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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1084 articoli

Culturalmente

Speranza: il mito di Apollo e Dafne nella attualità della pandemia

Colleghiamo i capolavori dell’arte italiana alle questioni contemporanee, reinventiamoli attraverso il disegno e spieghiamo con un nuovo cartiglio, ovvero la descrizione esplicativa che accompagna i quadri, quanto sono attuali. Iniziamo con Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini. Apollo e Dafne di Bernini La reinterpretazione di Apollo e Dafne del Bernini attraverso questo disegno è un grido dal cuore di due studentesse che hanno capito quanto è difficile avere 20 anni nel 2020 (come detto in un discorso dal Presidente francese Emmanuel Macron).  Questi giovani preferirebbero veder porre enfasi sulla metamorfosi (rappresentata qui da Dafne) che questa pandemia realizza, piuttosto che sui suoi danni. Ricordiamo il mito rappresentato in questa statua. Dopo la sua vittoria sul Pitone, Apollo deride Cupido e il suo arco. Quest’ultimo, offeso, per vendicarsi, estrae dalla sua faretra due frecce, una con il potere di scacciare l’amore, l’altra di riportarlo in vita. Con la prima freccia, Cupido colpisce Dafne, la cacciatrice. Con l’altro, il cuore di Apollo. Apollo si innamora follemente di Dafne. Lui cerca di sedurla ma lei lo rifiuta. Ossessionato, arriva al punto di inseguirla. Dafne viene salvata da suo padre, il dio Peneo. Lentamente, le sue membra si intorpidiscono, i suoi capelli diventano verdi, le sue braccia diventano rami, i suoi piedi diventano radici e affondano nella terra. Si trasforma in un alloro per sfuggire alla passione di Apollo. Da quel giorno, l’alloro sarà l’albero sacro di Apollo.   Lo spettatore che scopre Apollo con la mascherina come nel disegno siamo noi durante la pandemia. È la stessa frustrazione che proviamo per strada davanti a questa mascherina che nasconde il sorriso degli sconosciuti come Dafne davanti ad Apollo. La mascherina è diventata un accessorio essenziale che distorce la nostra vita sociale. Apollo è qui simile alla pandemia. La sua muscolatura è leggermente marcata. La forza di Apollo è, come il virus, invisibile. Lo vediamo nelle mani che stringono il corpo di Dafne, evocando la trappola della pandemia che ha chiuso e condannato tutti noi a rimanere a casa. Ormai è passato un anno. Ma questa forza non è niente in confronto allo slancio di Dafne, tutta l’umanità, che, in un ultimo sforzo per sfuggire all’abbraccio, si lancia in avanti come per raggiungere il cielo. L’ultimo scoppio per disperazione della ninfa è percepibile nella torsione di tutto il suo corpo. Le sue due braccia sono sollevate in alto e già vinte dalla metamorfosi in legno e foglie d’alloro, un misto di carne e legno genialmente concretizzato dall’arte del Bernini. Dafne ci invita collettivamente a ripensare la pandemia globale. La presenza dell’alloro nella scultura è illuminante. L’albero di Apollo, associato al canto e alla poesia e usato per le corone sulla testa dei poeti greci, simboleggia l’arte e la cultura. La metamorfosi di Dafne in alloro può essere letta come la disperata ma necessaria trasformazione della cultura al tempo di Covid. Se la pandemia ha costretto i luoghi di cultura a chiudere i battenti nell’ultimo anno, li ha però obbligati a rinnovarsi per salvarsi, per […]

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Giambattista Basile, maestro della fiaba barocca

