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Eroica Fenice

La categoria Viaggi e Miraggi contiene 682 articoli

Viaggi e Miraggi

Tra le strade di Sirmione, il gioiello del lago di Garda

Quando ho varcato la soglia della città di Sirmione, sono rimasta immobile per qualche minuto. Quella città lombarda che avevo conosciuto tempo addietro attraverso i versi di Carducci e Catullo mi si era materializzata davanti in tutto il suo incanto. Incantevole, è proprio questo l’aggettivo che Sirmione calza a pennello. Sirmione e le sue antiche origini Risalgono alla preistoria le origini di Sirmione, in particolare al periodo dei Neolitico, di cui sono stati ritrovati resti antropici. Centro importante durante l’epoca romana, è diventato nel III secolo territorio di scontri tra gli eserciti degli imperatori romani; in seguito vari signori si sono contesi il dominio, dagli Scaligeri ai Visconti, ai da Carrara. Durante l’età napoleonica è stata spodestata dal Veneto in Lombardia, diventando una provincia di Brescia. Sirmione è ubicato sulla penisola che reca lo stesso nome e si estende per quattro chilometri, dividendo in due parti l’infinito lago di Garda, in cui affonda la sua ultima parte (infatti il nome Sirmione, con ogni probabilità, deriva dal greco syrma, cioè coda o strascico). Dalle strade del centro storico alle Grotte di Catullo Una volta che cominci a passeggiare per Sirmione, non puoi più fermarti finché non sei giunto alla fine, al suo ultimo strascico prima di perdersi nell’azzurro del lago. Gremita di gente, ma mite e flemmatica come solo una città senza tempo può essere, Sirmione si lascia attraversare in tutti i suoi punti, tra i vicoletti del centro storico e i parchi sconfinati.  Il Castello Scaligero accoglie appena si entra nel borgo di Sirmione, imponente tra le acque del lago, e invita ad accedervi per vagare in quel silenzio di storia e leggenda che governa tra le sue mura medievali. Mastino della Scala nel lontano XIII secolo ne ordinò la costruzione, che continuò con il consanguineo Cangrande I, ma il tempo racconta anche di amori vissuti e perduti e di anime che ancora vagano di notte alla ricerca dell’amore perduto. Attraverso un susseguirsi di vicoletti e viuzze, salite e discese, archi e aperture, si giunge al Parco Maria Callas (dedicato alla stella della lirica Maria Callas), un insieme di cipressi e cedri che guardano il lago di Garda, in una quiete quasi irreale, tra scoiattoli che saltellano sui rami e l’odore fresco dell’erba che ancora trattiene l’umidità dell’inverno, ma già sa di primavera. Al termine della passeggiata nel parco, si giunge alla coda di Sirmione, la punta costellata dalle Grotte di Catullo: la più importante testimonianza dell’epoca romana a Sirmione e la più maestosa villa dell’Italia settentrionale. È stato nel Quattrocento che la villa è stata attribuita al poeta elegiaco che con i versi del carme 31 aveva indotto gli studiosi ad ipotizzare che i resti della villa gli appartenessero, anche se quella attualmente visitabile è stata costruita dopo la morte del poeta. Indipendentemente dal collegamento con Catullo, visitarla significa passeggiare tra i resti romani a ridosso del lago, nella zona di Sirmione in cui il tempo è rimasto immobile, come le pagine dei libri che quella storia la raccontano. Di […]

