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Eroica Fenice

Yerma

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale

Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio.

“Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria.
Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma.

Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati.

E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade.
Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite.

Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità

Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore.
L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il ventre spoglio di Yerma.
Nelle voci e nelle movenze delle tre presenze, interpretate da Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio, vi è il napoletano più sfrenato e terreno, la parola più lussuriosa e colorita, condita di proverbi ed espressioni canzonatorie ed idiomatiche, che ossessionano letteralmente il sonno e la veglia di Yerma, ormai allucinata e seppellita nel suo universo violaceo e senza respiro. Proverbi, canzoni che sembrano sussurrate dal diavolo e girotondi infernali attorno al corpo cadaverico di Yerma, sono gli ingredienti di cui le tre presenze si servono per prendersi gioco del suo desiderio malato di maternità, in una catarsi luciferina che impressiona la folla del TRAM e la ammalia come nelle spire di un serpente.
Canzoni della tradizione napoletana riecheggiano nel buio lugubre, come Fenesta ca lucive e altri motivi dal sapore liturgico, dando quasi l’impressione di un imminente sacrificio umano.

Battiti, respiri affannosi, sincopi e urla strozzate raggiungono un climax vertiginoso, sublimando un modo terrificante e affascinante di raccontare la sterilità.
Yerma proviene dall’Inferno, si porta tatuata sulla pelle una colpa atavica impressa dal fuoco delle parole altrui sputate come dardi e dalle aspettative del popolo che ostracizza. Espiare questa colpa non si può, e nemmeno lavarla con l’acqua mista al sangue potrà ripulire la cicatrice di quell’onta che germoglia da quel ventre che è sempre stato di tutti, proprietà delle lingue degli altri e delle offese dei rapaci.

Un ventre mai davvero suo.

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