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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 742 articoli

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Alcesti: chi è l’eroina indimenticata della tragedia greca

Alcesti: chi è l’eroina indimenticata della tragedia greca? Alcesti, in greco antico Ἄλκηστις, è una figura della mitologia greca, trasportata poi in innumerevoli tragedie arrivate fino ai giorni nostri. La figura di Alcesti, infatti, è stata resa immortale dall’omonima tragedia di Euripide. L’Alcesti euripidea ha ispirato innumerevoli autori posteriori: tra questi, il poeta Geoffrey Chaucer e l’italiano Vittorio Alfieri, che hanno tratto liberamente elementi dal mito greco modificandoli secondo il parere e le necessità del tempo; cosa che ha fatto anche la grande scrittrice Marguerite Yourcenair. Anche Platone, nel suo Simposio, parla di Alcesti: infatti, per il filosofo greco l’eroina è quanto più vicino possa esserci all’amore disinteressato, all’Eros più puro che non esita al sacrificio dinanzi alla necessità. C’è una costante, però, nelle infinite rappresentazioni di questa eroina senza tempo: la sua fedeltà. Il filone originale del mito, infatti, narra di Alcesti che si offre in sacrificio al posto del marito, Admeto. Alcesti è quindi il simbolo della sposa fedele, pronta a rinunciare alla sua vita per il marito. Ma andiamo con ordine: è il caso di conoscere qualcosa in più sull’Alcesti “originale”. Alcesti: chi è l’eroina. Origini del mito e tragedia euripidea La fonte più precisa per quanto riguarda il mito di Alcesti è senza dubbio la tragedia omonima di Euripide. Si narra che Alcesti fosse figlia di Pelia (figlio di Poseidone) e di Anassibia. Admeto, re di Fere, superò diverse prove prima di riceverla in sposa: infatti, dovette fare ricorso all’aiuto del dio Apollo, che gli donò un cinghiale ed un leone. Da qui, però, Admeto avrà un debito con la divinità che dovrà in qualche modo saldare. Purtroppo, il solo modo di saldare il debito per Admeto è il sacrificio in punto di morte. Disperato, il re Admeto cerca qualcuno che sia disposto a sacrificarsi per lui: va addirittura dai suoi anziani genitori che, però, gli rifiutano il sacrificio. Admeto si vede costretto ad accettare, se non fosse per la sua sposa Alcesti, che si offre in sacrificio al suo posto. E’ davvero difficile da credere ma Admeto accetta senza batter ciglio questa proposta, accettando anche l’unica condizione posta dalla sua sposa: Admeto non dovrà più risposarsi, per evitare ai figli ulteriori dolori e la sofferenza di una matrigna che non li ama. La sposa di Admeto, quindi, spira sul letto nuziale, simbolo di una vita di coppia faticosamente conquistata e troppo presto ceduta. Tutto sembra volgersi al peggio: nel palazzo, si preparano i lutti per la regina; finché non si presenta sulla scena Eracle, ignaro del lutto che ha colpito il suo amico. Admeto, da buon greco, adempie ai sacri riti di ospitalità tacendo finanche sul proprio lutto. Eracle, felice di essere nelle proprietà di Admeto, si lascia andare al giubilo finché non nota gli sguardi tristi che gli lancia lo schiavo che lo assiste. Eracle pone delle domande allo schiavo, ed ottiene la verità. L’eroe prova tangibile vergogna del suo comportamento e vuole letteralmente dare un segno ad Admeto che, nonostante il grave lutto, […]

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Frasi siciliane: l’anima di un popolo ricco di storia e tradizioni