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Culturalmente

Tatsuo Horiuchi e l’arte di dipingere senza pennelli

Nel film “Mona Lisa smile” (2003) alcune studentesse di Wellesley, un severo college femminile del New England degli anni ’50, guidate dalla prof.ssa Katherine Watson (Julia Roberts), riproducono il noto quadro “I Girasoli” di Van Gogh grazie ad una preziosa scatola-guida seguendo semplicemente dei numeri. Le loro personali interpretazioni del pittore olandese divengono con poco sforzo, ma con una buona dose di creatività, il prodotto finale di un’ “arte”  che non solo “le persone giuste” possono giudicare tale. “Cos’è l’arte? Cosa la rende buona o non buona e chi lo decide?(…)L’arte non è arte finché qualcuno non dice che lo è! È arte!”: durante una lezione, il ping pong fra allieve e docente cerca risposte nell’osservazione di dipinti ‘grotteschi’ e perfino di fotografie. L’arte 2.0 di Tatsuo Horiuchi L’arte di Tatsuo Horiuchi sembra riaccendere il dibattito della fittizia aula nella clip del film: può definirsi ‘arte’ una serie di “dipinti” realizzati grazie al programma Excel? È buona o cattiva arte e chi lo decide? Tatsuo Horiuchi è un dolce vecchietto giapponese di 77 anni, ma il web lo ha già ribattezzato “il Michelangelo di Excel”. Originario di Nagano, nel 2000 Tatsuo va in pensione: dopo qualche settimana decide di iniziare a impiegare il proprio tempo libero dipingendo: “sono pazzo, ma penso che se non hai talento per il disegno, puoi dipingere grazie ad Excel”. Dati i costi di pennelli, colori, tele e corsi di avviamento al disegno (“Non hai bisogno di spendere soldi in tele o colori e di preparare l’acqua e così via”), questo talentuoso signore giapponese, appassionato di pittura, comincia ad usare il programma Excel, già istallato sul suo PC personale, per dipingere.  “All’inizio mi sono chiesto: come posso dipingere con il mio PC? I software grafici sono costosi, ma Excel è preinstallato nella maggior parte dei computer” ha spiegato il pensionato, “ha più funzioni ed è più facile da usare rispetto a [Microsoft] Paint. Uso semplice strumenti di disegno vettoriale sviluppati principalmente per grafici e forme semplici”. Il programma, considerato dai più un complesso e utile strumento per la realizzazione di sole tabelle di calcolo, diviene ben presto per Tatsuo, che non aveva mai usato prima questo software (“A lavoro non ho mai usato Excel, ma ho visto altre persone realizzare delle bellissime tabelle. Quindi mi sono detto, forse ci posso fare dei disegni?” ha dichiarato in un’intervista), né aveva mai dipinto (nonostante il suo amore innato per l’arte del proprio paese natale) una preziosa guida nella riproduzione di splendide immagini. Autoshape e Smart art: così nasce l’arte di Horiuchi Creando, infatti, dei grafici può poi colorarli come vuole e combinandone con altri, ne crea di originali, ispirandosi allo stile classico tipicamente giapponese. I suoi principali soggetti sono paesaggi rurali (ma anche lacustri e marini), sciatori, geishe,fiori, alberi di ciliegio, montagne innevate, pesci coloratissimi, eleganti cigni bianchi su sfondi monocolori, vulcani in eruzione, tramonti e fitte foreste di un verde intenso. Horiuchi, sfruttando le diverse funzionalità in dotazione nel programma Excel come Smart Art e AutoShape, la funzionalità del foglio […]

