Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 905 articoli

Culturalmente

Poesie barocche da ricordare, da Marino a Góngora

Il movimento barocco, sviluppatosi tra il Cinquecento e il Seicento, viene contraddistinto con le caratteristiche di bizzarro e anticlassicista, e così anche la letteratura che nacque in quei secoli. Quali sono le poesie barocche più rappresentative? Termini come estroso e ampolloso spesso tuttora vengono utilizzati per definire il Barocco, che a sua volta ha assunto simile accezione; già la parola “barocco” etimologicamente sembra derivi da qualcosa di irregolare e strano, e andò a racchiudere un vero e proprio movimento culturale che si estese dall’architettura alla filosofia. In letteratura racchiude in sé generi specifici, uno stile e tematiche che sono solite ripetersi, come l’esaltazione della donna (ma non da idolatrare come figura divina), l’amore, l’amore per le arti figurative e temi legati anche alle nuove scoperte scientifiche, verso il nuovo secolo illuminista. In Italia: le poesie barocche di Giambattista Marino In Italia il poeta barocco che godette di maggiore fama fu Giambattista Marino, che dette vita alla corrente letteraria del marinismo, scrivendo poesie barocche tra le più imitate in Europa. La lirica assurge a genere preferito, e le figure retoriche (come le metafore) abbondano. Una delle poesie barocche tratte dalla sua raccolta più nota, “Lira” (1614), è il Sonetto dedicato ai biondi capelli della sua donna in cui Marino, con arguzia barocca, gioca sui versi petrarcheschi dei “capei d’oro a l’aura sparsi”: A l’aura il crin ch’a l’auro il pregio ha tolto, sorgendo il mio bel sol del suo oriente, per doppiar forse luce al dì nascente, da’ suoi biondi volumi avea disciolto. Parte, scherzando in ricco nembo e folto, piovea sovra i begli omeri cadente, parte con globi d’or seri gìa serpente tra’ fiori, or del bel seno or del bel volto. Amor vid’io, che fra’ lucenti rami de l’aurea selva sua, pur come sòle, tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami; e, nel sol de le luci uniche e sole, intento, e preso dagli aurati stami, volgersi quasi un girasole il sole. Il Barocco in Italia: Tommaso Stigliani Uno dei precursori del marinismo fu il materano Tommaso Stigliani; tra le poesie barocche del suo “Canzoniere”, ricordiamo Felice chi ti vede!, un componimento rinvenuto e apprezzato nella sua antologia da Benedetto Croce in cui immaginazione e gioco si fondono, un estro che segue le fila della corrente barocca: Felice chi ti vede! Più felice a cui è dato di parlarti! Felicissimo quel che può toccarti! Semidio che ti bacia il bel sembiante! Dio chi ti fa il restante! Góngora e Quevedo: la lirica spagnola Certezze ed ideali stavano mettendo in crisi anche il resto dell’Europa, e il Barocco prende strada anche in Spagna, dove la lirica fiorisce nel cosiddetto “Siglo de oro” e si sviluppa nel gongorismo (o culturanesimo) e in Luis de Góngora. Le poesie barocche di quest’ultimo, nonostante i suoi primi componimenti si avvicinino al concettismo barocco, si mostrano estranee a qualsiasi regola che domina la poesia. Tra i suoi componimenti, ricordiamo questa dedica alla sua città natale, A Córdoba: Oh mura eccelse, oh torri incoronate di onore, di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Campania Felix: storia di una regione antica e fertile

