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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 652 articoli

Culturalmente

Abbigliamento anni ’80, le tendenze e i look di un’epoca

Calze bucate, fasce tra i capelli cotonati, minigonne a strati, braccialetti di ogni forgia e colore, pizzi e merletti: viaggiamo all’indietro nel tempo, verso il decennio più eccessivo e colorato del secolo scorso, per ricordare (o scoprire) l’abbigliamento anni ’80! “Ah…che bei tempi!”…. Inutile negarlo, quando si ripensa agli anni Ottanta, questa esclamazione è irrinunciabile. E chi li ha vissuti, tutti o in parte, sa a cosa mi riferisco: sarà la spensieratezza di quel periodo, i ritmi più rilassanti, l’entusiasmo che si respirava, la fiducia che si poteva riporre nel futuro. Fatto sta che quel decennio che vide l’alba di Internet, la caduta del muro di Berlino, la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio e tanto altro, conserva una magia che lo rende indimenticabile per tutti ancora oggi. L’unica cosa, forse, dove gli anni ’80 non possono essere definiti proprio “favolosi” è stata la moda. L’eccessività e la pomposità di quegli anni si rifletterono, inevitabilmente, anche nel campo dell’abbigliamento e il risultato, diciamolo, non fu dei migliori: i dogmi dell’alta moda parigina che prediligeva tinte pastello, raffinatezza ed uno stile sobrio, furono completamente rifiutati a favore di colori sgargianti e modelli che definire “trash” è un puro eufemismo. ABBIGLIAMENTO ANNI ’80: LO STILE DI QUEGLI ANNI Erano gli anni in cui, la cantante americana Madonna si apprestava a diventare una star planetaria e, in effetti, in fatto di look, si può dire che fosse lei a dettare legge e ad ispirare le folle. Che sia stato un bene o un male, questa è un’altra storia. Ma, più nel dettaglio, in cosa consisteva lo stile anni ’80? Assolutamente irrinunciabili le maglie over-size, indossate sui fuseaux (gli attuali leggins); le stampe erano le più stravaganti, molto diffuse quelle con i videogiochi dell’epoca o con i pois: palline di ogni dimensione, retaggio della moda anni ’60, spiaccicate non solo sulle maglie, ma anche su pantaloni, gonne ed accessori. Ma il punto più sprezzante del buon gusto lo si raggiunse con un particolare da brivido: le orribili spalline! Voluminose e spropositate come si addice solo alla saga di “Guerre stellari”, venivano infilate ovunque: giacche, cappotti, maglie, niente si salvava da questa oscenità, considerata allora un vero must per essere trendy. E come dimenticare il mitico Levi’s Strauss 501, con l’etichetta sulla tasca posteriore rossa? Considerato uno status symbol, era il principe di tutti i modelli di jeans: a proposito, ricordate anche voi l’assoluta assenza di distinzione tra modelli maschili e modelli femminili? Dritti e a vita alta, avevano la capacità di imbruttire anche un fisico perfetto. Riguardo ai fuseaux, neanche loro scampavano a colori fluo e stampe a pois, a righe e lamè. Alcuni poi avevano anche la staffa, quel pezzo in più di stoffa che si infila sotto il piede. Il modello da ciclista, che terminava qualche centimetro sopra il ginocchio, a volte aveva anche una striscia laterale e magari un raffinatissimo (!) abbinamento tra verde fluorescente e fucsia. Per le gonne poi, ci pensava il tulle (tanto tulle…) a renderle un segno […]

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Il mito di Meleagro, tra gli Argonauti e la caccia al cinghiale