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Cinema & Serie tv

Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Culturalmente

Il complesso di San Domenico a San Gimignano e il suo sogno di riqualificazione

San Domenico, suggestivo convento del Quattordicesimo secolo e luogo di detenzione fino all’anno 1993, è un caratteristico complesso ubicato in Toscana, precisamente a San Gimignano, proclamato Patrimonio dell’Unesco nel 1990. La sua fama scaturisce soprattutto dal fatto che il complesso è stato polo delle vicende storiche e politiche legate a San Gimignano. La storia di San Domenico È facile, quasi inevitabile, smarrirsi nel fascino di un complesso architettonico traboccante di storia come questo. Il rilievo dove si articola la costruzione iniziò a essere frequentato nell’età etrusca. Durante l’età romana, invece, il luogo sprofondò della desolazione. Nel corso del Cinquecento alcuni frati domenicani, spianando una collinetta nel proprio orto, riportarono alla luce una sepoltura costituita da cinque camere contenenti reperti e situata attorno al colle di San Gimignano, frequentato tra l’età arcaica e quella ellenica. Dall’Alto Medioevo fino all’età comunale San Gimignano fu sede vescovile. Nel 1208 i possedimenti vescovili divennero proprietà degli esponenti di una potente famiglia che si faceva chiamare De Turri o Della Torre. Malgrado le obiezioni dell’istituto comunicale che si era affermato in quegli anni, nel 1211 la famiglia entrò in possesso dell’intera proprietà che conservò fino al 1348, anno in cui fu venduta a Firenze. Nel 1353 fu siglata la definitiva sottomissione di San Gimignano a Firenze. Più tardi si procedette all’edificazione di un convento e di una nuova chiesa. Entro il 1380 l’ala orientale del complesso era stata ultimata, nella sua strutturazione a due livelli: la sagrestia, la sala capitolare, il refettorio, la cucina e un l’ospizio si stagliavano a piano terra; il dormitorio dei frati invece era situato al livello superiore. Donazioni e testamenti risultarono numerosi per tutto il Quattrocento. Vari lavori furono eseguiti soprattutto per merito delle sovvenzioni comunicali e dei contribuiti di singoli individui o famiglie. Verso la metà del Quattrocento la struttura si ampliò e si proseguì alla fondazione del chiostro. I lavori per le ali settentrionali e occidentali del convento si conclusero invece tra il 1480 e il 1511.a libreria. Un muro venne innalzato per circoscrivere la piazza che sorge dinanzi al fronte principale della chiesa e fu portato a termine il progetto di una libreria. Le intemperie furono causa del crollo di una porzione di torre campanaria della chiesa nel 1527. Tanto gli edifici quanto le ornamentazioni di San Domenico nel corso dei secoli furono oggetto di lavori di manutenzione. Tuttavia nel 1787 come conseguenza del diminuito numero dei frati si decise di proporre la soppressione del convento. Il nostro excursus sulle origini di San Domenico si addentra fin nell’era napoleonica: dopo la caduta di Napoleone, negli anni del ritorno in patria di Ferdinando III di Lorena, San Domenico fu destinata all’oblio e, abbandonata, conobbe gli albori della propria progressione erosione. Venduto nei primi decenni dell’Ottocento a un certo Antonio Turbiglio, che aveva progettato di trasformare il complesso di San Domenico in una fabbrica di specchi, esso fu reinserito nel demanio granducale per l’emergere di problematiche economiche. Inutilizzato per gran parte dell’Ottocento, dal 1833 al 1922 San Domenico fu […]

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Culturalmente

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale». Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?» Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale. Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini. Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza  I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci. La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: […]