Da dove nasce e perchè la denominazione Campania Felix? La Campania è una terra antichissima, ricca di storia e cultura, che nel tempo non ha mai smesso di sorprendere, testimone ancora oggi di un passato glorioso che la rende unica nel mondo. La letteratura antica riguardante la storia e l’identità vera e propria della Campania e delle relative caratteristiche geografiche è particolarmente vasta, sono numerose le testimonianze (alcune frammentarie) sulle accezioni toponomastiche attribuite alla regione. Polibio, storico greco, individuò i punti di forza dell’eccellenza della regione: la fertilità, la bellezza, la vicinanza al mare, la possibilità di fruire di scali; e fu Plinio a definirla con un attributo ancora oggi spesso citato ed utilizzato, dall’immenso valore simbolico, destinato a grandissima fortuna, ossia “Campania illa Felix”; essa comprendeva territori che si estendevano dalle pendici del Monte Massiccio (a nord) fino a lambire l’area flegrea e vesuviana (a sud). In seguito alla divisione Augustea, l’Italia fu divisa in undici regioni o province, raggruppando il Lazio e la Campania, dal Tevere fino al Sele, con a capo Capua (Capoa), escludendo la porzione dell’Irpinia e precisamente la zona inferiore delle attuali provincie di Benevento e Avellino, che andarono a far parte della Puglia e della Calabria. Per questo motivo Plinio distingueva la Campania Antiqua, cioè quella del primo periodo, meno estesa e collocata intorno a Capua, dalla Campania Nova, quella della divisione augustea, che comprendeva anche una parte del Lazio, cioè la Campania di Roma. Dunque, la Campania antica (Antiqua) andava dalle pendici del Monte Massico, al Nord, fino ai Campi Flegrei a Sud. Fu Plinio il Vecchio a parlare di “Campania Felix”, sia per sottolineare la fertilità della regione, sia per distinguere la Campania antica, cioè la Campania di Capua, dalla Campania “nuova”, la quale, comprendeva una porzione dell’attuale Lazio. Attualmente, delle terre un tempo appartenenti alla Campania Felix è rimasto ben poco, eccetto le testimonianze di un passato glorioso. Plinio il Vecchio, in realtà, non fa riferimento esclusivamente al suolo, particolarmente fertile e adatto alla coltivazione, ma la scelta di associare l’aggettivo “Felix” al nome della regione sembrerebbe nascere da una vera e propria esigenza di dare un valore distintivo alla Campania, notevolmente estesa. La denominazione di Campania Felix fa riferimento al territorio chiamato “Terra Leborina”, citata nella “Carta anonima del Regno di Napoli”, detta “Della libreria della stella”, del 1557. Campania Felix, un’accezione ancora usata La denominazione ancora in uso di “Campania Felix” conferita alla Campania in epoca romana rimanda a quell’ampia fase di unificazione politica che vide un territorio di ampie dimensioni rifondato come un’unica grande struttura agricolo-urbana, a seguito della guerra annibalica che segnò la confisca dell’ager campanus ai Capuani sconfitti. Ossia l’inizio della fase di unificazione politica che successivamente diede luogo ad una vera e propria attività globale di rifondazione agricola, basata sulla sua suddivisione in centurie, che nei secoli ha acquisito la valenza di struttura permanente di supporto ai vari insediamenti. In Campania esiste un patrimonio in cui il passato si presenta in tutte le sue possibili […]

