Tà-kài-tà di Enzo Moscato alla Sala Assoli | Recensione

Tà-kài-tà, andato in scena il 23 e 24 gennaio alla Sala Assoli, con la regia di Fabio Faldero, si inserisce nella rassegna We Love Enzo, arrivata quest’anno alla quarta edizione. Un atto d’amore teatrale e umano nei confronti di Enzo Moscato. Più che un semplice omaggio, il progetto si presenta come uno spazio di attraversamento: un luogo in cui l’opera di Moscato viene rimessa in circolo, interrogata, abitata da voci diverse.

La forza della rassegna sta nella sua natura plurale. Gli spettacoli, le performance e gli incontri non cercano di replicare il teatro di Moscato, ma ne accolgono lo spirito. Il risultato è un percorso che non procede per celebrazione monumentale, ma per scarti, deviazioni, risonanze emotive. Alla Sala Assoli, luogo storicamente legato al lavoro di Moscato, le proposte artistiche dialogano tra loro come frammenti di un unico discorso, in cui la memoria non è mai statica, ma diventa materia viva, continuamente riscritta sulla scena. In questo dialogo emerge la vitalità di una poetica che non appartiene al passato, ma continua a interrogare il presente, soprattutto nei suoi margini, nelle sue ferite, nelle sue zone meno pacificate. In definitiva, We Love Enzo non è solo un tributo, una commemorazione nostalgia, ma un gesto di continuità creativa: un modo per affermare che il teatro di Moscato non si conserva, si attraversa.

Tà-kài-tà, il teatro come evocazione

Fin dall’inizio è chiaro che Enzo Moscato non intende offrire allo spettatore una storia, né tantomeno una ricostruzione biografica riconoscibile. Ciò che accade in scena assomiglia piuttosto a un rito di evocazione, a una chiamata dei fantasmi, in cui il teatro torna a essere uno spazio di ascolto più che di rappresentazione. Il titolo, enigmatico e frammentario, contiene già il senso profondo dell’operazione: dal greco “questo e quello”, ciò che è stato e ciò che poteva essere, presenza e assenza, vita e post-vita. Al centro della scena non c’è una figura tradizionale, ma una figura evanescente, riconducibile a Eduardo De Filippo, che non diventa mai imitazione o ritratto. Eduardo (interpretato dal talentuoso Michelangelo Dalisi) è qui un’ombra, una vibrazione, un punto di partenza per interrogare il senso stesso dell’eredità teatrale e della memoria. Al suo fianco Luisella De Filippo (interpretata con grande maestria da Giorgia De Simone).

La scena è essenziale, quasi scarnificata, come se ogni elemento superfluo rischiasse di disturbare la densità della parola. In questo vuoto carico di tensione, il testo di Moscato può respirare, dispiegando la sua natura profondamente musicale. Non si tratta di dialoghi, né di monologhi in senso stretto, ma di una partitura verbale fatta di pause, ritorni, fratture improvvise, scarti di registro.

Tà-kài-tà
                                              Michelangelo Dalisi in un momento dello spettacolo

L’interpretazione di Michelangelo Dalisi si colloca esattamente in questo spazio fragile. Dalisi non “fa” Eduardo, non lo rappresenta, non ne riproduce i tratti iconici. Piuttosto, si mette in ascolto del testo, lasciando che la parola lo attraversi. Il corpo diventa un veicolo, un luogo di passaggio, mai un centro autoritario della scena. La voce, spesso trattenuta, lavora per sottili modulazioni, per scarti minimi, evitando qualsiasi enfasi celebrativa. nostalgia. Moscato non rimpiange un passato glorioso, né costruisce un monumento. Al contrario, interroga quella figura come si interroga un fantasma inquieto, chiedendosi cosa resti oggi di quel teatro, di quella lingua, di quella visione del mondo. Eduardo diventa il simbolo di un’idea di teatro etico, rigoroso, popolare nel senso più alto del termine, ma anche di un mondo che non esiste più.

Il napoletano di Moscato non è mai realistico o quotidiano: è  una lingua che non cerca di spiegare, ma di evocare. Lo spettatore non è invitato a “capire” tutto, ma a lasciarsi colpire, a raccogliere frammenti, immagini, suggestioni. In questo senso, lo spettacolo richiede un atto di fiducia: bisogna accettare di non afferrare ogni significato per entrare in una dimensione più profonda, quasi ipnotica.

Il lavoro registico e l’uso dello spazio contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo. Luci e suono non accompagnano l’azione, ma la avvolgono, come se la scena fosse immersa in una zona di confine tra il visibile e l’invisibile. Tutto concorre a rafforzare l’idea di un teatro che non vuole intrattenere, ma evocare: evocare memorie, domande, ferite ancora aperte. 

Eduardo De Filippo, “questo e quello”

Come si legge nelle note di regia: Tà-kài-tà è uno dei titoli che Pasolini pensò per un film che avrebbe avuto come protagonista Eduardo De Filippo e che non farà mai. Per Moscato è anche una biografia impossibile che “un fingitore di vita e di idee fa ad un altro fingitore di vita e di idee “ e che non si basa, come lui stesso dichiara, su nessun dato storicamente accertato.Un testo su Eduardo, sui suoi pensieri e i suoi sentimenti, ante e post mortem. E su un incontro, anch’esso impossibile, con Luisella De Filippo, morta all’età di undici anni per un’emorragia cerebrale dopo un’accidentale caduta sulla neve.

Il rapporto tra Enzo Moscato ed Eduardo De Filippo è uno dei nodi più complessi e fecondi del teatro napoletano contemporaneo: un rapporto fatto di eredità, attrito, amore e necessità di tradimento. Se Eduardo ha raccontato una Napoli ancora riconoscibile, strutturata da legami sociali e morali, Moscato scrive dopo la catastrofe. Il suo teatro nasce in una città ferita, attraversata dalla perdita di senso, dalla marginalità, dalla dissoluzione del popolare in folklore o degrado. Dove Eduardo costruisce drammi solidi con una forte architettura narrativa, Moscato frantuma la forma: il racconto si spezza, la parola si fa poetica, visionaria, talvolta allucinata. Eduardo ha costruito una casa solida, Moscato abita le sue rovine. Non per distruggerle, ma per farle parlare ancora, in un’altra lingua, in un altro tempo.

Tà-kài-tà nasce proprio da questa tensione: non raccontare Eduardo, ma ascoltarne l’eco, interrogare ciò che resta del suo teatro in un mondo che non gli somiglia più.

WE LOVE ENZO – IV edizione

TÀ-KÀI-TÀ
di Enzo Moscato

regia e costumi Fabio Faldero
supervisione artistica Arturo Cirillo
con Michelangelo Dalisi, Giorgia De Simone

scene Dario Gessati
light design Gianni Staropoli
progetto sonoro Laurence Mazzoni
direttore di scena Alessio Pascale
sarta di scena Maria Giovanna Spedicati
video di scena Carlo Fabiano
foto di scena e locandina Manuela Giusto
produzione ACCADEMIA NAZIONALE D’ARTE DRAMMATICA “SILVIO D’AMICO”

 

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A proposito di Rossella Capuano

Amante della lettura, scrittura e di tutto ciò che ha a che fare con le parole, è laureata in Filologia, letterature e civiltà del mondo antico. Insegna materie letterarie. Nel tempo libero si diletta assecondando le sue passioni: fotografia, musica, cinema, teatro, viaggio. Con la valigia sempre pronta, si definisce “un occhio attento” con cui osserva criticamente la realtà che la circonda.

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