Seguici e condividi:

Eroica Fenice

il paese di cuccagna

Il paese di cuccagna in scena al Teatro San Ferdinando

Sarà in scena fino a domenica 10 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli lo spettacolo Il paese di cuccagna, ispirato al romanzo omonimo di Matilde Serao e diretto da Paolo Coletta. Il regista ha adattato il romanzo alla scena, isolando i personaggi e le vicende principali del testo, conferendo allo spettacolo una vena fortemente musicale.

Il paese di cuccagna: la traduzione scenica

Pubblicato a puntate sul Mattino nel 1980, Il paese di cuccagna di Matilde Serao racconta il gioco del lotto, aspramente criticato dalla scrittrice, e alcuni aspetti tipici del popolo napoletano. La traduzione scenica si focalizza su alcuni personaggi, in particolare su Crescenzo Esposito, tenitore di un bancolotto, di Gaetano Trifari, Cesare Fragalà, Carlo Cavalcanti, accaniti giocatori che si fanno chiamare i cabalisti e si incontrano di notte per dedurre i numeri che potrebbero uscire l’indomani, di Luisella Fragalà, moglie di Cesare, di Bianca Calvacanti, figlia di Carlo, delle sorelle Concetta e Caterina Esposito, dell’assistito Pasqualino De Feo e di sua moglie Chiarastella.

La Napoli di fine Ottocento

È un affresco della Napoli nobile di fine Ottocento quello che vediamo sulla scena del San Ferdinando. La scenografia è essenziale e mutevole, ma i pochi oggetti di scena e gli abiti indossati dagli attori ci catapultano nella Napoli ottocentesca di Matilde Serao. I personaggi sono nobili in decadenza, ossessionati dal gioco del lotto dal quale sperano di ricavare una vincita fortunata che possa cambiare loro la vita. Attendono una qualche salvezza, una salvazione da un malessere indefinito: «Quando lessi per la prima volta Il paese di cuccagna, il tema che mi colpì immediatamente fu quello della salvazione» afferma il regista nelle note di regia. E i personaggi che ci vengono presentati sulla scena cercano di salvarsi attraverso il gioco del lotto, infarcito di credenze superstiziose e cabalistiche. I nobili napoletani cercano insistentemente i numeri da giocare, e pensano di ricavarli dai più puri di cuore. Dovranno arrivare alla rovina, alla distruzione, per accorgersi dell’assurdità di quello che Matilde Serao definì «il cancro di Napoli», quel gioco del lotto che andava – e va- solo ad arricchire le casse dello stato.

La superstizione e il razionalismo

A fare da sfondo al gioco del lotto ci sono la superstizione e la magia. Verso la fine dell’Ottocento cominciarono infatti ad assumere una certa importanza le figure dei medium capaci di parlare con l’aldilà e lo studio della magia e dell’esoterismo, e alcune pratiche cominciarono a diffondersi anche nel capoluogo partenopeo: come dimenticare la famosa Eusapia Palladino, che arrivò persino in Francia e incontrò le menti più eccelse dell’epoca? C’è tutto questo immaginario nello spettacolo di Paolo Coletta – compaiono altre figure tipiche dell’immaginario napoletano quali la fattucchiera e l’assistito – e c’è lo scontro tra il mondo della superstizione e il mondo della scienza. Lo scetticismo razionalista, che pure si manifestava nell’Ottocento attraverso la dottrina positivistica, è qui incarnato dal personaggio di Crescenzo Esposito, che gestisce un bancolotto e ricava guadagni dalla foga dei giocatori.

Un teatro musicale

Quello che emerge è un ritratto di un’aristocrazia decaduta o in decadenza, il cui unico fine è quello dei soldi e della ricchezza e che fa tutto – anche le azioni più belle e più buone – sempre per un secondo fine. Il desiderio di salvezza passa attraverso il desiderio dei soldi, rivelandosi alla fine causa di autodistruzione. Assistiamo a una messa in scena in cui la parola è accompagnata dalla musica dell’Ondanueve String Quartet  e si trasforma spesso in canto. Un teatro musicale che sembra amalgamare alcuni generi tipici quali il varietà del Cafè Chantant e la sceneggiata. Un teatro naturalistico e borghese – un teatro borghese con nobili, oseremmo dire – forse un po’ anacronistico ma capace di distrarre, di divertire, di intrattenere.

 

In scena al teatro San Ferdinando di Napoli fino a domenica 10 marzo

liberamente ispirato al romanzo omonimo di Matilde Serao
testo, musiche e regia Paolo Coletta
con Michelangelo Dalisi, Gennaro Di Colandrea, Carlo Di Maio, Ivana Maione, Alfonso Postiglione, Antonella Romano, Federica Sandrini, Eduardo Scarpetta, Antonella Stefanucci, Anna Rita Vitolo
musiche eseguite dal vivo da Ondanueve String Quartet: Luca Bagagli, Andrea Esposito, Marco Pescosolido, Luigi Tufano
scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Peppe Cino
movimenti coreografici Chiara Barassi
assistente alla regia
Mario Autore
assistente alle scene Sara Palmieri
assistente ai costumi Francesca Colica
direttore di scena Silvio Ruocco
capo macchinista Enzo Palmieri
elettricista Fulvio Mascolo
macchinista Marco Di Napoli
fonico Daniele Piscicelli
trucco e parrucco Tiziana Passaro
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.