... continua la lettura
Culturalmente

San Biagio dei librai: una cultura tra passato e presente

San Biagio dei librai: un viaggio alla scoperta di questa strada così caratteristica a Napoli | Opinioni San Biagio dei librai è il nome con il quale si fa riferimento ad una delle strade più antiche di Napoli, meglio nota come Spaccanapoli, in quanto essa divide, essendo perfettamente lineare, la parte antica della città tra Nord e Sud. Via San Biagio dei librai è la parte centrale di un antico decumano inferiore (con tale termine si indica una delle tre antiche strade dell’impianto urbanistico, elaborato nel VI secolo a.C. e quindi collegato all’epoca greca, che costituisce il fulcro storico di Napoli), il quale deve il suo nome alla Corporazione dei Librai che lì nasceva; inoltre, uno dei più famosi librai appartenenti alla Corporazione fu il padre di Giambattista Vico, famoso filosofo e storico napoletano. Molto probabilmente, l’accezione San Biagio dei librai si collega anche alla presenza di una piccola chiesetta del XVII secolo dedicata appunto a San Biagio, ormai chiusa da tempo. San Biagio è il santo protettore della gola. Gli appassionati di libri non possono non visitare San Biagio dei librai. Gli stessi napoletani ammettono di visitare più volte, durante l’anno, la famosa strada, particolarmente amata soprattutto dagli studenti, per la presenza di bancarelle e di piccole ma caratteristiche librerie, con, esposti, libri di tutti i generi. Immergendosi tra scaffali colmi di libri (anche edizioni rare), si possono trovare e consultare tantissime librerie o le sedi di alcune tra le più importanti case editrici locali, la cui attività è amplificata dalla presenza di molte istituzioni formative superiori e universitarie. Poco distante, infatti, si trova la sede dell’Università Orientale di Napoli, la Facoltà di Architettura dell’ateneo Federico II, ma anche il Conservatorio di San Pietro a Majella, l’Accademia di Belle Arti e alcuni punti di riferimento dal notevole valore storico, come il Liceo Classico Genovesi, situato nell’antico Palazzo delle Congregazioni e all’interno del quale studiarono noti protagonisti della cultura del ‘900, come il filosofo Benedetto Croce, e il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, il cui ingresso fronteggia una grande statua di Dante Alighieri, poeta, padre della lingua italiana, riprodotto da Tito Angelini; opera lì posizionata il 13 luglio 1871. Ovviamente, oltre che per i fattori di notevole rilievo culturale, San Biagio dei librai è famosa anche per un altro motivo, di natura filosofica: in un palazzo al numero 112 di Via San Biagio dei librai nacque Giambattista Vico.  Visitando la zona, si può infatti notare che, proprio in corrispondenza della stanza dove Vico, mente illustre di Napoli, trascorse infanzia e adolescenza, c’è una targa che recita: “In questa camerata nacque il XXIII giugno MDCLXVIII Giambattista Vico. Qui dimorò fino ai diciassette anni e nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usò passare le notti nello studio. Vigilia giovanile della sua opera sublime. La città di Napoli pose”. Devozione a San Biagio, cultura e religione La devozione a San Biagio si amplificò soprattutto grazie alle monache armene, che arrivarono a Napoli durante la guerra iconoclasta, ossia contro le immagini, portando le reliquie del […]

... continua la lettura
Culturalmente

La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?

In cosa consiste la teoria del piacere formulata da Giacomo Leopardi? Leggilo qui! Cos’è il piacere? Una sensazione intensa, viscerale, appassionata, che fa levitare l’anima, nutrendo il cuore di gioia e felicità. Ma davvero il piacere genera felicità? E soprattutto, la felicità è davvero una condizione duratura ed eterna? Per comprendere almeno uno spiraglio di cotanta complessità è necessario analizzare la teoria del piacere approntata dal poeta del XIX Giacomo Leopardi, famoso per la sua concezione pessimistica dell’esistenza umana. Leopardi però non è certamente l’unico ad aver elaborato una teoria su un argomento così complesso ed affascinante come quello del piacere. Come lui, infatti, già il filosofo greco Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) aveva estasiato i lettori e gli ascoltatori con le sue massime sul piacere e sulla necessità di coltivarlo e viverlo grazie alla calma interiore e all’accettazione delle cose presenti e quotidiane. Teoria questa simile a quella enunciata nel Carpe diem di Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 27 a.C.). Ma analizziamo la teoria del piacere propugnata dal poeta Leopardi. Teoria del piacere. La concezione leopardiana Leopardi identifica il piacere con la felicità, elaborandone una teoria in una delle sue opere più famose ed affascinanti, Zibaldone, una raccolta di pensieri stesa tra il 12 e il 23 luglio 1820. In queste pagine Leopardi spiega la costante infelicità umana generata dal desiderio incessante ed infinito di un piacere, anzi del piacere assoluto, che produce felicità. Tale desiderio è infinito perché congenito alla vita. Dunque l’unico limite al desiderio è la fine stessa della vita, ossia la morte. L’essere umano necessita di trovare appagamento a tale ansioso desiderio. Tuttavia, se tale risulta infinito, lo stesso piacere che riuscirà a raggiungere è finito e limitato nel tempo e per estensione, in quanto l’oggetto del desiderio è materiale ed effimero. Una volta conseguito l’obiettivo, l’animo umano sperimenta la noia per un qualcosa che perde repentinamente fascino e piacere. Alla noia subentra il turbamento, dunque il dolore di non sentirsi mai completamente appagati. Si desidera ardentemente la realizzazione di una carriera, il concretizzarsi di un rapporto, l’acquisto di una casa. Ma nel momento del raggiungimento dell’oggetto o della situazione tanto bramati, ci si ritrova a desiderare altro, ed altro ancora, ritrovandosi con anima e cuore erranti, come naufraghi, nell’immensa isola chiamata Terra. L’uomo desidera un piacere illimitato senza poter raggiungerlo mai. «E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato». Tale teoria trova riscontro nel pensiero elaborato dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), in cui tale desiderio ansioso ed incessante corrisponde alla “voluntas”, ossia la perpetua volontà di volere, desiderare, che impedisce all’uomo di raggiungere la serenità e la pace interiore. C’è una soluzione alla ricerca infinita e inappagata del piacere? La teoria del piacere approda all’immaginazione e ai ricordi Tuttavia sembra esistere una soluzione atta ad arginare l’infelicità umana. […]

