Seguici e condividi:

Eroica Fenice

medea di portamedina

Medea di Portamedina, la Galleria Toledo si tinge di rosso

Tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Mastriani, la Medea di Portamedina, in scena alla Galleria Toledo dal 15 al 24 novembre, regia di Laura Angiulli.

Una scena quasi vuota e suppellettili di casa pendenti. Pendenti, come la verità, l’amore, le promesse, la vita. A rompere il silenzio Coletta Esposito (Alessandra D’Elia): una donna del popolo, capace di grandi sentimenti. 

Coletta è infiammata dall’amore. Lei, figlia ra maronna, trascorre la sua infanzia fra le mura dell’Annunziata. Lei, figlia di nessuno, nutre nell’animo una straziante fame d’amore. E sarà tra le braccia, sulla bocca, negli occhi di Cipriano Barca (Pietro Pignatelli) che scoppia la sua passione  quasi tirannica. Amplessi su amplessi. Voglie su voglie. Ossessioni su ossessioni. Violenza su violenza.

Coletta è dilaniata dalla gelosia. Dalla relazione clandestina con Cipriano (Coletta è di fatto sposata), nasce una bambina. L’attrazione di lui si affievolisce, l’amore di lei si infittisce. Ma lui di quel vicolo cieco e di quel matrimonio promesso non ne vuole sapere. Coletta, avvelenata dall’ossessione del possesso, dimentica persino di essere madre. Lei, che una madre non l’ha mai avuta, rivive le mura dell’Annunziata, il morbo dell’abbandono. Domande su domande. Attese su attese. Speranze su speranze. Manìe su manìe. 

Coletta è accecata dall’odio. Il matrimonio non si compie, Cipriano ha deciso di sposare la giovane Teresina. Straziata, furente, spietata Coletta, non farlo! Ma la donna di via Portamedina, eroina tragica, Medea, ha deciso. E nel giorno del matrimonio di Cipriano e Teresina la chiesa si tinge di rosso. 

Note di regia: Come in Euripide, la narrazione di Mastriani usa straordinaria acutezza a penetrare il labirinto delle emozioni e delle angosce della protagonista e delle forze oscure da quel velenoso groviglio generate e alimentate, ma quel conflitto fra razionale e irrazionale che è tra i tratti distintivi della Medea euripidea e che costituiscono la dorsale del pathos drammatico dell’evento, non trovano luogo. In Coletta nessun tentennamento interviene nella spinta verso un definitivo rituale di sangue, che è anzi inequivocabilmente cercato e compiuto in tutta lucidità. Nemmeno un tremore, un accenno di pietà, un estremo fremito d’emozione. Alla coscienza di Coletta, figlia negata e bambina malamente allevata, mancano le coordinate per una humanitas di classica memoria. 

Print Friendly, PDF & Email

Rispondi