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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 661 articoli

Culturalmente

Dalla tombola alla smorfia: una storia di Natale

Le derrate alimentari che circolavano durante le feste erano sufficienti a sfamarci per più e più giorni. Sembrava un’impresa anche solo pensare di mangiare tutto quello c’era sul tavolo. E dalla cucina continuavano ad arrivare pietanze, come da una cambusa capace di contenere molto più di quello che le quattro lasciavano supporre. Alla fine quando stremati e felici e sazi veniva servito il caffè, dal vecchio armadio che conteneva liquori che venivano aperti solo durante le feste e che sembravano trovarsi lì dentro da centinaia di anni, se ne usciva fuori l’immancabile tombola, impolverata e timida in tutta la sua antica eleganza da vecchia dama. La prima a comparire era la scatola di cartone con le cartelline vecchie di anni e poi il sacchetto, anzi no, il panariello, un semplice sacco di tela che conteneva i numeri. La vecchia signora faceva la sua comparsa sul tavolo e l’anfitrione di turno – il nonno di solito o qualcuno abbastanza vecchio da rappresentare per i suoi stessi capelli bianchi un arbitro affidabile e a prova di trucco – estraeva il primo numero prima ancora che ci fossimo messi seduti e con le cartelle davanti. Il rituale si ripete da centinaia di anni, da quando nel 1734 Carlo III di Borbone, allora re di Napoli, ufficializzò il gioco del lotto e nelle case di tutti entrò la Tombola napoletana. Questo non è un gioco di parole, visto che nell’ambiente familiare dove il gioco si diffuse come momento di aggregazione durante le feste, il lotto prese il nome di tombola. Hai fatto tombola. Tombola! Quest’auto mi è costata una tombola! Le espressioni in cui compare la parola tombola non si contano e per tutti gli appassionati di etimologia vale la pena ricordare che il suo nome deriva dalla forma cilindrica del pezzo di legno dove è impresso il numero e dal suo rumore quando dal panariello cade sul tavolo. Il panariello è l’altro componente essenziale del gioco, il sacchetto o, all’epoca di Carlo III, la cesta di vimini che conteneva i novanta numeri del lotto, gli stessi che comparivano nelle classiche cartelle. Da quell’epoca di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e il gioco della tombola è diventato gioco del lotto e poi gioco del bingo senza perdere le sue caratteristiche essenziali di condivisione e divertimento: in compagnia ovviamente. In questo percorso che dal Regno di Napoli ci porta ai giorni nostri la tombola si è trasformata seguendo le rivoluzioni storiche e sociali per approdare sul web. Le tombole digitali e le piattaforme online dove è possibile giocare continuano ad essere spazi di aggregazione per condividere insieme agli amici la passione per questo gioco. E in alcuni casi la tradizione riesce a sposarsi perfettamente con la tecnologia, è il caso ad esempio della piattaforma online di William Hill. Perché giocare a bingo non è la stessa cosa che partecipare alla vera tombola napoletana. Questione di tradizione direte voi, ma il bello della tradizione sta proprio nella suo fascino retrò e per questo […]

