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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 859 articoli

Culturalmente

Dipinti famosi: da La Gioconda a L’Ultima cena

Dipinti famosi assolutamente da conoscere | Opinioni L’arte è la forma estetica più conosciuta e diffusa, oltre ad essere particolarmente apprezzata nel mondo, sin dai tempi remoti. Esistono numerosi dipinti famosi, che nel corso del tempo hanno saputo conquistare, con la propria bellezza, gli occhi ma anche l’anima e il cuore di chi li guarda. Il più conosciuto tra i dipinti famosi: La Gioconda Uno dei dipinti più conosciuti è sicuramente La Gioconda, o Monna Lisa, di Leonardo Da Vinci, che si trova al Museo del Louvre (Parigi). Questo dipinto famoso rappresenta un’icona della pittura mondiale ed è stata di volta in volta amata e idolatrata ma anche derisa e nel tempo non sono mancate le critiche. L’opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa (un diminutivo di “Madonna”), moglie di Francesco del Giocondo, (quindi la “Gioconda”). Fu lo stesso Leonardo Da Vinci a portare il famoso dipinto in Francia, nel 1516, che probabilmente fu acquistato poi da Francesco I. Probabilmente, ciò che più colpisce di questo meraviglioso quadro è la correlazione tra l’immagine e la realtà nota, ciò di cui l’uomo è a conoscenza. Osservando determinati dipinti famosi, la reazione che potrebbe nascere è quella di un vero e proprio “shock” di tipo estetico. La bellezza potrebbe catturare l’attenzione, causando un turbamento, dovuto alla caratterizzazione estetica dell’opera stessa. La nascita di Venere A tal proposito, un altro dipinto famoso, da menzionare, è La nascita di Venere, realizzata da Sandro Botticelli; il celebre dipinto si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze e rappresenta l’icona del Rinascimento italiano, simbolo della prosperità e della bellezza, propria di un’epoca che si connota quale fulcro dell’arte e della storia d’Italia. La Nascita di Venere è da sempre considerata un capolavoro. Nell’opera sono riscontrabili alcune caratteristiche stilistiche tipiche dell’arte di Botticelli, come ad esempio la ricerca di una bellezza e di un’armonia ideale, che porta ad una rappresentazione inesatta dell’anatomia di Venere: un esempio evidente è il suo lungo collo. Il famoso dipinto ha da sempre affascinato i numerosi visitatori non solo italiani ma anche stranieri, che ogni anno giungono in Italia e visitano la splendida galleria di Firenze. Ciò che colpisce, a primo acchito, è lo spazio espositivo nel quale è collocata l’opera d’arte, in questo caso un dipinto. Esiste una vera e propria dialettica tra ambiente espositivo, opera e linguaggio intrinseco. Osservando un dipinto, che poi nel corso del tempo diventerà famoso, ciò che cattura l’attenzione non è solo la bellezza dell’opera stessa ma anche una serie di caratteristiche, seppur piccole, quali il colore, gli abbinamenti, lo spazio intorno, che contribuiscono a creare proporzione e quindi equilibro e soprattutto armonia. La notte stellata Ad esempio, facendo riferimento ad un altro dipinto famoso, come La notte stellata, di Vincent Van Gogh, esso potrebbe piacere a prescindere, perché si tratta di un lavoro prodotto da un artista del calibro di Van Gogh. Ovviamente non è così perché, tralasciando l’autore, il dipinto, nel suo insieme, nella propria armonia crea un effetto che lo rende, appunto, […]

