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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 947 articoli

Culturalmente

Fabula ed intreccio: il tempo nella narrazione

La fabula e l’ intreccio sono i criteri che regolano l’ordine degli eventi in una narrazione. Prima di analizzare il rapporto tra fabula ed intreccio, bisogna fare una distinzione tra i due avvenimenti narrativi. In narratologia per intreccio si intende l’insieme degli eventi contenuti in un’opera narrativa, visti però non nel loro susseguirsi cronologico e casuale, ma nel modo in cui sono stati disposti dall’autore. Questi infatti può ricorrere a diversi artifizi narrativi, determinando delle distorsioni rispetto alla sequenza meramente cronologica. Ad esempio, con la prolessi l’autore anticipa al lettore la conoscenza di fatti che sulla linea temporale verranno solo dopo. Viceversa, l’analessi (o flashback) è la narrazione posticipata di fatti che sulla linea temporale venivano prima. In questo senso, l’intreccio si contrappone alla fabula che è invece l’insieme degli avvenimenti che si svolgono seguendo un ordine logico-cronologico che a loro volta compongono una narrazione, considerati nei loro rapporti interni. Fabula ed intreccio: analogie e differenze Fabula ed intreccio, spesso indicati ambiguamente come ”trama”, mettono in evidenza il rapporto dinamico che c’è tra tempo della storia (cioè la temporalità relativa ai fatti narrati) e il tempo del racconto (cioè la temporalità relativa all’enunciazione della storia, alla sua messa per iscritto). Sulla base del rapporto tra questi due diversi orizzonti temporali, è possibile comprendere la possibilità di una distorsione temporale in narrativa. Un esempio può essere il romanzo giallo che rappresenta il tipico caso di rapporto non parallelo tra fabula ed intreccio. Ogni autore, però, ha la libertà di scegliere in quale ordine rappresentare i fatti narrati nel suo testo: può descrivere gli avvenimenti seguendo scrupolosamente il loro ordine cronologico, oppure può decidere di anticipare alcuni eventi futuri o spiegare alcuni eventi passati poiché in un testo narrativo la successione degli eventi non deve rispondere per forza né ad un ordine logico di successione consequenziale, né ad un ordine cronologico di successione temporale. L’autore deciderà di raccontare una storia rispettando la fabula, cioè senza alterare l’ordine naturale degli eventi oppure stravolgere l’ordine, montandoli in modo originale. La fabula è l’ordine reale di una storia, mentre l’intreccio è l’ordine narrativo della storia, deciso dall’autore. E’ chiaro quindi che la fabula è un dato di fatto, rappresenta cosa accade (e le cose accadono in ordine cronologico, le cause prima degli effetti); l’intreccio, invece, è una scelta dell’autore che decide come raccontarci ciò che accade. Se un autore decide di mantenere l’ordine cronologico degli avvenimenti così come sono avvenuti, allora nel suo testo l’intreccio coincide con la fabula e si parla anche di ”intreccio lineare”. Quando ciò avviene, gli eventi della trama sono narrati secondo un rapporto consequenziale di causa-effetto, così come avviene nella realtà.   Fonte immagine: Pixabay.

