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Eroica Fenice

Una pura formalità di Annamaria Russo

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità.

“Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.”

Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato.

Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità.

Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro.

Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione solo all’alba. La pioggia è finita, la notte è scivolata via e sulla scena torna la calma della consapevolezza e della verità. Onoff ritrova la lucidità della realtà, ma è un finale che sorprende ancora perché proprio nel momento in cui tutto si chiarisce si assiste al crollo definitivo di tutte le mutevoli certezze costruite lungo il percorso.

Lo spettacolo, per la regia di Annamaria Russo, tocca nel profondo lo spettatore conducendolo lungo il cammino impervio della ricerca della propria identità. Il cammino verso la verità è in realtà un cammino dentro noi stessi fino a scoprire la nostra natura più profonda ed autentica. Lungo di esso incontriamo le immagini di tutte le identità che abbiamo incontrato durante la vita e ci troviamo a fare i conti con tutte le identità che abbiamo assunto. I ricordi che ritroviamo sono però fonte di sofferenza. Ripercorrere i ricordi di una vita per ricostruire la propria identità è un processo complesso e doloroso perché doloroso è separare la propria immagine da quella che hanno gli altri e che noi stessi abbiamo voluto dare. Dimenticare diventa dunque una forma di autodifesa dalle cose sgradevoli della vitaRicordare è un po’ come morire ma è allo stesso tempo un percorso inevitabile che tocca l’artista e l’uomo nel momento in cui sente la necessità di spogliarsi da tutte le maschere che ha indossato e riappropriarsi di sé stesso.

Attori Marco Palumbo e Peppe Romano

Regia: Annamaria Russo

Fonte immagine: https://www.ilpozzoeilpendolo.it/eventi/una-pura-formalita-13lug/

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