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Culturalmente

L’arte del gesto. Un linguaggio tutto napoletano

Il linguaggio è l’unità della comunicazione, grazie al quale è possibile produrre messaggi tra due o più soggetti interlocutori. Ciò che lo rende complesso e unico per l’essere umano sono le sue proprietà. In particolare la biplanarità, caratterizzante il rapporto tra significante (l’espressione fonica, la parola) e il significato (l’elemento semantico, il contenuto). L’arbitrarietà, indicante l’assenza di vincolo naturale tra significante e significato, in quanto le associazioni sono date per convenzioni. La doppia articolazione, che rende il linguaggio prerogativa umana, indica la scomposizione del significante su due livelli: i morfemi (unità minime ancora portatrici di significato) e i fonemi (unità minime non più dotate di proprio significato). La trasponibilità di mezzo indica la possibilità di trasmettere un significante sia attraverso il canale fonico-acustico (trasmissione orale) sia attraverso il canale visivo-grafico (trasmissione scritta). Ancora il linguaggio è lineare, in quanto impone che gli elementi siano accostati linearmente uno dopo l’altro, e discreto, ossia basato sull’assoluta differenza tra i fonemi: cambiandone anche uno all’interno del significante, questo assumerà diverso significato. Il linguaggio. Differenza tra linguaggio verbale e linguaggio non verbale Ma è importante definire il linguaggio anche in base alla sua imprescindibile differenziazione tra “linguaggio verbale” e “linguaggio non verbale”. Il linguaggio verbale e la capacità di elaborarlo si sono sviluppati nell’uomo in seguito ai mutamenti strutturali della cavità orale; in particolare l’arretramento dell’ugola ha reso l’essere umano capace di esprimere una gamma sonora variegata e di controllare l’articolazione dei suoni. Se nel linguaggio verbale, l’associazione tra significante e significato costituisce un codice, fondato sulla corrispondenza segni-suoni offerta dall’IPA (International Phonetic Alphabet – Alfabeto Fonetico Internazionale, utilizzato appunto per rappresentare i suoni delle lingue nelle trascrizioni fonetiche),  nel linguaggio non verbale il codice è rappresentato dall’associazione gesti-significati. In tenera età in tutti gli esseri umani è presente la capacità di comunicare sia con le parole che con i gesti. Una dote che l’uomo abbandona progressivamente, forgiato dalle abitudini e dai ritmi che la società impone. Ecco che sembra così sopravvivere soltanto la parola. Il linguaggio. L’arte del gesto In realtà la capacità di comunicare attraverso la simbologia gestuale, nel corso del tempo, diviene prerogativa dei popoli mediterranei, in particolare del popolo partenopeo. È come se i napoletani non rinunciassero alla volontà, insita nella fanciullezza, di comunicare in maniera risoluta e colorata, anche se a volte un po’ esagerata, quelle sfumature emozionali, in cui la lingua non sempre eccelle. Va ricordato che il vocabolario dei gesti si suddivide in due categorie: i gesti mimici e i gesti simbolici. I primi, detti anche illustrativi, accompagnano un termine o una frase di una conversazione. È un gesto mimico, ad esempio, quello di indicare il polso senza orologio per chiedere l’ora. I gesti simbolici invece alterano completamente il significato della parola a seconda del conteso socio-culturale. Un esempio può essere offerto dal gesto delle corna (dato dall’indice e il mignolo rivolti verso l’alto e le altre dita piegate all’interno) per indicare l’infedeltà di un uomo o una donna. Se la gestualità mimica è convenzionalmente riconosciuta a […]

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Culturalmente

La casa del comandante rivede la luce a Roma durante gli scavi per la metro C

Roma, stazione Amba Aradam. 2 marzo 2018. Queste le coordinate spazio-temporale di una scoperta eccezionale, come l’ha definita la responsabile dello scavo, Rossella Rea. Disseppellita domus romana durante gli scavi per la metro C, la cosiddetta casa del comandante collegata ai dormitori della caserma rinvenuta nel 2016. Gli scavi per la realizzazione della metro hanno una notevole rilevanza anche dal punto di vista archeologico in quanto consentono di scendere a grandi profondità, in questo caso fino a 12 metri e si progetta di scendere di altri 5 metri. A farlo presente è ancora Rea, che sottolinea l’importanza storica del ritrovamento. La caserma riportata alla luce nel 2016, di impianto traianeo e con modifiche risalenti al tempo di Adriano, è direttamente connessa ai 14 ambienti della domus scoperta questo mese. Ritrovati anche resti delle due ali che completano il complesso dei dormitori della caserma romana. Tuttavia, il polo magnetico di questa sensazionale scoperta risulta essere la casa privata di un comandante d’età imperiale, di particolare pregio. Disgiunta dai dormitori attraverso un cancelletto, mentre una scala conduceva a quello che doveva essere l’ufficio del comandante, essa risale al secondo secolo d.C. La casa del comandante presenta numerose ristrutturazioni, come si può evincere dalla sovrapposizione di diverse pavimentazioni risalenti a più epoche storiche. Ricalca la struttura tipica delle case romane, organizzata intorno a uno spazio centrale aperto. Peculiare è anche la presenza di una fontana di marmo bianco con un sistema di scolo per l’acqua in accesso. Caratterizzata prevalentemente da mosaico, la pavimentazione risalta per il biancore del marmo e il grigiore dell’ardesia, entrambi trapunti di elementi geometrici. Un satiro lotta o danza con un amorino sotto una vite, questa la scena che decora la sua superficie. Si è presupposto che l’ambiente fosse riscaldato, per la presenza di un’intercapedine per il passaggio di aria calda costituita da mattoni e posta al di sotto del pavimento (sono le note suspensurae). è l’archeologa Simona Morretta, direttrice scientifica dello scavo, ad informarci delle fattezze della domus riesumata. La casa del comandante, una mini Pompei romana. La casa del comandante, tesoriere di inestimabili ricchezze storiche se si considera che a Roma non è mai stato dissepolto niente di simile e anello di congiunzione di precedenti scoperte: è già stata definita una mini Pompei. Un pianeta in miniatura, smembrato, da ricomporre con dedizione. Un vero e proprio quartiere militare dotato di corridoi, blocchi di travertino per immagazzinare merci e eccedenze alimentari, sistemi di canalizzazione acquifera. «Forse la struttura ospitava i servizi segreti dell’imperatore» ipotizza Rossella Rea. Sorprendente anche la riesumazione di oggetti di uso comune, come anelli d’oro, amuleti, pugnali rivestiti di avorio, mosaici e pavimenti in mattoncini disposti a spina di pesce. La casa del centurione è dunque il vero focus di interesse degli archeologi: la straordinaria complessità e l’impeccabile stato di conservazione dei ritrovamenti acuiscono il loro appetito. Rivede la luce miracolosamente dopo secoli di oblio, come è avvenuto per le campane Pompei o Ercolano. Un’altra storia che scalpita per avere altra aria, un passato obnubilato […]

