L’Orlando Furioso al Teatro Arcobaleno | Recensione

L'Orlando Furioso al Teatro Arcobaleno | Recensione

Vincenzo Zingaro torna sul palco del Teatro Arcobaleno di Via Redi per portare in scena l’Orlando Furioso nella forma di una partitura concertistica. Lo spettacolo resterà in programma fino al 12 maggio.

 

Come di consueto, Vincenzo Zingaro conclude la stagione del Teatro Arcobaleno 2024 che, da Artemisia Gentileschi a Shakespeare, da ottobre a maggio, anche quest’anno ha illuminato la piccola via Redi con la sua insegna che dà di bello.

La lettura pubblica di canti dell’epos aveva tirato il sipario sulla stagione 2022/23. Quest’anno il programma si chiude con “le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori, le cortesie e l’audaci imprese” che Ludovico Ariosto ha decantato in ottave nel 1516 e poi rieditato nel 1521 e nel 1532.

Come novelli cantori medievali della chanson de geste, Vincenzo Zingaro, Piero Sarpa e Sina Sebastiani prestano la voce alle imprese eroiche dei paladini di Francia sullo sfondo della guerra tra cristiani e saraceni. La storia di Angelica che fa ardere il cuore di Orlando e lo segue in Occidente. Quindi la contesa tra Orlando e il cugino Rinaldo. I duelli e l’odio, le passioni e gli inganni della sorte, la mutevolezza della realtà che è sempre altro da ciò che appare, la fuga di Angelica e gli incantesimi d’amore.

L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto

Or quinci or quindi si muovono i personaggi nei canti scelti dal regista per la messinscena al Teatro Arcobaleno, in una selezione che cerca di seguire la logica debole della narrazione ariostesca e di ricostruire, per quanto possibile, la sequenza narrativa dell’Orlando Furioso. Dipanare la matassa fitta e intricata di trame parallele non è semplice, ma la lettura-concerto qui proposta sceglie di ispessire i nodi tematici e contenutistici che tengono in piedi la complessa impalcatura ariostesca: alcune ottave del primo canto, che anticipa al lettore tutto quello cui sta andando incontro, altre del canto ottavo che descrive l’assedio di Parigi da parte dei Saraceni; poi le ottave più suggestive dei canti diciottesimo e diciannovesimo costruiti sulla pietà di Medoro e Cloridano, i quali si battono per dare degna sepoltura al re Dardinello, e del canto ventitreesimo, in cui Orlando impazzisce di gelosia per la storia di Angelica e Medoro, fino a non riconoscersi più allo specchio e a identificarsi con la sua stessa follia. In chiusa, il canto trentaquattresimo, in cui Astolfo, in sella al suo ippogrifo, compie un folle volo fino alla luna per recuperare il senno di Orlando, perché lì, sulla luna, si accumulano tutte le cose che per tempo o per fortuna sulla terra si perdono.

La versione di Vincenzo Zingaro

L’interpretazione di Zingaro, Serpa e Sebastiani è scandita dal pianoforte di Giovanni Zappalorto, dal flauto di Francesca Salandri, dal sassofono di Stefano Marrone e dal violoncello di Eleonora Yung. La recitazione e la musica, perfettamente simbiotiche nel loro completarsi a vicenda, valorizzano il potere evocativo e immaginifico dei versi dell’Orlando Furioso, con un effetto di incantamento catartico e ipnotico sullo spettatore. La musica dà corpo alle acrobazie della lingua e della mente del poeta e, accanto, l’interpretazione degli attori svela l’ambigua ironia che Ariosto ha nascosto dietro alle armature e alle chiome d’oro.

Con una semplice luna di carta velina increspata sul fondo nero della scenografia si riesce a toccare e a sentire – così come era nelle intenzioni di Ariosto – tutta la confusione della natura umana incapace di restare nei confini del tempo e dello spazio.

Immagine in evidenza: locandina dello spettacolo

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