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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1048 articoli

Culturalmente

Arte araba in Italia: i più suggestivi capolavori architettonici della penisola

L’arte araba in Italia si diffuse nell’epoca normanna e principalmente in Sicilia e in Italia meridionale nel XII secolo. Quest’arte è identificata principalmente come ”arabo-normanna” dove per “arabo” si intende l’uso di alcuni elementi architettonici-decorativi riconducibili al mondo arabo-musulmano, mentre per ”normanno” si intende l’influenza dell’architettura, della cultura e della stirpe reale dominante il cui apice viene raggiunto quando i Normanni conquistarono la Sicilia nel 1071 ed i nuovi reali cercarono di creare un proprio stile che racchiudesse le varie culture presenti sull’isola. Arte araba in Italia: i monumenti più significativi Tra i monumenti più significativi di arte araba in Italia si nota, principalmente, “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale“. Questo sito seriale è stato inserito nel 2015 dall’Unesco nella Lista dei patrimoni dell’umanità e comprende ben due palazzi, tre cattedrali, quattro chiese ed un ponte suddivisi tra le città di Palermo, Cefalù e Monreale. Palazzo dei Normanni: inaugurato nel 1130, il palazzo è la più antica residenza reale d’Europa, dimora dei sovrani del Regno di Sicilia, sede imperiale con Federico II e Corrado IV e dello storico Parlamento siciliano. Al primo piano del palazzo sorge la Cappella Palatina, mentre invece l’ala ovest è assegnata all’Esercito Italiano. Cappella Palatina: si trova all’interno del Palazzo dei Normanni a Palermo, consacrata il 28 aprile del 1140 da Ruggero II e adibita a cappella privata della famiglia reale dell’arcivescovo. Particolare è un’iscrizione trilingue (latino, greco-bizantino ed arabo) sull’esterno della cappella che commemora la costruzione di un horologium nel 1142. Palazzo della Zisa: il palazzo sorge fuori le mura della città di Palermo e la parola “Zisa” deriva dall’arabo e significa ”splendida”. Questo palazzo fu costruito tra il 1165 ed il 1166 sotto il regno di Guglielmo I ed è un dato certo poiché. nell’anno della sua morte, il palazzo era stato per la maggior parte costruito. Proprio per la breve durata della costruzione e la grande spesa fu dato a questo palazzo il nome di “Zisa”, progettato come residenza estiva dei re. Cattedrale di Palermo: la Cattedrale di Palermo, nota anche come “Basilica cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta“, è il principale luogo di culto cattolico della città di Palermo, nonché sede arcivescovile dell’omonima arcidiocesi metropolitana. Fu fatta costruire nel 1185, ma fu completata solo in età medievale anche se, successivamente, la cattedrale fu arricchita con delle aggiunte fino al XVIII secolo. Chiesa di San Giovanni degli Eremiti: nei pressi del Palazzo dei Normanni, in pieno centro storico di Palermo, è situata questa chiesa, distrutta inizialmente nell’842 dai saraceni, ma riedificata da re Ruggero nel 1132 e completata nel 1136. Chiesa della Martorana: la “chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio”, sede della “parrocchia di San Nicolò dei Greci”, nota come Martorana, è una chiesa situata nel centro storico di Palermo adiacente alla chiesa di San Cataldo. Fu fondata nel 1143, ma seguirono anche delle aggiunte. Chiesa di San Cataldo: iniziata a costruire nel 1154 e terminata nel 1160, la chiesa di San Cataldo è situata nei pressi di piazza […]

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Burqa significato: la storia dal punto di vista culturale e religioso