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Culturalmente

Le donne raccontate da J. W. Waterhouse

La donna è da sempre musa ispiratrice e soggetto prediletto da artisti di ogni epoca, tra i tanti fu il pittore John William Waterhouse a raccontare il gentil sesso dalla sua personale prospettiva. Parole d’ordine? Grazia e femminilità, calate in mille contesti, in mille forme. J. W. Waterhouse nacque a Roma nel 1849, per poi morire a Londra all’età di 67 anni. Viene definito un pre-raffaelita moderno, essendo le sue opere successive allo scioglimento della suddetta società artistica, nonché innegabile l’influenza stilistica e tematica da questi esercitata sul nostro pittore. Il suo lavoro gira intorno alla ritrattistica delle figure femminili, mitologiche e letterarie soprattutto. Ogni donna ha una sua storia, che Waterhouse dipinge sullo sfondo accanto ai loro corpi delicati e visi malinconici. Per l’artista, la donna è sensualità che smuove lunghi capelli, delicatezza che tocca mani sottili, dolcezza che incontra pelli pallide e volti segnati da quella giovinezza a cui le donne dipinte sono condannate per l’eternità. Ve ne presentiamo alcune. Tra grazia e sofferenza: la femminilità raccontata da Waterhouse Da dove avrebbe potuto Waterhouse trarre ispirazione se non dalla mitologia greca, la galassia della bellezza del corpo e dell’anima? Gli spunti sono tanti e quelli raccolti appartengono soprattutto al panorama delle creature magiche, delle donne non umane, ma divine: da un’Arianna vestita di rosso alla Danae madre premurosa. Come non menzionare la maga Circe, dipinta in più sfaccettature, tutte coerenti con l’aura con cui la tradizione l’ha circondata. La prima è una Circe del 1891, “Circe che porge una coppa a Ulisse”, la coppa che contiene l’inganno, il filtro che ha trasformato i compagni dell’eroe in maiali, la coppa che Odisseo rifiuterà, attirando l’attenzione dell’incantatrice. L’anno successivo, Waterhouse dipinge la “Circe Invidiosa”, avvolta dal blu, col volto che trasuda rancore, colta nell’atto di avvelenare l’acqua che trasfonmerà Scilla, la sua rivale per il cuore di Glauco, nel mostro orribile disegnato da Omero. Circe torna protagonista nel dipinto del 1911-1915, “La Strega (The Sorceress)”, e la troviamo persa in sé stessa, una maga tra le sue pozioni e i suoi incantesimi, da sola, alle prese con la più pericolosa delle magie: l’amore. Mentre Circe è confinata sulla terraferma, le sirene, altrettanto amate dal pittore preraffaelita, albergano nei mari. O quantomeno, questo è quello che emerge nei dipinti del 1900, “A Marmaid” e “The Siren”, in cui la donna ibrido con le squame viene dipinta, rispettivamente, mentre pettina i capelli e mentre incanta col suono di un’arpa uno sfortunato marinaio. Lontana dal nostro immaginario è invece la rappresentazione che ne dà in “Ulisse e le sirene”, del 1891, dove le sirene sono dipinte come uccelli: forse tra tutte la versione più fedele alla tradizione, considerando che nei testi classici le sirene vengono descritte col corpo alato, mentre è soltanto nell’alto Medioevo che vengono associate alle figure metà donna metà pesce alle quali pensiamo ancora oggi. Sempre greche sono le belle ninfe de “Ila e le ninfe”, fatate, dai capelli lunghi e dallo sguardo seducente. Il dipinto, che ritrae le ninfe […]