I miti, con il loro carattere rituale e la loro componente selvaggia e atavica, costituiscono uno dei lembi più profondi conficcati nella storia dell’umanità, e la mitologia greca è l’involucro in cui è conservata la pelle dell’essere umano, quell’epidermide verace e piena di abrasioni e verità. Il mito di Meleagro è uno dei più conosciuti e fortunati, sia nel mondo greco e romano che in quello etrusco. Chi non ha mai visto, anche di sfuggita, l’effigie di un eroe nerboruto e prestante affiancato da un cinghiale?  Oppure quella del medesimo eroe, ma accompagnato da un cane e dal trofeo del cinghiale accanto a sé? Come è facilmente intuibile, il mito di Meleagro è strettamente collegato a quest’animale, che è la sua cifra, il suo doppio e l’entità che ha sconfitto per guadagnarsi la gloria eterna tra i numi, ma non solo: vi sorprenderete a sapere che il nome di Meleagro è saldamente allacciato anche all’avventura degli Argonauti, a Giasone e compagni. Meleagro e la sentenza delle Moire Ma partiamo dall’origine, per tratteggiare adeguatamente il profilo di questo interessante e controverso personaggio. Meleagro era figlio di Altea e di Oineo, re di Calidone, antica città dell’Etolia posta all’imbocco del golfo di Corinto. Questa paternità era abbastanza incerta, dal momento che si diceva fosse in realtà figlio di Ares in persona, dio della guerra, che era riuscito a far innamorare sua madre Altea. Sulla fronte del piccolo Meleagro iniziò però a pendere fin da subito un’atroce condanna:le tre Moire, depositarie degli intricati fili del destino, si presentarono al suo cospetto.  La sentenza fu fulminea: secondo Cloto, Meleagro avrebbe manifestato indole e lignaggio nobili, secondo Lachesi, avrebbe raggiunto una formidabile gloria eroica sul campo di battaglia, ma secondo Atropo, la sua vita sarebbe stata precaria e orribile. Sì, perché secondo Atropo, la vita di Meleagro era appesa alle braci di un tizzone ardente: al suo consumarsi, la vita di Meleagro si sarebbe interrotta. La sua vita e la sua morte erano dipendenti da quelle braci che ci consumavano come il dipanarsi dei fili delle Moire. Altea, per impedire il consumarsi prematuro della vita del figlio, tolse il tizzone dalle braci e lo conservò gelosamente in una cassa nascosta. Meleagro, tra Argonauti e caccia al cinghiale Meleagro crebbe sano e forte, mentre il tizzone era al sicuro nella cassa, come se il funesto vaticinio non fosse mai stato pronunciato da Atropo. Divenne un eccellente lanciatore di giavellotto, e Apollonio Rodio lo annovera tra gli Argonauti, anche se non riferisce nulla di eclatante riguardo qualche sua impresa particolare. Si unì anche in matrimonio con Cleopatra Alcione, figlia di Idas e Marpessa, e con lei ebbe la figlia Polidora, nota per essere la moglie del guerriero acheo Protesilao. Ma ciò che è rimasto impresso in maniera rilevante sulla cartapesta del mito di Meleagro, è l’avvenimento della caccia al cinghiale. Come tutto ciò che riguarda le divinità e le cose sacre, l’antefatto scatenante è sempre improntato ad offese capaci di far incapricciare gli abitanti dell’Olimpo: si narra che […]

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Pietrasanta. Capoluogo artistico della Versilia

Pietrasanta. Gioiello incastonato nel meraviglioso paesaggio toscano della Versilia. Terra di marmo, di artisti e di naturale bellezza. Terra di fascino ed arte che si respira in ogni angolo della città. Terra di contrasti e complementarietà di storia, cultura e tradizione. «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi di castagni e gli olivi fra il verde!» (Giosuè Carducci) Culla di artisti, primo tra tutti il poeta e scrittore Giosuè Carducci (1835-1907), del quale è terra natia. Ma tra i più famosi figli di Pietrasanta vanno annoverati Stagio Stagi (1479-1561), scultore e ornamentista, e lo scultore e storico Vincenzo Santini (1807-1876), primo direttore della scuola d’arte locale e autore di Commenti storici sulla Versilia centrale. Da sempre considerata come la piccola Atene, Pietrasanta possiede anche una rete di cunicoli sotterranei, oltre a opere difensive strategiche, come le mura di cinta, ben visibili dalla piazza – affascinanti quando illuminate di sera – e raggiungibili grazie a un sentiero che termina alla Rocca di Sala, dalla quale è possibile ammirare la piana versiliese da Viareggio a Forte dei Marmi e, nelle giornate più limpide, visibili anche alcune isole dell’Arcipelago Toscano. Da non dimenticare il Teatro La Versiliana con il Caffè di Romano Battaglia e tutte le mostre, botteghe e musei presenti sul territorio. Pietrasanta: alcuni cenni storici Le origini della città risalgono al 1255, quando un nobile milanese, Guiscardo da Pietrasanta, signore della provincia di Lucca, le diede il nome e lo stemma nobiliare, dando ai suoi cittadini i medesimi diritti e privilegi dei cittadini di Lucca. Segue il dominio di Castruccio Castracani, duca di Lucca, dopo il quale la città viene data in pegno ai genovesi. Conquistata dai francesi e restituita poi al Comune di Lucca, Pietrasanta conobbe un rapido sviluppo economico, diventando una delle principali mete artistiche e culturali a livello mondiale. Architettura e Scultura Ovunque a Pietrasanta si respira e ammira arte. Bellezze architettoniche e scultoree adornano la perla versiliese, dagli edifici religiosi a sculture d’arte moderna, che vivacizzano e colorano il borgo, rendendolo calamita culturale per turisti e visitatori. La splendida Piazza Duomo è senza dubbio il valore indiscusso della città. Qui si ergono la Cattedrale di San Martino, con il suo particolarissimo campanile in mattoni rossi, la Chiesa di Sant’Agostino e la Torre delle Ore. Tra gli altri importanti edifici del centro storico si annovera la Chiesa di Sant’Antonio Abate, che ospita due grandi affreschi dell’artista Fernando Botero. Ma ciò che rende davvero irresistibile Pietrasanta agli occhi degli osservatori catturandone il cuore è il pullulare di sculture marmoree e bronzee, che impreziosiscono la città e veicolano l’economia grazie alla loro lavorazione. Diventata punto di riferimento e luogo d’incontro sempre più importante per gli scultori provenienti da tutto il mondo, per apprendere l’arte della lavorazione artistica del marmo e del bronzo. Il fervore artistico investe anche l’animo più ritroso, perché […]