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Culturalmente

Stile anni ’80: tra nostalgia e attualità

Lo stile anni ’80 è inconfondibile: scopriamo insieme i suoi aspetti più rivoluzionari | Riflessione «Anni come giorni son volati via. Brevi fotogrammi o treni in galleria. É un effetto serra che scioglie la felicità. Delle nostre voglie e dei nostri jeans che cosa resterà… Cosa resterà di questi anni Ottanta afferrati già scivolati via…». (Cosa resterà degli anni ’80 di Raf). Così cantava il cantautore italiano Raf alle soglie degli anni Novanta, che avrebbero chiuso un decennio straordinario, favoloso, colmo di fascino, musica spettacolare, modi e stili che oggi si cerca di imitare e recuperare. Gli anni dei giochi d’infanzia, quelli autentici, quelli che si toccavano con mano, come bambole e palloni, corde e gessetti. Gli anni dei genuini batticuore, quando lettere e bigliettini tingevano le guance di un porpora delicato. Gli anni delle uscite adolescenziali in gruppo, quando non c’era molto spazio per gli aspetti anfibologici delle relazioni. Gli anni delle ricerche effettuate in biblioteca e dei viaggi on the road seguendo intuito, mappe e cartine, quando la voce pseudo-sensuale dei navigatori era relegata al limbo delle moderne tecnologie. Gli anni degli sguardi scambiati e delle parole sussurrate all’orecchio, sotto la luna e le stelle, in riva al mare o sotto il pergolato di casa. Gli anni delle cabine telefoniche e dei rullini delle fotocamere. Gli anni dei pomeriggi pane e nutella e delle notti d’estate intorno ad un falò, con chitarra, musica ed amore. Gli anni ’80 recano fascino intramontabile per coloro che li hanno vissuti sulla pelle e per gli eredi che non li hanno attraversati di persona. E lo dimostra il successo di film, canzoni, serie TV e varie forme di intrattenimento che ne esaltano modi e stile. Gli anni della rivoluzione, dove la parola d’ordine “trasgressione” infondeva stimoli e arginava pregiudizi. Trasgressione nelle note, nelle parole, nel particolare stile d’abbigliamento, divenuto iconico, questo grazie anche e soprattutto agli esempi del cinema e alle star che hanno osato con sicurezza e dirompenza. E proprio lo stile, legato ad abbigliamento, accessori e taglio di capelli, risulta uno dei mood più appariscenti di un decennio all’insegna dello sgargiante. Stile anni ’80. Outfit Tra scaldamuscoli e t-shirt, sulla scia di Fame – Saranno Famosi, giubbotti di pelle e jeansati, capelli vaporosi e cotonati, lo stile anni ’80 ha lasciato impronte decisive, tanto da riproporne la tendenza con outfit più attuali che mai. Lo stile anni ’80 ha destato tanto fascino ed interesse grazie alle icone straniere ed italiane che ne hanno esaltato la particolarità. Si pensi a Madonna, la popstar americana che non fu soltanto una delle artiste più ascoltate ed osannate in quegli anni, bensì anche un autentico punto di riferimento per la moda. Pantaloni e top neri, cintura vistosa con borchia e numerose collane. Il punto chiave erano spesso gli accessori, infatti, ed inoltre collane, cinture ed orecchini, anche giacche con risvolti e guanti bianchi, così da creare i giusti contrasti di colore. Look questo sfoderato nel film Cercasi Susan disperatamente (1985). In alternativa, la talentuosa […]