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Culturalmente

Beatrix Potter e il favoloso mondo di Peter Rabbit

Scrivere del “favoloso mondo” di Beatrix Potter non significa soltanto riferirsi a un mondo abitato da discoli coniglietti, buffe rane, ricci occhialuti e ochette con cappellini azzurri. I racconti favolosi (dal latino fabula, “breve racconto”) dell’autrice inglese, nati spesso dietro richieste specifiche per piccoli lettori o per ispirazione personale, erano presenti in lettere, appunti, parole scritte al margine di un quaderno oppure narrati con immagini e schizzi preparatori. Sotteso alla letteratura di Beatrix c’è un inesauribile bisogno di narrare, di scrivere, di comunicare. Tale narrazione nasce dalla semplice osservazione dell’ambiente in cui ella viveva e da quanto le accadeva. Non tutti sanno, ad esempio, che Beatrix fu anche una talentuosa naturalista e studiosa di funghi (disegnò le spore osservate al microscopio nel centro di ricerca botanica Kew Gardens) e che il suo studio accuratamente illustrato sulla germinazione dei funghi non venne mai considerato dalla Linnean Society perché scritto da una donna. Beatrix Potter: fra acquerelli e coniglietti dal cappottino blu Nata nel 1866 a Londra da famiglia benestante, Helen Beatrix Potter amò fin da piccola il disegno e la pittura e fu incoraggiata dai genitori, in particolare dal padre, grande frequentatore di gallerie d’arte, a coltivare il proprio talento artistico, anche grazie a un’insegnante privata che la fece esercitare nel disegno a mano libera, nella prospettiva e negli acquerelli. All’età di circa 6-7 anni, Beatrix cominciò a dedicarsi alla pittura dei fiori e dei piccoli animali del giardino (ad esempio ricci e coniglietti) e a riprodurre le illustrazioni dei libri come quelle di John Tenniel di Alice nel Paese delle Meraviglie, regalatole dal padre. Quando a 18 anni la nuova governante, Annie, di poco più grande di lei, si sposò, Beatrix continuò a disegnare e a dipingere studiando da autodidatta, allegando alle lettere che esse si scambiavano moltissime illustrazioni che la stessa amica le consigliò di trasformare in libri per bambini. Fu proprio a Noel, figlio maggiore di Annie, spesso malato, che Beatrix raccontò una storia di quattro piccoli coniglietti: le deliziose Flopsy, Mopsy, Cotton Tail e il dispettoso Peter (nelle fattezze simile al suo coniglietto). Dalle lettere indirizzate a Annie e al figlio, nacque il primo libro per bambini di Beatrix Potter, The Tale of Peter Rabbit, stampato in 250 copie a spese dell’autrice nel 1902. Pubblicato a colori dalla casa editrice Frederick Warne & Company, era di piccole dimensioni e costava solo 1 scellino. Il libro, dal linguaggio non molto semplice, aveva come protagonisti i quattro coniglietti della storia narrata al figlio di Annie. Quando un giorno mamma coniglio decide di allontanarsi per fare provviste, raccomandando di non avvicinarsi al giardino di Mr McGregor che aveva già mangiato papà coniglio, Peter disobbedisce e, da bravo ingordo di carote, fugge nel giardino proibito. Scoperto e inseguito dal padrone di casa perde i suoi abiti e, punito da mamma coniglio, andrà a letto dopo aver cenato solo con un cucchiaio di camomilla. «Andate pure nei campi o lungo il sentiero- dice mamma coniglia a Peter e ai suoi fratellini- ma […]

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Culturalmente

Apologia del fascismo: una legge presente per non rifare gli errori passati

L’apologia del fascismo, nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato previsto dall’art. 4 della legge Scelba attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Questa legge fu attuata nel 1952, nel momento di maggiore tensione sociale degli anni del centrismo, l’assedio ideologico – da cui esso si sentiva stretto, da parte delle opposizioni di destra e di sinistra – spinse il governo a richiamarsi a questa esigenza: un comitato interministeriale presieduto da Mario Scelba fu incaricato dal governo De Gasperi di coadiuvare il ministro Attilio Piccioni nell’aggiornare la legislazione circa la sicurezza del Paese. Verso la legge n. 645/1952 sono state a più riprese sollevate questioni di legittimità costituzionale, poiché si è sostenuto che la norma di fatto negherebbe a una categoria ideologica, o meglio ai possibili sostenitori di una fazione politica, i diritti dichiaratamente garantiti dalla Costituzione in termini di libertà associativa e di libertà di manifestazione del pensiero. La questione fu oggetto di animatissime polemiche politiche quando sempre più esponenti del Movimento Sociale Italiano di Arturo Michelini venivano politicamente e giudiziariamente accusati di questo reato. Fu perciò nel 1956, in occasione di quasi simultanei procedimenti per apologia del fascismo (presso il Tribunale di Torino, la Corte d’appello di Roma e la Corte d’appello di Perugia), che fu adita la Corte Costituzionale, la quale si espresse nella nota sentenza del 16 gennaio 1957. Apologia del fascismo: gli avvenimenti nel corso degli anni Da anni ormai l’ordinamento giuridico italiano possiede una norma per sanzionare l’apologia del fascismo, ma l’applicazione di quest’ultima, dall’ultimo ritocco del 1975, è risultata nel corso degli anni farraginosa ed eccessivamente discrezionale. Mentre si discute di censura nel web, in questi ultimi anni ci sono state innumerevoli occasioni in cui si sono presentate manifestazioni di orientamento fascista; possiamo ricordare lo striscione degli ultras della Lazio, la manifestazione in memoria di Sergio Ramelli, il concerto nazi-rock organizzato da Veneto Fronte Skinheads in un padiglione del comune di Cerea o anche le disavventure della famiglia Mussolini sui social network. Col passare del tempo spesso ci siamo ritrovati di fronte al tema dell’estrema destra e di fronte al problema dell’atteggiamento che una comunità democratica come la nostra dovrebbe riservare a manifestazioni nostalgiche che si attuano nei confronti di ideologie totalitarie come il fascismo. Uno degli ambiti in cui la giurisprudenza italiana fatica a trovare un’interpretazione uniforme è sicuramente quello che riguarda il saluto romano. Ma ciò è regolato, oltre che dalla Legge Scelba, anche dalla Legge Mancino del 1993 che all’articolo 2 punisce ”chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali” di organizzazioni, associazioni o movimenti ”aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La differenza sostanziale tra le due leggi è che entrambe condannano l’apologia del fascismo, ma la legge Scelba è considerata più specifica poiché vieta la ”riorganizzazione del disciolto partito fascista” e prevede muta e reclusione in caso di violazione della norma. Tuttavia però ambedue le leggi devono garantire il […]