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Arnolfo scultore toscano del 200: fra noviziato e maturità

Arnolfo scultore toscano del 200: uno fra i grandi artisti del XIII secolo. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto toscano del XIII secolo, nacque a Colle di Val d’Elsa (in provincia di Siena) intorno alla prima metà del 1200. Non sono state ritrovate, allo stato attuale delle ricerche, testimonianze dirette o indirette che possano rendere possibile una datazione più precisa; in ogni caso, prendendo come termine di riferimento una lettera in cui Arnolfo di Cambio è definito discipulus di Nicola Pisano, sembrerebbe possibile datare la nascita di Arnolfo di Cambio intorno agli anni 30-40 del 1200. Arnolfo scultore toscano del 200: i maestri Arnolfo di Cambio fu scultore e architetto; artista “completo”, che ricevette la propria formazione artistica nella bottega di Nicola Pisano: con il suo maestro, inoltre, fra il 1265 e il 1267 lavorò alla costruzione del pulpito nel Duomo di Siena (realizzato, fra l’altro, insieme al figlio di quegli, Giovanni Pisano) mostrando, benché ancora discipulus, alcune scelte artistiche riguardanti rigore volumetrico e panneggi che si distanziano dall’operato del maestro. Proprio queste particolari concezioni volumetriche fanno ipotizzare una formazione artistica, oltre che nella bottega di Andrea Pisano, in una scuola cistercense; vicinanze col maestro, invece, si notano nell’uso particolarissimo dei fregi di trascrizioni antiche. Successivo è il monumento funebre del cardinale Guglielmo De Braye (realizzato nella Chiesa di San Domenico, ad Orvieto), ove si riscontrano numerosi elementi arnolfiani: uno fra tutti, la lavorazione cava del marmo ottenuta a scalpello. Oltre agli influssi e stilemi traditi dal noviziato con Andrea Pisano e dalla possibile esperienza cistercense, Arnolfo di Cambio mostra, nella realizzazione delle proprie opere, tracce visibili di tecniche cosmatesche, stili ornamentali che sembrerebbero legare Arnolfo di Cambio a collaboratori romani. Se Arnolfo ebbe un illustre maestro artistico quale Andrea Pisano, allo stesso modo, in un cerchio d’armonie artistiche, egli stesso fu “maestro” (e “allievo”) di un altro illustre artista: Giotto. L’occasione in cui i due, Arnolfo e Giotto, si furono potuti “confrontare” e “scambiare” visioni artistiche potrebbe essere stata data dai lavori ad Assisi o a Roma; il dato artistico-filologico che appare termine di sicurezza dello “scambio mutuo” stilistico dei due artisti sembra ravvisarsi nelle modificate concezioni volumetriche corporali dei soggetti rappresentati da Arnolfo di Cambio: esempi visivi di questo, fra gli altri, sono offerti dal ciborio di Santa Cecilia, a Roma (realizzato nel 1293) e dal monumento a Bonifacio VIII. Arnolfo di Cambio: le opere Fra le opere attribuite ad Arnolfo di Cambio, oltre ai già citati lavori al Pulpito del Duomo di Siena (1265–1267), al monumento funebre del cardinale De Braye (Duomo di Orvieto, intorno al 1282), al Ciborio di Santa Cecilia (a Trastevere, Roma, nel 1293)  si ricordino: intorno al 1277 la statua del Campidoglio per Carlo d’Angiò (la cui realizzazione attribuita ad Arnolfo è però, ad onor del vero, ancora dubbia); fra il 1277 e il 1281 la fontana minore a Perugia; nel 1282 il Ciborio di San Paolo, a Roma; intorno ai primi anni del 1290 la realizzazione del monumento funerario ad Annibaldi (nella […]