Il Seicento è un secolo di grandi trasformazioni e stravolgimenti di certezze: le scoperte geografiche, le macchie lunari e la terra declassata a uno dei tanti pianeti che ruotano intorno al sole. No, l’uomo non è più al centro dell’Universo. È ancora presto troppo per parlare dello strappo nel cielo di carta di pirandelliana memoria, ma l’anomalìa, il bizzarro, ciò che sfugge alla certezza e alla regola iniziano ad imporsi. Elementi che confluiranno nella corrente artistica chiamata, nel Settecento, Barocco. Tra i suoi esponenti più illustri, Giambattista Basile (1575-1632), che la tradizione vuole nato a Giugliano, in provincia di Napoli. Innamorato delle favole, dei proverbi, trasforma la materia popolaresca in creazione letteraria, cospargendola di tutti i più forti olezzi della letteratura secentesca e dando così vita al suo più grande capolavoro: Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille (1634-1636). Cinquanta fiabe racchiuse in una cornice. Se nel Decamerone Boccaccio fa raccontare 100 novelle in dieci giorni a dieci giovani che per evitare la peste fiorentina si rifugiano in campagna, le narratrici di Giambattista Basile sono dieci vecchie popolane e i giorni sono cinque. Un Pentamerone scritto in dialetto napoletano. La novità sta non tanto nelle storie raccontate, quanto nella loro rielaborazione formale. La fantasia popolare viene vestita di figure retoriche, similitudini, metafore. Una veste stilistica che ha portato la critica a definire l’opera di Basile il più bel libro di età barocca. Nel 1924 Benedetto Croce pubblica Lo cunto de li cunti in italiano, definendolo il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari.  Tra le fiabe più note, La gatta Cenerentola, che ha per protagonista Zezolla. «E Zezolla, perdi oggi, manca domani, finì col ridursi a tal punto che dalla camera passò alla cucina, dal baldacchino al focolare, dalle vesti di seta e oro agli strofinacci, dagli scettri agli spiedi. Né solo cambiò stato, ma anche nome, e non più Zezolla, ma fu chiamata “Gatta Cenerentola”». Una matrigna, delle sorellastre, una fata, una scarpetta di cristallo perduta per le scale del Palazzo Reale di Napoli e un finale da regina. Se Basile ha preso forse spunto da una fiaba orientale del IX secolo a. C., la sua Zezolla è stata a sua volta fonte di ispirazione della Cendrillon di Charles Perrault e dei fratelli Grimm nel XIX secolo. Nel 1976 Roberto De Simone riporta La gatta Cenerentola a Napoli, con un testo teatrale interamente in napoletano, accompagnato da musiche popolari. E infine, nel 2017, Alessandro Rak nel suo film d’animazione ripropone La gatta Cenerentola, ambientandola nel porto di Napoli. Fonte foto: Grande Campania  

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Hic et nunc, qui e ora. Origine e significato

Spesso, parlando di teatro, lo si definisce il luogo dell’hic et nunc, ovvero il luogo dell’unicità. Tutti o quasi, sanno che questa espressione, di origine latina serve ad indicare il qui e l’ora. Pochi o quasi, però, sanno da dove questa derivi, chi la utilizzò prima che questa si sedimentasse nei nostri modi di dire.  Erroneamente, a lungo, Orazio è stato considerato il padre di questa locuzione, che, in realtà apparteneva già prima ad un uso comune della lingua latina. Se letteralmente indica il presente, l’immediatezza ed era per questo utilizzata per dare ordini che si voleva fossero eseguiti in maniera istantanea, sicuramente Orazio, facendone uno dei punti fermi della sua poetica, la connotò di un valore più profondo, esistenziale.  Nelle sue Odi che racchiudono un altro celebre motto, carpe diem, il poeta di epoca augustea, si interroga spesso sulla condizione umana, sul carattere effimero di questa e sulla necessità che l’uomo ha di vivere il presente, goderne, consapevole del tempo limitato a sua disposizione, consapevole del carattere fugace e sfuggente della felicità. E dunque per Orazio l’unico modo di sfuggire alla propria finitezza, è cogliere a pieno l’attimo presente, godere a pieno dell’hic et nunc, l’unico momento in cui è possibile agire e vivere, senza tener conto né del passato ormai andato né del futuro incerto.  L’eredità oraziana sarà presa in prestito da tante correnti filosofiche moderne, come l’esistenzialismo. Martin Heidegger, filosofo tedesco di fine Ottocento, nella sua opera, L’analitica dell’esistenza, afferma che la soggettività dell’uomo è sempre connessa con l’hic et nunc in cui agisce, il suo esserci (da-sein) è sempre connesso alla temporalità. La corrente esistenzialista vede nell’uomo un essere fragile e infelice proprio per la sua natura effimera. Ancora, la locuzione hic et nunc fu assurta da Ernst Jünger a motto della figura del Ribelle: il motto del Ribelle è: «Hic et nunc» – essendo il Ribelle uomo d’azione, azione libera ed indipendente. (…) Non è una libertà che si limita a protestare o emigrare: è una libertà decisa alla lotta. Qualunque sia la sfumatura di significato data alla locuzione nel corso dei secoli, l’importanza del qui e ora, vale a dire dell’attimo presente, è un insegnamento da tenere sempre in mente, un invito a non sprecare la vita cullandosi tra i ricordi del passato o le aspettative del futuro, ma a godere del presente, l’unico tempo che realmente ci appartiene.   Fonte foto: Scuola di lingua e cultura italiana       

