Zero81: voci dall’Iran all’Accademia di Belle Arti

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Martedì, 20 dicembre, l’Accademia di Belle Arti di Napoli in collaborazione con gli attivisti di Zero81, ha ospitato, nell’ambito delle attività didattiche di Carlo Luglio, docente di Mass Media, le attiviste iraniane, Pegah Moshir Pour e Rozita Shoahei.

Dopo l’incontro del 24 novembre all’Orientale, gli attivisti di Zero81 continuano a parlare della rivoluzione iraniana all’interno delle università e dei luoghi della formazione, ritenendo necessario continuare a dare voce a chi in questo momento non ne ha e mantenere alta l’attenzione sulla rivoluzione in atto in Iran: «negli ultimi giorni stiamo assistendo alle prime condanne a morte contro i giovani che sono scesi in piazza in questi tre mesi. Nonostante ciò, il popolo iraniano dal 16 settembre continua a protestare e scendere in piazza per liberarsi dal regime teocratico e dittatoriale degli ayatollah. La lotta degli iraniani e delle iraniane è la nostra lotta!!»

All’incontro pubblico sono presenti Renato Lori, Direttore dell’Accademia di Belle Arti, Carlo Luglio, regista e docente di Mass Media presso l’Accademia, Pegah Moshir Pour, architetta-influencer lucana di origine iraniana e attivista digitale, Rozita Shoahei, cittadina della comunità iraniana a Napoli, Nicole Amodio, attivista della Rete Kurdistan Napoli, Mirella Armiero, giornalista del Corriere del Mezzogiorno e Attivist* dello Zero81.

Introduce il Direttore Renato Lori che ricorda, in una sala gremita di allievi dell’Accademia e di studenti del liceo G.B. Vico, quando da giovane liceale alla fine degli anni ‘60, negli anni caldi dei cortei e delle manifestazioni studentesche, scendeva in piazza a protestare: «erano manifestazioni sicuramente pericolose dove reclamavamo i nostri diritti – afferma il direttore- ma non pericolose a tal punto da correre il rischio di perdere la vita, come invece oggi accade a questi giovani che con grande coraggio lottano eroicamente per i loro diritti, rischiando, in piena consapevolezza, di pagare con la condanna a morte.»

Perché all’Accademia di Belle Arti

Il professor Carlo Luglio spiega: «l’arte non è slegata dalla politica, dalla libertà e dalla rivoluzione; in Iran ci sono tantissimi artisti che lavorano nell’ambito cinematografico, nelle arti visive e alcuni di loro oggi si trovano anche in prigione, insieme ad attivisti, femministe, avvocati che sostengono questa lotta. Ecco perché è importante che voi giovani allievi dell’Accademia, futuri artisti, conosciate la verità, informandovi: l’informazione è l’unico modo che abbiamo per sostenere questo popolo. E i social media, come vi spiegheranno Pegah e Rozita, svolgono una funzione molto importante in questo momento.»

Zero81, la parola alle due ospiti d’onore: Pegah Moshir Pour e Rozita Shojaei 

Le due moderatrici, Mirella Armiero dello Zero81 e Nicole Amodio, con una serie di domande, invitano le due ospiti a raccontare la loro storia, indissolubilmente legata alla storia dell’Iran, loro paese natio. Subito il loro racconto si fa appassionato, coinvolgendo in un attimo il  pubblico presente. Sia Pegah che Rozita vogliono da subito  chiarire alcuni concetti e sfatare alcuni luoghi comuni sul loro paese e in particolare sul velo.

Perché questa battaglia delle donne iraniane contro il velo

Come hanno spiegato le due attiviste, il loro velo è molto leggero, totalmente diverso da quello dei paesi arabi, che copre totalmente capelli e gola. Esso si è sempre portato, già all’epoca dello Scià, solo che non era obbligatorio. Ma con la rivoluzione islamica del ‘79 e con l’introduzione della figura dell’ayatollah Khomeini, esso è diventato obbligatorio per tutte le donne che entravano nel paese, di qualsiasi nazionalità o religione.

«Quello che vediamo adesso – spiega Pegah è un’esasperazione: l’atto di bruciare il velo ha sicuramente toccato molte donne musulmane, ma non vuole essere un insulto alla religione. La religione non c’entra nulla, c’entra invece tutta la vita sotto il regime della Repubblica islamica, che non è solo l’imposizione del velo, ma la difficoltà della donna di entrare nel mondo del lavoro, della politica, del non essere giudicata al pari dell’uomo durante un processo. “Donna, vita e libertà” è uno slogan curdo e rappresenta il diritto delle donne in quanto genere, tutte le donne del mondo devono raggiungere la parità, ma questa parità tuttora non c’è, neanche in Italia», conclude Pegah.