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Viaggi e Miraggi

Nizza: le cose da vedere nella capitale della Costa Azzurra

Il luogo simbolo della Costa Azzurra dove mare e collina si incontrano. Nizza accoglie i suoi visitatori con una vita notturna dinamica, spiagge da sogno e tesori culturali inaspettati. Che la visita di una città possa cominciare da un albergo può sembrare strano, ma l’Hotel Negresco di Nizza affacciato sulla Promenade des Anglais vanta una storia centenaria e affascinante come quella del suo fondatore il romeno Henri Negresco. Fuggito dalla sua patria dopo alterne vicende riuscì a diventare direttore del casinò municipale e successivamente grazie alla sua determinazione coronò il sogno di costruire un albergo di lusso degno di un re. E sono stati molti i personaggi celebri ad aver soggiornato nelle suite dell’hotel, ma questa è la storia di Nizza, meta indiscussa del jet set internazionale. La storia della città passa infatti attraverso le biografie dei personaggi che vi hanno abitato come Henri Matisse le cui opere sono esposte nel museo a lui dedicato: 236 disegni, circa 70 sculture, alcune ceramiche e bozzetti di scena. Altrettanto conosciuto il Museo Chagall dedicato all’artista bielorusso che per molti anni soggiornò in Provenza. Gli appassionati di storia e antropologia troveranno nel Museo archeologico di Nizza uno spazio espositivo ricco di reperti e utile per comprendere la storia più antica del territorio. Uscendo all’aperto troviamo il mercato dei fiori di Cours Saleya, vera e propria istituzione cittadina che accoglie i visitatori tutti i giorni eccetto il Lunedì e la Domenica pomeriggio. La via che ospita le bancarelle e gli stand (Cours Saleya) è fin dal ‘700 una delle passeggiate storiche di Nizza, un tempo luogo di incontro dell’alta borghesia cittadina. Non lontano incontriamo il Giardino Alberto I, celebre spazio dove in Luglio si svolge il Nizza Jazz Festival: appuntamento a livello internazionale per artisti e appassionati del genere. Entrando nel centro storico scopriamo una Nizza inaspettata fatta di vicoli stretti ed edifici che testimoniano la grandezza e l’opulenza della città durante il periodo barocco. Ad est della vecchia Nizza sorge la Collina del Castello dove i Savoia costruirono la loro fortezza poi distrutta da Luigi XIV e non lontano da qui il porto, con i suoi caffè e i suoi caratteristici ristornati all’aperto. Uno dei vanti della città è rappresentato dai suoi casinò, edifici eleganti e raffinati famosi in tutto il mondo e spesso immortalati in celebri film. Una serata al casinò significa immergersi in un’atmosfera da Belle Époque in sale da gioco come il Casinò Barrière Nice Le Ruhl che si affaccia sulla splendida Promenade des Anglais. Al suo interno l’immancabile roulette anglaise che nome a parte è semplicemente una roulette europea con una ruota di 37 caselle e varie possibilità di puntata; per chi poi volesse assistere a degli spettacoli di varietà può spostarsi nelle sale del Cabaret du Casino Ruhl. Ovviamente non ci siamo dimenticati delle spiagge, che rappresentano una delle attrazioni principali della città, sia in estate che in inverno. Quella di Ruhl Plage è una delle più conosciute e vanta lo stabilimento balneare più antico di Nizza che […]