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Lectio difficilior e lectio facilior: significato

Lectio difficilior e lectio facilior sono due locuzioni latine che trovano largo impiego nel campo filologico. Cosa si intende, allora, con lectio difficilior e lectio facilior? Lectio difficilior e lectio facilior: il significato Prima di chiarire il significato delle due locuzioni latine di lectio facilior e lectio difficilior, par bene partire dal significato che il termine latino lectio assume: in italiano, il termine lectio – corrispettivo di “lezione”, “lettura” – indica in filologia, in critica testuale, la restituzione scritta di elementi minimi o complessi della frase all’interno di un codice (manoscritto). Il lemma lectio nella forma di locuzione lectio difficilior (letteralmente “lezione – o lettura – più difficile”) viene ad indicare in filologia e in critica testuale un procedimento per cui, nella stesura di un’edizione critica di un testo, di fronte alla presenza di due o più lezioni dissimili ma con pari autorità (varianti), si sceglie quella che presenta la difficoltà intrinseca maggiore: da qui, quindi, letteralmente la lezione più difficile, la “lectio difficilior”. Tale difficoltà può essere intesa del punto di vista semantico, dal punto di vista morfologico, dal punto di vista morfosintattico, dal punto di vista lessicale; tale scelta viene motivata dal seguente assunto: sembra più probabile che nell’atto della copia di un codice, di un manoscritto, si possa sostituire – o sbagliare a trascrivere – una parola difficile, rara, ricercata linguisticamente piuttosto che fare il contrario (ossia sostituire involontariamente una parola banale o semplice, facile, con una dotta, con una “più difficile”). Il contrario della lectio difficilior è, appunto, la lectio facilior (letteralmente “lezione più facile”); tale locuzione sta ad indicare una lezione più facile che con maggiore probabilità – secondo il criterio della potior e melior – è suscettibile a variazione: in definitiva e nell’atto pratico, insomma, come si diceva prima, l’esatto opposto della lectio difficilior. Lectio facilior e lectio difficilior, inoltre, sono criteri filologici che si applicano in caso di recensio aperta. A questo punto bisogna chiarire ulteriori concetti propri del linguaggio e del ragionamento filologico: collatio, recensio, stemma. Lectio, collatio, recensio e stemma: i significati, in sintesi, di alcuni dei termini fondamentali della critica testuale Le locuzioni latine di lectio facilior e lectio difficilior si legano direttamente alla pratica filologica della collatio (collazione), a cui a loro volta afferiscono strettamente il concetto di recensio e in diretta linea consequenziale l’altrettanto fondamentale concetto dello stemma codicum. La recensio – termine latino che in italiano trova il suo corrispettivo in recensione, rassegna, esame, disamina – è la fase principale del lavoro di edizione critica di un testo, che consiste nella ricerca e scelta della lectio ritenuta migliore, dunque da preferire, fra le varianti conosciute di uno stesso codex (codice, manoscritto) al fine di restituire l’esatta lezione di quel testo; la fase della recensio è successiva alla fase della collatio (in italiano “collazione”, “confronto”, “raffronto”): con essa vengono praticamente confrontati, dal filologo che li ricerca e ritrova, tutti gli esemplari traditi di un codice, al fine di operare la recensio e quindi l’edizione critica dello stesso codice. […]

