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Eroica Fenice

Non ti pago

Non ti pago, Eduardo all’Augusteo

I numeri della smorfia che incorniciano il palco. Il ritratto di un defunto che troneggia su una piccola sala da pranzo.

Si presenta così Non ti pago, commedia intrisa di tragicità, in scena fino al primo Novembre al teatro Augusteo.

Non poteva che aprirsi sotto il segno di Eduardo la nuova stagione, la prima dopo la morte del patron Francesco Caccavalle. La trama della piéce in tre atti, scritta da De Filippo nel 1940, è già di per se un ritratto dell’ideologia e dei costumi degli anni 40’. Ferdinando Quagliuolo (Luca De Filippo) è da poco gestore di un banco lotto, gioco di cui è patologicamente assuefatto. Assuefatto nonostante la sfortuna non gli permetta mai di vincere. Mario Bertolini (Massimo De Matteo), uno dei suoi impiegati e suo futuro genero, invece, colleziona ogni settimana ambi e terni. Ma la sua vincita più importante, di ben 4.000.000 di lire, avviene dopo aver ricevuto i numeri in sogno dal defunto padre di Ferdinando. Ciò scatena in Quagliuolo l’assurda convinzione di essere lui il vero destinatario dell’apparizione notturna e quindi dei numeri, il che, secondo il suo ragionamento, gli darebbe diritto al denaro. Si impossessa, allora, del biglietto e va in cerca di qualcuno in grado di dar fondamento giuridico o teologico alla sua teoria. Non ci riesce e questo non fa che inasprire la conflittualità dei due che sfocia quasi in tragedia. Dopo confronti e scene dal gusto popolare e grottesco, non manca, in ogni caso, il classico lieto fine che riassesta la situazione e crea nuovi equilibri.

Non ti pago, una commedia napoletana ma non troppo

Le vicende sono ambientate a Napoli ma nei tre atti non se ne scorge che un’ombra. La città partenopea non è, infatti, centrale, come accadeva in altre commedie di De Filippo, ma si intravede soltanto in una delle sue storiche credenze: la smorfia.

“Tutti i napo­le­tani che non sanno leg­gere, vec­chi, bimbi, donne, spe­cial­mente le donne, cono­scono la smor­fia, ossia la Chiave dei sogni a memo­ria e ne fanno spe­di­ta­mente l’applicazione a qua­lun­que sogno o a qua­lun­que cosa della vita reale. Avete sognato un morto? — qua­ran­ta­sette — ma par­lava — allora qua­ran­totto — e pian­geva — ses­san­ta­cin­que — il che vi ha fatto paura — novanta”, scriveva Matilde Serao solo 40 anni prima.

E restando in tema di donne, una menzione particolare merita il ruolo delle figure femminili presenti nello spettacolo. Nonostante la società fosse ancora patriarcale, come dimostra l’atteggiamento di Don Vincenzo, possessivo nei confronti della figlia e autoritario con la moglie, Concetta (Carolina Rosi) e Stella (Carmen Annibale) danno prova di un insolito coraggio nel tentativo di ostacolare gli insensati vaneggiamenti dell’uomo. Discorso analogo può essere fatto per l’avvocato Lorenzo Strummillo (Giovanni Allocca) e Don Raffaele Console (Gianni Cannavacciuolo). I due, esponenti rispettivamente della legge e del clero, sono ben lontani dall’essere maschere, tipi fissi, bensì dimostrano una fisionomia psicologica interessante e multisfaccettata. È innegabile, quindi, come un certo gusto pirandelliano emerga non solo nelle vicende ma anche e soprattutto nei personaggi. Statici ma combattuti, immutabili nel paradosso, essi sono classici e per questo terribilmente attuali, nonostante il contesto storico sia cambiato radicalmente. E tutti gli attori della Compagnia di Teatro di Luca De Filippo sono stati eccellenti nella loro riproposizione. Una riproposizione viva e mai banale, profonda e curata in ogni minimo dettagli. Le risate  del pubblico e il loro lungo applauso finale ne sono la prova e anche la degna conclusione di uno spettacolo che nella sua originale fedeltà all’opera di Eduardo ne celebra e valorizza l’inimitabile talento tragico.   

Jundra Elce

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