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Culturalmente

La Gioconda diventerà itinerante: la svolta culturale parte dalla Francia

“Senza tabù”: così che la ministra della Cultura francese, Françoise Nyssen, ha intenzione di trattare questioni culturali considerate da sempre delicate. Il quotidiano francese Le Figaro ha riportato la cronaca di un incontro verificatosi tra Nyssen e il presidente del Museo Louvre, Jean-Luc Martinez, durante il quale la ministra ha anticipato diverse iniziative culturali rivoluzionarie da portare a termine nel 2018. Tra di essi, emerge il progetto di “prestare la Gioconda” al fine di opporsi alla segregazione culturale. La promozione e l’allargamento spazio-temporale della cultura si fanno rivoluzionari a partire dalla Francia: la tradizionale inamovibilità della Monna Lisa, capolavoro iconico proveniente dal genio di Leonardo Da Vinci, nonché ritratto più celebre al mondo, verrà abolita. Il suo prestito ad altri musei è sempre apparso estremamente utopico: dipinta su una tavola di pioppo particolarmente erodibile, la Gioconda ha subito danneggiamenti derivanti dal tempo ma anche da atti vandalici. Inoltre, nel 1911 essa fu soggetta a un furto, particolarmente scandaloso non solo perché verificatosi al Louvre ma anche perché risultò il primo furto di opere d’arte della storia. Preservata dietro una teca di vetro infrangibile, a temperatura e umidità controllate, la Gioconda ha sempre suscitato fascino, curiosità e una carica emotiva eccezionale nei visitatori del Louvre, che decantano il sorriso enigmatico della giovane donna raffigurata, la posa delicata delle mani, la naturalezza del paesaggio entro cui si inscrive. La Gioconda, ritratto di respiro internazionale. E ancora, l’universalità e la monumentalità della Gioconda si coniugano alla spontaneità e alla concretezza di un ritratto che non ha niente delle pose ufficiali e un po’ fisse della ritrattistica quattrocentesca. La resa pittorica sublime sottace un’enigma, che è sia l’enigma dell’identità del soggetto rappresentato che quello del suo autore, sia l’enigma dell’introspezione psicologica ben visibile nell’opera. Nel 2011, la richiesta di trasferire temporaneamente la Gioconda alla Galleria degli Uffizi di Firenze per il centesimo del suo furto fu respinta. Ciò rende ancora più eccezionale il piano itinerante della ministra francese Nyssen, che medita di regalare la visione della sua ambiguità ai visitatori di altri musei. La ministra sottolinea che uno dei pilastri per combattere la segregazione culturale è rappresentato dalle opere itineranti. La filiale del Louvre a Lens potrebbe rivelarsi la prima meta che la Gioconda toccherà, avendo il sindaco Sylvain Robert già presentato domanda al presidente della Repubblica. La Gioconda dunque si presta a un’iniziativa intelligente per la liberalizzazione dell’arte, che concepisce il prestito dell’arte come strumento di diffusione della cultura. La svolta culturale, radicale e priva di tabù, scaturisce dall’esigenza di svincolare la Gioconda dalla “paralisi” che la tiene segregata nella sua scatola di vetro da dove viene prelevata per il check-up annuale solo per poche ore, restando all’interno della galleria. La fine della segregazione culturale potrebbe aver origine proprio dalla condivisione di un’icona dell’arte di respiro universale che finalmente mette piede nel mondo.