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Attualità

La crisi del ’29: un approfondimento storico

“La prova del nostro progresso non è quella di accrescere la ricchezza di chi ha tanto, ma di dare abbastanza a chi ha troppo poco”. È con queste parole che Franklin Delano Roosevelt getta le basi per porre fine alla crisi economica più famosa della storia americana: la crisi del ’29, così chiamata poiché verificatasi nel 1929, con il crollo della borsa di Wall Street. Durante i “Ruggenti anni ‘20”, nonostante la stabilità politica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale, sull’America si abbatté la prima catastrofe di ordine economico. Evento catastrofico, sì, non solo per la devastazione che si lasciò dietro, ma anche per essere stata una delle fautrici, insieme al totalitarismo, della Seconda Grande Guerra. La crisi e i successivi eventi che ne derivarono presero il nome di Grande Depressione e furono testimonianza del più grande economico mai visto fino a quel momento, in una società dove il progresso si era succeduto senza ricadute sin dalla Rivoluzione Industriale. Politicamente parlando, il potere si riversò totalmente nelle mani del partito repubblicano, con Harding e in seguito Coolidge, i quali sostenevano l’accumulo della ricchezza privata, a scapito delle classi più povere. Nonostante le discriminazioni delle classi inferiori, l’ottimismo generale non subì una battuta d’arresto, anzi vide il fulcro del suo sviluppo in Wall Street, sede della Borsa di New York. Ma cosa generò la crisi? Il periodo di benessere che investì gli Stati Uniti, aveva portato a un aumento della domanda di consumo, al punto tale da generare una produzione senza precedenti. Tuttavia, il mercato interno non fu in grado di assorbire la grande mole di prodotti, portando a un crollo dei prezzi e ad un conseguente crollo della produzione, nonché la presenza di materiale in eccedenza, incapace di essere smaltito. Il 24 ottobre 1929, conosciuto come il giovedì nero, sancì l’inizio della catastrofe con la svalutazione di 13 milioni di azioni che vennero vendute senza limite di prezzo e il crollo del valore dei titoli. Tuttavia, il crollo vero e proprio della Borsa di Wall Street si verificò il 29 ottobre, che passò alla storia come “martedì nero”, quando circa 16 milioni di azioni vennero vendute in un solo giorno. A questo evento seguirono numerosi suicidi da parte di speculatori e azionisti, per non parlare delle conseguenze che si riversarono sui ceti meno abbienti, generando una disoccupazione di massa. La crisi del ’29 produsse una ferita ingente che sfregiava il volto dell’America ricca di sogni, che era stata il sostegno economico della maggior parte dei paesi. L’approccio protezionistico che aveva portato alla sovra-produzione durante la crisi del ‘29, proseguì anche dopo il crollo della borsa, e la sua estensione a tutti gli altri paesi produttori, generò un collasso del commercio internazionale. Per quanto riguarda l’America, in particolare, si registrò un vertiginoso incremento della disoccupazione e una contrazione del reddito. A coronare il tutto, gli Stati Uniti si videro costretti a richiamare i prestiti che avevano erogato ai paesi esteri in difficoltà, incrementando in questo modo la crisi internazionale. La […]

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Riflessioni culturali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6! La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo. L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Divinità indiane: la Trimurti Brahma Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore. Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman. Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto. A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman). Shiva Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo. Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di […]

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Culturalmente

Frasi meravigliose (su Napoli), la nostra top 10

Frasi meravigliose (su Napoli). Città d’incanto, della dialettica passionale. Città dove nel momento in cui trovi un difetto, l’istante successivo l’hai già dimenticato. Città di segreti e superstizione, di cibo e colori, di odio e amore, di lacrime e baci. Favola e storia, mente e cuore. Figlia della Sirena Partenope, madre di tramonti tinti di rosa e di un mare azzurro lucente. Tutto a Napoli è vita e sogno, è intelligenza e speranza, è bellezza immensa ed eterna, come eterna è la sua filosofia del cuore. Poeti, scrittori, cantautori hanno speso parole meravigliose per esaltare la magia di una terra unica, incastonata tra natura e canzoni, tra maschere e genuinità, tra gioia e sofferenza, tra pizza e spettacolo. Terra fertile di ingegno e talento, di sentimento ed abbondanza. E di fronte al detto «Vedi Napoli e poi muori», si potrebbe a rigore affermare «Vedi Napoli e vivi». Sì. Perché il sapore del sale si depone tra gusto e pelle, l’odore dello iodio inebria i sensi assopiti, la vista di Castel dell’Ovo dona linfa vitale all’animo sognatore. Ebbene, in questa sede sono state selezionate dieci frasi meravigliose (su Napoli) da leggere, assaporare e rileggere, pensate e scritte per esaltare e mostrare tutta la speciale essenza di una città che è mondo. Frasi meravigliose (su Napoli). Le dieci selezionate «Tutto è azzurro a Napoli. Anche la malinconia è azzurra». Così il poeta e giornalista italiano del XIX° Libero Bovio si esprime descrivendo Napoli attraverso uno dei particolari che da sempre la identifica e caratterizza: il colore azzurro. L’azzurro vivo del mare e del cielo che incorniciano la splendida città. L’azzurro del cuore goliardico di quanti si dicono tifosi, ma in realtà innamorati. L’azzurro di occhi sinceri e genuini, assetati di passione e speranza. L’azzurro di mani sporche di vita ma, uanema, pulite d’amore! L’azzurro dell’anima, delle vene, di ogni più piccola fibra dell’essere. A Napoli è azzurra anche la malinconia, la tristezza e la sofferenza. Perché azzurro non è un colore, ma condizione e identità. «Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo». Così lo scrittore francese del XVIII° offre il suo contributo nel descrivere sensazioni inedite provate alla vista della città più bella dell’universo. Non la più bella d’Italia o dell’Europa o del mondo, ma dell’universo. Perché una bellezza genuina e incantevole come quella della città partenopea è semplicemente inimitabile e irrintracciabile altrove. Perché quella bellezza è cucita sulla pelle imbevuta di spine e di rose. Perché è una bellezza che si nutre di semplicità e regala immensità. Perché una bellezza così vera è anche assolutamente rara. «Questo ricco sangue napoletano si arroventa nell’odio, brucia nell’amore e si consuma nel sogno». Così la scrittrice e giornalista italiana del XIX° Matilde Serao esprime considerazione e stima per la multiemozionale Napoli. Il mare costituisce il sangue che scorre nelle vene dell’essenza partenopea. Quel sangue che si accende di toni diversi anche in istanti connessi e […]