Frasi siciliane (o in siciliano), le nostre preferite! I proverbi siciliani sono l’anima di un popolo ricco di storia, tradizioni e con un ampio bagaglio di detti che vengono tramandati man mano nel tempo di generazione in generazione. Poche parole associate spesso ad espressioni ad hoc riescono a spiegare la realtà e la filosofia di vita con un colore unico che solo i dialetti possono donare. I temi toccati da queste bellissime massime sono tanti come ad esempio la vita, le donne, il cibo e quasi tutti con un pizzico di umorismo. Frasi siciliane: cibo, vita, donne, amore e quotidianità Per quanto riguarda il cibo, possiamo elencare alcuni tra i detti più importanti come ad esempio: ”Lassa chi mangiari e non chi fari” (Lascia da mangiare, ma mai ciò che devi fare); ”Lu bonu vinu, fa bonu sangu” (Buon vino fa buon sangue); ”A tavula ci voli facci di monicu” (A tavola ci vuole faccia da monaco ossia mai vergogna); ”Cu mangia vavalaggi caca corna e cu mangia carrubbi caca ligna” (Tutto dipende dalla qualità della materia prima che si usa); ”Falla comu la voi sempri è cocuzza” (Cucinala come vuoi sempre zucca rimane). Per la vita e la quotidianità di ogni giorno abbiamo diverse frasi siciliane: ”Cu pava prima, mangia pisci fitusu” (Chi paga prima, mangia pesce marcio); ”Cu’ è picciottu è riccu” (Chi è giovane è ricco); ”Cu’ nesci, arrinesci” (chi esce, riesce); ”Cu’ bedda voli appariri, tanti guai havi a patiri” (Chi bella vuole apparire, tante sofferenze deve subire); ”Occhi chi aviti fattu chianciri, chianciti.” (Occhi che avete fatto piangere, piangerete). Altro argomento molto toccato dai proverbi siciliani è quello dell’amore, ma soprattutto quello finito male, con i seguenti detti: ”Va leviti d’avanti sparapaulu ca l’amuri pri forza e sempri trivulu” (Togliti dai miei occhi poveraccio che amarsi per forza diventa sempre lamento); ”Si amuri novu si pigghia lu locu scurdari non si po’ l’amuri anticu” (Se un amore nuovo piglia posto ad uno vecchio questo non si può scordare); ”Lu veru amuri non senti cunsigghiu” (Chi ama veramente non ascolta i consigli altrui); ”Matrimoni e viscuvati, di lu celu su mammati” (I matrimoni e nomine a vescovo sono doni del cielo); ”Nuddu ti pigghia si non t’assimigghia” (Non ti sposa altro che persona a te simile). Altra ed ultima tematica della nostra carrellata di frasi in siciliano sono le donne: ”Cu la fimmina mancu lu diavulu ci potti” (Con la donna neanche il diavolo può fare qualcosa); ”La donna, lu ventu e la vintura pocu dura” (La donna, il vento e la sorte poco durano); ”Nun c’è sabitu senza suli e nun c’è fimmina senza amuri” (Non c’è sabato senza sole e non c’è donna senza amore); ”Cu scecchi caccia e fimmini criri, facci di paradisu ‘unni vidi” (Chi gli asini rincorre e alle donne crede, la porta del Paradiso non vede); ”Cu si la pigghia picciotta assai, tummina tummina sunnu li vai” (Chi sposa una ragazza molto piccola di età, non passa tempo che vengono […]

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Teoria del piacere: un’indagine sulla felicità dell’uomo

