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Eroica Fenice

Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra.
Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori.
Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata.
Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio.
Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra.
Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra.
Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte.

Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa

Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco peplo sul litorale sabbioso e perlustra la tavola del mare in cerca delle navi, è colei che partorisce l’assenza e si affeziona alla dimenticanza più che ai suoi figli Igenia, Elettra, Crisotemi e Oreste.
L’assenza la avvince con i suoi tentacoli liquidi, e le coreografie, ideate da Aurelio Gatti, penetrano l’umidità dell’assenza: Agamennone e Cassandra ballano ora quasi al ritmo di un tango peccaminoso, ora quasi simulano una danza che li consacra come amanti e che sancisce l’abbandono di Clitennestra.
Lui, Agamennone, era l’uomo a cui Clitennestra era destinata fin dal primo vagito: il volto di Cinzia Maccagnano si fa maschera, in un groviglio di nervi plastici, per urlare che lei, Clitennestra, era stata fasciata dalla sua nutrice per essere posseduta da quell’uomo, che ogni passo da lei compiuto era stato calcato sul terreno per giungere da lei, e se anche lui l’avesse rapita, lei l’avrebbe amato. I ruoli si invertono: Clitennestra balla in modo serrato sia con Agamennone che con Cassandra, in una geometria invertita che mischia umori e sangue. Come può Agamennone aver preferito quella bambina, quella maga mezza guasta per via dei giochi dei soldati, a Clitennestra?
Le musiche di Tartini, Corelli e Mahler riempiono l’aria e creano un pàthos struggente e solido: Clitennestra non riconosce più quello che era stato il suo uomo, ha un collo taurino e il fiato pesante, cosa ne è stato di quell’uomo che somigliava a una divinità, e a cui lei aveva eretto un altare nel suo focolare? Cassandra lo ha conosciuto ormai devastato dagli anni, se l’è preso ormai più somigliante a un bue che a un dio, solo Clitennestra ha potuto possedere il ricordo della sua forza e della sua magnificenza. Questo è l’unico ricordo che rimane a Clitennestra, e lo sussurra a Cassandra che le si accovaccia in grembo in una sorta di danza della morte.
Come eccitata e ripugnata dal suo stesso pensiero, Clitennestra urla al pubblico la sua vendetta: assieme al suo amante Egisto, figlio dell’assenza, uccide Agamennone e la profetessa figlia di Priamo nella vasca da bagno. Allucinata, contorta nel dolore e nel senso di colpa che le riecheggia negli occhi come un pendolo impazzito, una magistrale Maccagnano inonda il pubblico con i fotogrammi verbali di un omicidio nutrito dalla disperazione e dall’assenza.
La sirena Marongiu e il silente e monumentale Gatti sembrano poco a poco dissolversi, mentre Clitennestra, come una brace che dopo aver fiammeggiato nell’oscurità comincia a spegnersi, si accovaccia di nuovo sulle tavole del palco, ansimando e respirando il suo dramma ormai avvolto nel fumo.
Siamo state tutte Clitennestra, tutte abbiamo aspettato l’uomo che se n’è andato, tutte abbiamo pateticamente ingaggiato competizioni con la donna più giovane, tutte abbiamo scrutato il mare scintillante per intravedere la nave di un uomo ormai lontano nei ricordi. Siamo state tutte sostituite, abbiamo tutte ballato quella danza inesauribile del peccato, della colpa, dell’assenza e del dolore.
Perché l’amore è questo. Non è altro che una punizione, un castigo.
Un castigo per non essere riuscite a rimanere da sole.

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