Medea, al Teatro Instabile di Napoli | Recensione

Medea, al Teatro Instabile di Napoli | Recensione

Medea nel cuore di Napoli

Da Euripide, a Seneca, ad autori e registi dal Novecento fino ai giorni nostri, in tanti hanno discusso e scritto sul mito di Medea. E anche il Teatro Instabile, luogo suggestivo e perfetto per una tragedia greca, situato nel cuore di Napoli, ospita sul suo palcoscenico una versione di Medea che raccoglie e unisce le precedenti. Lo spettacolo è di Gianmarco Cesario e con Rosalba Di Girolamo, Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi, Ciro Pellegrino e gli allievi dell’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema.

La recensione

«La forza del mito è quella di rappresentare un archetipo, un modello, per gli uomini moderni. Medea, la donna che è diventata famosa per la serie di spietati omicidi perpetrati nel corso della sua vita, culminati con la strage dei suoi bambini, è, innanzitutto, una donna che soffre per la differenza con il mondo che la circonda, una differenza che agli occhi degli altri diventa una diversità. Innanzitutto, in una società di eroi, è donna, inoltre ha il dono della conoscenza, così come lo stesso Creonte le riconosce, e, infine, una straniera. Dal V secolo a.C. ad oggi la diffidenza nei confronti di donne intellettuali e straniere non è cambiata, si ride di loro, del loro non essere inquadrate in modelli femminili più accomodanti, rassicuranti, esteticamente e intellettualmente», così il regista Gianmarco Cesario inizia a spiegare in che modo ha lavorato al suo spettacolo Medea. Un mito ha in sé la capacità di andare oltre i confini di spazio e, soprattutto, di tempo restituendo in fondo un certo potenziale catartico a ogni generazione che si sussegue dall’antichità a oggi. E Medea ne è sicuramente un chiaro esempio: da espediente tragico per esaudire la catarsi della tragedia greca antica, alla folle lucida in Seneca, fin poi alla donna che discute su sé stessa, la Medea di Cesario presentata al TIN è una donna contemporanea che si propone al pubblico come parte attiva della società in cui vive e anche della propria famiglia, ponendo il focus sul suo ruolo.

«La Medea infanticida è un’invenzione teatrale di Euripide, reiterata da quasi tutti gli altri autori, ad eccezione della scrittrice tedesca Christa Wolf, la quale diede ai cittadini corinzi la responsabilità dell’orrendo delitto, architettato proprio per incolpare lei, la “diversa”. Nell’affrontare la mia regia ho, tuttavia, preferito lasciare a lei la colpa del gesto, rifacendomi più al finale di Seneca che a quello di Euripide, perché l’orrore di quanto compie è comunque una conseguenza di un processo di emarginazione e ghettizzazione al quale lei non sa rispondere in maniera diversa, liberando definitivamente i figli dal suo stesso destino di reietta, e, sicuramente anche per colpire nel modo più atroce Giasone, fino a quel momento inconsapevole del dolore vero che ha causato. Un gesto certo non condivisibile, ma che sottolinea tutta l’umanità di questo personaggio.» continua ancora il regista. La Medea proposta esprime tutte le sue fragilità. Per quanto commetta un gesto estremo a tutti gli effetti, c’è una certa ricerca del suo lato psicologico, un’operazione degna di un tipo di teatro instauratosi dal Novecento in poi. Allora, non possiamo che entrare in empatia con i personaggi, con Medea appunto ma anche con Giasone, entrambi portatori di colpe e sofferenze e per questo entrambi resi umani e vicini a noi.

Dunque: «Medea, una femmina che è immersa in un mondo maschilista, che le ricorda continuamente, nelle figure maschili del coro, mutuato dalla versione senechiana, quanto la sua persona sia inadeguata al cospetto della società che la circonda, ma che trova solidarietà nelle figure femminili del coro (appartenenti alla versione di Euripide) che invece sembrano riconoscersi, silenziosamente in quel soffrire che loro non denunciano, perché totalmente assuefatte dalla legge degli uomini. Da qui la scelta di avvicinare Corinto ad una Sicilia senza tempo, in cui queste figure, intrise di sole sabbia e salsedine, non riescono a lenire le ferite delle loro anime, e, tra suoni ancestrali e il canto di brani popolari del repertorio di Rosa Balistreri, artista siciliana che sulla propria pelle scontò la colpa dell’essere donna in una terra di maschi, affrontano il dolore senza tempo delle loro progenitrici.» conclude Cesario, mostrando quanto Medea non debba essere necessariamente figlia del suo tempo, ma al contrario quanto possa essere ancora oggi attuale.

Fonte immagine: Facebook

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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