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Sigieri di Brabante, filosofo della doppia verità?

Sigieri di Brabante, scopriamo di più sul filosofo della doppia verità. Nella Divina Commedia Dante incontra Sigieri di Brabante in Paradiso (Canto X), nel Quarto cielo, tra gli Spiriti Sapienti: «Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidiosi veri. » Molto si è dibattuto sul perché Dante collochi la figura di un filosofo («luce etterna») in bilico tra ragione e fede ( e che «silogizzò invidiosi veri» ossia verità che lo misero in cattiva luce rispetto alla Chiesa), nella cerchia dei teologi celesti da lui ben diversi per personalità e pensiero e su come sia proprio S. Tommaso a lodarlo. Sicuramente, quella di Sigieri fu la stessa dualità che visse anche il giovane Dante che del filosofo di Brabante apprezzò la spregiudicatezza filosofica. Nonostante il dubbio sia ancora irrisolto, cerchiamo di scoprire qualcosa in più su Sigieri di Brabante. Chi è Sigieri di Brabante: la vita Filosofo fiammingo, non si hanno di lui notizie biografiche precise. Sigieri di Brabante nacque a Brabante, in Belgio, tra il 1230 e il 1240. Tra il 1255 e il 1260 fu a Parigi per compiere i suoi studi alla Facoltà di Arti liberali dove, diventato “maestro d’arti”, insegnò tra il 1266 e il 1277. Sono questi gli anni più produttivi e difficili per il filosofo. Nel 1266 compose le Questiones in tertium de anima in cui sostenne il monopsichismo, mostrandosi in linea con il pensiero razionale aristotelico. Fu condannato per le sue posizioni per la prima volta nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier poi da Etienne Tempier nel 1277, anno in cui gli fu proibito di insegnare all’università. Per non bastare, Sigieri fu citato in tribunale dall’inquisitore di Francia, Simone du Val, ma non si presentò: era già presso la corte pontificia, ad Orvieto, con l’intento di appellarsi a Papa Martino IV per difendersi. Fu proprio nella città umbra che, in attesa della sentenza del pontefice, fu assassinato brutalmente da un chierico impazzito, suo segretario. Era forse il 1282. L’unità dell’intelletto e la doppia verità Secondo la tradizione, Sigieri fu un radicale sostenitore dei “maestri delle arti”, in particolare di quella loro tendenza a sostenere e accettare le dottrine aristoteliche – averroistiche. Punto di partenza della ricerca filosofica di Sigieri fu uno studio approfondito delle opere aristoteliche con la volontà di dimostrare l’inconciliabilità tra le teorie di Aristotele e le concezioni ortodosse del cristianesimo. Considerando Aristotele il vero filosofo, Sigieri ne condivide varie tesi: il mondo è eterno come eterna è la sua Causa prima, Dio. Tra le tesi vi è anche quella della trascendenza totale dell’intelletto che risente dell’interpretazione averroistica di Aristotele. L’unità dell’intelletto Nel Quaestiones in III De anima (1265-1266), Sigieri si propone di discutere riguardo al concetto dell’unicità dell’intelletto e della sua separazione dal corpo. Già espressa nel Commento grande al De anima di Averroè, Sigieri fa sua […]

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R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Filosofi famosi: da Pitagora a Freud

