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Eroica Fenice

Mimmo Borrelli, intervista al più grande drammaturgo italiano vivente

Mimmo Borrelli, considerato il più grande drammaturgo italiano vivente, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata!

Mercoledì 17 ottobre, presso il Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli, si è tenuto un interessante incontro con il drammaturgo, attore e regista napoletano Mimmo Borrelli. Per l’occasione, l’autore de ‘A sciaveca, Napucalisse e La Cupa si è reso disponibile per un’intervista.

L’intervista a Mimmo Borrelli

Nell’epoca della rivoluzione digitale e dei social media, qual è il ruolo che il teatro, anche quello popolare, può svolgere?

Il teatro è, oggi, l’unica assemblea democratica e l’unico luogo dove è possibile il rito. Ricordo che quando iniziarono a comparire i primi schermi piatti, mio nonno, abituato agli schermi a tubo catodico, andava dietro la televisione e diceva: “Qua non c’è niente. Come è possibile che vengono trasmessi i canali?”. Questa frase è indicativa, per un certo tipo di civiltà dell’apparire e dell’apparenza, dove purtroppo il popolare è divenuto sinonimo di basso livello. Un tempo, invece non era così: popolari erano le opere liriche, che avevano un livello alto e che mio nonno conosceva a memoria. Anche i più grandi poeti del mondo, da Shakespeare a Dante, scrivevano in basso ma verso l’alto e inscenavano cose alte. Il problema della nostra epoca è che non c’è, nei mezzi di comunicazione, la possibilità di andare a fondo, di andare nel pozzo e uscire. Inoltre, la presenza di cellulari a teatro crea una barriera fra il pubblico e gli attori, poiché la realtà viene filtrata in un modo diverso. Questa, invece, bisogna leggerla col proprio corpo. In questo modo, il teatro diventa un corpo a corpo, perché se il pubblico cambia e l’osservatore cambia, cambia anche l’osservato, ma se l’osservatore ha, a sua volta, uno schermo, si crea una perversione che non avrà limiti e confini. Quindi, tutta la tecnologia andrebbe distrutta? No, ma che il teatro ne resti fuori!

L’amore per il teatro è, soprattutto fra i giovani, sempre meno diffuso. È possibile, a tal proposito, immaginare un cambiamento?

Secondo me c’è bisogno, più che di un cambiamento, di un ritorno al rito, nel senso che bisogna andare a teatro non per addormentarsi o per sfoggiare un abbonamento credendo di essere intellettuali, bensì per emozionarsi: bisogna ridere, piangere, stare male. Se ciò non avviene, il teatro non ha alcun senso.

Asse portante del suo teatro, oltre al forte pathos, è l’utilizzo del dialetto. Che significato attribuisce, all’interno della rappresentazione, a questo? Non teme di non essere compreso dal pubblico?

A tal proposito, lo scrittore e regista Vittorio Sermonti, che incontrai al Premio Riccione 2005, mi incitò ad andare avanti per la mia strada. A teatro, infatti, non si va mai per comprendere tutto: guardando un’opera di Pirandello è facile perdere le parole, perché ciò che va letta è l’azione. L’italiano è, inoltre, una lingua che non esiste, perché non è parlata nel vivo, nella realtà. Un operaio di Bergamo, per esempio, non parlerà mai, nella vita di tutti i giorni, in lingua italiana; perciò, nel caso in cui, da attore, dovessi interpretare tale parte, non potrei mai farlo utilizzando un italiano perfetto. Ciò che conta, ripeto, è l’azione: proprio in virtù di ciò, riesco ad essere compreso a Milano e nel mondo.

Nelle sue rappresentazioni trovano posto espressioni molto forti e bestemmie. Queste risuonano, secondo la mia opinione, come delle intime preghiere d’aiuto. È così?

Assolutamente sì. Quelle sono le urla dei disperati, che compiono ogni giorno dei lavori terrificanti. La bestemmia è, nella loro visione, l’unico modo di entrare in contatto con Dio e di chiedergli aiuto, seppure in maniera straziante.

Nel 2017 ha debuttato al cinema da protagonista con “L’equilibrio” di Vincenzo Marra. Che differenze ha percepito nel passaggio dal palcoscenico alla pellicola?

Non vedo delle grandi differenze. Al cinema, però, c’è un vantaggio: quello di potersi perdere maggiormente nell’emotività, perché la scena la fai una volta e bene; a teatro, invece, dovendola ripetere per tante repliche, va formalizzata.

Nella sua carriera di drammaturgo, c’è qualche autore a cui deve qualcosa? Chi l’ha ispirata?

Devo molto ai miei familiari che, nonostante fossero operai, mi hanno dato la libertà di poter sognare. Poi, ho avuto degli incontri formativi importanti al Premio Riccione, come quello con Vittorio Sermonti, Luca Ronconi e Franco Quadri, che mi hanno consigliato e indicato che sapevo scrivere, cosa non facile quando hai venticinque anni e vieni dal nulla. Quindi la meritocrazia, in alcune cose, c’è ancora.

Un ringraziamento sincero a Mimmo Borrelli per la gentilezza mostrata.

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