Il Burqa ha un significato molto profondo dal punto di vista sia culturale che religioso. La parola Burqa è l’arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa “cortina”, “velo”. È un indumento prevalentemente usato dalle donne in Afghanistan e in Pakistan ed è noto in Asia centrale oltre che come “burqa” o “burka” anche come “chadri” o “paranja“. Burqa: significato e varie tipologie Il burqa si distingue in due tipi di indumenti diversi: il primo è un velo fissato al capo che copre l’intera testa permettendo di vedere solo da una finestra all’altezza degli occhi che li lascia scoperti o che lascia scoperti occhi e bocca che rimane comunque coperta da una sorta di mascherina detta “bandar burqa“. Il secondo tipo invece è un abito, denominato “burqa completo” o “burqa afghano“, che solitamente è di colore o nero o blu e che copre sia la testa che il corpo e che possiede all’altezza degli occhi una retina che permette di vedere parzialmente, senza però scoprire gli occhi della donna. Esistono tipi di burqa diversi poiché sono strettamente legati all’appartenenza geografica della donna e alla sua essenza culturale e religiosa. A prescindere dall’Islam, l’obbligo di indossare il burqa è conseguenza di tradizioni locali poiché nelle norme coraniche vi è riconosciuto normalmente l’obbligo di indossare un velo, anche se l’argomento è molto controverso poiché non esiste pena in caso di trasgressione. Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakani che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da “non indurre in tentazione” gli uomini qualora esse si fossero trovate fuori dalle residenza reale. Da lì in poi è divenuto un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo. Dagli anni ’50 però, cambiò lo scenario poiché le donne dei ceti elevati cominciarono a non farne più uso e nel frattempo diventò un capo ambito dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle pubbliche dipendenti anche se, durante la guerra civile, venne instaurato un regime islamico e sempre più donne tornarono ad indossarlo fin quando non fu dettato il divieto assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei taleban che durò meno di cinque anni. Attualmente, sia in Afghanistan che nel resto del mondo (tranne che in Arabia Saudita, dove l’obbligo è stato abolito solo nel marzo del 2018) non vige obbligo sanzionato dalla legge di indossare il burqa. Fonte immagine: Pixabay

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Giano Bifronte: uno sguardo al passato e uno al futuro

Giano rappresenta una delle più importanti divinità romane, il cui culto risale all’epoca arcaica. È il dio degli inizi, materiali e non ed è sempre raffigurato con due volti, motivo per cui si parla di “Giano Bifronte”. Il dio ha la capacità di guardare il passato ma anche il futuro, di proteggere i varchi e le nuove avventure. Il culto di Giano per gli antichi romani Macrobio e Cicerone facevano derivare il nome del dio dal verbo “ire”, andare. Per Macrobio questa derivazione indicava il costante proseguire, ma in una ciclicità insita nel naturale corso degli eventi. Gli studiosi moderni confermano questa relazione e fanno derivare il nome Giano da “ianua”, porta. La radice da cui proviene il termine ha a che fare ad ogni modo con l’idea di un passaggio, un cambiamento. La figura di Giano è prettamente romana; non esiste un parallelo del dio né nella cultura greca, né in quella etrusca. Date le poche informazioni che abbiamo non possiamo far risalire questa figura nemmeno al culto italico. Tuttavia esiste una relazione con il dio sumero Usmu, il dio dai due volti. Dio degli Dei, Giano creatore, Padre del mattino: sono questi alcuni degli epiteti con cui Giano veniva invocato e che testimoniano la sua importanza nel pantheon romano. In effetti Giano è una divinità spesso associata ed invocata insieme a Iuppiter, padre degli dei. Ciò avveniva perché il suo culto, antichissimo e risalente all’epoca arcaica, voleva che egli fosse stato un dio principale, presente da sempre e per sempre. Per i romani Giano non era figlio di altre divinità ma, definito anche padre degli dei, era sempre esistito. Come racconta Ovidio, egli era presente nei quattro elementi che si separarono tra di loro per dare forma ad ogni cosa. Come iniziatore del mondo Giano è anche appellato con il nome di Creatore. Giano Bifronte nelle rappresentazioni artistiche Uno sguardo al passato e uno al futuro. Giano Bifronte è sempre rappresentato come bicefalo. In epoca classica la sua figura era posta come simbolo sulle porte e sui portali come a custodirne l’entrata e l’uscita. Nella rappresentazione classica egli portava in mano, come i portinai, una chiave e un bastone, mentre le sue due facce erano rivolte nelle due direzioni opposte a sorvegliare entrata e uscita. Alcune rappresentazioni vedono anche un Giano Quadrifronte, con quattro facce rivolte verso i punti cardinali. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano lo Ianus Geminus, un passaggio coperto intitolato al dio da Numa Pompilio, situato nel Foro, e di cui non abbiamo resti – se non su qualche moneta – e lo Ianus Quadrifrons, un arco a quattro aperture nel Foro Boario. La presenza di Giano nella cultura romana ha lasciato diverse tracce. Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esiste un’area di Roma chiamata appunto Gianicolo, che affaccia su un lato del Tevere, dove è presente un passaggio naturale. Il dio Bifronte nel Medioevo venne assunto a simbolo di […]