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Viaggi e Miraggi

Spiagge della Campania, le destinazioni da non perdere

Le più belle spiagge della Campania La bella stagione è arrivata ed anche quest’anno, nonostante il periodo non facile, molti italiani non rinunceranno alle vacanze al mare. Mai come in questo 2020 l’invito è quello di scegliere l’Italia come meta dove trascorrere le proprie ferie. In quanto a località turistiche e di mare, infatti, il nostro Paese non ha nulla da invidiare ai paesi esteri. D’estate le regioni italiane più gettonate per le vacanze sono decisamente quelle delle sud che “regalano” mare e spiagge spettacolari. In questo articolo, nello specifico, invitiamo i lettori a scoprire (per chi non ci fosse mai stato) o riscoprire la bellezza delle spiagge della Campania che, anche quest’anno, si è aggiudicata numerose bandiere blu. Tra Napoli, Costiera Amalfitana, Cilento e isole non si può certo dire che la Campania sia una regione che ha poco da offrire. Vediamo quindi insieme quali sono le spiagge della Campania più belle da visitare. Le meraviglie del Cilento Il nostro itinerario alla scoperta delle spiagge della Campania meritevoli di visita parte dalla provincia di Salerno e dal meraviglioso Cilento. La costiera del Cilento, premiata con cinque vele da Legambiente e Touring Club e nominata patrimonio dell’UNESCO, è tra le più suggestive di tutta la Campania grazie alle sue spiagge mozzafiato e al mare cristallino. Tra i gioielli del Cilento troviamo La Baia del Buon Dormire a Palinuro, caratterizzata da rocce a strapiombo sul mare e dallo scoglio a forma di coniglio. E’ raggiungibile soltanto in barca, partendo dal porto di Palinuro, con servizio continuato dalle 9.00 alle 18.00 (è consigliabile prenotare ed informarsi su eventuali cambiamenti negli orari dovuti alle condizioni metereologiche). Nella zona è possibile effettuare snorkeling ed alcune escursioni nella vicina grotta azzurra, la grotta del sangue e la grotta sulfurea. La spiaggia non è attrezzata quindi ai cittadini è concesso imbarcare ombrelloni e altro occorrente per scendere in spiaggia. Sempre a Palinuro possiamo ammirare uno splendido arco naturale sotto un’alta parete rocciosa che si staglia all’estrema sinistra di una spiaggia che non a caso prende il nome di Spiaggia dell’Arco Naturale, dove sono state girate anche diverse pellicole cinematografiche. Da questa splendida spiaggia libera di ciottoli e ghiaia partono le escursioni alle grotte di Capo Palinuro distante appena un chilometro. Costituito da rocce calcaree che scendono a strapiombo sul mare, Capo Palinuro comprende una serie di spiagge e grotte, nate dall’azione delle acque. Tra queste ricordiamo la Cala Fetente, il cui nome è dovuto alle emanazioni sulfuree; la Cala delle Ossa, dove sono presenti delle ossa umane calcinate nella roccia, probabilmente appartenenti a vittime di naufragi; la Cala delle Alghe e la Grotta Azzurra, che deve il suo nome al colore delle acque. Ci spostiamo di poco, a Marina di Camerota. Anche questo grazioso paesino del Cilento, come Palinuro, offre diverse spiagge dove è possibile rilassarsi e godere dello splendido mare. Tra queste, la più incontaminata è la piccola e magica Cala Bianca. Si tratta di una spiaggia selvaggia, solitamente disertata dalla massa in quanto manca una […]