Giacomo Leopardi, celebre poeta, scrittore, filologo italiano, nacque a Recanati nel 1798, ed è una delle personalità più studiate ed analizzate, del panorama letterario italiano. Tra le innumerevoli e meravigliose opere della produzione leopardiana, spicca, lo Zibaldone, una raccolta di pensieri, nella quale è enunciata la famosa teoria del piacere, così come egli stesso la denomina. La celebre teoria, è racchiusa in circa venti pagine, scritte tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La teoria del piacere sviluppata da Giacomo Leopardi, si fonda su un principio cardine, ossia: ciò che muove le azioni degli uomini, è il raggiungimento del piacere. La vita dell’uomo è caratterizzata dalla presenza quasi costante di desideri, tendenzialmente infiniti, poichè, l’individuo vorrebbe che non finissero mai. In realtà, è bene precisare che, l’inclinazione o tendenza al piacere non conosce limiti perché essa stessa è connaturata all’esistenza. Tuttavia, al contrario, gli strumenti con i quali l’uomo può soddisfare i propri piaceri, tendendo alla felicità, sono limitati, effimeri e ciò crea una distanza incolmabile tra il desiderio del piacere e l’impossibilità di soddisfarlo. Nel pensiero leopardiano, l’uomo in quanto essere finito, è infelice, perché la felicità è identificata esclusivamente con il piacere materiale, che è infinito. La teoria del piacere, elaborata nello Zibaldone, si collega secondo gli studiosi, alla prima parte del pessimismo leopardiano, dell’esistenza intesa come sofferenza e quindi come impossibilità di appagare i propri desideri. Teoria del piacere: un’indagine sull’infelicità dell’uomo Giacomo Leopardi, dopo aver preso consapevolezza della vanità delle cose che caratterizzano la quotidianità, e l’impossibilità di soddisfare i piaceri dell’animo umano, definisce questi due importanti aspetti, gli “assiomi” della teoria del piacere, quindi causa e contesto in cui e per mezzo di quali, si sviluppa la teoria stessa. Essa si identifica quindi come una vera e propria indagine sull’infelicità dell’uomo. In questa visione, la felicità è identificata con il piacere; ogni uomo, per sua natura desidera il piacere, che però è infinito e quindi sostanzialmente irraggiungibile. A causa di queste motivazioni, nel corso dell’esistenza, l’individuo continua a provare sofferenza per l’incapacità di soddisfare i propri piaceri, che si tramutano in desideri non appagati e quindi in pessimismo. Secondo Loepardi, la vita è un continuo alternarsi di desidero di piacere e insoddisfazione e quindi dolore per il mancato raggiungimento. L’uomo, anche nel momento di pieno piacere, continuerà incessantemente a sentirsi insoddisfatto e inappagato, preso dal desiderio di appagare altri piaceri. Teoria del piacere e felicità: un legame indissolubile Lo scopo primario della vita dell’uomo è il piacere e quindi l’appagamento individuale. Come è scritto in un passo della “teoria del piacere”, – l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio – infatti, in riferimento a ciò, si determina uno degli aspetti principali del pensiero leopardiano, il piacere come sinonimo di felicità, raccolti in un legame indissolubile. Ogni individuo, grazie al desiderio, può sentirsi vivo, poiché una vita senza piacere non sarebbe vera esistenza; è dunque esso che rende gli uomini vivi e al contempo infelici. Un desiderio soddisfatto corrisponde ad un altro desiderio da […]

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Proverbi e detti romani: tra divertimento e cultura della città ”Caput Mundi”

Detti romani, i nostri preferiti Roma è la città dalle mille sfumature, ricca di storia e di cultura come nessun’altra città al mondo. Tra le vie e le vite di questa splendida civiltà, riecheggia uno dei dialetti più divertenti e scanzonati di sempre da cui sono derivati tantissimi modi di dire, detti, proverbi con sfondo quasi sempre ironico che presentano una cartolina della Roma spensierata, della Roma unica. I proverbi e i detti romani sono frasi, modi di dire, aforismi e detti che esprimono un’esperienza millenaria e che riescono a descrivere gli ambiti più diversi dell’esperienza e della saggezza umana in un incontro tra presente e passato. Proverbi e detti romani: storia e tradizione nei modi di dire più comuni Tra i modi di dire più comuni della capitale romana, ne elenchiamo qui alcuni con i rispettivi significati che ancora oggi sono più attuali ed usati che mai: Chi tte fa più de mamma, o tte finge o tt’inganna (Chi fa più di tua madre, o finge o ti frega); Vedé e nun toccà è ‘na cosa da crepà (Vedere e non toccare è un po’ come crepare); Er bisogno fa ffa’ dde tutto (Il bisogno fa fare ogni cosa); Er più pulito cià ‘a rogna (Siamo tutti dei peccatori); Acqua passata nun macina più (Le cose passate non tornano indietro); Troppi galli a cantà, nun se fa mai giorno (Quando parlano in troppi, non si passa mai ai fatti); Mejo dolor de bborsa che ddolor dde core (Meglio avere problemi di soldi che d’amore); Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate (Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete); Roma è santa, ma er su popolo boja (Roma è una città santa, ma non il suo popolo); Tutte le strade porteno a Roma (Roma è al centro di tutto); Pe’ cconsolasse abbasta guardasse addietro (Per consolarsi basta guardare chi sta peggio di noi); Male nun fa, paura nun avé (Chi non fa del male non ha nulla da temere); Piscia a lletto e ddice ch’ha sudato (Fare la pipì a letto e dire che è sudore); Morto ‘n papa se ne fa un antro (Morto un Papa se ne fa un altro); Sparagna, sparagna, arriva er gatto e se lo magna (Risparmia, risparmia che arriva il gatto e se lo mangia); Chi intigna, se la sbigna, chi scommette ciarimette (Chi si ostina la spunta, chi scommette ci rimette); A Roma Iddio nun è trino, ma quattrino (A Roma il Dio non è la trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, ma i soldi). Fonte immagine: pixabay.com