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Culturalmente

Dialetti italiani. Storia e caratteristiche

Nella nostra penisola accanto all’italiano vengono parlate anche le sue varietà regionali note come dialetti italiani. Sulla parola “dialetto” sono state avanzate molte definizioni, tra cui due in particolare: la prima indica la varietà di una lingua parlata in una data area geografica accanto alla lingua standard. La seconda invece indica una lingua che non viene riconosciuta come ufficiale e che ha una propria grammatica, un proprio lessico e una storia culturale e letteraria. Origini dei dialetti italiani Come è noto l’italiano, il francese, lo spagnolo e tutte le lingue romanze derivano dal latino. Non però il latino letterario di Cicerone e Tacito, quello indicato come classico, ma quello parlato dalle popolazioni dell’Europa occidentale assoggettate dai Romani. Nei territori conquistati dall’Impero veniva infatti imposta la lingua latina la quale, tuttavia, veniva contaminata dalle parlate locali. Il risultato che venne fuori era il latino volgare (da volgus, popolo in italiano. Quindi latino parlato dal popolo). Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.c. e la formazione dei regni romano-barbarici, il latino perse la propria stabilità e accelerò il proprio processo di contaminazione. La stessa cosa avvenne anche in Italia, dove il latino volgare dette vita alla lingua italiana e anche ai dialetti italiani. Suddivisione dei dialetti italiani I dialetti italiani rappresentano una realtà viva e pulsante. In molti casi acquistano addirittura lo status di lingua ufficiale di una regione e tutti hanno una propria grammatica, un proprio lessico e una propria storia culturale e letteraria. Vengono classificati in cinque gruppi: Dialetti settentrionali. Sono tutti quei dialetti italiani che vengono parlati nel Nord dell’Italia, delineati da quella che in linguistica viene chiamata “linea La Spezia – Rimini”. Questo gruppo si suddivide in due sottogruppi: – dialetti gallo-italici, detti così in quanto formatisi nei territori abitati in precedenza dalle popolazioni celtiche e comprendono il piemontese, il lombardo, il ligure, il trentino e l’emiliano-romagnolo. – dialetti veneti, sviluppatasi in Veneto e nel Trentino. Comprendono il veneto, il veronese, il vicentino-padovano, il triestino, il trevigiano, il veneto-giuliano. Dialetti toscani. Noti anche come “vernacoli”, si tratta di dialetti italiani parlati in Toscana. Di questo gruppo fanno parte il senese, l’aretino, il pisano, il pistoiese e il lucchese. Particolarmente importante è il fiorentino, sviluppatosi a Firenze. Il contributo che nel medioevo gli dettero Dante, Petrarca e Boccaccio (le “tre corone”) permisero a questo dialetto di divenire la lingua della letteratura italiana e quindi l’idioma dell’intera penisola. Ciò porterà alla nascita di quella che passerà alla storia come “questione della lingua”, i cui natali vanno cercati proprio nel Dante del de Vulgari eloquentia per poi venire approfondita nel ‘500 con le Prose di Pietro Bembo e che solo all’indomani dell’unità d’Italia diverrà lingua ufficiale dell’Italia grazie anche al contributo di Alessandro Manzoni. Dialetti meridionali. Questo gruppo di dialetti è parlato nel sud dell’Italia ed è diviso in tre sottogruppi: – Dialetti meridionali centrali: comprendono il laziale, il romanesco, l’umbro, il ciociaro e il marchigiano settentrionale. – Dialetti meridionali intermedi: comprendono le varietà meridionali del laziale, dell’umbro e […]