... continua la lettura
Culturalmente

Inno a Satana: la celebrazione del progresso

L’Inno a Satana, composto da Giosuè Carducci, fa parte della raccolta Levia Gravia, che l’autore pubblica in una prima edizione nel 1868 a Pistoia. La raccolta prende il titolo da un verso dei Tristia di Ovidio e fa riferimento a poesie dal tono leggero (levia) ma difficili a farsi (gravia): in essa sono contenuti testi che affrontano temi personali e dolorosi, come il suicidio del fratello, temi umanitari e populistici, come la perenne lotta tra ricchi e poveri, ma anche temi di stringente attualità e di forte impegno civile, politico e culturale. L’Inno a Satana, che dal punto di vista stilistico non ha grandi pregi se è vero che lo stesso autore lo definì una “chitarronata volgare”, può essere inserito in quest’ultima categoria. L’opera nasce come poemetto conviviale scritto nel 1863 per essere letto in un banchetto tra amici, per poi essere rimaneggiato e pubblicato nel 1869 su una rivista bolognese, “Il popolo”, sotto lo pseudonimo di Enotrio Romano. Il poemetto di 200 quinari raccolti in quartine, celebra la ragione, la scienza, il libero pensiero e il progresso scientifico e tecnologico che da questi deriva; nel mirino del poeta, che interpreta il ruolo del giacobino e del libero pensatore anticlericale, ci sono l’oscurantismo e l’atteggiamento punitivo del cristianesimo e del pensiero romantico. Satana, all’interno dell’inno, diviene, quindi, simbolo di valori laici e illuministici, anti-cristiani e antiromantici. vv. 57- 64 Tu spiri, o Satana, Nel verso mio, Se dal sen rompemi Sfidando il dio De’ rei pontefici, De’ re crüenti: E come fulmine Scuoti le menti. Il proemio dell’inno contiene la tradizionale invocazione alla divinità, che in questo caso è Satana, celebrato come “de l’essere Principio immenso, Materia e spirito, Ragione e senso”, e il riferimento a calici di vino che collocano il componimento in un contesto conviviale. Subito segue l’aspra polemica anticlericale: in uno scenario apocalittico si vedono angeli cadere dal firmamento, uno spennato arcangelo Michele precipitare giù dal paradiso con il brando angelico corroso dalla ruggine, il fulmine di Geova ghiacciarsi. In questo scenario solo Satana, usando le parole dello stesso autore, “vive eterno nella materia variabile, nella gioia d’uno sguardo femmineo, nel lieto umore dei grappoli, nel verso ribelle dei poeti e nell’opere degli artisti, che in ogni tempo a lui, simbolo dell’eterna bellezza, diedero pitture e poemi”. La polemica anticlericale continua con un richiamo nostalgico alla cultura greco- romana, ai grandi della letteratura latina (Virgilio, Orazio, Livio) e con un invocazione ai grandi riformatori, a coloro che, come Lutero, Savonarola, Wycliffe e Huss si sono battuti con ardore per riformare la chiesa dall’interno. Nella parte finale del poema, Carducci torna sulla celebrazione del progresso e qui Satana assume le sembianze di una locomotiva a vapore. La macchina viene presentata come un “monstrum”, un prodigio, che attraversa mari, monti e pianure, si solleva su baratri, si nasconde in antri incogniti e in vie profonde. Nelle ultime tre quartine Carducci saluta Satana, rappresentato, come Apollo, sul carro infuocato del sole, e celebra la sua vittoria definitiva su Geova e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lorenzo Marone, intervista al direttore artistico di Ricomincio dai Libri

