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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 651 articoli

Culturalmente

La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

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Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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Culturalmente

Il coma farmacologico della tv spazzatura

Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena. Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura” Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente. Ma in realtà, una spiegazione c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi […]

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Viaggi e Miraggi

Pizzo Calabro, un bellissimo borgo della costa calabra tirrenica

Pizzo Calabro, il piacere della scoperta Capita che una mattina di metà agosto, mentre attendi il caffè, guardi distrattamente la cartina affissa alla parete del lido: “Pizzo Calabro” è inciso a minuscole lettere sulla punta della costa, e senza altra informazione utile decidi di andarlo a visitare e ti ritrovi a scoprire uno dei borghi più belli della Calabria tirrenica. Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia, è arroccato su un promontorio al centro del Golfo di Eufemia. Alcuni ne fanno risalire la fondazione ai tempi dell’Antica Grecia ad opera di Nepeto; tuttavia non vi sono tracce evidenti di tale origine e notizie certe si hanno a partire dal 1300. Mare e storia fanno di Pizzo Calabro un bellissimo borgo Il mare è, senza dubbio, la principale seduzione per il visitatore: due meravigliose insenature di azzurra acqua cristallina e placida, che toccano delicatamente la sabbia bianchissima. A ridosso della prima insenatura spicca un’incisione tratta da un celebre componimento leopardiano: “E il naufragar m’è dolce in questo mare“, a testimonianza della voglia implacabile di immergersi in quelle acque e non voler risalire mai. C’è una piccola chiesetta in questo paesino, non la si vede da terra ma dal mare: la Chiesa di Piedigrotta, incastonata in una parete di tufo, bisogna salire alcuni scalini per poterla visitare. Corre una leggenda sulla sua fondazione, risalente al XVII secolo: un gruppo di marinai di Torre del Greco furono colti da una tempesta burrascosa e il capitano, dopo aver preso dalla cabina il quadro della Madonna con bambino decise che se si fossero salvati, avrebbero eretto una cappella in onore della sacra figura. Così fu edificata la Chiesa di Piedigrotta. Una caratteristica cappella che affaccia direttamente sul mare, in cui si mescolano sacro e profano: si passa dalla statua di papa Giovanni Paolo II, a quella del presidente J.F. Kennedy, a quella di Fidel Castro. La chiesa merita assolutamente una visita, meglio se fatta di pomeriggio, quando i raggi del sole illuminano la grotta e le diverse colorazioni dei sali minerali. Un importante pezzo di storia è diventato immortale nelle mura del Castello Aragonese, eretto da Ferdinando I d’Aragona, in cui furono fatti prigionieri Gioacchino Murat (nominato re di Napoli dal cognato Napoleone Bonaparte) e i suoi fautori. Un’ala del castello reca nella memoria la fucilazione di Murat, pochi giorni dopo la sua cattura. “La città del gelato” e della genuina bontà Una spaziosa piazza, da cui si gode un meraviglioso panorama, offre vari localini che si susseguono uno dietro l’altro. È doveroso sostare in uno di questi e assaggiare il delizioso tartufo di Pizzo Calabro. Se ci si addentra nel centro c’è un piccolo localino che reca il nome di un celebre romanzo di Tolkien, gestito da un anziano signore che con i suoi piatti genuini e la sua gentilezza, fa trascorrere qualche ora piacevole e al riparo dal caldo. Quando si punta il dito su una cartina a caso, si hanno due alternative: restare delusi o affascinati. Nel caso di Pizzo Calabro si può provare soltanto […]

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Riflessioni culturali

Estate 2017: cosa vale la pena ricordare?