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Culturalmente

Parco Archeologico di Baia: disvelati nuovi mosaici

Sono da poco riaffiorati nella loro unica preziosità due nuovi mosaici, svelati dallo splendido Parco Archeologico di Baia, parco sommerso meta quotidiana di appassionati di archeologia subacquea: molto presto impreziosiranno i percorsi di questa “Atlantide campana” un meraviglioso mosaico bicromo, in bianco e nero, raffigurante due guerrieri, riconducibile all’epoca della Villa a Protiro, dunque databile intorno al IV secolo d.C., e un altrettanto straordinario mosaico policromo, ancora di dubbia datazione, ma probabilmente connesso con la Villa dei Pisoni, dunque presumibilmente risalente al I secolo a.C. I due mosaici riemergono solo ora dopo essere stati celati dai sedimenti marini millenari, che hanno contribuito a preservarne intatta la condizione. Il loro ritrovamento è stato ufficializzato il 4 novembre scorso dalla soprintendente Adele Campanelli nell’ambito dell’Archeo Camp 2017, la tavola rotonda conclusiva della Settimana dell’Archeologia Subacquea nei Campi Flegrei, organizzata dal Centro Sub Campi Flegrei, con la collaborazione di PADI EMEA e DAN Europe. La singolare scoperta nel parco sommerso, presentata grazie alle foto esclusive di Pasquale Vassallo e realizzata dal nucleo subacqueo coordinato da Luciano Muratgia, ha dato modo ai sindaci di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, e di Bacoli, Giovanni Picone, di sottolineare le potenzialità turistiche del distretto flegreo: la realtà aumentata, attraverso l’impiego di tablet subacquei e proiezioni 3D, potrebbe dare un ulteriore impulso al sito, che già vanta una crescita annua – che si aggira tra il 20 e il 30%, stando ai dati della Soprintendenza – di turisti provenienti perfino da Giappone, Cina, Vietnam e Stati Uniti, affascinati dall’eventualità di un salto sottomarino nel tempo.  Olltre al parco sommerso: un po’ di storia del sito del Parco Archeologico di Baia Il parco sommerso, ubicato tra il litorale di Bacoli e Pozzuoli, in un’area marina declinante dalla riva fino ad una profondità di circa 15 metri, custodisce un patrimonio eccezionale ed unico al mondo, velato sotto la costa dei Campi Flegrei e conservatosi per anni a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera: l’area flegrea, infatti, è interessata dal fenomeno del bradisismo, legato al vulcanismo e consistente in un periodico abbassamento o innalzamento del livello del suolo, dovuto a variazioni di volume di una camera magmatica vicina alla superficie o a variazioni di calore che influiscono sul volume dell’acqua contenuta nel sottosuolo; a causa di tale fenomeno, tutti gli edifici dell’originaria costa flegrea sono stati sommersi. Si tratta di siti di enorme importanza in epoca romana, allorquando Pozzuoli era la più celebre città commerciale, Baia la più famosa località residenziale e Miseno la sede della flotta militare; già il poeta latino Orazio così descriveva tale patrimonio: «Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia». I primi ritrovamenti di reperti archeologici avvennero negli anni ’20 del Novecento, quando, in occasione dell’ampliamento della banchina del porto, furono portati alla luce sculture, elementi architettonici e fistule aquarie con bolli imperiali, mentre alcune foto aeree effettuate dal pilota Raimondo Baucher evidenziarono, nello specchio antistante il lago Lucrino, l’area archeologica sommersa del Portus Iulius. Tuttavia, solo negli anni ’60 si avviò la prima campagna di rilevamento archeologico subacqueo, mentre nel […]

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Culturalmente

Salvator Mundi: cifra da record per il discutissimo dipinto

Recentemente il dipinto pseudo-davinciano Salvator Mundi è stato venduto all’asta per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari – equivalente di circa 381 milioni di euro – aggiudicandosi, in tal modo, il primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte, dopo aver spodestato i 300 milioni di dollari pagati per Interchange di Willem De Kooning, venduto nel 2015. Preceduta da una poderosa campagna pubblicitaria, che ha condotto il quadro in numerose esposizioni in giro per il mondo, l’asta del 15 novembre 2017 è stata avvincente e senza precedenti: organizzata a New York da Christie’s, una delle più grandi case d’asta del mondo, ha sorpreso anche i più esperti per le cifre che ha raggiunto. Nella dorata sala d’aste nel cuore di una Big Apple in tilt e munita di incredibili misure di sicurezza, alla presenza di svariati vip prenotati per assistere e partecipare alla storica aggiudicazione, al lotto numero 9 si è svolta una gara estenuante tra diversi offerenti, durata circa 19 minuti: dai 75 milioni di dollari di partenza, le offerte si sono avvicendate senza tregua, con rilanci di diverse decine di milioni di dollari. Come ha dichiarato il New York Times, il martelletto definitivo è stato battuto sull’offerta vincente giunta da Alex Rotter, un dirigente di Christie’s, rappresentante di un compratore il cui nome non è stato rivelato. La storia travagliata del Salvator Mundi  Il Salvator Mundi ha una vicenda complessa, che si intreccia con quella delle sue numerose copie: innanzitutto, si tratta di un dipinto a olio su tavola di 66×46 cm, raffigurante frontalmente e a mezza figura Gesù Cristo, come tipico dell’iconografia – si pensi all’omonimo dipinto di Antonello da Messina – con la mano destra benedicente e la sinistra reggente un globo, simbolo del suo potere universale. Lo stato di conservazione e la superficie pittorica non permettono una perfetta lettura del dipinto, sebbene la raffinatezza esecutiva tradisca la mano di un pittore sapiente. Postulando una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città, nel 1499, per la caduta degli Sforza; del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito scomparve nuovamente per 50 anni, fino al 2005, quando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata “Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan”; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale […]