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Culturalmente

Dopo 7 anni torna a crescere il mercato dei libri (grazie all’eCommerce)

Ci sono voluti sette anni di attesa, ma finalmente il mercato del libro in Italia ha abbandonato il “rosso” dei bilanci: come spiega l’ultima indagine della Aie – associazione italiana editori – alla fine del 2017 il numero di copie vendute è tornato a essere positivo, grazie anche all’impatto dei nuovi strumenti digitali. Le vendite di libri in Italia In realtà ci sono alcuni chiarimenti da fare, in merito ai dati rivelati dall’Aie: innanzitutto, dal totale complessivo sono esclusi (per ora) i risultati delle vendite realizzate attraverso Amazon (che non rivela i propri dati e sui cui è possibile fare solo stime), e soprattutto il trend positivo non sembra avere un impatto sul numero di lettori (ma questo è un aspetto più “culturale”), come appunto sottolineato nel corso della giornata conclusiva del 35esimo seminario di perfezionamento della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri, durante la quale l’associazione ha presentato il bilancio dell’anno 2017 dei libri in Italia. Più di 88 milioni di copie Guardando più nello specifico i numeri, sono 88,6 milioni i libri acquistati in Italia nell’anno passato, e a livello complessivo il fatturato generato dalla vendita delle copie è cresciuto del +5,8 per cento, arrivando a un giro d’affari di 1 miliardo e 485 milioni di euro da “spartire” nei canali di librerie, librerie on-line e grande distribuzione; segno più anche per il mercato degli e-book e degli audiolibri, che nel 2017 ha raggiunto quota 64 milioni di euro (con incremento di 3,2 punti percentuali sul 2016). L’impatto dell’eCommerce Come accennato, questa crescita sembra legata a doppio filo all’aumento del peso degli acquisti online, mentre continuano a calare le piccole librerie; nello specifico (e sempre senza considerare il gigante Amazon), l’eCommerce librario pesa per il 21,3 per cento del venduto, con circa 5 punti percentuali di incremento in un solo anno. Tra i motivi di questo successo ci sono vari fattori, sia pratici (la comodità di trovare il libro che stiamo cercando con un clic e di riceverlo direttamente a casa) che economici. I vantaggi degli acquisti online Gli sconti consentiti ai rivenditori attraverso il Web attraggono sempre più utenti, che possono anche utilizzare sui vari portali i coupon promozionali diffusi su piattaforme come Piucodicisconto.com, che servono ad abbassare ancor più il prezzo dei propri acquisti. E così, se l’eCommerce guadagna spazio, a rimetterci sono innanzitutto le librerie indipendenti, scelte oggi solo da un italiano su quattro (erano al 40 per cento appena 7 anni fa, nel 2010), e la grande distribuzione organizzata, che comunque limita le perdite passando dal 16,3 per cento di dieci anni fa all’attuale 9,1 per cento. Ma si legge ancora poco L’aspetto più amaro di questa indagine è però un altro: è vero che gli italiani sono tornati a comprare libri, ma a quanto risulta osservando le analisi statistiche dell’Istat questo non significa che nel nostro Paese si sfoglino più pagine. L’istituto di statistica nazionale ha infatti pubblicato il rapporto “Produzione e lettura di libri in Italia” (ma su dati 2016), in cui rivela che i lettori sono scesi di 2 punti percentuali in un anno, e che solo un terzo degli italiani dichiara di aver letto almeno un libro durante gli ultimi dodici mesi, […]

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