“L’Estate sta finendo…e un anno se ne va”, cantavano qualche anno fa (un bel po’, a dire il vero), dei tizi che non avevano nulla in comune con  tutti i guerriglieri delle hit estive che ogni anno vengono puntualmente scongelati ai primi tepori di aprile o maggio, dopo aver passato un anno in banco frigo. L’estate sta finendo, o forse è finita già, come sembra preannunciare l’aria che si è fatta già più elettrica, l’odore della pioggia che suggerisce fantasie di plaid, tazze di tisane che ti bruciano la gola, maratone di film e serie TV, passeggiate nei boschi a respirare l’aroma delle foglie secche e della natura che comincia a ripiegarsi verso una sorta di raccoglimento interiore e intimo. L’autunno è la stagione più intima di tutte: c’è un’intimità sofferta e primordiale nello spegnersi lentamente della vegetazione e negli slanci che portano a mescolare gradazioni e tonalità di colore. Quasi come se il grande corpo della natura accogliesse il desiderio di ristoro, equilibrio e raccoglimento dell’anima, cullandola con carezze dalle sfumature calde e dalle screziature arancioni. I ritmi forsennati dell’estate sono ormai lontani come l’ultimo eco di Despacito, settembre si è già intrufolato nelle pieghe della quotidianità e ci conduce a fare quella cosa odiosissima per cui l’essere umano non si sente mai pronto: i bilanci. Nessun bilancio colmo di rimpianti, melodrammi e isterie, nessun accenno al peso corporeo, a nostalgie improbabili o rimpianti di dubbia qualità. Cosa ricorderemo di questa estate che s’è appena dileguata? Cosa resterà dell’Estate 2017? Di alcune cose non sentiremo la benché minima mancanza, diciamoci la verità. Nemmeno una punta di nostalgia sciocca da discount. Non sentiremo la mancanza di nessuno dei tormentoni estivi, nonostante il rapporto viscerale che noi comuni mortali instauriamo con queste entità mitologiche che sembrano programmate per sfornare hit sempre uguali ogni anno. Rapporto viscerale sì, perché prima li odi in modo bellicoso, meditando la soluzione alla Van Gogh pur di non prestare più l’orecchio a nessun Pasito o Suavecito, ma poi ti ritrovi a ripetere e cantare meccanicamente quelle stesse canzoni che avevano provocato in te cinquanta sfumature di vituperio. Un po’ come i  The Jackal nel loro famoso video. Poi, Sarahah. Inizialmente, sembrava che tutti i contatti presenti sulla Home avessero fuso all’unisono il nome Sarah e la trascrizione di una risata alquanto sguaiata, ma non si capiva cosa fosse. Una risata uscita male? Una tizia di nome Sarah che suscitava particolare ilarità a tutto il popolo di Facebook? E invece no, era l’ennesima app meteora: infatti è durata meno di un gatto in tangenziale. Per due, massimo tre giorni (volendo essere clementi), Facebook è diventata una vetrina di messaggi anonimi, di offese ignote, complimenti improbabili e ammiratori segreti dell’ultima ora. Desiderio di ricevere attenzioni, voglia di emulare gli altri che avevano già installato l’app e febbrile curiosità di sapere cosa gli altri pensino del prossimo sono stati gli ingredienti che hanno determinato il boom di Sarahah che originariamente era nata come strumento per ricevere critiche costruttive sul posto di lavoro. Peccato che su […]

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Viaggi e Miraggi

Dubrovnik e isola di Lokrum, tra storia, natura e leggende

Boom turistico anche questa estate per la Croazia, terra ricca di storia, bellezze naturali e misteriose leggende. Molti hanno scelto di partire alla scoperta di questo paese, attratti dall’acqua cristallina, dai paesaggi mozzafiato, dalle ottime pietanze a base di pesce e dalla movida. Tra le città della Dalmazia, nella sottile striscia al confine tra la Bosnia Erzegovina e il Montenegro, si trova Dubrovnik, il cui nome deriva dalla parola slava dubrava, ovvero foresta di querce. Dubrovnik, città ricca di storia dalle radici lontane La  città di Dubrovnik fu fondata col nome di Ragusium nella prima metà del VII secolo dagli abitanti della vicina Epidaurum (l’attuale Ragusa vecchia), per poi passare sotto il dominio di numerose potenze, tra cui l’impero ottomano e l’impero asburgico. Nel 1919 Ragusa fu annessa al Regno di Jugoslavia e dopo la seconda guerra mondiale entrò a far parte della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. In seguito alla dissoluzione di quest’ultima e alla successiva guerra, Ragusa subì un pesante bombardamento nel 1991 che rase al suolo il centro storico. Con la fine del conflitto la città attraversò una fase di ripresa, risultando oggi una delle mete turistiche più in voga della costa adriatica, merito soprattutto della città vecchia, eletta patrimonio dell’UNESCO. Dubrovnik, tutti i siti da non perdere Chi passa per Dubrovnik non può lasciarsi sfuggire il tour delle mura antiche della città, una passeggiata che costeggia il perimetro del centro storico, permettendo di ammirare dall’alto il panorama di tetti rossi e stradine che si snodano intrecciandosi fra loro come i fili di una matassa. L’architettura della old town, composta di grandi e robuste muraglie di pietra, ha reso questa città monumentale il set ideale per girare alcune scene della serie Il trono di spade: Dubrovnik è infatti la location di approdo del Re, dove si trova il trono ufficiale dei re di Westeros, e il Fort Lovrijenac corrisponde alla fortezza rossa, castello e residenza del Re dei Sette Regni. Per una pausa durante la visita alla città, assaggiate un aperitivo al Buza bar, adiacente alle mura della città e costruito su terrazze che declinano verso il mare. Per trascorrere una piacevole e rilassante giornata in spiaggia, invece, da non perdere il Banje Beach, il lido che vanta un’acqua cristallina e una vista panoramica unica sulla città antica. La passeggiata per le strade illuminate della città si conclude con la tappa obbligata in uno dei ristorantini del porto vecchio (Porat), dove è possibile gustare del saporito sea food come calamari fritti, seppie grigliate, alici in tortiera e insalata di polipo, tutto accompagnato da una bottiglia di vino bianco croato di ottima qualità. Lokrum, l’isola che racchiude una misteriosa leggenda A 15 minuti di battello dal porto vecchio si trova l’incontaminata isola di Lokrum, un’oasi immersa nel verde ricca di cipressi, mirti, pini, agavi, oleandri ed agrumeti, da cui deriva il nome Lokrum (dal latino acrumen). Nella parte meridionale si trova un piccolo lago salmastro chiamato Mar Morto o Mrtvo More, dove è possibile riposarsi e fare un bagno circondati dalla natura, mentre nel […]