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Musica e letteratura, spazio a Fabrizio De André

Fabrizio De André: il cantore-poeta Quello tra musica e letteratura è una fusione antica quanto il mondo. Se intendiamo come prima forma letteraria quella del canto che si accompagnava all’esecuzione musicale, ecco che per reperire le prime attestazioni di questo connubio dobbiamo risalire agli albori della storia umana. Già nella Genesi, infatti, (4, 21 – IV secolo a. C.) si fa riferimento a un discendente di Caino, Jubal, definito il “padre” di tutti coloro che suonavano la lira; e più tardi, nell’Esodo, (15, 1 – 21), Mosè e gli ebrei, in occasione della sconfitta del Faraone, cantano un inno al Signore, accompagnati dal tamburello suonato da Miriam assieme alle altre donne. E quando il popolo israelita andò in esilio a Babilonia, portò con sé una raccolta di 150 salmi, orazioni religiose attribuite a re David, da recitare con l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma già al X sec. a. C. risaliva il celeberrimo “Cantico dei Cantici”, una schermaglia amorosa tra un uomo e una donna alla quale fu attribuito un significato allegorico, come un dialogo d’amore tra l’uomo e Dio. Analizzando il contesto sette-ottocentesco e gli sviluppi più rilevanti della fusione tra musica e poesia, Calvin Brown (capostipite della ricerca musico-letteraria) spiega in maniera chiara il suo punto di vista sul rapporto che regola le due arti. “Musica e letteratura (…) sono simili in quanto ambedue sono arti che giungono a noi attraverso l’udito, che si estendono nel tempo e che richiedono un’ottima memoria per la loro comprensione. (…) La musica è l’arte del suono in e per se stesso, del suono “in quanto” suono. Le note musicali hanno tra loro relazioni complesse, ma non hanno relazioni con niente che si trovi al di fuori della composizione musicale (…). La letteratura, d’altro canto, è un’arte che utilizza suoni ai quali sono stati arbitrariamente apposti significati estrinseci. (…) Il poeta, con strumenti della sua tecnica come il metro, la rima, l’assonanza e l’allitterazione, riesce nella pratica a creare un’intima analogia col lavoro del compositore: ma il fatto che i gruppi di suoni su cui egli opera non si limitino a creare solo semplici sensazioni uditive, ma possiedono ben precisi significati esterni, rende sotto molti aspetti i suoi problemi completamente differenti”. Fabrizio De André, la musica e l’impronta letteraria Nel panorama italiano, il cantautore che più di chiunque altro può essere avvicinato alla professione di poeta è Fabrizio De André. La capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise fanno di De André un artista a tutto tondo. Sono tanti i testi della sua produzione che possono essere analizzati sia dal punto di vista musicale che da quello poetico. In molte occasioni lo chansonnier ligure si ispira alla letteratura: nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, interamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Possiamo definire quest’album il “Dark Side” della canzone italiana: è il terzo concept di De André, imparentato con il nuovo rock italiano, e si tratta di […]

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Tempus edax rerum: dalle Metamorfosi ovidiane, un detto latino attuale

