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Eroica Fenice

vitangelo moscarda

Paolo Cresta nei panni di Vitangelo Moscarda

Ogni realtà è un inganno.  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila con Paolo Cresta nel ruolo di Vitangelo Moscarda.

L’interno di un cortile e una seduta essenziale debolmente illuminata. Un uomo seduto, dai piedi scalzi. Sta in silenzio, ma lo si riconosce subito, è lui, Vitangelo Moscarda, figlio della meravigliosa penna di Luigi Pirandello (1867-1936), siciliano di nascita, italiano d’adozione. È lui, il protagonista del celebre Uno, nessuno e centomila, romanzo prepotente, che illumina il lettore, gettando buio sulle sue certezze, facendolo sprofondare nel baratro del suo positivismo. È un naso, sì, un naso pendente che crea uno strappo nel cielo di carta, che sveglia Gengè, così lo chiama la moglie Dida, dal sonno rassicurante delle sue convinzioni. Lui, che non sapeva di avere un naso pendente, a destra, viene risucchiato da un vortice di domande: Chi era? Come lo vedevano gli altri? Mi si fissò il pensiero ch’io ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere.

Ma chi è Vitangelo Moscarda, interpretato con maestria, fascino e smisurato talento da Paolo Cresta?

Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna mia realtà propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano. 

Un uomo consapevole della molteplicità del suo sentire, eppure costretto in una forma, una maschera, che soffoca la vita. Un uomo in continua balia del desiderio di essere libero, senza una forma, e la consapevolezza che una vita senza forma non può essere vissuta, come Mattia Pascal, il povero bibliotecario di Miragno insegna. Uno, nessuno e centomila forme, quelle forme che con sadica voluttà inizia a distruggere, inanellando una serie di iniziative che stravolgeranno la sua vita, fino ad alienare le sue ricchezze nella costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli, uno dei tanti, con berretto, zoccoli e camiciotto turchino

Vitangelo Moscarda potrebbe essere ognuno di noi, che, all’improvviso, scopre di non essere quello che  in realtà crede.

Non una perdita d’identità, ma, al contrario, una violenta presa di coscienza, quel demone maligno che sa essere la riflessione, che smonta le immagini per cercare di capire come sono fatte e cosa c’è dietro di esse. 

Ieri, 27 luglio (ma anche stasera e domani), nel Real Orto Botanico di Napoli, per la rassegna Brividi d’estate 2019, si è dipanato il turbinio delirante di Gengè, e, inevitabilmente, ognuno seduto lì, ipnotizzato e risucchiato da quel fiume in piena di parole, da quel flusso di coscienza straripante, è stato contagiato così da tanto da quella follia delirante da uscirne sano, ubriaco della genialità pirandelliana, che costringe a mettersi a nudo e riconoscersi in ogni tormento e sgomento pronunciato.

Parola per parola. 

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