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Culturalmente

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Culturalmente

Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Viaggi e Miraggi

Appunti di viaggio dalla Norvegia: memorie di fiordi e di troll

La Norvegia: una grande madre di pietra, quarzo, acqua e granito La Norvegia è una donna di pietra, di quarzo e roccia dura. Ha gli occhi pieni di sfumature di verde, dal verde brillante dei prati di Hellesylt a quello cupo delle sue foreste fitte. Sul suo corpo si arrampicano i troll, creature magiche dei boschi, e dai suoi capelli zampillano cascate che si aprono come le risate delle fate. Il suo corpo si allarga e si schiude nei fiordi, che creano curve e valli e tagliano l’acqua come se fossero spade vichinghe. In Norvegia il sole d’estate non tramonta mai: il grande Dio Sole, celebrato nei boschi e nelle foreste, rimane a fissarti oltre mezzanotte, creando luci che accarezzano i laghi e i fiumi che disseminano la sua schiena. Invece, d’inverno, il sole non compare, e tutto è buio come il fogliame e gli alberi. Non si può spiegare la Norvegia, perché visitarla crea spaccature dentro di te, perché l’aria magica che si respira in una terra del genere ti insegna la solitudine e il suono dell’acqua, delle cascate, delle foreste millenarie e della sacralità della natura. L’unico rumore che potrai sentire in Norvegia è quello dei troll che si divertono a inventare altri mondi, tra i ghiacciai di Geiranger e la valle di Flåm. Non appena si inizia il viaggio costellato dai fiordi, si ha l’impressione di varcare la soglia di una dimensione sacrale, una verginità fatta di foglie scure e montagne che si affiancano superandosi l’una con l’altra, ospitando cascate che sembrano lacrime di creature magiche. Prima tappa in Norvegia: Hellesylt, Geiranger e Stryn Hellesylt è un villaggio nel cuore della Norvegia, di appena seicento abitanti e si trova su uno dei bracci delle diramazioni dello Storfjord, un fiordo circondato da valli dal verde brillante e accecante e da un’acqua purissima. Le cascate di Hellesylt sono proprio vicino al porto, e si stagliano sulla via che porta al Geirangerfjord. Hellesylt è un caratteristico villaggio norvegese, fatto di casette dai tetti spioventi, montagne che foderano l’ambiente e che ricoprono tutto di sfumature verdi e specchi d’acqua: è uno scalo tecnico per ripercorrere il fiordo il senso inverso e arrivare a Gerainger, vera e propria perla artica. Stryn è un altro villaggio vicino al famoso fiordo di Geirangerfjord, è un paesino rinomato per la moltitudine di fiori selvatici e delicatissimi che punteggiano le sue valli: proprio per questo motivo viene chiamata la Bella Stryn, e nei suoi pressi troneggia il lago di Hornindal, il lago più profondo d’Europa con i suoi 514 metri. Trovarsi di fronte al lago di Hornindal vuol dire abituare l’occhio umano alla profondità incommensurabile di uno specchio d’acqua che affonda negli organi interni della terra e che smette improvvisamente d’essere liquido, poiché si tinge della consistenza del verde brillante delle valli e acquista gradazioni gialle come i papaveri che crescono tutto intorno. In Norvegia i papaveri sono gialli e carnosi, anche le more sono gialle, e da esse è possibile ricavare una marmellata dal sapore deciso […]

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