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Eroica Fenice

tre studi per una crocifissione

Tre studi per una crocifissione, Manfredini al TAN

Nei giorni 13 e 14 gennaio, presso il Teatro Area Nord, va in scena Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini, che vede, tra l’altro, la collaborazione al progetto di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete.
L’opera vede la sua genesi in uno studio, fatto dall’autore stesso, su un quadro di Francis Bacon, da cui il lavoro teatrale prende il nome omonimo.

Tre studi per una crocifissione e un solo uomo in croce

All’interno di La Morte a Venezia, Thomas Mann scrisse:
La solitudine genera l’originalità, la strana e inquietante bellezza, la poesia, ma anche il contrario: l’abnorme, l’assurdo, l’illecito.

Questo frase esce da uno dei tanti vari e sparsi cassetti della memoria, mentre, lentamente, le luci del teatro si accendono sul primo dei tre quadri umani destinati all’attenzione dello spettatore pagante.
Lì, cadenzate da un lento cambio di costumi, si consumano, una dietro l’altra, tre storie, di diversità, di dolore, ricerca, quindi di umanità.
Non v’è nessuna spiegazione effettiva, mai, a ciò a cui si sta assistendo, non è contemplata. Nessun capolavoro di retorica ben infinocchiata, che faccia stringere con gioia il biglietto nelle mani di chi osserva, sapendo di aver fatto un buon acquisto.
Semplici personaggi di passaggio, di quelli che non spiccano, a dirla tutta, da nessuna parte. Né nella vita vera, né in quella artificiosa di un testo. Ombre, che ci accompagnano, destinati a star con per un po’ e poi tornare, insieme alle loro vesti, in quell’oblio in cui sempre noi abbiam spesso deciso sian destinati a stare.

In questo lavoro, uno dei primi cronologicamente parlando, di uno dei maestri consolidati del teatro contemporaneo, saltano subito all’occhio certi modelli, certe forme di costruzione e ricerca del e sul personaggio che, apparentemente, caratterizzano e diventeranno tuttuno con l’autore stesso.
Quella separazione, forma obbligatoria, necessaria o anche imposta di ascestismo sentimentale dei personaggi, i quali, tra un atto e l’altro, sembran quasi toccarsi tra di loro, a voler comunicare.
Il corpo usato come strumento assoluto,  eppure compagno fedele, prezioso e mai sostituto della voce.

Cercano, cercano sempre qualcosa i personaggi di Manfredini, sia essa la ragione perduta, l’amore e l’innocenza perduta, o anche solo, della semplice compagnia in una lunga notte piovosa.
Come l’umanità, occupata nell’ossessiva caccia a qualcosa di nuovo e indefinito, essi si accendono e si spengono dinanzi agli occhi dello spettatore, consapevole del fatto che nessuno dei due uscirà da quella sala sapendo se mai ce la farà a trovare ciò che cerca.