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Musa della commedia: Thàlia, storia e significato

Musa della commedia: storia e significato Thàlia è la musa della Commedia e della poesia bucolica, generalmente rappresentata come una figura allegra, con una corona di alloro a cingerle il capo e con in mano una maschera. È ritenuta la madre con Apollo dei Coribanti che, nella mitologia greca, sono sacerdoti della dea Cibele, che inventarono il tamburo a cornice, creando con esso una musica basata sul ritmo ossessivo che doveva servire a curare l’epilessia e per sconfiggere la malinconia di Zeus. Storia delle muse La musa nella mitologia classica identificava ciascuna delle nove figlie di Zeus e di Mnemosine, protettrici del canto e della danza. Le muse sedevano spesso sul trono di Zeus, cantandone con dedizione le imprese e narrando le storie dei grandi e degli dèi. Le Muse, che siano donne reali o personaggi che nascono dall’immaginazione, esse guidarono l’ispirazione artistica di innumerevoli scrittori, immortalandole in splendidi versi o in capolavori letterari. A tal proposito, proprio un celebre poeta, Ugo Foscolo nel carme Dei sepolcri, fa riferimento a Parini, dicendo che il poeta era solito appendere alla statua della musa Talia corone di alloro che lui stesso coltivava all’interno della propria umile casa. Nell’ambito della Commedia in quanto rappresentazione teatrale, Thàlia rappresenta una vera e propria evocazione, oltre che una emulazione dei poeti antichi, così come accade in ambito letterario. Tale emulazione assume importanza in riferimento ad una visione ampia della commedia, che vede protagonista vera e propria una musa, dal nome fortemente metaforico; Thàlia, significa infatti, fiorire, così come può, grazie alla musa stessa, fiorire l’ispirazione di un artista, intellettuale, poeta, attore, nel caso della commedia vera e propria. Thàlia: fiorire attraverso l’ispirazione Fiorire grazie all’ispirazione, fiorire rifacendosi ad una musa. In questo caso, la musa della commedia, Thàlia, è associata anche alla più severa satira, nella Musogonia di Monti «e Talìa che l’errore flagella e ride». Per quanto concerne la musa della commedia, è risaputo che gli artisti del passato, avessero “necessità” di far conoscere, attraverso una rappresentazione, il vero, per far sì che il ricordo si conservasse e arrivasse ai posteri. L’ispirazione alla musa diventava una sorta di garanzia della verità, che permetteva di dare forma alla rappresentazione, (nel caso della commedia) con gioia ed espressione. È così che la musa della commedia, Thàlia, si affianca all’essenza dell’artista, alimentando il fiore dell’immaginazione. Si può dire quindi, che la musa della commedia, fiorisce nell’io dell’artista, e rifiorisce in ciò che egli porta in scena.   Immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Talia_(musa)