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Culturalmente

Rutilismo. Biochimica, diffusione e cultura

Il termine “rutilismo” indica scientificamente la singolare caratteristica per le persone (ma anche per gli animali) di avere capelli e peluria corporea ramati. Si tratta della nota identificazione e combinazione di capelli rossi e lentiggini, che rendono l’aspetto tanto raro quanto particolare. Il colore rosso sviluppato naturalmente nei capelli è ricco di simbolismo ed implicazioni culturali, e imbevuto di superstizione ancestrale. Ma andiamo ad analizzare innanzitutto il rutilismo dal punto di vista scientifico, chiarendone la genesi biochimica. Rutilismo. Genesi e implicazioni mediche Il rutilismo, detto anche “eritrismo” o “isabellismo”, è dunque la caratteristica delle persone dotate di capelli rossi. Il famoso “pel di carota”, oggetto di fascino e superstizione, spesso relazionato con una pigmentazione chiara dell’incarnato e la presenza di lentiggini. Caratteristiche che suggeriscono alla mente immagini determinate, esempi e prototipi, tratti dal panorama storico, così come da quello letterario e cinematografico. Si pensi a Bianca come il latte, rossa come il sangue, la protagonista del romanzo di Alessandro D’Avenia, da cui il film di Giacomo Campiotti. Ma cos’è che dona naturalmente questa pigmentazione ai capelli? È una particolare varietà di melanina, detta “feomelanina”. La melanina è appunto un pigmento del corpo umano responsabile del colore della pelle e degli annessi cutanei, quali peluria e capelli. Essa è prodotta da cellule, dette “melanociti”, siti nell’epidermide. Due sono le varietà di melanina: l’“eumelanina”, quella scura tipica delle popolazioni con pelle o capelli neri e castani; la “feomelanina”, quella chiara che dona colori chiari ai capelli (rosso e biondo) e alla pelle. Il gene maggiormente responsabile della pigmentazione rossa dei capelli è l’MC1R, in particolare le varianti di tale gene nel cromosoma 16. L’MC1R codifica per il recettore di un ormone, detto “melanocortina”, una molecola secreta dall’ipofisi che stimola i melanociti a produrre melanina. Ma alcune varietà (alleli) di questo gene comportano una ridotta funzione del recettore, e conseguentemente un fenotipo caratterizzato da capelli rossi, pelle chiara e lentiggini. Dunque il rutilismo sarebbe dovuto a livelli molto alti di feomelanina (pigmentazione ramata) e a livelli molto bassi di eumelanina (pigmentazione scura). Il gene MC1R è recessivo, e il suo cambiamento può provenire da entrambi i cromosomi, ed è facile così che chi nasca da entrambi i genitori dai capelli rossi abbia l’alta probabilità di avere i capelli di tale colore. Tuttavia, anche se i due genitori non hanno i capelli rossi, possono essere portatori del gene e avere dunque prole dai capelli rossi (la percentuale è di 1 su 4). Se invece uno dei due genitori ha i capelli rossi e l’altro è solo portatore del gene, allora le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi salgono al 50%. Di conseguenza, sono comuni i salti generazionali. Se infine solo uno dei due genitori è portatore del gene mutato, le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi sono molto scarse. In ogni caso la colorazione del capello può variare nel corso della vita, complice anche l’esposizione al sole. Il fatto che il rutilismo sia associato ad una carnagione molto […]

