Tata Barbalato: in scena I fiori di carta | Recensione

Tata Barbalato: in scena I fiori di carta | Recensione

Il 18 settembre I fiori di carta ha inaugurato l’osservatorio Bardefè, in scena alla Galleria Toledo di Napoli in memoria di Tata Barbalato, scenografo, costumista e co-direttore del laboratorio teatrale insieme a Umberto Serra. La performance, a cura di Marco Mario de Notaris e Alessia Siniscalchi, si è strutturata come un vernissage-happening, durante il quale amici o semplici curiosi hanno avuto la possibilità di dedicare un pensiero a un artista che ha lasciato una sensibilità importante con le sue opere.

Vestiti di carta, materiale riciclato ad arte: sono questi I fiori di carta attraverso i quali si è espressa l’arte di Tata Barbalato. Adesso vengono mostrati al pubblico come testimonianza di un’arte “povera” e soprattutto libera di manifestarsi in ogni sua forma, con l’obiettivo di ritrovarsi insieme nella comune partecipazione di un rito collettivo catartico. Perciò, questo momento commemorativo viene allestito con un microfono al centro del palco, con cui si invita e si attende chiunque a dedicare un pensiero, un ricordo o qualsiasi altra forma di espressione.

Tata Barbalato: da scenografo e costumista al Laboratorio teatrale Bardefè

Tata Barbalato: in scena I fiori di carta | Recensione
Tata Barbalato: in scena I fiori di carta | Recensione

Nato il 29 novembre 1957 ad Accadia, un paese nella provincia di Foggia, Gaetano Barbalato, in arte Tata Barbalato, nei suoi scritti ricorda un’infanzia e un’adolescenza tenere e libere. A dieci anni si trasferisce a Napoli, termina il servizio militare e si iscrive all’Accademia di Belle Arti, stringendo legami profondi con quelli che sarebbero diventati artisti altrettanto importanti – per citarne alcuni: Vincenzo Maria De Caro, Annibale Ruccello e Enzo Moscato. Esordisce come pittore, organizzando mostre con Lino Fiorito, Mimmo Paladino ed il collettivo Idra Duarte. Ma è soprattutto dal sodalizio artistico con Moscato a teatro che si dipana la verve artistica di Tata come costumista e scenografo.

Fiori di carta: sfondi architettonici di carta crespa, vestiti con fogli di giornale, questi sono i materiali con cui Tata Barbalato sperimenta un’arte leggera, sensibile ed evocativa, fino a diventare un vero e proprio maestro del riciclo. Poi, dalla fine degli anni ’80 co-dirige insieme a Umberto Serra il Laboratorio teatrale Bardefè, che funge anche un po’ di testimonianza viva di quella che è stata la sua concezione artistica. Una sperimentazione di materiali “poveri”, una ricerca artistica apparentemente bizzarra quanto profondamente autentica ed evocativa.

Il teatro come memoria e condivisione collettiva

Con I fiori di carta la Galleria Toledo insieme all’osservatorio Bardefè ha sicuramente voluto omaggiare l’opera di un artista poliedrico e attivo fino all’ultimo istante di vita come Tata Barbalato. Una vita dedita all’arte, che ha espresso il suo senso più profondo tramite questa, all’insegna di una costante ricerca e sperimentazione. Ma se, in questo modo, il palcoscenico è diventato uno spazio di memoria e, perché no, anche di conoscenza, ha accolto anche un sapore intrinseco di condivisione collettiva.

Al di là del dedicare un ultimo pensiero a Tata Barbalato da parte di amici e conoscenti suoi e del Bardefè, il punto è stato farsi attraversare profondamente dalla sua sensibilità artistica, da quei lavori che hanno colto il senso di un’arte di ricerca, di sperimentazione, di prospettive sensibili. Allora, in questo happening che non ha avuto niente di pre-impostato, il teatro si è fatto anche, e soprattutto, spazio di rito collettivo, di condivisione catartica.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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