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Anassimene di Mileto, il filosofo dell’aria

Generalmente Anassimene (586-528 a.C. circa) viene collocato, insieme a Talete e ad Anassimandro (di cui fu probabilmente discepolo), nel contesto dei “Milesi”, vale a dire i filosofi della città di Mileto, nella Ionia Minore. Sappiamo che scrisse un’opera, Sulla natura, di cui non ci resta che un breve frammento. Pertanto conosciamo il suo pensiero sulla base di testimonianze indirette, soprattutto attraverso Diogene Laerzio, che a sua volta dovette ispirarsi a un saggio monografico di Teofrasto. Come già Talete e Anassimandro, anche Anassimene si pose il problema del principio di tutte le cose: l’”archè”. Mentre Talete scelse l’acqua e Anassimandro l’apeiron (una realtà immateriale, indefinita e in continuo movimento), Anassimene afferma che tutto deriva dall’aria. Si possono avanzare ipotesi sul motivo di questa scelta: in fondo l’aria si identifica un po’ con quel cielo che era la sede degli dèi e quindi non pare una scelta insensata. Di certo sappiamo che Anassimene affermò che l’aria è il principio di tutto in quanto è principio della vita: bisogna tenere in considerazione che il termine greco che indica la vita (l’anima) in origine significava proprio “soffio vitale”. E d’altra parte, l’aria, in quanto soffio e respiro, è principio di vita e di animazione di tutti gli esseri. Anassimene rifiutò quindi il principio astratto e indeterminato posto da Anassimandro a fondamento di tutto il cosmo. Dall’aria, secondo Anassimene, derivano tutte le cose e nell’aria tutte le cose si dissolvono: ciò avviene attraverso un duplice e antitetico processo di condensazione (che conduce alla generazione di venti, nuvole, acqua, terra, ecc.) e di rarefazione (che dà origine al fuoco). L’aria è sempre in movimento, e il caldo e il freddo non sono qualità a se stanti, bensì effetti secondari del movimento: la concezione di Anassimene costituisce quindi un passo importante verso una concezione interamente meccanicistica dell’Universo. L’aria è anche quel respiro che indica la vita del corpo organico e che secondo i primitivi è l’anima; così egli può considerare l’aria come principio promotore e conservatore della vita cosmica. Anassimene, un passo indietro oppure no? Ciononostante Anassimene viene solitamente trattato a piccoli cenni ed è sempre stato considerato inferiore rispetto agli altri due milesi: Talete fu l’iniziatore della ricerca del principio, Anassimandro fece un grande passo avanti introducendo il concetto di astrazione e Anassimene ha fatto, in un certo senso, un passo indietro: è rimasto legato ad un elemento concreto quale è l’aria. Tuttavia ultimamente è stato rivalutato per diverse ragioni; tra le tante, una merita di essere ricordata: in epoche successive a quelle dei Milesi, Diogene di Apollonia penserà di riprendere la filosofia milesia e tra i tre autori scelse proprio di esaminare Anassimene, da cui mutuò l’aria come principio cosmico. Ci deve dunque essere un motivo se un uomo colto come Diogene scelse proprio Anassimene. La risposta è che evidentemente Anassimene, dei tre, era il più coerente e classico per i successori. Anassimene non si limitò a dire che l’aria era il principio di tutto, ma si sforzò e cercò di spiegare il processo (a differenza di Talete) tramite il quale l’aria […]

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Homo di Neanderthal: un enigma scientifico attraverso i secoli