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La poetica di Leopardi nella Ginestra

La poetica di Leopardi costituisce letterariamente il punto di incontro tra l’epoca che pone fine alla modernità e quella che si definisce come contemporanea, grazie all’attualità delle sue riflessioni sulla religione e sul progresso della società umana. La poetica di Leopardi e il materialismo ateo della Ginestra Poeta super partes, Leopardi notomizzò con lente critica e spesso aspra, e non senza una sferzante ironia, le “superbe fole”, le ottimistiche idee recate dal progresso, verso cui la società del tempo era indirizzata. A questa forma di romanticismo cattolico dominante Leopardi opponeva una strenua difesa del materialismo ateo, ben espresso con maggiore durezza e sprezzo soprattutto nelle poesie più tarde, quali la Ginestra, o il fiore del deserto, scritta nel 1836 presso Villa Ferrigni a Torre de Greco. Emblematica, per la Ginestra, già l’epigrafe giovannea, «E gli uomini vollero piuttosto | le tenebre che la luce» (Gv, III, 19), capovolgendo il significato cristiano che identifica la “luce” col divino lume e sottolineando lo stolido comportamento umano nel rifugiarsi in false credenze spiritualistiche e ottimistiche (le tenebre) piuttosto che accettare titanicamente l’aridità della vita e la sua entità più tragicamente materiale. Strettamente collegati a tale concezione, ad esempio, sono i versi della prima strofe del poemetto, in cui Leopardi descrive che il Vesuvio nel 79 d.C. seppellì varie città limitrofe, tra cui Pompei, Stabia, Ercolano e Oplonti, instaurando con la ginestra un vero e proprio dialogo (o solipsismo, come accade generalmente) e assurgendola a simbolo di sopravvivenza all’avanzamento della rovina: Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fûr liete ville e cólti, e biondeggiâr di spiche, e risonâro di muggito d’armenti; fûr giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fûr cittá famose, che coi torrenti suoi l’altèro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, ove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. (La ginestra, vv. 17-37) Quasi un mesto genius loci, la ginestra si fa testimone della miseria dello stato umano. Di fronte a ciò, infatti, ricordando la fragilità dell’uomo di innanzi alle poderose e distruttrici forze della natura, la cecità delle ideologie ottimistiche dell’borghesia liberale vigenti all’epoca sono ironicamente chiamate in causa: «A queste piagge | venga colui che dʼesaltar con lode | il nostro stato ha in uso, e vegga quanto | è il gener nostro in cura | all’amante natura» (La ginestra, vv. 37-41). E si ricordi a tal proposito la concezione di Natura, «che deʼ mortali | madre è di parto e di voler matrigna» (La ginestra, vv. 124-125), la quale nel perpetuo processo di autoconservazione è indifferente all’esistenza, alla felicità e, soprattutto, alle miserie dell’uomo, com’è espresso nella prosa del Dialogo della Natura e di un’Islandese (Operette morali, XI), stesa nel 1824. Tale […]

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La Chanson de Roland: cronistoria di un modello letterario