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Culturalmente

La rivoluzione della Mattel: arriva la Barbie con il velo

Per la prima volta da quando esiste la bambola più amata dall’universo infantile, la Barbie indossa il velo. È la Mattel ad aver progettato una nuova serie denominata Shero (parola costituita da she e da hero) per omaggiare tutte le donne che hanno vinto una battaglia. La Barbie con il velo, che avrà le sembianze della campionessa americana di scherma Ibtihaj Muhammad, si inserisce a pieni voti in questa schiera di nuove Barbie che celebrano la grinta femminile. L’atleta americana ha pubblicato su Twitter una foto in cui sfoggia emozionata la Barbie con il velo con le proprie fattezze, ringraziando la Mattel per aver realizzato un sogno d’infanzia e per averla posta a chiusura della nuova famiglia Shero. Emblema del coraggioso abbattimento di ogni barriera, Ibtihaj Muhammad ha preso parte e conquistato il bronzo alle Olimpiadi di Rio del 2016 indossando l’hijab, che ora ammanta le belle chiome della Barbie. Nella serie Shero, tanto innovativa e rivoluzionaria sul piano culturale, sono state inserite anche la ballerina afroamericana Misty Copeland, la regista di “Selma” Ava DuVernay e la ginnasta Gabby Douglas, memorabile per l’energia con cui si è sobbarcata alcune delusioni sportive. Volti autentici di donne inarrestabili che, plastificandosi, divulgano messaggi solidali e culturalmente innovativi. Volti comuni di donne rese straordinarie per la tenacia con cui sono riuscite a oltrepassare limiti ben radicati e a realizzare i propri progetti. La Mattel ha ringraziato a sua volta la campionessa olimpionica che avendo portato con orgoglio l’hijab nella dimensione sportiva, quasi alla stregua di un vessillo di battaglia, ha ispirato e incoraggiato il mondo femminile di ogni generazione. Perché associare la Barbie a un simbolo come l’hijab? La parola hijab è generalmente riferita al velo islamico che le donne devono indossare secondo le norme della giurisprudenza islamica. Compare in sette versetti del Corano, ma identificata a una qualunque cortina o a una tenda dietro cui si può verificare la rivelazione dello stesso Corano. Tuttavia ci è pervenuta la notizia che Maometto facesse indossare l’hijab (inteso come velo) alle sue moglie, pratica poi estesa a tutte le donne musulmane libere e solo in seguito fatta coincidere con una segregazione sessuale assente alle origini dell’Islam. Oggi l’hijab è inteso, dall’Islam più fedele alla propria tradizione, come manifestazione di un’esistenza di modestia e compassione conforme alle prescrizioni del Corano. Alla base del progetto della Mattel vi è senza dubbio il desiderio di attrarre un pubblico più vasto e eteromogeneo. Desiderio che si è trasformato in necessità appurando il calo del 6% che la vendita di Barbie ha subito negli ultimi tre mesi, un vero e proprio insuccesso per l’azienda dei giocattoli, che teme l’acquisizione da parte della società statunitense Hasbro. Nel 2016 la Mattel ha proposto al mercato anche la Barbie curvy, che esibiva le fattezze della modella plus size Ashley Graham, con l’obiettivo di schiudersi alle nuove esigenze degli acquirenti, che ricercano simboli di diversità e di apertura culturale. La Barbie con il velo, un simbolo culturale La Barbie con il velo che porterà a compimento […]

