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Eroica Fenice

Patroni Griffi

In memoria di una signora amica: da P. Griffi a Francesco Saponaro

Per la produzione del Teatro Stabile di Napoli, In memoria di una signora amica del maestro Giuseppe Patroni Griffi, è in scena fino al 15 novembre al Mercadante, grazie al nuovo adattamento e alla regia di Francesco Saponaro.

Così come in quella che fu la trasposizione teatrale di Francesco Rosi negli anni Sessanta, fulcro esistenziale della rappresentazione è la Napoli del dopoguerra, in un arco di tempo che divide lo sviluppo dell’opera in quattro quadri ben definiti, non solo da quattro cambiamenti di scenografia, ma soprattutto dai sentimenti e dagli atteggiamenti dei personaggi, che maturano, crescono; e si conformano ad ogni prospettiva che la vita gli toglie e gli concede, non dimenticando mai però l’essenza di se stessi, che rimane fedele fino alla fine.

La prima scena si presenta costruita in una casa apparentemente alto borghese: quattro amiche – interpretate da Fulvia Carotenuto, Imma Villa, Antonella Stefanucci e Valentina Curatoli – sono al tavolo a giocare a poker e, scambiandosi battute che provocano le prime risate del pubblico, danno l’illusione che la trama proceda in leggerezza. Invece già dall’entrata in scena della protagonista, – un’indiscussa Mascia Musy che interpreta Mariella, signora caduta in disgrazia e costretta ad affittare casa persino alle esigenze di mestiere della prostituta Pupatella (Clio Cipolletta) -, le carte del vero gioco della vita si svelano, scoprendo il secondo fulcro della rappresentazione, ossia il rapporto travagliato tra Mariella e suo figlio Roberto (Edoardo Sorgente). Ciò che viene evidenziato nei successivi accadimenti, come la decisione di Roberto di partire e fuggire da Napoli per un’esistenza migliore, è prima di tutto un conflitto generazionale. Palesemente ciò che emerge è la diversità che corre tra l’adulto, che va avanti legato alla sua terra indissolubilmente anche se amaramente, e il giovane, che invece sogna e desidera un cambiamento radicale che una società come quella napoletana del dopoguerra non può più offrire.

Francesco Saponaro rilegge Patroni Griffi e la Napoli del dopoguerra

Infatti, la città (identificata sul palcoscenico da una grande stampa che ritrae il panorama del golfo e del Vesuvio) è delineata ormai come vinta ed incapace di riprendersi dal crollo e dall’inopia derivati dalla guerra. Napoli, nella sua opposizione con Roma dalle incantevoli aspettative, è qui repressa e nascosta nel suo splendore, ingabbiata in un’atmosfera di perdizione (“Napoli è finita”, sentenzia non a caso l’anima nera, cinica e rabbiosa del vecchio e tradito maestro d’orchestra interpretato da Tonino Taiuti). Questo anche se la volontà di riscossa della stessa Napoli è riflessa in alcuni personaggi che resistono e decidono di rimanere, quali ad esempio il giovane Alfredo (Eduardo Scarpetta), che magicamente non ha perso quel candore e quell’innocenza di un ragazzo che ama la propria città e si sente contraddetto al sol pensiero di tradirla, come un fidanzato devoto.

È l’ultimo atto dello spettacolo di Francesco Saponaro a sancire il definitivo cambiamento, ma che paradossalmente rivela i veri vincitori e i veri sconfitti, forse però solo se se ne fa una questione di resistenza e di coerenza dei personaggi, forse solo pensando alla signora amica del titolo che appare in ultimo, in bene e in male, il simbolo dell’aspra condizione di chi accetta e ingoia, e nonostante questo, non fugge: inevitabile è per questo considerare “In memoria di una signora amica” un dramma fortemente attuale.

Ilaria Casertano