La Chanson de Roland (dal francese, “La canzone di Orlando”) costituisce il più antico tentativo di codificazione scritta del genere dell’epos cavalleresco, che traeva spunto dai racconti relativi al cosiddetto Ciclo carolingio dapprima tramandati in forma orale. Le prime tradizioni scritte si collocano tra la fine del X e la prima metà del secolo XII, il cui autore è identificato per congettura con un certo Turoldo, monaco cristiano (probabilmente, più che autore, egli è da considerarsi tra i primi trascrittori della tradizione orale o, al meglio, un copista medievale), nominato nellʼultimo verso del testo: «Ci falt la geste que Turoldus declinet» (“La gesta trascritta qui da Turoldo ha fine”, v. 4002 dal manoscritto di Oxford). La lingua utilizzata è quella anglo-normanna, una tra le varianti regionali della lingua dʼoïl (usata nel settentrione della Francia), e i versi corrispondono ai décasyllabes raggruppati in 291 lasse assonanzate. La Chanson de Roland: tra storia e fictio letteraria La Chanson de Roland trae spunto, come molto spesso accade per narrazioni di carattere orale, da vicende storiche realmente accadute, salvo essere piegate da volontà letterarie a seconda del clima culturale in cui hanno origine tali storie. Lʼopera letteraria, infatti, rielabora e narra la vicenda dell’eroica resistenza della retroguardia dellʼesercito carolingio, impegnato nella campagna spagnola (seconda metà del secolo VIII), contro l’agguato di truppe saracene. In questa battaglia, volta a garantire la copertura del grosso dellʼesercito di Carlo Magno, trovò la morte Orlando (o Rolando) da Roncisvalle, valoroso nipote dell’imperatore, conscio fin dall’inizio della missione del pericolo mortale in cui sarebbe incorso accettando l’incarico di capitano, appunto, della retroguardia. In realtà, lʼaura cristiana di cui è permeata l’opera letteraria sembra avere poca attinenza con con l’evento storico da cui essa origina, ovvero la battaglia di Roncisvalle (15 agosto 778): in quel giorno, occorse infatti la disfatta della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno durante il ritorno dalla campagna spagnola, ma ad attaccare i paladini non furono saraceni propriamente detti, come volle la tradizione letteraria permeata di valori cristiani, bensì i baschi, popolazione stanziata a nord-ovest dei Pirenei nella regione definita Vasconia (territorio compreso tra i fiumi Ebro e Garonna). Il motivo della battaglia è dunque da identificarsi in episodi di resistenza — e quella di Roncisvalle appare la più emblematica — delle popolazioni basche allʼespansione nella penisola dei franchi, giustificata da intenti religiosi (circostanza che si estese per vari secoli, dal 718/722 al 1492, nota come Reconquista). La Chanson tra baschi e saraceni: un possibile motivo di fraintendimento In tal senso, si ricostruiscono tutti i tasselli del mosaico che rappresenta, dunque, la piega religiosa che prese tutta la vicenda, in cui, in particolare si sostituirono i baschi con i saraceni. A questo proposito è dovuta una precisazione di carattere terminologico al fine di comprendere le sfumature della causa della sostituzione. Si è detto che nellʼopera letteraria della Chanson de Roland si parla di saraceni, con cui oggi si intendono tutte quelle popolazioni islamiche provenienti dalla penisola araba e stanziate nella penisola iberica, la cui “cacciata” si prolungò […]

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Numeri sfortunati. Tra storia, leggende e sacralità