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Attualità

Parchi a tema in Italia: un viaggio tra divertimento ed adrenalina

L’Italia è uno dei paesi tra i più importanti per turismo e quindi ricca di attrazioni culturali, di divertimento e non solo! Tra i più celebri parchi a tema in Italia possiamo ricordare Gardaland, Mirabilandia, Rainbow Magicland, Etnaland, Leolandia, Cinecittà World e tanti altri, come ad esempio lo Zoo Safari di Fasano in Puglia, che unisce zoo e parco divertimenti, o anche Zoomarine, nel Lazio che unisce parco acquatico e parco divertimenti. Insomma, tutta l’Italia, dal Nord al Sud, è costellata di questi parchi a tema, anche se i primi tre citati sono ricordati soprattutto per la tematizzazione, la quale svolge un ruolo fondamentale nell’assetto generale. Parchi a tema in Italia: tutto ciò che c’è da sapere Gardaland: inaugurato il 19 luglio del 1975, è situato in località Ronchi nel comune di Castelnuovo del Garda in provincia di Verona ed è adiacente al lago di Garda pur non affacciandosi su di esso; l’intero complesso si estende su una superficie di 600.000 meri quadrati mentre il solo parco tematico misura 250.000 metri quadrati. Ogni anno, circa 2 milioni di persone visitano il suo acquario, le sue attrazioni Fantasy, Adventure e Adrenaline, gli show per i più piccoli, gli spettacoli di luci ed acqua e quelli di danza. Mirabilandia: aperto al pubblico il 4 luglio 1992, è un parco tematico e acquatico situato nel quartiere Savio del comune di Ravenna, in Emilia Romagna. L’area si trova nei pressi della pineta di Classe, al chilometro 162 della Strada statale 16 Adriatica, e dà il nome anche alla zona stessa, indicata come località Mirabilandia nella toponomastica del comune di Ravenna. Con una superficie di 850.000 metri quadrati dei quali 285.000 occupati dal parco tematico, 36.000 dalla area acquatica e i restanti dai parcheggi, è il parco divertimenti più grande d’Italia. Offre, tra le sue attrattive tematiche, il Ducati World, la Far West Valley, Bimbopoli, Dinoland, Route 66 ed Adventureland. Rainbow Magicland: inaugurato il 26 maggio 2011, è un parco divertimenti situato a Valmontone, nella città metropolitana di Roma. Conta 29 attrazioni oltre a diversi spettacoli in scena nei teatri e per le strade del parco. Etnaland: attivo dal 2001, è situato a Belpasso nei pressi di Paternò (città metropolitana di Catania). La sua superficie complessiva è di 280.000 metri quadrati dei quali 112.500 occupati dal solo parco meccanico, il che lo rende il parco divertimenti più grande del Sud Italia. Al suo interno prevede diverse possibilità di svago: da quello prettamente ludico caratterizzato dall’AcquaPark e dal ThemePark, a quello didattico rappresentato dal Parco della Preistoria e dal percorso botanico. Leolandia: inaugurato nel 1971, è situato a Capriate San Gervasio in provincia di Bergamo. Destinato principalmente alle famiglie con bambini, presenta anche attrazioni e show rivolti a persone di ogni età e alcuni percorsi didattici per le scuole. Al suo interno ospita anche un acquario, un rettilario e un’area aperta con animali da fattoria e una collezione di pappagalli. Cinecittà World: aperto al pubblico a partire dal 24 luglio 2014, è situato a Castel Romano, vicino […]