A pochi giorni da “Ricomincio dai Libri – Sorrento Festival”, la kermesse letteraria figlia del Fiera del libro che prende il nome dall’associazione Ricomincio dai Libri e che partirà proprio questo weekend con eventi e laboratori gratuiti, abbiamo intervistato il direttore artistico del Festival, lo scrittore Lorenzo Marone. In un momento in cui si parla tanto di crisi dell’editoria e dei lettori, Ricomincio dai Libri dopo il grande successo di pubblico al Mann dello scorso ottobre, si rilancia con un secondo appuntamento: un festival a Sorrento. Cos’ha di speciale Ricomincio dai libri È più di una rassegna, più di un festival, lo definirei un movimento di persone mosse dalla stessa passione. Ciò che differenzia Ricomincio dai libri dagli altri festival è ciò che lo circonda, le mille iniziative pensate per tutti e nate grazie alle tante associazioni che ne fanno parte. Lorenzo Marone, come mai la scelta di Sorrento e cosa ci sarà di diverso rispetto al consueto appuntamento di ottobre? Sorrento perché ci ha fortemente voluto, perché è un luogo magico, perché è la mia seconda casa, perché l’amministrazione comunale sa bene cosa significhino le parole accoglienza, condivisione, cultura. Non solo autori di rilievo nazionale, ma anche tante attività dedicate ai bambini e ai ragazzi. La sinergia che RdL ha con le associazioni che quotidianamente lavorano per promuovere la lettura e la cultura è sempre viva. Quali saranno i laboratori presenti nei tre giorni? Ci sono laboratori per bambini, corsi gratuiti di scrittura creativa, un bookmob, affianco avremo come sempre Nati per Leggere, la scuola di Comix, insomma, il centro nevralgico sarà Villa Fiorentino Tra gli autori ospiti anche molti partenopei da de Giovanni alla Parrella, da Imperatore a De Silva. A Ricomincio dai Libri non vale sicuramente la locuzione “Nemo propheta in patria”? La realtà editoriale e non solo di oggi ci dice che Napoli produce tanti scrittori, registi, attori, Napoli produce da sempre arte… Rdl mette al centro i libri, la condivisione di lettura e scrittura e l’arte del racconto. Per la seconda volta troviamo in programma laboratori sul fumetto della scuola italiana di Comix, abbiamo Labadessa tra gli autori, la Sicignano che ha migliaia di seguaci sulla sua pagina Facebook. Quanto è importante stare al passo coi tempi e i modi di raccontare e raccontarsi dei più giovani? È importante comunicare attraverso più canali possibili; io credo che la letteratura debba fare questo oggi, non arroccarsi, ma aprirsi, capire che il mondo purtroppo va velocissimo e i ragazzi leggono sempre di meno, dobbiamo trovare altre forme di comunicazione, nuovi modi per far capire alle generazioni prossime quanto è importante che l’uomo continui a raccontarsi storie.      

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Vienna: città dell’imperatrice Sissi