La simbologia, e con essa le leggende e le tradizioni, da sempre affascinano e intimoriscono l’uomo, influenzato spesso da credenze e superstizioni, le quali possono sì celare preziose piccole verità, ma anche essere pericolose e limitanti se ci si crogiola acriticamente. Tra i vari temi, legati al misticismo e alle credenze popolari, risalta senza dubbio quello relativo ai numeri sfortunati, tra gli argomenti in assoluto più carichi di simbologia, come suggeriscono le diverse tradizioni storico-culturali e religiose. Va ricordato però che di per sé i numeri sono categorie neutre, prive intrinsecamente di valori positivi o negativi. Come mai dunque esistono alcuni numeri associati ad eventi infausti, legati all’occulto e caricati di significato metafisico, al di là di ciò che il numero stesso rappresenta? Quali i più noti numeri sfortunati in Italia e nel mondo? Analizziamone la storia. Numeri sfortunati: il 13 e il 17 Senza dubbio, i numeri che più di tutti incutono timore e fanno storcere il naso, in Italia come altrove, sono il 13 e il 17. A tal riguardo gli psicologi hanno coniato due appositi termini per definire tali irrazionali paure: triscaidecafobia (fobia del numero 13) e eptacaidecafobia (fobia del numero 17). Per quel che concerne il 13, la sua associazione alla sfortuna avrebbe diverse matrici. Per cominciare, il 13 segue il numero 12, un numero pari e completante dei cicli: basti pensare ai 12 segni dello Zodiaco o ai 12 mesi che compongono un anno. Dunque, il 13 scombussolerebbe questo equilibrio, venendo a definirsi come l’elemento di disturbo e disordine che interviene ad interrompere la ciclicità perfetta, costringendo a inevitabili cambiamenti e trasformazioni. Dal punto di vista religioso, ricorda innanzitutto la morte di Gesù, se associato al venerdì: il famoso “venerdì 13”, che ancora oggi desta ansie e superstizioni, oggetto anche di numerose pellicole cinematografiche, che lo bollano come il giorno del terrore e dell’occulto. Ma in ambito cristiano, la sfortuna del 13 sarebbe anche ribadita dall’Ultima Cena, durante la quale Gesù siede a tavola con i 12 apostoli. Giuda, il traditore, viene chiamato il tredicesimo apostolo da Gesù, pertanto un numero sventurato. Ecco perché per i superstiziosi è doveroso evitare di essere a tavola in 13. La situazione si ribalta però completamente nella religione ebraica, dove il 13, più che simboleggiare il tradimento, indica la generosità incompresa dagli apostoli circa il ruolo di sacrificio incarnato da Giuda, che avrebbe eseguito la volontà di Gesù ai fini del compimento di un piano superiore. Dal punto di vista culturale, il 13 è ancora una volta portatore di sfortuna, specie se associato ancora al venerdì. Si ricorda infatti il venerdì 13 ottobre 1307 (si noti che nella data il 13 compare ben due volte), macchiato di sangue per l’arresto, la tortura e lo sterminio dei Cavalieri Templari, per ordine del re di Francia Filippo IV il Bello, con le accuse di cospirazione, sacrilegio e pratiche sataniche e sodomitiche. E le maledizioni pronunciate durante le torture avrebbero reso questo giorno l’emblema della sfortuna. Ad acuire la superstizione e i […]

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La Thomas Dane Gallery ospita Alexandre Da Cunha