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Culturalmente

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: un amore senza tempo

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: i due estremi di una storia d’amore senza età. «Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie», scrive Oriana Fallaci, pilastro del giornalismo italiano, in uno dei suoi scritti più celebri, Un uomo, l’iniziale autobiografia che Alekos Panagulis aveva iniziato in carcere e che la Fallaci portò a termine. Lei per lui è stata “l’unica compagna possibile”, lui per lei non l’unico amore, ma il più travolgente tra tutti. “Un uomo” per tutti, l’unico per Oriana. Oriana Fallaci, la donna d’acciaio, del suo amore scriveva col miele. Una penna di burro per parlare dell’uomo che per lei non è stato semplicemente amante: è stato l’amore. Le parole di Oriana sono parole gentili, di quella dolcezza unica che connota le armi di chi lotta col cuore. Quando chiedevano a lei, sua compagna di vita, che uomo fosse davvero Alexandros Panagulis, Oriana non dava la risposta che tutto il mondo s’aspettava di sentire: non un eroe, non un politico, o meglio, non solo questo. «Mi sembra di limitarlo – diceva – Alekos era soprattutto un poeta, un artista. Il suo eroismo era la conseguenza della sua poesia e la sua politica era la traduzione della sua arte». Alekos le dedicò una poesia, “Viaggio”, la sua preferita, non perché parlasse d’amore, ma perché parlava di sé: se il viaggio rappresenta la vita, la nave è l’uomo che la vive, una nave senza rotta, che insegue un sogno, un ideale. Alekos fu una nave che non getta l’ancora, un Ulisse che non aveva una Penelope da cui tornare, ma un’Oriana con cui viaggiare. L’intervista del 1973: Oriana Fallaci e Alekos si (ri)conoscono Ma chi era Alexandros Panagulis? Intellettuale e poeta, politico democratico e rivoluzionario contro la dittatura dei colonnelli: «Alekos per gli amici e per la polizia», scrive la Fallaci nella sua intervista del 1973 a quello che sarebbe stato l’uomo della sua vita. Al fallimento dell’attentato contro il dittatore Papadopoulos, nel 1968 Panagulis venne arrestato e torturato nelle prigioni militari di Boiati (sono gli anni della “tomba”, così definiva la cella da cui tentò più volte di evadere), fino alla sua liberazione nel 1973. È nell’agosto di quello stesso anno che Oriana Fallaci sbarca ad Atene, proprio per intervistare l’eroe greco di cui era giunta l’eco clamorosa fino alla nostra penisola. “Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”, come racconta la giornalista durante il primo incontro con Alekos, parte della sua Intervista con la storia (così s’intitola la raccolta, pubblicata per la prima volta da Rizzoli nel 1974, delle più importanti interviste fatte dalla Fallaci ai grandi della scena politica e culturale mondiale). Oriana racconta del loro primo incontro come fosse tratto da un libro già scritto dal destino. Racconta di Alekos che, dopo averla abbracciata come si abbraccia un amico che non […]