Scopriamo cosa a vedere a Vienna: splendida capitale, città dell’imperatrice Sissi. Quando Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, duchessa di Baviera, denominata affettuosamente Sissi dalla sua famiglia e dal marito Francesco Giuseppe, imperatore austro-ungarico, arrivò per la prima volta a Vienna, probabilmente rimase colpita dalla sfarzo e dalla bellezza di questa città. Vienna: la storia della capitale del regno asburgico Situata nel nord-est dell’Austria, Vienna è attualmente sede di organizzazioni internazionali come l’ONU e il suo centro storico è patrimonio dell’umanità UNESCO. L’antica colonia romana fondata nel 100 d.C. (Vindobona), si è sviluppata sulla riva destra del fiume Danubio e visse un lungo periodo di pace fra il ‘600-‘700 conoscendo un’intensa attività architettonica , in cui eccelsero gli stili barocco e rococò. Fu, però, soprattutto durante il periodo di regno di Maria Teresa (nel XVIII secolo) e di suo figlio Giuseppe II, i cosiddetti “sovrani illuminati”, che Vienna si trasformò in una capitale europea. Dopo il burrascoso periodo napoleonico, in cui la città venne occupata due volte fra il 1805 e il 1809 e il celebre congresso che diede inizio alla Restaurazione (1814-1815), Vienna visse un periodo di grande splendore, in particolare nel periodo asburgico. Fra il 1857 e il 1865, con l’abbattimento delle mura cittadine, venne costruita, infatti, la Ringstrasse, un lungo viale di 6 km, dotato di marciapiedi e “corsie per cavalcare su entrambi i lati” così da costituire “una sorta di decorazione che alterni edifici monumentali a spazi aperti destinati a giardino” (come venne descritta dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe nel decreto del Natale 1857), allo scopo di demolire le fortificazioni medioevali e costruire nuove residenze e infrastrutture pubbliche. L’Hofburg di Vienna, la città dell’imperatrice Sissi Se cercate cosa vedere a Vienna, non potete perdere l’Hofburg! Nel centro della città di Vienna, come una “città nella città”, si erge la splendida residenza imperiale asburgica (dal 1282 al 1918), l’Hofburg, di impronta neoclassica e barocca, che si articola intorno a 16 cortili e ben 3 piazze e ha forma di un grandioso emiciclo compreso tra due piccoli corpi semicircolari a colonne, coronati da cupole e statue. Dalla parte centrale eretta da F. Kirschner (1881-1893) si accede agli appartamenti imperiali (Kaiserliche Appartements), al museo della corte e dell’argenteria, alla Burgkapelle (Cappella di Corte) e alla Camera del Tesoro (Schatzkammer), che raccoglie il tesoro sacro e profano degli Asburgo. Negli appartamenti imperiali, nella camera dell’imperatore Francesco Giuseppe non potrete non notare la ricca stufa in maiolica e i quattro ritratti dell’amata moglie Sissi, e l’appartamento dell’imperatrice con una sala per la toeletta alla quale ella sedeva mentre la sua dama le spazzolava i lunghi capelli e una con la spalliera alla quale Sissi faceva intensi e frequenti esercizi fisici. Infatti Elisabeth, che da giovane trascorreva i mesi estivi nel castello di Possenhofen dove praticava equitazione (per il loro fidanzamento nel 1853, Franz le regalò un ritratto a cavallo nel parco del castello bavarese) e amava passeggiare all’aria aperta, sembra fosse ossessionata dalla sua bellezza (soprattutto dopo il suo arrivo a Vienna), […]

... continua la lettura
Culturalmente

Monumenti famosi: un viaggio dall’Italia alla Cina

I monumenti famosi, architettonici o artistici, sono delle opere create dall’uomo, nel corso del tempo, dal profondo significato storico e culturale. L’importanza di un monumento può essere di natura architettonico-artistica, tecnico-artigianale e storico-scientifica. Sono diversi i monumenti famosi, che rappresentano il fulcro dell’identità storica e artistica di una determinata località Monumenti famosi e Italia: un connubio cantato dai poeti civili della nostra Penisola in tutti i secoli, infervorati dalla vastità del patrimonio artistico e culturale che l’Italia mette a disposizione. Italia, custode di capolavori ammirati da tutto il mondo, irriducibile giacimento di monumenti e simboli culturali che ne hanno fatto la fama come Patria dell’arte, è squisito serbatoio di edifici storici e meraviglie intramontabili. Per omaggiare la grandezza artistica italiana, ripercorriamo  la storia dei suoi monumenti famosi ubicati lungo lo stivale più invidiato del mondo per l’unicità dei suoi tesori! Monumenti famosi in Italia Palazzo Ducale di Venezia Antica sede del Doge e delle magistrature della Serenissima, è situato a piazza San Marco, contigua all’omonima basilica, ed è considerato uno dei simboli di maggior fama della città di Venezia. Dagli affascinanti tratti bizantini e orientaleggianti, il Palazzo Ducale appartiene al gusto gotico veneziano. Segue tutte le vicissitudini storiche della città di Venezia. Il corpo principale, robusto, si regge su esili colonne in una squisita antitesi architettonica. Tra gli interni, una pinacoteca aperta al pubblico, e distribuito tra le facciate e le stanze del Palazzo Ducale un cospicuo numero di opere d’arte, alcune delle quali perdute durante gli incendi che hanno devastato il monumento negli anni. Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze La terza Chiesa europea in ordine di grandezza, simbolo della città di Firenze. La sua costruzione fu voluta dalla Signoria di Firenze e i lavori per l’edificazione furono interrotti e ripresi varie volte da personalità artistiche di rilievo quali Giotto o Brunelleschi, autore della celeberrima cupola. Conosciuta anche come Duomo di Firenze, la cattedrale attrae immediatamente per le sue dimensioni monumentali e per il fatto di presentarsi come un blocco unitario: le differenze stilistiche tra le parti emergono da un’analisi più approfondita. Duomo di Milano Terza chiesa cattolica al mondo, è tra i monumenti famosi che più meritano di essere visitati e ammirati. Cattedrale dell’arcidiocesi di Milano, è dedicata a Santa Maria Nascente ed è frutto della volontà di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, il quale fu il primo a volerlo coperto interamente di marmo bianco. La vicenda edilizia legata al duomo è assai articolato: fu ultimato solo a distanza di cinquecento anni dall’inizio della sua costruzione. Colosseo Conosciuto anche come Anfiteatro Flavio, è il più grande anfiteatro del mondo e come tale annoverato tra i Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO. Inaugurato da Tito nell’80 d.C., in piena epoca Flavia, divenne ben presto emblema della città imperiale che proponeva svaghi e intrattenimenti al popolo. Infatti il Colosseo era adibito agli spettacoli dei gladiatori e a manifestazioni pubbliche di diverso genere. Cessa di essere utilizzato dopo il VI secolo; in seguito, infatti, svolse prevalentemente la funzione di cava da […]