Tempus edax rerum è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, vuol dire “Il tempo che tutto divora” ed è tratta dal verso 234 del XV libro delle Metamorfosi di Ovidio. Il poeta, con questa espressione, vuole evidenziare il trascorrere inesorabile del tempo, indipendentemente dalle vicende umane. Poiché indipendentemente il tempo influenza ogni cosa, ogni fatto umano, ma allo stesso tempo, non si fa influenzare da nulla e vola via, portando con sé tutti quelli che sono gli attimi e le esperienze vissute. Tempus edax rerum: il detto latino del XV libro delle Metamorfosi ovidiane Molti sono i detti latini che sono entrati nel parlare comune e tra questi anche la celebre citazione delle Metamorfosi. Le metamorfosi di Ovidio è un poema epico-mitologico incentrato sul fenomeno della metamorfosi nella quale l’autore rende celebri e trasmette ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici della classicità greca e romana con lo scopo non solo di meravigliare il lettore, ma anche di appassionarlo e di condurlo in un mondo che non era mai stato esplorato prima. Proprio per questo motivo, egli verrà ricordato attraverso i secoli ed, essendo fin da subito cosciente dell’enorme fama di questa sua opera e del fatto che rimarrà per sempre viva e, scriverà infatti “si quid habent veri vatum praesagia, vivam” che significa “se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò”. Con questi presupposti, Publio Ovidio Nasone nell’8 d.C. scrive quest’opera lasciando all’interno passi che toccano profondamente l’animo dei lettori, che stimolano emozioni toccanti e che invitano alla riflessione come, ad esempio, i versi iniziali del libro X nella quale si narra dell’addio struggente tra Orfeo ed Euridice o anche nell’inizio del libro XI dove viene ripresa la storia d’amore tra i due, ma nel momento della morte di Orfeo quando, dopo essere stato ammazzato, si ricongiunge finalmente alla sua amata. Sentimenti contrastanti quindi vivono all’interno di quest’opera come anche per il detto del libro XV nella quale viene descritta in tre semplici parole l’importanza del tempo. Il tempo che tutto muta poiché quasi nulla resta in eterno costante, il tempo che tutto vive poiché ogni attimo possiede un’esperienza diversa, il tempo che tutto guarisce poiché ogni ferita col tempo risana, il tempo che tutto influenza poiché ogni cosa è condizionata dallo scorrere del tempo, il tempo che tutto divora (tempus edax rerum) poiché le cose mutate, le cose vissute, le cose risanate, le cose influenzate sono tutte divorate dal tempo che le prende con sé e continua ad andare avanti e a scorrere dando un’illusione di percezione all’esistenza.   Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/bookshelf-old-library-old-books-1082309/

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Cinema e Serie tv

Ed Edd e Eddy e la rivoluzione dei cartoni

Ed edd e eddy, una rivoluzione nella tv degli anni novanta Chi ha detto che a scherzare col fuoco si rischia di bruciarsi? Probabilmente non i produttori di Ed, Edd (doppia D) ed Eddy, l’iconica serie della Cartoon Network degli anni novanta. La rivoluzione dei cartoni In un mondo nuovo, all’inizio del nuovo decennio, insieme alle mode e alle abitudini iniziarono a cambiare anche i programmi dedicati ai bambini e ai ragazzi dell’epoca. E in questo mondo bisognoso di una ‘’boccata di aria fresca’’, il nuovo canale regnò sovrano. La Cartoon Network si presentava con le sue idee innovative, i suoi argomenti freschi e ricchi di battute mirate a far ridere solo i giovani, l’unico pubblico a cui erano mirati i loro cartoni. In un’ambiente ancora influenzato dal decennio passato a osservare anime in televisione, ricchi di storie difficili e lunghe, con morali spesso troppo distanti dal pensiero moderno, la Cartoon Network si presentò in scena liberando un esplosione di creatività, giocando col fuoco, rischiando tutto in trame semplici, disegni alcune volte banali, disegnatori inesperti, ma giovani e creativi e in una serie di battute al limite di ciò che veniva definito ‘’politicamente corretto’’. Il mondo di Ed, Doppia D e ed Eddy è completamente ambientato in un luogo senza adulti, dove tutto è permesso e nessuno può intervenire nella vita dei ragazzi. Il cartone, completamente realizzato in boiling line, una tecnica che nasconde l’assenza di frame dando l’impressione di un contorno sempre in movimento, seguiva i tre protagonisti nelle loro truffe in giro per il quartiere. Tre truffatori pronti a dare il cattivo esempio E’ in questo ambiente ancora puritano che Ed, Edd ed Eddy sbarca con i suoi 65 episodi in televisione rimanendo per undici anni nella programmazione della Cartoon Network, guadagnandosi il posto di serie più longeva mai creata dalla compagnia. La trama era semplice se paragonata alle serie giapponesi a cui i figli degli anni 70 e 80 erano stati abituati. Non c’erano più orde di macchine pronte per distruggere la terra, né tantomeno supereroi geniali alle prese con altrettanto geniali antagonisti. Solo tre ragazzi di un quartiere di periferia pronti a truffare i loro vicini per racimolare 25 centesimi e comprare caramelle in un negozio. Dal titolo, i nostri Ed, Edd ed Eddy. I ragazzi ognuno con le sue caratteristiche e personalità peculiari, si presentano come la caricatura di alcuni stereotipi incontrabili nella vita di tutti i giorni. L’avido, l’intelligente e il forte. I loro divertentissimi piani però, scontrandosi con la realtà finiranno spesso in un clamoroso fallimento, rendendo la serie animata non stereotipata e lasciando agli spettatori sempre un pizzico di entusiasmo per il finale dell’episodio. In un mondo come quello degli anni novanta, dove il perbenismo radicato nei vecchi cartoni che i genitori avrebbero voluto far vedere ai loro figli era stato distrutto da una società entusiasta di quegli eccessi che iniziava a mostrare nel modo di vestire e nella musica che ascoltava, bastava poco per far divampare l’incendio. Così, un cartone che non […]

