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Eroica Fenice

Malammò di Luigi Credendino

Malammò, prostituta e santa, al Te.Co. Regia di Luigi Credendino

Malammò, delicata ed aggressiva.
Malammò, sporca e pura.
Malammò, l’innocenza e il peccato.

Malammò è lo spettacolo che vede per la prima volta alla regia l’attore Luigi Credendino, con il testo di Valerio V. Bruner e l’interpretazione di Chiara Vitiello, andato in scena al Te.Co, Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta, dal 18 al 20 Dicembre.

Avete presente la canzone di Battisti “Anche per te” dedicata rispettivamente ad una suora, una prostituta e una ragazza madre? Malammò è il connubio di queste tre essenze. È una  prostituta ed una santa, in lei si intrecciano la fisicità più estrema e la remissività più totale, l’aulico e il corporeo.
Come possono incontrarsi tra loro sensazioni così estremamente opposte? Sono opposte davvero? Qual è il confine entro cui inizia una e finisce l’altra? Non siamo poi così diversi da Malammò se non sappiamo rispondere a queste domande.

Lo spettacolo si apre con una donna  che cammina in un mare di stracci, danza insieme a loro, si muove leggiadra come una rondine e allo stesso tempo si strugge in quel disordine fisico, si imbruttisce, cade in quel vortice disperata, non si dà pace.
È bella ma porta il segno di alcune cicatrici. Mentre cammina tra quelli stracci, che rappresentano probabilmente un’umanità calpestata, non si riconosce. È come se lei fosse oltre, come se si sollevasse da quella terra sporca.
Il suo nome è Malammò, anzi  questo è il nome che le hanno dato gli altri, gli uomini che sono stati con lei, le donne che l’hanno invidiata, i pettegoli, i moralisti. “Malammò” sta per amore malato e profano ed è il suo marchio. Lei, il suo nome vero non lo ricorda.
Ma la storia di Malammò nasce come tutte le belle storie da una speranza. Fallita e calpestata  dall’umanità, che è spicciola, come quelli stracci, ma pur sempre delicata, come tutte le speranze. Malammò ha creduto nell’amore ed è stata per questo punita da un mondo troppo materialistico e troppo poco sensibile per accettare la sua grande anima.
Quel mondo è riuscito a buttarla nella sua melma, a fare di lei una peccatrice, una prostituta, a etichettarla e ad escluderla, a farla sentire colpevole. Ma ecco il segreto dell’enorme bellezza che può nascondersi anche nel fango: è l’anima.
L’anima di Malammò racchiude, al di là di tutto, qualcosa di più forte di tutto ciò c’è intorno. Una sensibilità diversa, una leggerezza particolare, una passione che non deve essere necessariamente peccato ma che può diventare amore.
Il grande amore di Malammò la porterà ad  incontrare Dio, a sentirlo dentro sé, a stringerlo a quel corpo che tante braccia hanno stretto, ma con dolcezza. Come una madre, come una figlia, come una bambina innocente.
Malammò diventerà posseduta dal Signore e tutti i suoi peccati diventeranno segno della sua storia, un’anticamera per raggiungere la felicità.

La Malammò di Luigi Credendino: “Non mi ha salvata dalla morte, dalla condanna, dal peccato. Mi ha salvata dalla felicità.” 

Dietro Malammò si cela Maria Maddalena, la peccatrice redenta, la serva del Signore, così vicina alle nostre imperfezioni, e allo stesso tempo intrisa di qualcosa di profondamente sacro, di una devozione che non ha conosciuto limiti.
È una storia cruda, ma è una storia vera, perché nel mondo, nella nostra anima, in ciò che noi siamo in quanto umanità si sente costantemente il peso di un baratro. Siamo in bilico tra la bellezza e l’inganno, tra il sacro e il profano, tra il male e Dio e la nostra vita ci fa tendere dapprima da una parte, e poi dall’altra, e sono gli attimi che decidono il tutto.

C’è tanta poesia in questa donna sbagliata, che è invece profondamente giusta, perché è vera. C’è tata verità nel suo credere, nel suo sbagliare, nel suo redimersi. C’è tanta verità nella sua sofferenza, che deve essere la nostra sofferenza. E c’è tanta verità nella sua salvezza, che può farci capire che una salvezza è possibile.
È un’opera vera, ambientata in una Napoli di “vasci e vicarielli” e per questo ancora più sentita da noi che la ammiriamo attraverso le battute di Malammò, in un dialetto secco e scalfito, profondamente espressivo.

“Malammò” di Luigi Credendino è una poesia d’amore cantata a voce alta, gridata, stridula  e graffiante. Non vi troverete l’amore consolatore e platonico ma l’amore sofferto che è quello più vero, e quello che porta alla più grande felicità.