I filosofi famosi sono accomunati da una ricerca comunitaria di saggezza, che costituisce una costante nell’approccio alla filosofia. Comprendere il significato, le scelte etiche, storiche e psicologiche, al di sopra di tutto, può essere un primo passo per definire il compito di un filosofo, la  filosofia nella Grecia del VI secolo a.C. ,  ma secondo la tradizione storica, il primo filosofo ad utilizzare tale parola fu Pitagora. Tensione, amore, desiderio incessante di sapienza e verità ma mai completo possesso, comprensione, sono questi i temi principali che definiscono e hanno caratterizzato i diversi filosofi della storia. Per dare una definizione classica, o tradizionale, si può definire filosofo, colui che contempla in modo disinteressato la realtà deducendo dai propri pensieri e riflessioni, delle norme di comportamento che possano guidare la vita nella giusta direzione. I filosofi famosi sono tanti, elencarli tutti, sarebbe impossibile; solitamente invece, quelli studiati tra i banchi di scuola, rappresentano solo una piccola parte, tra quelli esistenti. Fin dal principio, ogni essere umano si è posto delle domande, e si è interrogato e si interroga ancora sull’essenza e sull’esistenza delle cose, in una prospettiva ampia che può comunque, essere definita di tipo filosofico; in questa visione, indubbiamente soggettiva, trova spazio il concetto riferito allo “spirito delle cose”, ossia l’idea che una persona ha, di una determinata cosa, aspetto, caratteristica della realtà. Filosofi famosi: ecco quelli da conoscere!  Tra i filosofi famosi, colui che ha sviluppato questo concetto, collegandosi alla “filosofia dello spirito”, è Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Secondo il filosofo tedesco, la filosofia rappresenta la conoscenza più alta e difficile, associata ad un altro concetto piuttosto complicato, lo studio dell’idea, che dopo essersi estraniata da se sparisce come natura (cioè come esteriorità), per farsi soggettività e libertà. Secondo Hegel, lo spirito può essere soggettivo e oggettivo (in questa seconda categoria rientra anche il concetto di moralità); una duplice identità di un concetto ben definito, che ancora oggi trova spazio nella vita di tutti i giorni. I filosofi, nel corso della storia, hanno provato a riconoscere ciò che accomuna determinate cose, costituendone, al di là delle loro accidentali differenze individuali, il vero essere che le identifica per quelle che sono. La conoscenza delle cose avviene mediante il ragionamento, quindi grazie ad una profonda analisi dei limiti e delle prospettive della ragione. Immanuel Kant, rappresenta sicuramente un’altra figura importantissima, nella lista dei filosofi più famosi. Egli operò una distinzione tra: ragione pura e ragione pratica; non a caso, le sue tre opere maggior s’intitolano: Critica della ragione pura, Critica della ragione pratica e Critica del giudizio, e ancora oggi si studiano tra i banchi di scuola. Per Kant, i limiti della ragione tendono a coincidere con quelli dell’uomo: volerli varcare in nome di presunte capacità superiori alla ragione significa avventurarsi in sogni arbitrari o fantastici. Inoltre, altro aspetto importante, secondo il filosofo, noto esponente dell’Illuminismo tedesco, la conoscenza umana, ed in particolare la scienza, offre il tipico esempio di principi assoluti, ossia verità universali e quindi necessarie, che valgono ovunque e […]

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La scoperta dell’America: le 6 cose da sapere