Attraverso i secoli, un enigma scientifico che ha interessato le ricerche degli studiosi è stato quello dell’Uomo di Neanderthal (noto anche come homo di Neanderthal). Dal nome della valle del fiume Neander dove è stato ritrovato il primo esemplare nei pressi di Dusseldorf in Germania, prende il nome questa particolare specie di Homo sapiens. Nonostante i primi reperti di questo ominide siano stati ritrovati in Europa, alcuni resti sono stati scavati anche in Asia, il che ci fa pensare che questa specie sia vissuta in ambedue i continenti. Visse nel periodo paleolitico medio compreso tra i 200000 e i 40000 anni fa e nell’ultimo periodo della sua esistenza ha convissuto con lo stesso Homo sapiens, scomparendo però in un tempo relativamente breve, motivo per cui è un fenomeno attualmente molto studiato. Dal comportamento sociale avanzato e in possesso di tecnologie litiche elevate, quasi al pari dei sapiens, esistono tutt’oggi numerose teorie e spiegazioni sull’origine, la scomparsa e le caratteristiche di questo ominide. L’origine, la scomparsa e le caratteristiche dell’Uomo di Neanderthal (homo di Neanderthal) Esistono al mondo due teorie diverse circa l’origine dell’Uomo di Neanderthal. La prima teoria spiega, secondo alcuni studiosi, che quest’ominide sarebbe una “sottospecie” dell’Homo sapiens, diffusasi in Europa, che con il tempo si è estinta. La seconda teoria, secondo altri studiosi, spiega invece che l’uomo di Neanderthal deriverebbe direttamente da alcuni gruppi di Homo erectus vissuti separatamente rispetto agli altri. Essi sarebbero convissuti, per lunghi anni, con l’Homo sapiens sapiens fino poi ad estinguersi. Per quanto riguarda la scomparsa, invece, sappiamo davvero poco poiché ancora oggi non sono chiare le cause, motivo per cui il fenomeno enigmatico è oggetto di numerosi studi da parte degli scienziati. L’unico dato finora certo è che la specie iniziò a scomparire all’incirca 35000 anni fa. Come detto in precedenza, l’Uomo di Neanderthal visse sicuramente in Europa, ma anche in Asia e le sue caratteristiche erano prevalentemente occhi e pelle chiara con capelli rossicci. Mediamente era molto robusto, con un’altezza che si aggirava intorno ai 160 cm. Il cranio era diverso rispetto a quelle che sono le caratteristiche dell’uomo moderno poiché era allungato posteriormente ed era di dimensioni superiori. Aveva le arcate sopracciliari sporgenti, la testa posta in avanti e le ginocchia leggermente piegate, descrizione secondo cui possiamo immaginare che l’ominide non riusciva ancora ad avere una posizione eretta. Per quanto riguarda, infine, lo stile di vita, possiamo dire che l’Uomo di Neanderthal viveva principalmente in gruppi, lavorava le ossa degli animali catturati per ricavarne utensili e manufatti, lavorava le pelli degli animali per prepararsi degli abiti con i quali ripararsi dal freddo e per costruire le tende, usava il fuoco che racchiudeva in cerchi circondati da pietre, conosceva probabilmente le proprietà curative delle erbe, ma soprattutto seppelliva i morti. Il culto della sepoltura dei morti inizia con l’homo sapiens, che diventa così ”homo religiosus”, il che ci fa capire che quest’ominide credesse in una vita al di là della morte analizzando quelle che furono le pratiche funerarie e quanto, quindi, […]

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Alceo e Saffo, storia di un possibile amore