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Viaggi e Miraggi

Torino: l’elegante capoluogo piemontese

Torino, capoluogo piemontese, è noto per l’alta densità demografica (conta due milioni di abitanti) e per la sua industrializzazione, ma è anche un importante centro universitario, culturale e scientifico, nonché un’elegante città. Torino: la storia Notizie certe su Torino risalgono al III secolo A.C. quando sulla sua area si insediarono i Taurini (popolazione celta-ligure), l’insediamento fu distrutto poi da Annibale durante la sua marcia su Roma e diventò, per volere di Giulio Cesare, un presidio militare prima, una colonia romana dopo. In seguito alla caduta dell’impero Romano d’Occidente passò sotto il dominio longobardo e in seguito sotto quello franco, per divenire poi un libero comune. L’importanza di Torino aumenta in età contemporanea, e in particolare nel corso dell’Ottocento, quando l’Italia stava affrontando le guerre di indipendenza per l’unificazione del regno, in questo periodo storico Torino assume il ruolo di capitale d’Italia per quattro anni (dal 1861 al 1864). Torino: le cose da vedere nel capoluogo piemontese Tante, troppe le cose da vedere nel capoluogo del Piemonte Torino, almeno se la permanenza è di pochi giorni, ma tra le tante non bisogna assolutamente perdere alcuni capisaldi del capoluogo piemontese. Tra questi merita il primo posto, indubbiamente, la Mole Antonelliana (nasce come tempio israelitico e dal 1878 diventa un monumento dedicato al re d’Italia Vittorio Emanuele II), al cui interno è possibile raggiungere il Tempietto e ammirare attraverso un vetro, dall’altezza di ottantacinque metri, tutta la città. Vale assolutamente una visita anche il Castello e il Parco del Valentino, poco distante dal centro di Torino. Il Castello, il cui nome risale probabilmente a San Valentino, è stata la residenza di Maria Cristina di Francia e oggi ospita la facoltà di Architettura del Politecnico. Il bellissimo parco è circondato da altre costruzioni e la più caratteristica è il Borgo Medioevale: una ricostruzione di un villaggio quattrocentesco, fatta di botteghe, stretti vicoli e il ponte levatoio. Il Museo Egizio, un’altra tappa degna di visita, fu fondato nel 1826 per volere del re di Sardegna, Carlo Felice e, tra statue, tombe e gioielli, vanta circa trentamila pezzi. Un viaggio nel passato, nell’era faraonica che da sempre ha affascinato l’uomo. Simbolo del capoluogo piemontese è il Duomo, dedicato a San Giovanni Battista e costruito alla fine del Quattrocento per volere del cardinale ella Rovere; nel XVII secolo è stata aggiunta la Cappella della Sacra Sindone, che custodisce il sudario in cui sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro. Torino, una città elegante ed estesa Due potrebbero essere gli aggettivi più appropriati alla città di Torino: estesa ed elegante. Estesa, perché sembra non finire mai, non solo perché colma di cose da vedere, ma anche nella sua stessa struttura. Dà la sensazione che vi si potrebbe camminare per un tempo indefinito. Elegante, nella architettura, nelle strade, nelle piazze (tra queste la più bella è senza dubbio Piazza Castello), nella strada che costeggia il lungo Po, romantico al tramonto.  Torino è una metropoli, e come ogni metropoli, ha sicuramente le sue pecche, ma quando si passeggia per […]

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Culturalmente

Il Gigante di Palazzo: La statua parlante di piazza Plebiscito

Nei giardini del museo Nazionale di Napoli giace, semi dimenticato, il Gigante di Palazzo, un imponente busto di marmo, rinvenuto a Cuma, e risalente al periodo compreso tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C. Purtroppo, come spesso accade per le opere ammassate nei musei, la storia di questa statua non è adeguatamente valorizzata ed, in particolare, pochissimi sono a conoscenza della enorme importanza che essa ha avuto nella storia di Napoli. Sulla targa posta accanto all’opera vi è scritto “torso colossale di Giove, cosiddetto Gigante di Palazzo”, ed è quest’ultimo l’appellativo che maggiormente assume rilievo poiché esso è il nome dato alla statua dal popolo napoletano. Il busto di Giove, opera avente circa 2000 anni, fu rinvenuta durante gli scavi effettuati a Cuma, e venne portato a Napoli nel 1668 per volere del viceré Spagnolo don Pedro Antonio D’Aragona. Alla statua vennero aggiunte braccia e gambe e fu posta su di una base di marmo posizionata accanto al palazzo vicereale di piazza Plebiscito (da qui il nome gigante di palazzo). La strada che conduceva verso Santa Lucia fu denominata salita del gigante, e lo stesso appellativo fu dato anche alla maestosa fontana dell’Immacolatella (oggigiorno collocata in via Partenope) che all’epoca si erigeva proprio accanto all’opera, e che per questo fu chiamata fontana del gigante. Il Gigante di Palazzo: La voce del popolo Napoletano Tralasciando la grande bellezza dell’opera, ciò che rileva ai fini della comprensione della sua importanza storica, è l’utilizzo che i napoletani ne hanno fatto. Infatti la statua, che doveva essere il simbolo del potere precostituito, divenne invece, ben presto, lo strumento con il quale il popolo partenopeo manifestò il proprio dissenso contro i regnanti. I napoletani iniziarono ad utilizzare la statua come punto di ritrovo dove fare satira e leggere componimenti aventi lo scopo di attaccare e schernire il potere politico. Il gigante di piazza Plebiscito (o Gigante di Palazzo) divenne tanto importante per i rivoltosi che, lo stesso viceré don Antonio, decise di porre una sentinella a guardia della statua così da impedire a chiunque di soffermarsi a leggere versi. Nonostante le iniziative dei sovrani, i napoletani continuarono ad attaccare le autorità utilizzando il Gigante di Palazzo come portavoce del proprio dissenso. Il popolo, sfidando la sorveglianza e non curante del rischio, riusciva puntualmente ad apporre sul gigante componimenti, critiche ed offese. In tale ottica, assume particolare rilievo la vicenda che vide come protagonista il viceré Luis De la Cerda, Duca di Medinaceli. Quest’ultimo per combattere l’impudenza partenopea annunciò la sua intenzione di offrire 8.000 scudi a chiunque avesse fornito notizie utili all’arresto dei rivoltosi. Come risposta a questa iniziativa, i napoletani, il giorno seguente, fecero trovare sul gigante un foglio con il quale venivano offerti ben 80.000 scudi a chi avesse portato la testa del viceré in piazza Mercato. Per quanto le autorità si sforzassero di frenare il fenomeno, il Gigante di Palazzo continuò ad essere per molto tempo la voce del popolo napoletano. Purtroppo però nel 1806, Giuseppe […]