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Culturalmente

Baudelaire e i fiori del male: il viaggio immaginario tra vizi e virtù

Chi era Charles Baudelaire? La sua vita, la poetica, e curiosità sullo scrittore più emblematico di Parigi. «Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti, ogni giorno d’un passo, nel fetore delle tenebre, scendiamo verso l’inferno, senza orrore.» Charles Baudelaire Esponente del simbolismo, è Baudelaire lo scrittore che a Parigi ha anticipato il decadentismo.  Nato a Parigi il 9 aprile 1821, figlio di un sessantaduenne funzionario del Senato e di Caroline Archimbaut-Dufays, 27 anni. La grande differenza di età, inevitabilmente causerà la rapida scomparsa di suo padre, quando lo scrittore aveva ancora 6 anni. Sua madre, in seguito, sposerà un colonnello, che a causa della sua freddezza non sarà mai apprezzato dallo scrittore. Sembrerebbe nascere proprio da questi avvenimenti l’insoddisfazione di Baudelaire, la quale influenzerà tutta la sua vita e molte delle sue opere. Significativo è il rapporto con sua madre. Il giovane, infatti, influenzato dalla presenza del patrigno, penserà di non essere mai ricambiato da sua madre, e vivrà tutta la sua vita in una ricerca costante di amore. Nel 1833, frequenta controvoglia il Collège Royal, dove con molta fatica conseguirà gli studi. In seguito partirà a bordo del Paquebot des Mers du Sud, nave diretta alle Indie. Questo viaggio produce nel giovane la passione per l’esotismo, sentimento che riverserà in molte delle sue opere. Diventato maggiorenne, lo scrittore, decide di interrompere il suo viaggio e tornare a Parigi. In pieno possesso dell’eredità paterna, vive in maniera libera per un po’ di tempo. Dopo poco conoscerà Gautier, vedendo in lui una guida morale ed artistica. Grazie al fiorente patrimonio, Baudelaire, condurrà una vita dispendiosa nel quartiere alto di Parigi, sperperando in poco tempo, la metà dei suoi averi. Tale dissennatezza gli costerà cara: il giovane, infatti, dovrà abbandonare le sue libere scelte, per affidarsi a un curatore patrimoniale. Durante il periodo di dispendio economico, lo scrittore si trova a frequentare ambienti per niente raccomandabili, arrivando anche alla compagnia di prostitute. È così che probabilmente Baudelaire contrae la gonorrea e la sifilide, malattie che contribuiranno alla sua morte 27 anni dopo. Gli amori di Baudelaire erano i più disparati: nel 1840, intrattenne una relazione lunga con una prostituta ebrea di nome Sara. Ma il suo grande amore è senz’altro Jeanne Duval. Con lei il poeta intrattiene un’appassionata e duratura relazione d’amore. La giovane non è solo la sua amante, ma anche la musa ispiratrice di molte sue opere. La donna, rappresenta per lo scrittore, il senso erotico e passionale della vita, senza il quale, la vita stessa non sembra essere possibile. Secondo la madre di Baudelaire, “la venere nera” prosciugava suo figlio in ogni sua parte, sia per quanto riguarda il lato economico, che per le opportunità di vita. Con la Duval, Baudelaire visse una vita felice fatta di agi e ricchezze, alloggiando persino al centralissimo Hotel de Pimodan sull’isola di Sant-Louis, dove nel suo studio, permetteva alle tende oscuranti di coprire solo la parte inferiore della finestra che dava sulla Senna, lasciando la visuale limpida del cielo. Il suo esordio letterario […]

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Culturalmente

I sette peccati capitali: storia, simbologia del numero e curiosità

Ecco i sette peccati capitali, dalle origini di Aristotele all’uomo moderno. Parlare di peccati capitali è il primo errore che si commette quando si affronta l’argomento. È più giusto, infatti, parlare di vizi capitali, ovvero quei difetti caratteriali che volgono l’animo umano verso un’inclinazione comportamentale piuttosto che ad un’altra. Per i cristiani, sarebbero proprio i vizi a causare il peccato, ma è ancora erroneo poiché il peccato non è altro che una conseguenza del vizio. Per capire a pieno la questione, bisogna analizzare la parola. In latino il termine vĭtĭum, stava a significare la mancanza di qualcosa, che fosse fisicamente o moralmente, una sorta di difetto spirituale. La parola capitalis, invece, indica come tali difetti, alterano la cosa più importante dell’essere umano: la sua testa, il centro che governa ogni cosa. Accenni di storia Il primo filosofo a fare chiarezza è stato senz’altro Aristotele, che nel suo trattato Etica Nicomachea, scritto nel IV secolo a.C sosteneva che ogni virtù se portata all’eccesso arrivava a trasformarsi in un difetto, e di conseguenza in un vizio. Da qui si evince la teoria del “giusto mezzo”, a riprova che la frase in medio stat virtus (la virtù sta nel mezzo) conferma senz’altro il trattato di Aristotele. Lo stesso filosofo elaborò la teoria “degli abiti del male”, secondo la quale, chi è pervaso da uno o più vizi instaura con il vizio stesso una sorta di abito legato all’anima e al corpo, che lo indurrà a peccare sempre di più. La stessa teoria, vale ovviamente, anche per le virtù, con conseguenze del tutto opposte. Il primo a stilare una sorta di elenco dei vizi capitali fu Evagrio Pontico, scrittore e asceta greco. Gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia. L’elenco non appare come quello conosciuto oggi, poiché nel corso del tempo esso è stato protagonista di cambiamenti sostanziali. La tristezza che non permette di godere della bellezza delle opere di Dio, sarà sostituita dall’accidia e dall’invidia, mentre la vanagloria sarà assorbita dalla superbia. Lo scrittore vedeva negli otto vizi una sorta di “pensieri malvagi” e per questo, erano entità da combattere e ripudiare. Il concetto di vizio, con l’avvento dell’Illuminismo, però, andò man mano a disfarsi, poiché nell’era del progresso vizi e virtù divennero posizioni alla pari, necessarie ed utili per lo sviluppo sociale. Simbologia del numero 7 Parlando dei vizi capitali, l’attenzione cade sul suo numero. Il 7 per molte culture rappresenta infatti, la perfezione e la completezza. Alcuni esempi potrebbero essere le sette piaghe d’Egitto o i bracci del candelabro ebraico. Il sette trova la sua spiegazione anche nei precetti del cristianesimo: i sette sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Estrema unzione, Ordinazione, Matrimonio) o i sette doni dello spirito santo o i dolori di Maria. Anche per quanto riguarda le virtù, ricorre ancora il numero sette: fede, speranza, carità, giustizia, temperanza, prudenza, fortezza. A parlare di sette tentazioni è stato invece San Tommaso d’Aquino, il quale vedeva in quelle tentazioni un modo per l’uomo di giungere verso quattro beni, per sfuggirne […]