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Culturalmente

Pasifae: tra mitologia, sacrificio e pregiudizio

Pasifae è un personaggio della mitologia greca, moglie del re di Creta Minosse e madre del Minotauro, la cui storia è strettamente legata. Pasifae e la leggenda del Minotauro Secondo la leggenda, infatti, Minosse, dopo aver consacrato un altare a Poseidone, pregò affinché facesse sorgere dagli abissi un toro che doveva poi essere sacrificato dal re stesso in nome del dio del mare. Minosse però, considerando il toro troppo bello per essere sacrificato, decise di prenderlo con sé, nella propria mandria, facendo sacrificare un altro toro. Poseidone quindi, per vendicarsi dell’oltraggio subito dal re, fece innamorare Pasifae del toro che l’uomo aveva rifiutato di sacrificare. Per soddisfare il proprio mostruoso desiderio, la regina chiese aiuto a Dèdalo, trasferitosi a Creta per sfuggire ad una condanna per omicidio, che le costruì una vacca di legno cava, rivestita della pelle dell’esemplare di femmina da lui più amato, nella quale entrare per consumare un rapporto fisico. Il toro, montando la finta vacca, fecondò Pasifae che diede alla luce il Minotauro. Analizzando la figura mitologica di Pasifae, tanto importante e notevolmente apprezzata, vediamo che si configura come un vero e proprio esempio di amore mostruoso. Pasifae, rappresenta un tassello negativo generato dall’errore, dal cosiddetto sbaglio dettato da irrefrenabili pulsioni. Il personaggio mitologico appartiene all’immaginario collettivo e soprattutto culturale, tra miti, visioni e testimonianze storiche di cui ancora si può trovar traccia nel mondo moderno. In riferimento a Pasifae e al mito cui si collega, analiticamente, la parola chiave da associare, è “allegoria”; le figure brutali, orrende, spaventose, consentono di oltrepassare tutti i limiti propri del tempo, dello spazio, della cultura, e osservare una nuova prospettiva i cui simboli si prefigurano come figurazioni e trasposizioni di concetti astratti. Dunque il significato simbolico attribuito al mito di Pasifae riflette un rituale strettamente legato alla comparsa della prima luna nuova in estate; si può parlare di una vera e propria iniziazione, un percorso tramite il quale si giunge alla nascita dell’Universo, all’interno del quale si osservavano Terra, Luna e Sole, ed in cui  Pasifae rappresentava il Sole e Minosse la Luna. In questo contesto, Pasifae rappresenta l’incarnazione della Dea-Luna che, mediante la sua sacerdotessa, ogni anno si univa al Re, secondo un rituale d’epoca matriarcale legato al culto della Madre Terra. Pasifae è considerata una donna-regina, i pregiudizi, i dogmi dell’epoca, condannavano fortemente un comportamento come quello descritto.  Nella figura mitologica ancora oggi studiata ed analizzata, alberga il carattere drammatico, a tratti tragico, di un personaggio – donna prima di tutto, che vive un sentimento avvertito come vero ed intenso.   Fonte immagine: Wikipedia.

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Tradizioni di Capodanno: le 10 più particolari nel mondo

