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Eroica Fenice

Soulbook

Soulbook, social e perversioni 2.0. Intervista a Fabiana Fazio

Mercoledì 21 ottobre, alle ore 21, al Teatro Sannazzaro nell’ambito del Teatro Solidale andrà in scena Soulbook, scritto e diretto da Fabiana Fazio, che è anche in scena con Annalisa Direttore e Giulia Musciacco.

“Soulbook è un invasore. È il nuovo grande colonizzatore. Vuole conquistare sempre più territori. Possedere tutti i suoi utenti. E tutti siamo utenti. Tutti siamo territori appetibili. Tutti siamo di Soulbook. Anzi, tutti siamo Soulbook. Al di fuori di Soulbook tu non esisti. Io non esisto. Nessuno di noi esiste. O, almeno, nessuno di cui possa interessarci”.

Di Soulbook ce ne parla l’autrice e regista Fabiana Fazio.

1 – Come nasce l’idea di Soulbook?

L’idea è nata quando ci è stato chiesto di parlare a dei ragazzi dei social network e, nel cercare il modo migliore di farlo, ci siamo riscoperte a parlare di noi stesse come dei bambini che giocano ad un gioco di società… ma da soli. Ci siamo immaginate una scatola di Monopoli, per dirne una, con tutti i suoi componenti: carte imprevisti, pedine, case, alberghi, carte probabilità… e dadi, lanciati sempre e solo da una stessa persona… in una sciocca partita con sé stessa. E ci siamo ritrovate a dipingere un quadro grottesco, ma neanche tanto, di quello che accade quando siamo con la testa sul nostro smartphone o con gli occhi sul monitor. Siamo degli adulti che giocano ad un gioco in cui mettere in discussione le regole è solo un’ulteriore regola. Un gioco il cui obiettivo finale è… Aspetta c’è un obiettivo finale? Un gioco in cui vince chi perde. E chi perde festeggia la sua vittoria. E tutti lo invidiano. Sotto una lente d’ingrandimento… (perché il microscopio ci costava troppo… siamo pur sempre una produzione indipendente!)… Ci siamo guardate come si guardano i bambini giocare e litigare. Ed eccoci qui… a mandarci dei grossi cuori pulsanti o multicolore, delle faccine paralizzate in un ghigno o, peggio ancora, dei pollicioni ingessati (manco fossimo l’imperatore Commodo ne “Il gladiatore”). E discutiamo, stando animatamente seduti, usando parole tronche, compresse, recise ma forti (Cmq, nn t prmettr, TOP, tv… e via dicnd!!!). Parliamo del più e del meno e il meno la fa da padrone. Ci infervoriamo e ci scaldiamo ma mai quanto la sedia sotto il nostro sedere. E poi ci perdoniamo, e ci amiamo e ci stringiamo e ci sosteniamo senza neanche toccarci: che talento! Siamo una bella caricatura di noi stessi neanche troppo divertente. Goffa, buffa, preoccupante e drammatica. Mio nipote di 6 anni, quando gioca ai videogiochi o con i lego (posso dire la marca?), è molto più dignitoso… ma tra pochi anni anche per lui sarà finita!

2 – Nel tanto chiacchierato The Social Dilemma si afferma in merito ai social che “Questi servizi ammazzano le persone e portano le persone a suicidarsi”. Qual è il suo parere a riguardo?

Non ho ancora visto il documentario… come sempre mi piace arrivare in ritardo e seguire il trend quando il trend è un altro. La vedrò a breve. Per il resto credo che non si debba demonizzare il mezzo. Come tutte le cose ci vorrebbe un utilizzo coscienzioso e parsimonioso. Maggiore consapevolezza di ciò che facciamo e delle proprie motivazioni. Avere la capacità di immaginare sempre l’alternativa altra. Per i giovanissimi… occorrerebbe avere delle guide… qualcuno che indirizzi ad un giusto utilizzo di questi strumenti ma chi dovrebbe fare da guida spesso è chi ne è già vittima a sua volta … quindi niente… Qual era la domanda? Ah si… vorrei essere un nativo digitale e provare   a rispondere a questa domanda. Rifammela quando avrò 5 anni.

 3 – Quanto distanti siamo, secondo lei, dalla realtà distopica ipotizzata da Black Mirror?

Quello che impressiona di Black Mirror è proprio l’enorme prossimità di quegli eventi. Il fatto che siano così assurdi e distanti eppure proprio qui, dietro l’angolo… o sbaglio?

4 – Il teatro sta vivendo una crisi senza precedenti. Come giudica l’idea di Franceschini di un “Netflix della cultura”?

Dovremmo trasformare un poco la domanda e girarla agli organi di competenza e chiedere loro, come utenti innanzitutto, quale sia la loro idea di cultura oggi. Trovato un accordo su questo punto poi, si potrebbe iniziare discuterne. Io direi per prima cosa che per me il teatro è dal vivo. Quella è la sua natura. Certo si può fare altro e costruire nuovi prodotti che nascano dall’unione dei diversi linguaggi (quello teatrale, audiovisivo e multimediale) e che siano destinati proprio ai nuovi canali di diffusione culturale. Sperimentare nuove forme. Questo sarebbe bellissimo! Sarebbe una nuova forma di ricerca. Sempre se venisse data a una più larga fascia di addetti ai lavori l’opportunità di produrre, accedendo ai vari bandi e fondi. Le strade e le opportunità sarebbero tante… basta, insomma, non limitare la “Netflix della cultura” all’idea dello spettacolo dal vivo ripreso e poi mandato in streaming… Mi auguro che non ci si riferisca solo a questo.

Immagine copertina: ufficio stampa

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