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Culturalmente

Merda d’artista, l’opera di Piero Manzoni

La storia dell’arte non è fatta solo di artisti, committenti, musei, autoritratti, paesaggi. È costituita anche da provocazioni di ogni sorta e relative a determinate condizioni. In questo contesto si inserisce la controversa Merda d’artista di Piero Manzoni. Piero Manzoni, biografia Piero Manzoni nasce a Soncino, un paesino in provincia di Cremona, il 13 luglio 1933. Trasferitosi a Milano frequenta le scuole presso i Gesuiti e poi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, dove conosce Lucio Fontana. Nel 1958 crea le sue prime opere importanti: delle tele di gesso mescolato con altri materiali che prendono il nome di Achromes. Nel 1959 fonda Azimuth, la sua prima galleria d’arte autogestita. Nello stesso anno si unisce al Gruppo Zero di Düsseldorf. Nel 1961 firma la sua opera più celebre e conosciuta: la Merda d’artista. Negli stessi anni ’60 inizia la sua ricerca sul corpo firmando 71 sculture e 45 corpi d’aria noti come Fiati d’artista Piero Manzoni muore a Milano, stroncato da un infarto, a soli 29 anni, il 6 febbraio del 1963. Merda d’artista. Descrizione dell’opera Piero Manzoni ideò l’opera nel 1961. Il 21 maggio di quell’anno mise all’interno di alcuni barattoli, simili a quelli per la carne in scatola, le proprie feci. Sopra vi applicò un’etichetta con la scritta in più lingue «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». I singoli barattoli, indicati con una numerazione che va da 1 a 90, costituiscono il catalogo delle collezioni d’arte di tutto il mondo. Al Tate Modern di Londra si trova il barattolo numero 4, al museo del Novecento di Milano il numero 80 e al MADRE di Napoli il barattolo numero 12. Significato dell’opera La chiave di lettura della Merda d’artista risiede in un procedimento applicato dallo stesso Manzoni. Egli infatti valutò ogni singolo barattolo con lo stesso prezzo di 30 grammi d’oro, conferendogli così un alto valore. L’artista vuole semplicemente comunicare che l’arte contemporanea vive di un paradosso assurdo per cui le opere d’arte non vengono valutate in base alla loro estetica o al messaggio che vogliono trasmettere, ma in quanto opere di un determinato artista di una certa notorietà. Si tratta di una provocazione simile a quella già compiuta da Duchamp con la sua Fontana, costituita da un orinatoio rovesciato e spacciato come “opera d’arte”. Rispetto però all’artista dadaista la critica è più radicale nella Merda d’artista e viene esposta mediante la mercificazione di una parte del basso corporeo, simbolo della propria automercificazione. Immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Merda_d%27artista#/media/File:Piero_Manzoni_-_Merda_D%27artista_(1961)_-_panoramio.jpg

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Eris: la dea greca della discordia

Gli dei dell’Olimpo sono tra i protagonisti delle più affascinanti e intriganti avventure. Numerose divinità inferiori, rispetto a quelle conosciute per antonomasia, popolano storie tra le più bizzarre di sempre. Tra queste vi è Eris, il cui nome deriva dal greco “conflitto, lite, disputa“, la cosiddetta dea greca della discordia. Al nome di tale dea si accompagnano quindi dolore e disperazione, nonché stragi e conflitti. Ad essa si associa dunque la sofferenza e in ogni caso attribuiti negativi. Ma come ogni cosa, essa ha anche un lato positivo; essa è infatti madre della competizione, quella sana, che porta gli uomini a crescere e a superare limiti che si credevano insormontabili. Eris, la dea greca della discordia: le origini Secondo alcuni miti, la dea fu concepita da Era e Zeus. Secondo altri, invece, sarebbe figlia della sola Era, che la generò toccando un fiore. Altri autori riportano che fu concepita da Notte, altri ancora dall’unione di Notte ed Erebo. Avrebbe inoltre tra i suoi fratelli Ker, Moros, Thanatos, Nemesi, Hypnos, Momo, tutti incarnanti prerogative negative, tra le quali la morte violenta, la colpa, la vendetta. La dea della discordia avrebbe al contempo generato divinità tutte associabili al dolore, alla disobbedienza delle leggi, all’oblio, all’errore, al travaglio. Eris apparterrebbe inoltre all’era preolimpica, incarnando caratteristiche tipiche degli uomini e degli dei, ma non possedendo una storia propria. Il suo ruolo nella mitologia greca è infatti marginale; spesso la ritroviamo però sui campi di battaglia, come durante la guerra di Troia, per aizzare i popoli durante lo scontro. Numerose volte è al fianco del fratello Ares, a compiacersi dei caduti durante una guerra. La sua natura è a tal punto crudele, tanto da essere definita da Omero “signora del dolore”. Eris e il suo ruolo nelle vicende divine Una delle vicende tra le più caratteristiche che vede protagonista la dea greca della discordia è il banchetto di nozze di Peleo e Teti. Tremendamente irritata per non essere stata invitata, Eris lancia una mela d’oro con l’incisione “alla più bella”, al fine di scatenare la rivalità e le ire di Athena, Afrodite ed Era, le dee più vanitose dell’Olimpo. Riesce nel suo intento, e le dee invocano come arbitro della disputa Zeus, il re degli dei, che però si sottrae al giudizio per non scatenare l’eterna ira delle dee. Quest’ultimo lo affida dunque all’umano Paride, che ha dimostrato di avere tra le sue virtù quella della giustizia. Athena promette a Paride giustizia e virtù, Era eterne ricchezze, mentre Afrodite gli avrebbe concesso l’amore della donna più bella del mondo. Paride sceglierà quest’ultima, ricevendo come promessa sposa Elena, ma a ciò seguirà il rapimento di quest’ultima, e la conseguente guerra di Troia. La dea greca della discordia ebbe un ruolo anche nella questione del “Vello d’oro“. Ciò risale a quando il vello era in possesso di Tieste. Divenuto conseguentemente re di Micene, quest’ultimo affermò che avrebbe ceduto il suo trono solo se il corso del sole fosse cambiato. Così Zeus, avvalendosi dell’aiuto di Eris, la invia […]