Capodanno, a differenza di qualunque altra festa, ha dalla sua parte la bellezza di essere una festa che unisce il mondo intero. Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Asia, tutto il mondo festeggia il passaggio dal vecchio al nuovo anno. E la parte più divertente è che non tutti lo fanno allo stesso modo. E qualche tradizione di Capodanno ci potrà sembrare davvero molto stramba. Spagna: mangiare 12 chicchi d’uva nei dodici secondi che precedono la mezzanotte Iniziamo, senza andar troppo lontano, dai nostri fratelli europei. In Spagna, la tradizione vuole che nei dodici secondi che precedono il Capodanno, vengano mangiati dodici chicchi d’uva al ritmo dei 12 rintocchi di campana che segnano la mezzanotte e, ovviamente, terminarli tutti prima che sopraggiunga il nuovo anno. Grecia: Rompere un melograno Al di là dell’Adriatico, invece, i greci sono soliti rompere, gettandolo sul pavimento, un melograno. Secondo la tradizione, quanti più chicchi rotoleranno, tanta più fortuna avrà la famiglia che vive in quella casa. È consuetudine che il gesto venga fatto dal primo ospite che entra in casa durante il nuovo anno. Infatti, la persona prescelta (di solito si prediligono i bambini) entra in casa seguendo un rituale ben stabilito: entra in casa con due passi (il primo viene fatto col piede destro) e parimenti all’indietro. Il rito propiziatorio fa in modo che la fortuna entri in casa e la sfortuna esca. Una volta dentro, si procede col rito del melograno. Polonia: secondo la tradizione, a Capodanno non si spazza in casa Restando ancora in Europa, in Polonia c’è la tradizione di non spazzare assolutamente per terra il 31 gennaio. La credenza, infatti, sostiene che così facendo si potrebbe rischiare di scacciare la dea bendata e non avere più fortuna per tutto l’anno. Parallelamente, a mezzanotte si dovranno spalancare le finestre di casa per permettere alla fortuna di entrare in casa. Germania: Bleigiessen, la pratica di fondere piombo per prevedere il futuro In Germania – ma la pratica è ampiamente utilizzata anche in Finlandia, in Austria e in Svizzera – è tradizione fondere dei piccoli pezzetti di piombo e buttarli in acqua fredda. Questa pratica, il Bleigießen (letteralmente “fondere il piombo”), prevede che, una volta immerso in acqua, a seconda della forma che l’oggetto assumerà, prevedrà cosa succederà nel nuovo anno. Una forma simile a quella di un maiale auspicherà prosperità, mentre una barca indicherà un intenso anno di viaggi. Un calice indica un futuro felice, una spada coraggio nelle avversità. Negativo, invece, il significato di una sfera che indica che la fortuna sarà destinata a rotolare via per tutto l’anno. Estonia: mangiare sette, nove o dodici volte durante il giorno Se i cenoni in Italia ci sembrano pranzi e cene da record, allora sarà necessario fare un salto in Estonia per Capodanno. Nel paese, in occasione dell’ultimo dell’anno, è d’obbligo mangiare sette, nove o dodici volte nell’arco della giornata. In questo modo, si avrà la forza di altrettanti uomini per affrontare con forza il nuovo anno. Danimarca: lanciare piatti contro le […]

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2020: riflessione di un anno non proprio da buttare

Al termine di un anno così, la prima cosa che viene da fare è buttare tutto. Non lasciare proprio niente, fare damnatio memoriae alla latina e sperare che non ricapiti più, che neanche si possa mai ripresentare in una forma simile. Buttarlo, proprio senza possibilità di ritrattare niente o di redimersi all’ultimo. Il 2020 è stato un anno tragico, che era venuto fuori bene all’inizio, coi problemi in sordina che poi sono diventati catastrofi a meno della metà. La verità è che il 2020 si è preso proprio tutto, all’improvviso. La vita, frenetica, un po’ ordinaria, sottovalutata spesso, persino messa all’angolo delle volte. La socialità, fatta di tantissime persone (ma poi mica si vedevano tutte), a tratti rimpicciolita dietro lo schermo quando ancora neanche c’era bisogno degli schermi. Il 2020 si è preso il diritto all’istruzione fatto a misura di bambino o ragazzo (che un po’ era uno sbatti svegliarsi prestissimo di mattina e ci si lamentava in continuazione). Si è preso il movimento, il tran tran quotidiano e si è preso persino quelle volte in cui ci si trascinava in un posto o in una situazione e non si aveva proprio la voglia di farlo. E poi la scelta di decidere cosa fare. Pure scegliere di non fare niente, invocare il niente quando serviva, era una scelta, che funziona pure spessissimo. Non se n’è risparmiata una, alla fine. Anzi, ha isolate, le ha fatte ammalare. Però il 2020 un po’ lo sapeva che prima di lui le cose erano così buttate lì che rischiavano di essere solo cose, scontate, grezze, senza valore. Sapeva che c’erano duemila amici e poi è bastata un pochino di distanza per farne rimanere due soltanto. Che l’amore era una parola bellissima ma a tratti rimaneva una parola. Invece quest’anno proprio non ci è stato alle parole. Ha preteso un passo in più, sacrificio, fatti, investimento. Sapeva pure ci si poteva spostare ovunque e poi, invece, si rimaneva a casa. Era bello pure quello, rimanere a casa e infatti poi lo ha permesso per un anno intero. Ma a parte ciò, è stato brutto e tuttora fa un sacco paura, quando prima non si era spaventati molto e la vita era resa più piccola di quella che è adesso, ché si vorrebbe fare il mondo ed invece è il mondo con la sua emergenza a fare tutto. Forse quest’anno è davvero da buttare dalla finestra il 31 mentre si ascolta “l’anno che verrà” di Lucio Dalla. Però se proprio bisogna trovarci del buono, una cosa viene fuori. Proprio quest’anno, mentre non si è potuto vivere normalmente e mentre si è provato il dolore vero, Ungaretti avrebbe detto «non sono mai stato così tanto attaccato alla vita» Nell’anno della non vita, la vita ancora più forte. Fonte immagine: pixabay.com

