Il giardino dei ciliegi al teatro Mercadante | Recensione

Il giardino dei ciliegi

Dal 14 al 19 marzo Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov arriva al teatro Mercadante, con adattamento e regia di Rosario Lisma (assistente alla regia Valentina Malcotti).

Ne Il giardino dei ciliegi il regista riduce i personaggi a sei: Ljuba, interpretata dalla grande Milvia Marigliano, nel ruolo di un’adulta-bambina capricciosa, ma anche inaspettatamente saggia, il fratello Gaev (Giovanni Franzoni), ingenuo e fragile, canterino, amante della musica sperimentale e progressiva – per tutto il tempo avrà in bocca i ritornelli delle canzoni di Battiato -, lui pure si presenta come un bambino sconsolato e nostalgico dei giochi d’infanzia, dei giorni radiosi.

In scena compare anche l’autore (Rosario Lisma) nei panni di Lopachin, un mercante di origine contadina, arricchitosi con i possedimenti dei suoi stessi padroni, rappresenta il personaggio più ambiguo, risoluto, semplice e ignorante, ma, nello stesso tempo, astuto e audace. Ai ragionamenti complessi da intellettuale reazionario dell’eterno studente Trofimov (Tano Mongelli), contrappone il suo spirito pragmatico, l’interesse per il denaro e gli affari, che non gli consente di affezionarsi mai realmente a nessuno, rimanendo prigioniero nel suo castello di individualismo.

Dalila Reas ed Eleonora Giovanardi figurano rispettivamente nel ruolo di Anja, la figlia minore di Ljuba, di soli diciassette anni, piena di vitalità e speranza, desiderosa d’amore, affettuosa e innocente, e Varja, che è, invece, la figlia adottiva, per la quale tutti si augurano un futuro migliore, all’insegna del matrimonio e del lavoro, nel quale si dimostra tanto zelante.

Le scene de Il giardino dei ciliegi (a cura di Federico Biancalani), che riproducono la stanza dei giochi dei due fratelli in rovina, creano un’ambientazione così realistica e nitida, da riuscire a coinvolgere gli animi degli spettatori, e risvegliare in loro quel desiderio tacito di ritorno alla gaia età dell’innocenza, di scrollarsi di dosso ogni responsabilità, che la vita adulta comporta.

Le luci (di Luigi Biondi) realizzano un gioco di ombre, nelle quali è possibile vedersi riflessi, ma anche confondere la figura grande e ingombrante della vecchiaia, che incombe sui due fratelli, e che li rende vulnerabili e fragili, con quella maestosa ed elegante, che si esibisce in società, fittizia e strabica.

Ne Il giardino dei ciliegi le ciliegie ormai diventano marmellata, il passato un campo incolto che non dà più frutti: ci vorrebbe «un’altra vita»

Solo una luce fioca illumina gli occhi stanchi di Lopachin, un rozzo contadino, figlio di contadini, che si sveglia di colpo all’arrivo dei padroni di casa, che ha dimenticato di andare a prendere in stazione. L’uomo è il punto d’appoggio dell’intera narrazione e punto d’arrivo, causa e termine del dramma. Lopachin tiene uniti, come un filo aggrovigliato, la trama de Il giardino dei ciliegi alle vite singole di ogni personaggio. Il povero arricchito esibisce, senza vergogna, lo strabismo che attanaglia tutti all’interno della grande proprietà, confonde il senso dell’esistenza, agisce per opportunismo, eppure, appare, infine, il più lucido, dimostra la sua prontezza e capacità di risoluzione immediata.

Finalmente i vecchi proprietari sono tornati a casa. La stanza dei bambini è esattamente come allora. Ogni cosa è intatta, al suo posto. Sulle pareti pare ci sia ancora stampato il loro antico sorriso. Tra i giochi saltellano due bimbi un po’ cresciuti, che hanno, però, conservato la stessa spensieratezza.

Anja può finalmente riabbracciare Varja. Le due sorelle non sono più nella pelle. Più affiatate che mai, ripercorrono con entusiasmo le passate confidenze, se ne fanno di nuove. Anja sembra non essere mai cresciuta, legata indissolubilmente alla cara madre, si sente avvolta e protetta tra le vecchie pareti, che preservano incontaminato il prezioso ricordo di quando era fanciulla.

Ne Il giardino dei ciliegi, l’anima degli anziani è stanca, esacerbata, solo i giovani possono rappresentare una possibilità, seppur incerta, di riuscire a scorgere ancora dei ciliegi in fiore al tempo del disboscamento.

L’aria che si respira è quella di un annichilimento, che si fa più triste, perché misto alla purezza che la fanciullezza conserva, e che predomina nell’intero spettacolo: tutti i personaggi sono caratterizzati da tratti puerili, sono ingiustificatamente euforici, estremamente sensibili, e pericolosamente incoscienti.

Annientati sono i sentimenti: di fronte alla ricchezza e ai possedimenti, chi ama è disposto a tradire l’altro e se stesso, a diventare schiavo dei padroni, e, a sua volta, padrone di chi comanda. Il giardino dei ciliegi diventa un nido di ragnatele: i ricordi stanno accatastati l’uno sull’altro, e hanno accumulato solo polvere. In questo intricato tessuto di beni fittizi, l’amore resta incastrato, come in un labirinto, e non riesce a trovare una via d’uscita, per rivelarsi apertamente. Il legame fraterno si riduce a un implacabile senso di nostalgia, che trascina l’intera famiglia in un abisso senza speranze.

Il palco, durante Il giardino dei ciliegi, diventa una casa, dove si mette in scena una menzogna: i due sventurati proprietari terrieri hanno perso tutto, sono costretti a vendere all’asta il proprio adorato giardino dei ciliegi, Eden indiscusso della beata infanzia, e fintamente si rilassano, stesi su delle sedie a sdraio, con gli occhiali da sole, che gli restituiscono «più carisma e sintomatico mistero».

Veglia su di loro un vecchio maggiordomo (con la partecipazione in voce di Roberto Herlitzka), che sembra quasi aver previsto la crisi minacciosa, ma il suono delle sue parole imperiose rimane inascoltato, ne resta l’eco, come un’opportunità non colta di modificare la propria sorte.

Tra lacrime e sospiri, giorni di festa e ore grigie, arriva il giorno in cui il giardino dei ciliegi viene venduto all’asta, e a comprarlo è proprio Lopachin: è lui che squarcia il velo della finzione, che toglie gli occhiali da sole ai padroni ciechi, indifferenti, che li costringe a fare i conti con il presente.

Nella scena finale de Il giardino dei ciliegi il nuovo, improbabile, possidente del terreno, apre con forza il misterioso armadio, proustiano oggetto-depositario dei tempi andati, ed ecco che sul palcoscenico appare il retroscena, lo sfondo si fa superficie, il trascorso lascia spazio all’imminenza, e la commedia ricomincia, i protagonisti tornano a casa, la stanza dei giochi è ancora la stanza dei giochi.

Nel ciclico gioco dell’eterno ritorno de Il giardino dei ciliegi, si inserisce una frattura: la farsa si palesa, gli attori si ripresentano in carne ed ossa di fronte al pubblico, in tutta la loro temporalità, come alberi di ciliegio, rossi di rimpianto, in attesa di un’altra vita, che sia più spettacolare della prima.

Immagine di copertina: Teatro Mercadante

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureatasi in Lettere moderne all'università Federico II di Napoli, intraprende gli studi magistrali presso la facoltà di Filologia moderna. Coltiva da sempre la passione per la letteratura, i libri, la poesia. I viaggi più interessanti li ha fatti davanti al grande schermo.

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