Napoli, Quartiere Chiaia. In Via Francesco Crispi, al civico 69, si nasconde in un piano di Villa Ruffo, elegante palazzo ottocentesco, una preziosa galleria d’arte: la Thomas Dane Gallery. Completamente ristrutturata dal gallerista inglese Thomas Dane e inaugurata nel 2018, con i suoi ampi interni bianchi e le sue preziose vetrate che affacciano sul verde da una parte e sulle sinuosità del Vesuvio dall’altra, la Thomas Dane Gallery offre un perfetto spazio espositivo, adatto ad ospitare ogni forma di arte contemporanea: dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’arte cinematografica.  Innamorato di Napoli e della bellezza delle sue imperfezioni, del suo patrimonio storico e culturale, seducente agli occhi di chiunque, Dane vede nel suo nuovo spazio un ponte verso l’Europa, un crocevia di nomi internazionali del sistema artistico contemporaneo.  Attualmente in mostra, con una sua personale, l’artista di fama mondiale Alexandre Da Cunha, originario di Rio de Janeiro. Curata in dialogo con Jenni Lomax, ex direttrice del Camden Arts Centre di Londra, la mostra Arena pone l’accento sul rapporto spaziale degli oggetti nella progressione delle stanze della galleria. Gli oggetti sono costantemente rielaborati dallo sguardo dell’artista che supera la staticità dei materiali, ne modifica le forme, senza sminuirne il significato, creando una lettura più comprensiva del readymade, che anima la realtà degli oggetti vissuta e delle comunità o degli individui che li hanno utilizzati.   Tra le opere in mostra, Kentucky (2020), teste di mocio di cotone tinto per lavare a terra, sono trasformate dalla fantasia dell’artista in un tessuto unico sospeso in diagonale dal soffitto. O ancora Marble (2020), un anello di gomma gonfiabile drappeggiato con un tessuto che si raccoglie sul pavimento in un posizionamento del materiale sottile e intuitivo, sfidando la percezione di quello che potrebbe essere duro o morbido al tatto.   Alexandre Da Cunha sfida il valore implicito degli oggetti. Nella sua attenta disposizione di materiali e oggetti – che siano domestici, utili o usa e getta – rivaluta le gerarchie dell’attenzione e della percezione analizzando con cura il gioco di sagoma, forma, colore.  In un momento buio come questo, in cui la cultura soffre e la necessità della bellezza si impone prepotente, forte è la speranza di poter tornare presto a camminare nel mezzo di una mostra, guardare un’opera e restarci fermi davanti a immaginare, persi tra dettagli e significati nascosti.    Orario della galleria:  Da martedì al venerdì dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.00, sabato dalle 12.00 alle 19.00 Oppure su appuntamento Per maggiori info:  +39 081 1892 0545 [email protected] (Photo credit Amedeo Benestante)

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Francesco Arena | otto angoli, in mostra allo Studio Trisorio

Qual è la parte di una stanza che più passa inosservata? Gli angoli. Sono proprio gli angoli le coordinate in cui si muove il viaggio artistico di Francesco Arena, la cui ultima personale è stata inaugurata il 19 febbraio 2021 presso lo Studio Trisorio (in via Riviera di Chiaia), fiore all’occhiello delle gallerie d’arte napoletane.  Otto angoli, otto opere diverse. Ad occupare l’angolo più occidentale dello spazio Extreme Occident (2013), un libro di Marc Chadourne, trovato casualmente dall’artista, che, cercandone poi una copia, ha trovato Extreme Orient (2017), posizionato nell’angolo più orientale dello spazio. Alle pagine cartacee degli estremi, si aggiungono tanti altri materiali: bronzo, alluminio, rame. Tutti rimandano ai concetti di spazio e tempo, tutti rimandano a profondi significati politici, storici, letterari e sociali. Le vicende collettive si intrecciano a quelle individuali dell’artista e sono tradotte in unità di misura che determinano le dimensioni e il senso delle sue opere.  Il peso di un blocco di bronzo lucidato a specchio crea un ossimoro con la delicatezza di un fiore, spinto dal blocco ad assecondare la geometria del muro. Peso e leggerezza, pieno (del blocco) e vuoto (dell’angolo) sono gli opposti che animano l’opera Fiore curva (2020). “Si scalda solo per quello che non sa”, “Quello che sa lo lascia freddo”, “Se sa di qualcosa, ma non può appurare che cosa sia, è allettato a saperlo”. Alluminio lucidato a specchio e scritte sono gli elementi essenziali del Trittico del sapere (2020) che impone all’attenzione tra frasi prese in prestito dal romanzo I calabroni di Peter Handke. Elle capovolta (2020), alta tre metri una L capovolta, in rame, recita una frase di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam: Nous nous en souviendrons de cette planéte/Ce ne ricorderemo di questo pianeta, scelta da Leonardo Sciascia come epitaffio per la sua tomba. Gli angoli, che sono anche la base dell’architettura, sono necessari allo sviluppo delle opere. Un tubo Innocenti, lungo sei metri, piegato ad angolo retto e quindi aderente al muro, che il genio di Arena fa contenere un nastro, estensione fisica, concreta di una canzone dei Nirvana. Nome dell’opera Endless, Nameless (2020). Ancora una volta lo Studio Trisorio, che ha da poco aperto in via Carlo Poerio 110 un secondo spazio espositivo destinato ad opere storiche e nuove degli artisti della galleria, propone un artista notevole che, con il suo sincretismo artistico tra memoria e presente e giocando con materiali di ogni genere, veicola messaggi allegorici e profondi.   Francesco Arena | otto angoli, in mostra fino al 10 aprile 2021. Non perdetelo! Foto di Francesco Squeglia