... continua la lettura
Culturalmente

I Saturnalia: storia di un mondo al contrario

I Saturnalia: storia delle festività romane del mondo al contrario I Saturnalia sono festività religiose di epoca romana in cui, per pochi giorni, ordini e categorie sociali vengono sovvertiti. Si tratta di un ciclo di festività che, sotto l’imperatore Domiziano, raggiunse la durata di sei giorni. Tali festività cadevano nel periodo del solstizio d’inverno, dal 17 al 23 dicembre ed erano dedicate al dio Saturno, dio della seminagione e della mitica età dell’oro, corrispondente al dio greco Krono, divinità del tempo e padre di Zeus. La festa, per i rituali ad essa legati in cui licet insanire (è lecito impazzire), è assimilabile al nostro carnevale, pur essendo celebrata nel periodo che per noi è quello natalizio. I Saturnalia, inizialmente legati a tradizioni laziali, si diffusero in breve tempo in tutto l’impero, diventando una delle feste più note e più celebrate fino alla completa affermazione del Cristianesimo. Durante l’età dell’oro gli uomini vivevano in uno stato di piena felicità, abbondanza, armonia e perfetta eguaglianza: per questo motivo, durante i Saturnalia, i romani cercavano di riprodurre tali condizioni attraverso banchetti, riti orgiastici, libertà e licenze di ogni tipo. Le celebrazioni ufficiali prevedevano un sacrificio solenne nel tempio di Saturno nel Foro, officiato da un sacerdote senza capite velato, secondo la moda greca, seguito da un lectisternium indetto dal Senato, ovvero un rito rivolto all’immagine del dio Saturno, concluso poi da un banchetto pubblico (convivium publicum). Durante il banchetto i convintati, vestiti di una cenatoria (una tunica dai colori sgargianti) si scambiavano brindisi e il tipico saluto augurale: Io, Saturnalia! Nelle case dei romani si svolgevano, contemporaneamente, banchetti privati che spesso degeneravano in orge e crapule o durante i quali si giocava al gioco dei dadi, solitamente proibito al di fuori dei saturnalia. Il ripristino di quel primigenio stato di eguaglianza e fratellanza proprio dell’età dell’oro si manifestava attraverso una vera e propria sovversione degli ordini sociali: durante i giorni dei Saturnalia gli schiavi erano uomini liberi e a loro era permesso indossare il pileus o pilleum, il copricapo greco proprio degli uomini liberi, partecipare ai banchetti, scambiarsi i regali tipici dei Saturnalia (gli Xenia e Apophoreta di cui ci parla Marziale), ingiuriare e deridere senatori e padroni. Durante il convivium privato, veniva eletto un Saturnalicius princeps, la risposta satirica al princeps senatus, ovvero l’imperatore, che doveva garantire il buon andamento dei festeggiamenti. In quei giorni il princeps indossava vesti dai colori sgargianti e un mascherone colorato, l‘oscilla, e ogni suo comando o volontà doveva essere rispettato. Il calendario dei Saturnalia Il calendario della festività prevedeva una serie di precise ricorrenze: il primo giorno dei Saturnali venivano accese centinaia di candele e in tutta la città venivano appesi festoni d’abete. Il 18 si festeggiava l’Eponalia, in onore della dea Epona, divinità celtica dei cavalli, adottata dai romani come protettrice dell’abbondanza e della fertilità. Il 18, 19 e 20 erano i giorni del Mercatus e dei Ludi plebeii; il 19 ricorreva anche la festa di Opalia, in onore di Ops-opis, protettrice dei raccolti e, presumibilmente, moglie […]