Alceo e Saffo risalgono a quella che è denominata “lirica monodica”, una poesia sviluppatasi intorno al VI secolo a.C. nell’isola di Lesbo, di fronte alla Troade. Un luogo meraviglioso, abitato da stirpi eoliche provenienti dalla Tessaglia, dalla Locride e dalla Beozia, che dominarono culturalmente molte città del territorio Cumano. Siamo di fronte a una lirica caratterizzata, dal punto di vista metrico, dall’isosillabismo (un numero costante di sillabe) e da una convergenza di sistemi strofici di distici, tristici e tetrastici, che evidenziano una minore elasticità sonora rispetto, ad esempio, al giambo o alla lirica corale. A partire dall’800, alcuni studiosi hanno ipotizzato che le forme linguistiche della lirica monodica, in particolare quella di Saffo, possano ricondurre a espressioni indoeuropee: in alcuni casi, infatti, il sostrato omerico è quasi assente. Lesbo fu la terra madre della poesia lirica. Secondo la leggenda tramandataci dal poeta ellenistico Fanocle, la testa del cantore Orfeo (che era stato decapitato dalle donne di Tracia) fu spinta dal mare fino alle spiagge di Lesbo, e qui sotterrata. E ancora, si narra che il poeta Terpandro, vissuto nel VII sec. a.C., fu l’inventore della lira a sette corde e della codificazione del “nomos”, un’antichissima forma di inno dedicato al dio Apollo. Infine, il poeta “itinerante” Arione, nato a Metimna, un centro molto attivo dell’isola, rese celebre il genere della tragedia e riformulò il ditirambo dionisiaco. Alceo nacque in una famiglia aristocratica e fu implicato, insieme ai suoi fratelli, nelle controverse vicende di Mitilene, fino alla caduta del tiranno Melancro e alla presa del potere di Mìrsilo. Ai danni di quest’ultimo, il giovane Alceo aveva ordito, con altri, una congiura e, una volta scoperta, fu costretto all’esilio nella città di Pirra. Solo alla morte del despota fece ritorno in patria, dove morì in tarda età, occupato solo dall’incombenza di versare un unguento sul «capo, che ha sofferto tanto». Dal punto di vista poetico, Alceo nasce nell’ambiente dell’eterìa: il ricorrente tema simposiaco ha un’assoluta valenza rituale poichè il passaggio di mano in mano tra i convitati della coppa di vino piena fino all’orlo rappresenta il fluire di una “simpatia”, di un comune sentire in una specifica situazione che poteva riferirsi ad avvenimenti storici particolari (come la morte di un tiranno) o qualcosa di più generico (come la sensazione di arsura che provoca il troppo caldo dell’estate). Secondo il Colonna, «Alceo è il combattente esemplare, l’uomo di parte che tutto sacrifica al suo ideale politico». I suoi versi sono caratterizzati, infatti, dalla preoccupazione per la patria, ma anche dall’amore per i giovani putti, mai melenso, e (durante la vecchiaia) dalla celebrazione «dell’unico amico che non lo ha mai tradito, che lo ha sorretto nei momenti più tristi, senza nulla chiedere: il frutto inebriante di Dioniso!». Il corrispettivo femminile dell’ambiente di Alceo è il mondo di Saffo. Il tiaso saffico, infatti, non era molto diverso dall’eterìa di Alceo: si trattava di una comunità di donne e ragazze che veneravano Afrodite; Saffo ne era la maestra-guida nell’insegnamento dell’intreccio di ghirlande e nel drappeggio delle vesti. […]

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Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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Alceo: storia del poeta greco

Alceo: storia del poeta greco Alceo, nome greco Alkaios e latinizzato Alcaeus, è stato un poeta greco vissuto all’incirca tra il 620 ed il 560 a.C., a Mitilene sul Mar Egeo settentrionale. Grazie ai suoi legami ed a quelli della sua famiglia con i personaggi storici dell’epoca, la datazione della sua vita ci sembra molto verosimile. Infatti, la storiografia dell’epoca narra che i fratelli di Alceo (e probabilmente Alceo stesso, secondo Diogene Laerzio) presero parte all’uccisione del tiranno della città di Mitilene, Melancro. Questo diede il via ad una lunga lotta per la successione, soprattutto tra aristocratici ed il popolo. Successivamente, Mirsilo prese il potere ed il giovane poeta fu costretto all’esilio, benché a pochi chilometri dalla natia Mitilene. Quando ritornò finalmente in patria, Alceo lo fece intonando un canto di giubilo: “Era ora! Bisogna prendere la sbornia, bisogna bere a viva forza ora che è morto Mirsilo”. Da questo verso, è facile capire che Alceo non era certo un personaggio facile nel sottile gioco di equilibri delle città greche. Come vedremo, passerà parecchio tempo in esilio, rinnegato anche dai suoi amici più cari. Pittaco, tra i migliori amici nonché commilitone di Alceo, divenne esimneta della città di Mitilene, una sorta di magistrato supremo. Alceo sembrò non gradire particolarmente la sua nomina, così tanto da appellarlo in alcuni versi con epiteti decisamente poco carini: per il poeta, il suo amico Pittaco era “d’un ramo bastardo”, nonché “coi piedi spazzanti per terra” perché “aveva i piedi piatti e li spazzava per terra”. Questo è sufficiente per capire il perché del successivo e lungo esilio di Alceo in Tracia, dal quale fece ritorno soltanto quando Pittaco, prima di lasciare la sua carica, decise di perdonare e di permettere il ritorno a tutti i suoi nemici. Sulla sua morte, non abbiamo molte notizie: la tradizione ci dice che morì in tarda età. Alceo: storia del poeta greco. I suoi versi. Alceo, attraverso i suoi scritti, ci appare come un uomo che combatte per i suoi principi: è un poeta civile, con molti versi dedicati alla patria, senza dimenticare l’amore per i giovani (sebbene, non melenso), conformandosi alla durezza dei guerrieri. In vecchiaia, i suoi versi si uniformano verso “l’unico amico che non l’ha mai tradito” ed il vino, grande passione di Alceo. In tutto, ci restano 400 frammenti di Alceo: il dialetto utilizzato è il dialetto eolico, il ritmo è prevalentemente dato dalla strofa alcaica e dalle strofe saffiche. La sua opera è stata riunita in diverse raccolte: gli Inni, i Peani, i Carmi della lotta civile, i Canti Conviviali ed i Canti erotici. Alceo: storia del poeta greco. La passione per Saffo Alceo è sicuramente passato alla storia per la sua passione nei riguardi della coeva poetessa Saffo, dell’isola di Lesbo. La contrapposizione tra i due è palese: la poesia di Alceo nasce nell’ambito dell’eteria, in un mondo prevalentemente maschile e guerresco fatto di intrighi, guerre ed esili. Il corrispettivo dell’eteria, per Saffo, è il tiaso: un ambiente popolato dal sesso femminile, […]