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Culturalmente

Qalatga Darband: riemerge in Iraq un forte macedone

È stata recentemente riportato alla luce nel nord dell’attuale Iraq, da una squadra di archeologi del British Museum, il sito di Qalatga Darband, avamposto macedone presumibilmente fondato nel 331 a.C., nel periodo ellenistico, dall’immenso condottiero Alessandro Magno. Perse le tracce di tale “città perduta”, la relativa pace stabilitasi nella regione dopo circa un trentennio di episodi bellici, unitamente alla recentissima tecnica dei droni che ha consentito di scattare fotografie in grado di penetrare nel sottosuolo, hanno permesso di far riemergere in tutto il suo splendore questa città-fortezza munita di templi e vigneti. Affacciata sulle rive del lago artificiale Dokan, nella provincia di Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno, doveva trattarsi, stando alle fonti, di un centro vinicolo piuttosto noto e di gran reputazione, base di appoggio per i soldati e i mercanti in transito tra Iraq e Iran. La città di Qalatga Darband era già stata individuata negli anni ’90 Si tratta di un sito individuato già nel 1996 attraverso la declassificazione di immagini aeree acquisite da satelliti sovietici, per ovvi scopi militari, durante la Guerra Fredda; tuttavia, la situazione politico-militare dell’area, all’epoca dominata dalla dittatura del leader iracheno Saddam Hussein, non avrebbe in alcun modo consentito di preporre interessi culturali e archeologici allo stato di guerra perdurante, prolungatosi fino all’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e alle successive e disastrose scorrerie dell’Isis. Grazie alla finestra di relativa quiete nell’area, così martoriata dai conflitti precedenti, gli studiosi londinesi hanno messo a frutto un copioso finanziamento volto al recupero dei millenari tesori iracheni minacciati dagli eventi bellici e dall’avvento dell’Isis; dunque, servendosi di tecniche all’avanguardia basate sull’impiego di droni e dopo aver individuato il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti, hanno identificato con cura il luogo esatto di escavazione e iniziato un programma di estrazione e protezione dei beni archeologici del luogo, coadiuvati da archeologi iracheni. Le fotografie aeree dei droni sono risultate decisive nel disvelamento del sito «La nuova tecnica messa a punto dagli studiosi britannici, non ancora impiegata in ambito archeologico, si fonda sull’analisi dei segni dei raccolti agricoli» spiega il professor John McGinnis, direttore dell’Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. «Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni». Identificato il sito di Qalatga Darband – il cui nome in curdo significa “castello del valico montano” – da un iniziale edificio rettangolare riemerso, sono stati via via rinvenuti vari reperti di notevole interesse: due statue, una di una figura femminile identificata con Persefone, divinità legata ai cicli dell’agricoltura e all’alternarsi delle stagioni, l’altra di un nudo maschile, in cui parrebbe individuarsi Adone, figura connessa alla rinascita, alla fioritura e alla fertilità. È stato poi possibile tracciare una sorta di mappa della città, attraverso il rinvenimento di ulteriori reperti e seguendo il perimetro di abitazioni, empori, monumenti e complessi presumibilmente adibiti alla lavorazione di olio e vino. «Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran», aggiunge il […]