La scoperta dell’America ha segnato, secondo la cronologia storica, la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna. Ecco le 6 cose da sapere. «Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse sbarrato la strada». Lo scrittore inglese Jonathan Swift spiegò con queste parole il carattere casuale della scoperta dell’America effettuata nel 1492 da Cristoforo Colombo, navigatore genovese che alla ricerca di una via per le Indie scoprì un nuovo continente.  Nell’aprile del 1492 Colombo, dopo aver incassato un rifiuto dai Portoghesi non interessati all’impresa, ottenne dalla regina Isabella di Castiglia l’autorizzazione e i mezzi per mettere in atto il progetto di «buscar el Levante por el Ponente», di raggiungere cioè le Indie navigando verso Occidente.   L’idea audace di Colombo maturò in seguito alla lettura de Il Milione di Marco Polo, le cui descrizioni della Cina lo avevano affascinato, e trasse forza dalle notizie sulla sfericità della Terra e sulla vicinanza delle coste dell’Europa a quelle della Cina.  Il navigatore genovese partì quindi dalle Canarie, isole spagnole nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa, nell’agosto del 1492 con tre navi: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. La scoperta dell’America stava per avvenire.  Ecco 6 cose da sapere: 1) Il viaggio di Colombo fu difficile e a rischio di ammutinamento La partenza avvenne alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera. Il 6 agosto si ruppe il timone della Pinta e si credette a un’opera di sabotaggio, quindi Colombo e l’equipaggio furono costretti a uno scalo di circa un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni.  Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Niña, trasformandola da latina a quadra per meglio adeguarla alla navigazione oceanica. Le tre navi ripresero il largo il 6 settembre spinte dagli alisei, dei quali Colombo conosceva l’esistenza. Questi venti spirano sempre da est verso ovest formando stabilmente una striscia di nuvole galleggiante nell’aria, tanto che l’ammiraglio nel giornale di bordo scrisse: «Si naviga come tra le sponde di un fiume». Le caravelle navigarono per un mese senza che i marinai riuscissero a scorgere alcuna terra. Il 16 settembre le caravelle cominciarono a entrare nel Mar dei Sargassi e Colombo approfittò dello spettacolo delle alghe galleggianti (un fenomeno tipico di questo mare) per sostenere che tali vegetali erano sicuramente indizi di terra vicina (cosa in realtà non vera), tranquillizzando temporaneamente i suoi uomini. A partire dal giorno 17 si osservò con stupore il fenomeno assolutamente sconosciuto della declinazione magnetica: la bussola indicava il polo magnetico distaccandosi sempre più dal nord geografico, col rischio di allontanare le navi dalla loro rotta. Questi strani fenomeni ebbero l’effetto di spaventare i marinai e la tensione crebbe inevitabilmente. Il 6 ottobre Colombo registrò di aver percorso 3652 miglia, già cento in più di quante ne aveva previste. Lo stesso giorno vi fu una riunione generale dei comandanti a bordo della Santa Maria, durante la quale il capitano Martín Pinzón suggerì di cambiare rotta da ovest a sud-ovest. Il 7 ottobre Colombo decise di virare quindi verso sud-ovest, avendo visto alcuni uccelli dirigersi verso quella direzione. Il giorno 10 vi fu un principio di ammutinamento; Colombo, più che mai fermo nella propria idea e forte […]

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Che cos’è la filosofia: scienza, disciplina e meraviglia

La filosofia è l’arte di formare, osservare, fabbricare, concetti e idee, visioni e realtà. Nel corso del tempo e della storia, diversi pensatori, critici, storici e filosofi, hanno determinato cosa sia la filosofia, dandone un concetto preciso; tra questi, Nietzche ha determinato il compito della filosofia, affermando che i filosofi non devono limitarsi a ricevere i concetti, a purificarli, a rischiarli, ma devono cominciare col farli e crearli, cercando di trasmettere le proprie idee. La filosofia come scienza, disciplina o ambito d’interesse La filosofia come ambito d’interesse rimanda sempre ad un campo aperto a qualsiasi persona che medita e riflette, a partire da un uso rigoroso delle proprie facoltà intellettuali. Per questo, definire in modo preciso cos’è la filosofia non è facile; essa, sicuramente può appartenere a tutti, appartiene a tutti, o meglio a chiunque voglia esserne inebriato e “accarezzato”, in un ambito generalmente vasto, che comprende anche altre sfumature di significato e altri temi. Le domande che spesso caratterizzano l’esistenza si collegano indubbiamente con l’applicazione e la conoscenza della filosofia, intesa come disciplina, in riferimento ad una concatenazione di interrogativi e tentativi di fornire risposte soddisfacenti; domande e risposte non sempre facili da riconoscere ed interpretare. Chiedersi “che cos’è la filosofia”, implica un ampio sguardo sul mondo, sulla società nella quale viviamo e un’analisi degli elementi che la caratterizzano, al di là di ogni superficialità. Interpretarla ieri e oggi In riferimento alla filosofia di oggi, occorre fare una distinzione, rifacendosi ad un concetto storico; infatti, un conto è definire che cosa essa sia in riferimento alla sua nascita, un altro conto è definirla oggigiorno. Si può affermare che oggi rappresenti una disciplina fra le altre discipline che indagano determinati aspetti della realtà, spesso parecchio ampi. Inizialmente, il concetto filosofico e l’ambito in cui esso si inseriva, era la conoscenza in “toto”; ogni forma di apprendimento forniva risposte filosofiche, da attribuire poi a diversi sfere o settori. Amore per il sapere e ambiti di applicazione La semplice traduzione dal termine greco, “amore per il sapere”, non è sufficiente a rendere l’idea, e soprattutto a fornire una definizione concreta e completa del concetto cardine. La difficoltà deriva in particolare dal fatto che la filosofia, a differenza dalle altre scienze che studiano un campo ben definito, circoscritto, è una riflessione che riguarda un pensiero e un modo di pensare circa quel determinato aspetto, quindi notevolmente vasto, quasi illimitato. Nell’applicazione della filosofia, rientra la ricerca comune della verità, nelle sue varie forme, attraverso la spiegazione dei vari concetti filosofici, i quali si materializzano in una serie di riflessioni, che si susseguono per arrivare ad una possibile spiegazione del mondo nel quale viviamo e delle relative regole vigenti. Studiare la filosofia aiuta ad arricchire la mente, attraverso la conoscenza, l’analisi e la riflessione analitica di vari ambiti del sapere. Conoscere per capire, catalogare i cosiddetti tasselli filosofici per capire e carpirne il senso e la funzione, ma soprattutto la bellezza della filosofia e la sua relativa essenza. La meraviglia del pensiero filosofico La filosofia, […]