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Culturalmente

Carte, mappe e atlanti dal Neolitico alle scoperte geografiche

L’evoluzione della redazione delle carte consente di cogliere i passaggi di una lunga elaborazione, fatta di intuizioni e cognizioni approdate a strumenti gradualmente divenuti più definiti e complessi. I tentativi di rappresentazione su carta della superficie terrestre nascono agli albori della storia dell’uomo: tra i reperti cartografici ancora conservati, una testimonianza importante è costituita dall’incisione rupestre di Bedolina, in Val Camonica, composta da elementi geometrici interpretabili come rappresentazioni topografiche del territorio agricolo, risalente al Neolitico. La prima rappresentazione più verosimilmente cartografica è stata ritrovata nell’area che allora designava la Mesopotamia (2400-2200 a.C.), consistente in un graffito su tavoletta d’argilla, in cui è rappresentata una valle fluviale fra due file di colline, accompagnata da scritte cuneiformi. Anche gli antichi Egizi produssero carte destinate a scopi eminentemente pratici, ovvero catastali, di visualizzazione degli appezzamenti coltivati e di individuazione della fitta rete di canali di irrigazione. Le carte geografiche in ambito greco e romano  Solo nella Grecia di VI a.C. è possibile individuare una cartografia concepita a fini prettamente culturali, sorta da finalità speculative. Pare che la prima rappresentazione della Terra allora conosciuta risalga ad Anassimandro di Mileto, quest’ultimo fiorente porto, crocevia di merci, popolazioni e conoscenze; rappresentazioni molto diffuse erano i peripli, carte costruite in maniera del tutto empirica, basate su esperienze di viaggio, notizie e descrizioni che provenivano principalmente dai naviganti. La cartografia comincia il proprio percorso scientifico con Dicearco da Messina, filosofo peripatetico, che nella sua carta ospita per la prima volta  un elemento di carattere matematico, il diafragma, ovvero la rappresentazione embrionale di un parallelo; sicuramente più famosa è la carta prodotta nel III secolo a.C. da Eratostene di Cirene, direttore della Biblioteca di Alessandria, autore di una Geografia del mondo allora conosciuto, di cui la carta è il coronamento – in effetti, prima della comparsa della legenda intorno al XVI, la carta non era svincolata, ma concepita come “allegato” a un’opera geografica –, raffigurante l’ampliarsi del mondo allora conosciuto a seguito delle conquiste di Alessandro Magno e dei viaggi nelle regioni del nord di Pitea di Marsiglia. In età ellenistica, la cartografia comincia ad assumere un vero e proprio fondamento matematico con Tolomeo. Con l’Introduzione alla Geografia, rimasta in auge finché non fu sostituita nel Settecento da quella gravitazionale di Newton, la cartografia si arricchì di importanti risultati: riconobbe la necessità di una base matematico-geometrico per una rappresentazione approssimata, precisò il ricorso al reticolato geografico, introdusse l’uso di segni convenzionali e tentò in maniera embrionale la rappresentazione del rilievo. La produzione cartografica dei Romani non aggiunse nulla in termini di conoscenze e rese cartografiche, per il fatto che le loro finalità erano pratiche, di conoscenza dell’estensione delle terre che via via essi andavano assoggettando; la realizzazione delle tabulae era demandata soprattutto agli agrimensores, che si occupavano di rilevare e misurare le terre acquisite da Roma. L’unica testimonianza molto eloquente della cartografia romana è la Tabula Peutingeriana, famoso cimelio di III-IV secolo d.C., raffigurante l’Impero Romano, il Vicino Oriente e l’India, adibita a una consultazione frequente, come si evince […]

