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Eroica Fenice

le cinque rose di Jennifer

Le cinque rose di Jennifer in scena al Teatro Bellini

Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, in scena al Teatro Bellini dal 25 ottobre al 10 novembre, regia di Gabriele Russo

Napoli, anni ’80. Un appartamento angusto. Indumenti femminili sparsi un po’ ovunque, un tavolo ingombro dei resti di una cena, un vaso con delle rose appassite, un divano sfatto, trucchi e rotocalchi, una radio e un telefono, azzurro. 

Pronto…Pronto…Pronto?! Mannaggia, hanno riattaccato! Chist’era sicuramente Franco, ovvì!…E mo’ chi ‘o ssappe se telefona nata vota…

Chi non ha mai conosciuto l’impietosa attesa di una telefonata che non arriva?

Quell’attesa la conosce molto bene Jennifer (Daniele Russo), un travestito, che tuttavia compare sulla scena vestendo abiti maschili, appeso al filo della cornetta e a quelle interferenzie che proprio non la vogliono finire di separarlo da Franco, il suo amore. Jennifer vive in un monolocale reso sulla scena come uno spazio circolare, un’isola, quasi a riprodurre il conformismo piccolo-borghese che considerava lei e quelli come lei un confine negativo oltre il quale non era bene spingersi. Da subito si evince un rapporto problematico con il mondo esterno desiderato, eppure temuto, che penetra in casa soltanto attraverso la radio e il telefono. Quel telefono che se per la donna di Cocteau era un’arma, uno scudo con cui difendersi, un coltello con cui ferire, per la Jennifer di Ruccello è un tramite. È l’illusione di una comunicazione impossibile, di un interlocutore al quale aggrapparsi per non cadere nel buio, nel vuoto, in quel senso di inutilità e solitudine che è capace di uccidere più dell’amore.

Le cinque rose di Jennifer, universo di figure “deportate”

Nell’annientarsi in un’attesa che non sarà soddisfatta, i gesti quotidiani di Jennifer, divisi tra la sua natura di uomo e la sua verità di donna, diventano spasmodici e il suo linguaggio diventa afasia in cui le pause e le movenze acquistano una potenza comunicativa pari, se non maggiore, alle sue battute. Potenza resa sulla scena da una una figura sospesa tra sogno e realtà (Sergio Del Prete), una presenza costante che incanta e atterrisce, ombra sottile e leggera, che dà espressione e forma alla fragilità intrisa di dolore di Jennifer. Ombra sottile e pesante che si trascina in un cadenzato finale passo tacco-piedescalzo, quasi una danza di morte, foriera del drammatico epilogo. Morte evocata, fin dall’inizio, dalla voce della radio che annuncia ripetutamente di un serial-killer di femminielli che firma i suoi crimini con cinque rose rosse.  

Mentre Radio Cuore Libero, attraverso un continuo dialogo tra musica e vita, trasmette canzonette di Mina, Patty Pravo e Ornellina Vanoni, in quella stanza disordinata, in cui trionfa il gusto per il kitsch, quasi un’estensione mentale di Jennifer, campo di battaglia dei suoi tormenti interiori, il suo costante desiderio di fuga dalla realtà si concretizza ancora nel miraggio di un corpo altro da sé, Anna (Sergio Del Prete), un  travestito della zona. Le due intavolano un dialogo surreale, fatto di testimoni di Geova, mestruazioni e figli, che rende ancora più evidente lo stato di isolamento e di incomunicabilità. Anna si difende dalla vita con la fede, Jennifer con le bestemmie. Jennifer e Anna, Jennifer è Anna.

Spiazza l’intensità di Daniele Russo che non interpreta Jennifer, ma lo diventa: lezioso come una donna veste i suoi completini attillati, si arma della sua finta strafottenza, canta il suo amore per Franco, soffre la sua solitudine. Ipnotizza Sergio Del Prete, assordante nel silenzio della sua mimica, impetuoso nelle vesti di Anna, creatura fragile e delicata. 

Riuscitissima la sfida del regista Gabriele Russo di portare in scena Le cinque rose di Jennifer, una pietra miliare del teatro, un testo che si cristallizza nei pensieri e si deposita nell’inconscio, poiché, come recitano le note di regia, Jennifer, anche solo dopo averlo letto, smette di essere il personaggio di un testo teatrale per farsi carne e ossa, sangue e sentimenti. Jennifer è il diavolo e l’acqua santa. Eterna contraddizione. Paradigma dell’ambiguità napoletana. 

E nella Napoli buia degli anni ’80, che nega ogni speranza verso il futuro a quelli come Jennifer, il dolore, in una violenta implosione, sovrasta la forza del sentimento offrendo il suicidio come unica soluzione. Inevitabile, secca, come un colpo di pistola. 

 

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