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Viaggi e Miraggi

Mete vacanze estive, le più scelte in Italia

L’estate è tempo di vacanza, sempre più italiani si spostano nei mesi più caldi della stagione, verso mete di mare o di montagna. Sono numerosi i luoghi da vedere, ma anche i percorsi e le attività da fare che rendono speciali le mete scelte, che siano di mare o di montagna. Le persone che scelgono il mare sono molteplici, ma è cospicua anche la percentuale di coloro che scelgono invece, i freschi luoghi di montagna. Tra le mete più scelte per le vacanze estive in Italia, c’è sicuramente la Campania. Le isole del Golfo in particolar modo Ischia, Capri e Procida, con rocce a picco sul mare e scenari mozzafiato. Una serie di elementi caratterizzanti, che renderanno le vacanze estive, un susseguirsi di emozioni uniche. Il mare della Campania in particolar modo, uno dei più belli d’Italia e del Mediterraneo. La regione offre una gran varietà di coste, spiagge e baie. Affacciata sul Mare Tirreno, la Campania ha una costa pianeggiante a nord, con un lungo litorale sabbioso unito a quello del Lazio e affacciato sul Golfo di Gaeta, e una costa frastagliata e rocciosa a partire dal Golfo di Napoli, eccetto per alcune zone in piano, in particolare nel Golfo di Salerno. Tra le mete preferite dagli italiani, la Campania è il mix perfetto che riesce a coniugare le bellezze di tipo naturale e quindi paesaggistico, con il carattere culturale e storico che caratterizza ogni località. Per quanto riguarda l’andamento turistico estivo, la Campania, si attesta tra le mete estive più scelte, soprattutto dai giovani, alla ricerca di luoghi semplici e incontaminati, nei quali però divertirsi senza eccedere. Un’altra tra le mete turistiche italiane più scelte, è il Salento, territorio apprezzato ogni anno dai numerosi turisti non solo italiani, grazie al quale è possibile scoprire, attraverso esperienze multisensoriali che consentono di immergersi nella cultura locale, le caratteristiche proprie del territorio, adatto ad ogni tipo di esigenza. Il Salento è meta sempre più frequentata da numerosi turisti, anche grazie al fascino dei relitti sommersi: la bellezza della splendida località turistica, prosegue in modo spettacolare anche nei fondali sottomarini. Ci si può imbattere in relitti di ogni tipo dalle navi-passeggeri, ai mercantili, da navi da carico, a torpedinieri e sottomarini. Una meta adatta a tutti, sia a coloro che programmano una vacanza tranquilla, in pieno relax, sia a coloro che invece cercano puro divertimento. Da non dimenticare sono le diverse aziende agricole presenti nel Salento, che permettono di assaggiare o acquistare prodotti tipici, in masserie immerse nel verde, soleggiate e che profumano di semplicità. Tra le mete più scelte per le vacanze estive in Italia, c’è sicuramente la Sardegna, in quest’ultimo anno prediletta soprattutto da coloro che intendono vivere un viaggio “on the road”. La natura selvaggia dell’isola e i molti km di coste, si prestano perfettamente ad un viaggio del genere, con numerosi percorsi tra i quali poter scegliere. Tra i più amati, c’è l’itinerario dedicato alle spiagge (ad esempio la Gallura, ma anche l’isola de La Maddalena). Molte spiagge […]

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