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Art, la non comunicazione secondo Yasmina Reza

Art, la non comunicazione secondo Yasmina Reza

Recensione di Art, nuovo spettacolo in scena al Piccolo Bellini

“Perché continuiamo a vederci se ci odiamo?”

Il bianco di un quadro. Il vuoto sottile che unisce l’armonia instabile dei rapporti amicali. Una discussione che si fa pretesto, che nasconde non comunicazione, che paventa demolizione. Ma dalle macerie si può davvero ricostruire? O è più semplice, forse, far finta che tutto vada incredibilmente bene?

A questi interrogativi tenta di non rispondere Art, andato in scena martedì 23 novembre al Piccolo Bellini di Napoli. 
Vincitore del Premio Moliere e poi tradotto in trenta lingue, il testo di Yasmina Reza, nota al pubblico italiano per il capolavoro drammaturgico da cui è nato Carnage di Polanski, è lo specchio perfetto del fare teatro della sua autrice: essenziale, nichilistico, ironico. Il susseguirsi dialogico è un fiume in piena da cui lo spettatore viene travolto, senza una reale via di fuga, se non forse l’annegamento in un pozzo di riflessioni, risate e pensieri malinconici. 

Ma andiamo per gradi. Su di una scenografia scarna e minimalista troviamo tre amici di lungo corso, e un quadro. Serge (Graziano Sirressi), dermatologo e appassionato di arte contemporanea, lo ha appena comprato e questo desta scalpore in Marc (Luca Mammoli), sia per la cifra pagata, sia per ciò che esso rappresenta: una semplice tela bianca su sfondo bianco. Il suo scetticismo e il suo cinismo, così come la reazione indignata del medico, vengono accolti da Yvan (Enrico Pittaluga), che chiude questo strano triangolo con una posizione non netta, neutralmente fastidiosa. Tutti e tre questi personaggi, alquanto pirandelliani nel loro essere in cerca d’autore e d’identità, esprimono forme di egocentrismo e vittimismo diverse, che nel rapporto con l’altro sintetizzano difficoltà relazionali molto attuali.

Serge e Marc, ad esempio, usano la debolezza di Yvan per assurgersi a detentori della verità assoluta e, di fatto, lo relegano all’ingrato ruolo di (improbabile) paciere.  Negli anfratti della sue numerose fragilità, il quarantenne rischia di implodere, soffocato dal peso di questa lite e degli altri conflitti da lui mai risolti: quelli con i genitori.

Art, una tela bianca riassume il vuoto di colore 

Sulla scacchiera realizzata da un disegno luci (di Matteo Selis) impeccabile, si muovono tre pedine (splendidamente interpretate) e con loro i brandelli di una umanità svilita, stanca e che ha veramente poco da dirsi.  Lo dimostrano i non-sguardi, la distanza di almeno un metro che li separa sempre e comunque, proiettandoli in un cono di luce, di solitario egocentrismo (interessante questa scelta registica di Emanuele Conte). E in tutto ciò l’arte (che dà tra l’altro il titolo all’opera) che ruolo svolge? Praticamente nessuno. La commistione di divergenze fa emergere un sentimento di bellezza perduta, una incapacità di leggere con stupore e curiosità i prodotti artistici di qualsivoglia epoca. Una apocalisse di avvilente apatia, anche in questo ambito, quindi.

In un periodo storico come questo, in cui i danni della pandemia non sono soltanto sanitari ma anche psicologici e relazionali, Art, scritto alla fine degli anni ’80 da Yasmina Reza, risulta molto attuale. Attuale come, d’altronde, è la sua conclusione, convincente nel suo essere ambigua, a tratti spietata.
Applausi.
Sipario.


Art
di Yasmina Reza
traduzione Federica Di Lella e Lorenza Di Lella – Adelphi

con Luca Mammoli, Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi di Generazione Disagio

scene e regia Emanuele Conte
costumi Daniela De Blasio
luci Matteo Selis
attrezzeria Renza Tarantino
assistente alla regia Alessio Aronne

Immagine di copertina: ufficio stampa

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A proposito di Marcello Affuso

Direttore di Eroica Fenice | Docente di italiano e latino | Autore di "A un passo da te" (Linee infinite), "Tramonti di cartone" (GM Press), "Cortocircuito", "Cavallucci e cotton fioc" e "Ribut" (Guida editore)

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