... continua la lettura
Culturalmente

Stelle: nomenclatura e catalogazione dalla mitologia

Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha ricercato nella volta celeste delle correlazioni tra gli eventi del proprio vissuto e i fenomeni cosmici, in modo da trovare risposte a requisiti di tipo pratico e religioso: risalgono, infatti, al Paleolitico sia un embrionale sistema di costellazioni, che tracce di culti religiosi legate agli astri, mentre già nel Neolitico furono attribuiti alle stelle nomi alludenti ad aspetti della vita agricola e pastorale. Il sistema delle costellazioni fu realizzato nel II millennio a.C. dalla civiltà babilonese, che diede gli attuali nomi alle costellazioni, nella quasi totalità di origine sumerica, e ideò un calendario lunare basato sul susseguirsi dei fenomeni celesti che scandivano il ciclo delle stagioni. Gli egiziani realizzarono la più antica carta stellare, mentre i fenici, per le loro esigenze di navigazione, erano soliti orientarsi mediante l’Orsa Minore e la Stella Polare. Le stelle nella cultura greca e romana Ma è soprattutto agli astronomi Greci e Romani che la moderna scienza astronomica deve il maggiore contributo, essendo state le stelle catalogate da questi: si ricordano Eudosso di Cnido (IV secolo a.C.), Ipparco di Nicea (II secolo a.C.) e Claudio Tolomeo (II sec. d.C.). In queste culture, il mito e le cosmologie erano uno strumento di codificazione, allorquando, alla originaria valenza naturalistica degli astri se ne associò una mitologica: fu così che i Greci conferirono i nomi delle divinità dell’Olimpo ad alcune “stelle” particolari, da loro definite planētai, ovvero “erranti”, poiché sembravano muoversi rispetto alle stelle fisse, e di alcuni personaggi del mito. Anche nel mondo romano numerosi autori riferiscono l’eziologia di alcuni catasterismi di personaggi mitologici. Infine, in età medioevale si distinsero gli astronomi islamici, estimatori dell’Almagesto di Tolomeo, che diedero nomi arabi, molti dei quali tuttora in uso, a svariate stelle. In una notte con condizioni atmosferiche ottimali, è possibile avvistare a occhio nudo fino a 3000-4000 stelle, a seconda del luogo e del periodo di osservazione; le aree di cielo con la densità maggiore di stelle visibili sono quelle in prossimità della Via Lattea e, in generale, nell’emisfero boreale i cieli più ricchi di stelle sono quelli invernali. La maggior parte delle stelle è identificata da un numero di catalogo; solo una piccola parte di esse, solitamente le più luminose, ha un nome vero e proprio che deriva spesso dalla denominazione originale araba, latina o greca dell’astro. Molti di questi nomi sono dovuti ai miti loro associati, alla loro posizione nella costellazione, oppure al particolare periodo o posizione in cui esse compaiono nella sfera celeste nel corso dell’anno; un esempio è Sirio, il cui nome deriva dal greco sèirios, “ardente”: infatti, gli antichi Greci associavano la stella al periodo di fine agosto, quello di maggiore caldo estivo, quando l’astro sorge e tramonta con il Sole. Alcuni nomi di stelle desunti dalla mitologia classica  Ovidio, invece, racconta che una delle ninfe compagne di Artemide, Callisto, fu insidiata da Zeus e conseguentemente fu trasformata da Era, adiratasi, in un’orsa; il figlio, Arcas, era sul punto di uccidere la madre, cacciando, allorquando Zeus […]

... continua la lettura