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Attualità

Le 11 donne più coraggiose in Italia

Le 11 donne più coraggiose in Italia: scopriamole insieme “Non sarà mai tardi per cercare un nuovo mondo migliore se nell’impegno poniamo coraggio e speranza“. Questa frase, pronunciata da Sir Alfred Tennyson,  é indicativa per introdurre la mezione di 11 donne coraggiose, che hanno dato impulso alla storia italiana tra gli inizi del Novecento e gli anni 2000. Rita Levi Montalcini Rita Levi Montalcini è l’unica donna italiana che ha ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 1986 e che ha varcato le porte dell’ Accademia Pontificia delle Scienze. Il suo valore morale è immenso e deriva dai suoi anni di studio e lavoro in laboratorio alla ricerca di nuove cure innovative come dimostra il film documentario interpretato da Elena Sofia Ricci. Oriana Fallaci Oriana Fallaci, una delle più importanti e conosciute giornaliste dei primi anni del Novecento, per la sua carriera e la sua intraprendenza è stata la prima donna ad andare al fronte in qualità di inviata speciale del suo giornale. In segno di indipendenza e affermazione dell’identità si tolse il chador tipico della cultura iraniana durante l’intervista rivolta a Khomeini. Grazia Deledda Ricordiamo anche la prima e unica italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926 per il suo modo di scrivere in maniera scorrevole argomenti di spessore e di grande interesse soprattutto nel mondo scolastico. Maria Montessori Celebre pedagogista, ha introdotto una modalità di insegnamento che é stata efficace per oltre 70 anni. E’ stata la prima donna a laurearsi in medicina in Italia nel 1896, periodo di povertà antecedente alle Guerre Mondiali. Margherita Hack La prima donna che ha assunto la carica di direttrice di un osservatorio astronomico in Italia a Trieste. Forte e combattiva, é stata spesso definita come icona dell’anticonformismo.  Nilde Iotti La prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati. Esempio di anticonformismo ed uguaglianza sociale, ha lottato per svariati anni per contrastare le discriminazioni contro le donne, realizzando in vita un’ ideale di donna che non fosse relegato soltanto all’ idea del focolare domestico. Le 11 donne più coraggiose in Italia Sophia Loren  Orgoglio partenopeo, Sophia Loren é stata dichiarata tra le più celebri attrici della storia del cinema, apprezzata in tutta Europa. Ha ottenuto l’ Oscar come miglior attrice nel film La Ciociara. Donna determinata e molto rigida con sé stessa, é stata capace di evolvere e di concretizzare le sue grandi passioni, grazie alla sua forte sensualità fisica ed al carattere dominante ed ironico. Carolina Kostner Carolina Kostner, giovanissima pattinatrice under 40, è considerata una delle più celebri star del pattinaggio artistico. Determinata e leggiadra, ha vinto consecutivamente campionati europei e mondiali. La migliore performance é del 2002 durante i mondiali di Nizza dove la sua vittoria é stata meravigliosa e celebre, nonostante siano trascorsi quasi 20 anni. Samantha Cristoforetti Laureata presso l’ Università Federico II di Napoli é la prima italiana nello Spazio, con la missione Futura dell’Esa. La sua carriera inizia da lontano nel 2009 quando é stata selezionata come astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) […]

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