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Culturalmente

Latino: veicolo della scienza da Galileo ai nostri giorni

«La scienza moderna è nata in latino ma, tranne pochi coraggiosi, nessuno più legge i documenti di un passato glorioso nella lingua originale: chi sa il latino è digiuno di scienza e per chi conosce la scienza il latino è roba da museo». Secondo Tullio Regge, infatti, «La grande colpa dei latinisti» è rappresentata dall’aver trascurato questo settore della scienza redatto in latino, separando quelli che sono da interpretarsi come due linguaggi di un’unica cultura, per i quali occorrerebbe un’interdisciplinarità. In effetti, alla rottura dell’unità linguistica del latino tra XVII e XVIII secolo, il mondo accademico europeo non percepisce immediatamente il bisogno di utilizzare le lingue nazionali ma nutre il sogno condiviso di una lingua perfetta che, senza ambiguità, riesca ad esprimere i concetti nell’ambito di una comunicazione universale. A questa esigenza, il latino rispondeva perfettamente: mentre, infatti, il linguaggio naturale era di per sé soggetto a un’ambiguità semantica, il latino garantiva una univocità di definizioni, essendosi distaccato dalla lingua naturale. Vi era, dunque, una comunità internazionale che dialogava in latino, secondo una modalità avanzata di concepire la scienza, percepita come una sorta di “zona franca” rispetto ai nazionalismi e ai durissimi conflitti che dilaniavano l’Europa.  Questo dibattito raggiunge il suo culmine nel Seicento, allorquando si afferma l’esigenza di costruire nomenclature adeguate alle nuove scoperte che si stavano realizzando nel campo fisico e naturalistico. Nel 1620 Bacone scrive il Novum Organum, affermando l’importanza dell’esperimento controllato, che sostituisce l’osservazione casuale, innovazione straordinaria che lo ha reso il padre del “metodo sperimentale”. Bacone formula sul tema del linguaggio osservazioni di grande spessore: uno dei principi della filosofia baconiana è la distruzione degli idola, le false idee che si diffondono per effetto dei dogmi tramandati dalla tradizione o per errori di linguaggio: bisogna, quindi, stabilire il valore esatto delle parole se si vuole parlare “scientificamente”. Ebbene, da questo momento, tra 1600 e 1700, la parola novum deflagra, ritrovandosi in modo quasi “ossessivo” in vari trattati scientifici, segnale della consapevolezza del cambiamento del codice linguistico, avvalorata altresì dalla grande diffusione della grammatica latina di Port-Royal. Il latino di Copernico, Galileo e Newton Copernico fa uso del latino nel De Revolutionibus Orbium Caelestium nel 1543, sessant’anni prima della grande svolta galileiana, sviluppando cautamente i suoi calcoli su una base puramente intellettualistica, argomentativa ed ipotetica. Galileo sceglie l’italiano per le opere divulgative della maturità, come Il Saggiatore, mentre nel Sidereus Nuncius, opera accademica in cui espone l’invenzione del cannocchiale, che chiama organum, sceglie il latino. Pubblicato a Venezia nel marzo 1610, esso è un breve trattato di astronomia, che rende conto delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo scienziato pisano nei mesi precedenti con l’uso di un cannocchiale; il titolo dell’opera si riferisca alle radicali novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che il libro porta con sé, rivendicando una visione autoptica. Galileo, pertanto, usa un latino filosofico e scientifico – che peraltro dimostra di saper usare con grande precisione – perché vuole comunicare le scoperte alla comunità scientifica internazionale; quando, diversamente, si rivolge a un […]

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