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Cosa fare a Capodanno 2020? Spunti ed idee

Spunti ed idee su cosa fare a Capodanno 2020 per divertirsi nonostante la pandemia “Cosa fare a Capodanno?” Questa è la domanda che, più o meno da Ottobre in poi, ogni anno, viene posta almeno una volta al giorno ad ogni singolo individuo dotato di una, seppur minima, vita sociale. In condizioni normali (e sottolineo normali), cosa fare a Capodanno 2020 sarebbe argomento di vivace discussione in ufficio, al lavoro, dall’estetista e dal parrucchiere, in palestra o nelle chat whatsapp, al bar e persino in fila alla posta. Ma quest’anno, ahimè, di normale non ha proprio nulla. Persino il Natale, come le persone, è sottotono e cosa fare a Capodanno 2020 non pare poi un grande problema, anche perché, diciamolo chiaramente, i vari DPCM hanno eliminato il problema proprio alla radice. Stando alle ultime disposizioni, infatti, non sarà possibile partecipare a pantagruelici cenoni di fine anno con annesso trenino e brindisi di mezzanotte: i ristoranti saranno chiusi, coprifuoco alle 22.00 e guai a farsi trovare in giro! Queste decisioni hanno gettato nello sconforto quanti alla domanda “Cosa fare a Capodanno 2020?” già immaginavano le soluzioni più disparate, dalla classica cena con millemila parenti, attesa della mezzanotte e serata in discoteca, fino alle ipotesi più chic e ricercate come weekends alla spa o in montagna, minifuga romantica in albergo e qualsiasi altra cosa la fantasia avesse suggerito. Le nuove disposizioni hanno chiarito una volta per tutte la questione “zone  e colori” per i giorni festivi: non più un’Italia multicolor come le lucine degli alberi di Natale anni ’80 ma un’unica zona rossa con spostamenti limitati al minimo indispensabile. Tuttavia, proprio le nuove disposizioni per il Natale, avendo paventato la possibilità di ricongiungimento almeno con i familiari più stretti, hanno riaperto nuovi scenari per il  Capodanno e la fatidica domanda, timidamente, ha ripreso a riecheggiare. Fate che “originalità” sia la parola d’ordine per questa notte di San Silvestro! D’altra parte, tutto il 2020 è stato un anno “originale”, nel quale ognuno di noi ha affrontato piccole e grandi sfide… Trasformare un Capodanno potenzialmente triste in un evento divertente e alternativo sarà una prova divertente. Senza ulteriori indugi, quindi, vediamo quali alternative avremo in questo Capodanno Cosa fare a Capodanno 2020 Per prima cosa, vestitevi bene! Al bando, almeno per una sera, tute e comodi pigiamoni: vestito carino, anche casual se vi va, ma mettete cura nel dettaglio. Finire bene un anno non bellissimo è segno di speranza. Organizzate un pomeriggio all’insegna dell’intrattenimento. Che siate in coppia o abbiate la possibilità di cenare con la famiglia (rispettando le regole, ovviamente), siate creativi e decorate insieme la casa e la tavola, preparate stuzzichini, aperitivi e dolci. Così potrete anche sopperire al mancato aperitivo del 31 dicembre. Via libera ai giochi da tavolo. Anche se non siete dei veri appassionati, sono tantissimi i giochi che potrete sperimentare in questo Capodanno. Si va dal classico Monopoli, ai giochi di carte, al Taboo (se siete più di due), fino ad arrivare a giochi più “di nicchia”, come Dixit […]

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