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Poesia come merce, tra Pasolini e i social network

Poesia come merce, una riflessione Pier Paolo Pasolini, uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, in un’intervista del 1971, affermava che la poesia non poteva essere definita come merce o, almeno, non come una merce comune. Differentemente da tutte le altre, quella merce, sua e di tutti, è un prodotto inconsumabile. Continua immaginando una vera rivoluzione industriale avviata dalla produzione di un paio di scarpe dalla suola inconsumabile e ci spinge a riflettere su come la poesia sia il corrispettivo di quella stessa merce. La sua posizione decisa e provocatoria e la sua condanna della civiltà tecnologico-industriale, giudicata ipocrita e colpevole di aver omogeneizzato e cancellato la molteplicità culturale, appare straordinariamente attuale. Poesia come merce, il ruolo dei social L’incremento di questo sviluppo ha prodotto, negli anni successivi alla sua vita, nuova merce e nuovi profitti. Internet è diventato il nuovo mercato mondiale, le bacheche dei social network sono le nuove cassette bancarie e lì, oltre a circolare soldi, si commerciano followers e likes. Tra i vari prodotti esposti nelle vetrine di Facebook e Instagram, negli ultimi tempi, ha riscontrato successo la “vendita” di poesie. Che si tratti di giovani artisti emergenti che formulano frasi d’amore dalla sintassi breve e lineare o di veri e propri zibaldoni di rime e versi, la poesia è la nuova merce che circola velocemente tra le chat ed i post. Inserire, però, una tra le più tradizionali espressioni artistiche in un contesto così lontano dalla sua collocazione abituale comporta una serie di interrogativi. In una nuova epoca che si sviluppa in linea alla velocità e all’immediatezza, quanto è fondamentale attenersi alla critica letteraria? Rinunciare a una parziale comprensione esaustiva e incrementare l’interesse e la circolazione della poesia, da sempre relegata alle interrogazioni e ai libri scolastici, potrebbe non solo divenire incentivo allo sviluppo di una nuova formula comunicativa ma anche, e soprattutto, motore di una nuova sensibilità utile per i più giovani. Contemporaneamente, quanto valore ha il potere comunicativo dei più bei scritti d’amore, di solitudine, di paura e passione se svincolato da tutto il contesto in cui è nato? E quale prezzo deve pagare la classicità della poetica tradizionale per divenire strumento popolare tra i giovani? Leggere L’Infinito di Leopardi inconsapevoli del suo stato d’animo durante la sua reclusione nella biblioteca paterna di Recanati, citare Montale senza conoscere l’amore e la devozione che provava per la moglie “Mosca” o parlare di Pasolini non considerando il suo carattere irreverente e rivoluzionario snatura davvero il senso poetico? Ed è questo un prezzo che siamo disposti a pagare pur di rendere fruibile l’arte? “Morirò io, morirà il mio editore, morirà il capitalismo, moriremo tutti noi, morirà tutta la nostra società, ma la poesia resterà inconsumata.” (Pier Paolo Pasolini) Fonte immagine dell’ articolo “Poesia come merce, tra Pasolini e i social network”: https://www.flickr.com/photos/iltorosanto/24397304901

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