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Culturalmente

Romanticismo italiano. Storia e caratteristiche

Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX in Europa si afferma il movimento letterario, filosofico, artistico e culturale noto come Romanticismo. Il Romanticismo italiano rappresenta, con le dovute differenze e caratteristiche rispetto al clima internazionale, un’importante stagione culturale. Contesto storico L’epilogo delle guerre contro Napoleone fu rappresentato dal Congresso di Vienna del 1815. Gran Bretagna, Russia, Prussia e Austria, vincitrici del conflitto, condividendo i principi di legittimità e stabilità suggeriti dal diplomatico Klemens von Metternich, si spartirono l’Europa delimitando dei limiti da non oltrepassare e ripristinando sui loro rispettivi troni i sovrani spodestati in età napoleonica. Questi capisaldi furono poi sacralizzati tramite la Santa alleanza, un patto con cui le potenze vincitrici si impegnano nel salvaguardare l’istituzione monarchica, le radici cristiane dell’Europa e a impedire qualunque rigurgito rivoluzionario. Dal Congresso di Vienna l’Austria ottiene anche il predominio sull’Italia. Lombardia e Veneto vengono inglobati dal dominio austriaco e ai sovrani imparentati con gli Asburgo vengono ceduti il Ducato di Parma e di Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana. Il regno delle due Sicilie viene invece restituito ai Borbone e a Ferdinando IV (alleato con gli austriaci). Alla luce di questo processo, che nei libri di storia è conosciuto con il nome di Restaurazione, i popoli europei non stanno di certo a guardare. Imbevuti dallo spirito della rivoluzione del 1789, i popoli iniziano a manifestare forme di dissenso nei confronti dell’assolutismo. I moti del 1820-21 in Italia prima e poi quelli del 1848, uniti anche alle rivolte anticoloniali scoppiati in America latina, rappresentano i semi da cui nascerà la grande stagione del Romanticismo. Romanticismo italiano e Romanticismo europeo: caratteristiche e differenze Quando parliamo di Romanticismo è difficile suggerire una definizione univoca e valida per tutti i movimenti romantici nati in Europa, poiché ognuno differisce dagli altri. Questo vale anche per il Romanticismo italiano. Una delle prime differenze cruciali sta nel principio di nazionalità. Come si è già detto il Congresso di Vienna attua un tentativo di ripristinare una situazione politica antecedente alla rivoluzione francese, anche se allo stesso tempo nasce il concetto di identità nazionale. La riscoperta delle proprie radici porta gli intellettuali a rivalutare il Medioevo, l’epoca in cui quell’idea di identità è nata e che viene celebrata con toni sentimentali. Questo significa che le idee illuministe, basate sulla vittoria della ragione sul cuore e su una valutazione negativa dei “secoli bui”, vengono messe da parte. Ciò non avviene in Italia. Il Romanticismo italiano viene infatti inteso come una continuazione dell’Illuminismo e ha il suo centro nevralgico in una Milano influenzata dalle idee austriache. Altra differenza fondamentale sta nel ruolo dell’intellettuale. Se in Europa infatti questa figura deve fare fronte a quella del borghese che, nata dalla rivoluzione industriale, assume la posizione di privilegio che era tipica dell’intellettuale buttandolo ai margini, in Italia avviene il contrario. L’intellettuale aderisce al tessuto della società e, conscio della situazione di arretratezza sociale ed economica in cui il paese versa, si fa portavoce di ideali votati […]

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