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Culturalmente

Le Royelles: le bambole super-eroine e diverse

Circa un anno fa alcune mamme inglesi avevano lanciato l’hashtag #toyslikeme sui social network dando vita ad una campagna virale di solidarietà e umanità avente lo scopo di creare giocattoli e bambole che avessero menomazioni e evidenti difetti fisici simili a quelli dei loro bambini. Giocattoli, quindi, in cui i bambini potessero ritrovare sé stessi, con tutte le loro imperfezioni: i genitori di bambini con disabilità erano poi stati invitati a postare idee per giochi e giocattoli con difficoltà fisiche. Le foto postate erano state tante e commoventi tanto che le ideatrici del progetto avevano chiesto alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti artigianali e originali di molti volontari e genitori o almeno di ispirarvisi per immettere sul mercato prodotti più vicini alle esigenze di tanti bambini “diversi” ma non per questo meno importanti. Le Royelles: un progetto di Mùkami Kinoti Kimotho Il progetto delle bambole Royelles sembra voler percorrere una strada affine a quella non solo di Toy like me, ma anche quella di Mighty Dolls dell’artista canadese Wendy Tsao (che aveva dato alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario) e di Tree Change Dolls di Sonia Sigh (che aveva struccato le stesse bambole ridisegnando volti e realizzando vestitini così da renderle più simili alle bambine che vi giocavano). Ideate dalla fashion designer e imprenditrice sociale Mùkami Kinoti Kimotho (nonché mamma della piccola Zara), le Royelles sono 13 bambole interamente realizzate a mano (dai disegni ai modelli stampati in 3D) dalle fisicità e vestiario diversi, ispirate a donne vere come nonne o atlete. Secondo la Kimotho le mamme americane spendono ogni anno circa 5 miliardi di dollari in bambole, mentre le mamme afroamericane spendono circa 300 milioni di dollari e più per le stesse bambole che però, secondo alcune statistiche, hanno un impatto negativo sulla loro immagine. «Mia figlia  Zara a soli 4 anni mi disse di non sentirsi bella come i suoi amici». Proprio notando (dopo 2 anni di lavoro e tante ricerche e incontri con tantissime mamme) che si trattava di un problema esistente non solo nella comunità di colore, Mùkami ha pensato di realizzare questi “avatar” come lei stessa ama definire le Royelles, bambole diverse dagli standard in commercio, modelli che riflettessero le diversità di colore, cultura, fisico e abilità. Avatar perché  ognuna ha una propria personalità, storia e missione. Come Teti, mamma single di 3 bambini e scrittrice di successo,  che non rinuncia alla sua famiglia ma che persevera nel mettere il suo talento al servizio della comunità, un omaggio alla mamma dell’artista. O Tanni, ballerina classica con due protesi alle gambe: i suoi limiti fisici non le impediscono di portare avanti i suoi sogni. O come Mara donna guerriera che affronta la vita con fierezza e coraggio, cui sarà ispirata la prima libea di bambole progettata dalla Kimotho. #MillionRoyellesMillionGirls: una delle Royelles per tutte le bambine Dalla vendita di queste bambole (lo del costo di 99 dollari), l’imprenditrice, […]

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