«Vogliamo chiarire», aggiunge Rozita, «che la nostra è quindi una battaglia contro un simbolo messo sul capo della donna per schiacciarla, è la battaglia per tutti quei diritti che da quarantatré anni ci sono stati negati, quarantatré anni in cui la vita di una donna vale la metà di quella di un uomo…»

I luoghi comuni sull’Iran

«Molti, soprattutto i giovani» – continua Rozita –  «pensano all’Iran, come un paese arabo. Noi non siamo arabi, seppure posizionati geograficamente in Medio Oriente, noi siamo persiani, con una nostra lingua, una nostra storia, una nostra cultura… Noi oggi preferiamo definirci Persiani piuttosto che Iraniani, è un modo per contraddistinguerci da quello che rappresenta lo Stato iraniano oggi… Negli ultimi anni però con il coraggio che stanno dimostrando i miei, le mie connazionali, torno a essere fiera di ciò che rappresenta la mia vera cultura. L’Iran vanta la prima Dichiarazione dei diritti umani con il re Ciro il Grande… Questo per controbattere a chi pensa che ciò che stiamo subendo sia la nostra cultura, noi invece ci teniamo a precisare che questa non è la nostra cultura, la nostra cultura è molto più antica ed è stata violentata durante la storia, durante l’invasione araba, quando tutti i nostri libri furono bruciati eccetto il Corano.»

Che cosa possiamo fare noi occidentali per aiutarli

I social media rappresentano oggi un mezzo molto potente e possono essere molto d’aiuto in questi casi, ma dipende dall’uso che se ne fa e soprattutto se il loro algoritmo funzionasse senza troppe barriere e limitazioni. 

«Il mio Instagram» – afferma Pegah «al momento è in “shadowbanning” per contenuti troppo violenti rilevati. In questo caso, potremmo richiedere agli Stati più diritti digitali per essere riconosciuti come entità, persone che divulgano per via preferenziale alcune notizie. Come massa mediatica potremmo fare davvero tanto, ad esempio firmare petizioni, postare foto, video su Instagram, Twitter, chiedere informazioni sui prigionieri politici, seguire determinati hashtag.»

Rozita, infatti, spiega al pubblico presente che ci sono molti hashtag come #Donne,#vita, #libertà, o #Baraye, nato in seguito al successo su Instagram del video con cui il cantante, Shervin Hajipour, ha lanciato il suo singolo “Baraye” che sta diventando un vero inno alla libertà.Baraye” significa “per”, “per ballare per le strade, per baciare i propri cari, per le donne, la vita, la libertà” che sono i versi di questa canzone, ma anche i messaggi che stanno lanciando sui social i tanti ragazzi iraniani che si trovano in Iran a combattere contro un regime che gli vieta ogni libertà e vìola i loro diritti fondamentali.

Cosa ci chiedono dall’Iran (e cosa propongono gli attivisti di Zero81)

Luca, uno degli  Attivist* dello Zero81, spiegaOrmai da un po’ di tempo, riceviamo la corrispondenza di tanti iraniani che ci chiedono aiuto, ma non chiedono soldi o armi, ma piuttosto una coalizione internazionale che si mobiliti. Inoltre vogliono che si chiarisca che la loro non è una rivolta, una protesta, ma una vera rivoluzione. Perché il loro unico obiettivo è porre fine al regime teocratico degli ayatollah, che sta perpetrando una serie di violenze e atrocità contro il popolo iraniano, compreso i bambini.»

Dell’ultimissima ora la notizia di Masooumeh, la ragazza quattordicenne morta, dopo esser stata arrestata e violentata, perché intercettata senza velo a scuola da una videocamera di sorveglianza; una delle tante storie, che ricordano la morte di altri adolescenti, uccisi per aver sostenuto le proteste esplose in tutto l’Iran ed ancora in corso.

La rivoluzione in Iran, dopo quarantatré anni di lotta, sembra sia giunta a un momento decisivo. Dalla capitale Teheran il processo rivoluzionario sta dilagando in tutto il Paese, coinvolgendo strati sempre più ranghi della popolazione: insegnanti, studenti, artisti, femministe, avvocati, minoranze etnico-religiose.

Non possiamo permetterci di spegnere i riflettori quando in gioco ci sono i diritti umani e in primis il diritto alla libertà, gli Attivist* dello Zero81 chiedono di seguirli su Facebook e di non perdere i loro prossimi appuntamenti per essere uniti nella lotta.

Immagine di copertina: Accademia Belle Arti di Napoli

 

A proposito di Martina Coppola

Appassionata fin da piccola di arte e cultura; le ritiene tuttora essenziali per la sua formazione personale e professionale, oltre che l'unica strada percorribile per salvare la società dall'individualismo e dall'omologazione.

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