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Eroica Fenice

Una piccola perla cinematografica : “The Words”

La paura di non essere all’altezza delle parole, l’angoscia per l’irrealizzabilità di un sogno, la sensazione di incapacità per non riuscire a dare un ordine logico ad un sentimento e a spiegare un’emozione, l’inquietudine che nasce dal pensiero di non avere la capacità di riuscire a cogliere, neanche in una vita intera, la storia “perfetta”.

The Words”, diretto da Brian Klugman e Lee Sternthal, è un film che, al di là della trama, può rispecchiare molte delle debolezze e delle conseguenze di alcuni sbagli che alle umane persone, di per sé imperfette, possono accadere e cambiare il corso di un’esistenza che sembrava già scritta.

La scena si apre con Clay Hammond (Dennis Quaid), noto e acclamato scrittore, che legge il suo ultimo libro davanti ad una platea estasiata ed incuriosita.

Ha così inizio il racconto della sua storia, nella storia.

Si tratta del racconto dell’esperienza vissuta da Rory Jansen (Bradley Cooper), un aspirante scrittore che sogna di diventare un famoso autore e spera di riuscire a trovare la tanto attesa ispirazione ed il momento giusto per dare forma e vita al suo talento letterario. Un talento che però tarda ad arrivare e che comincia a divenire insoddisfazione, insuccesso, ossessione e a minare il suo rapporto con la tanto amata Dora (Zoe Saldana).

 “Io guardo la mia vita, guardo la tua, guardo la sua. Non sono chi credevo di essere”.

L’occasione “giusta” arriva inaspettatamente con il ritrovamento all’interno di una valigetta, comprata a Parigi durante il viaggio di nozze in un negozietto di antiquariato, di un manoscritto ingiallito risalente all’epoca della seconda guerra mondiale.

Rory tocca quelle pagine, comincia a sfogliarle e poi a leggerle. Rivive nel suo immaginario quella storia perfetta, estasiante, drammatica ed eccezionale. Si siede al computer e la riscrive, vuole sentire cosa si prova a riprodurre quelle parole e a “riscrivere” un vero e proprio capolavoro.

Si ritrova dunque in bilico tra la menzogna e la verità, nella dubbia decisione di imboccare la via di un successo immeritato o abbandonare per sempre il sogno della sua intera esistenza.

L’opera viene pubblicata.

Rory Jansen diventa così uno scrittore famoso, ricercato, acclamato. Viene elogiato per parole che in realtà non gli appartenevano e finge fino a quando può farlo.

Sorride, è felice. Si prende i meriti di un’opera eccezionale ma che non gli appartiene. Vive il successo di uno spettacolo teatrale, di una finzione, di una recita che non può avere alcun lieto fine.

Un giorno però, quando la sua esistenza sembra aver raggiunto un grande traguardo, viene avvicinato da un anziano uomo (Jeremy Iron) che dice di volergli raccontare una storia: la storia di “un uomo che ha scritto un libro e poi l’ha smarrito”.

Rory impallidisce, comprende, si siede ed ascolta. Comincia così la terza “storia nella storia”.

L’anziano uomo aveva scritto quel racconto di amore e sofferenza, di felicità e di intensa disperazione.  Aveva scritto il suo capolavoro perfetto in preda all’angoscia più profonda, restando chiuso tra quattro mura per diversi giorni, ma aveva anche perduto tutto. Lui che in quel lontano tempo era soltanto un ragazzo (Ben Barnes) aveva perso ogni cosa, aveva perso sua figlia e la donna che era stata l’unico grande amore della sua vita (Nora Arnezeder).

 La mia tragedia è stata amare tanto le parole, più della donna che le ha ispirate.”

Arriva, schiacciante ma inevitabile, il momento del pentimento, della colpa, della amarezza e della cruda verità.

 “Tutti facciamo delle scelte, il difficile è conviverci.”

 Il pianto, la confessione e la consapevolezza di un fallimento ben peggiore di non aver saputo trovare dentro di sé le parole che avrebbero portato l’aspirante a diventare scrittore e il vecchio a ricongiunsi con le sue parole e, insieme, col suo dolore.

 “Sono parole nate dalla gioia e dal dolore. Se rubi quelle parole, prendi anche il dolore.”

 Clay Hammond, autore del libro “The words”, si limita a narrare soltanto i primi tre capitoli del suo ultimo libro a quella immensa e incuriosita platea. Racconterà il resto della storia all’affascinante laureanda interpretata da Olivia Wilde che cercherà, in ogni modo, di scoprire quanto di reale e quanto di immaginario ci sia in quell’ultimo racconto.

 “Prima o poi, arriva un momento in cui devi scegliere tra la vita e la finzione. Le due cose sono vicinissime ma non si incontrano mai.”

Un meraviglioso intreccio di tre storie diverse ma imprescindibili, l’una  chiaramente legata alla seconda ed entrambe alla terza. Una vera e propria scatola cinese, una successione di eventi apparentemente lontani anche nel tempo ma chiaramente legati tra loro. Un piccolo capolavoro del cinema in cui i tre protagonisti Clay Hammond, Rory Jansen e l’anziano uomo, tra cui spicca lodevolmente il premio oscar Jeremy Iron, sembrano essere la stessa persona, l’incarnazione della vicenda che prende inizio, forma ed epilogo. Estasianti e meravigliose sono le immagini della storia che, ambientata nel dopoguerra della seconda guerra mondiale, porta a compimento la scrittura del manoscritto rubato e descrive l’amore, la passione e la disperazione di un uomo.

Una chicca del cinema, una perla nata ed ispirata da un episodio accaduto realmente e che vede come protagonista uno dei grandi autori della letteratura.

Elizabeth Hadley Richardson, prima moglie di Ernest Hemingway, smarrì tutte le parole dello scrittore anteriori al 1922 nella stazione Gare de Lyon di Parigi. I due registi, Brian Klugman e Lee Sternthal, hanno dichiarato che la storia è nata mentre discutevano di Hemingway e dei suoi racconti andati perduti. Infatti lo stesso Sternthal ha affermato: «Non volevamo dimostrare la nostra bravura. Non ci siamo messi seduti dicendo: “Ecco che cosa faremo”. E’ venuto da sè».

Un film che è stato definito “pretenzioso”, ricco di fin troppi cliché letterari e carico di una accentuazione troppo evidente di sentimenti e angosce legate ad un talento letterario che nasce all’improvviso, come in preda ad un raptus di disperata ed inattesa ispirazione.

Forse soltanto la storia che vede protagonisti Dennis Quaid e l’ artificiosa, oserei definire, Olivia Wilde potrebbe sembrare un po’ artefatta ma se si vogliono trovare nell’ambito della critica cinematografica, lontana dalle mie conoscenze e intenzioni in questa sede, difetti o mancanze oppure se si cerca di fare un paragone con altri film è chiaro che, come in ogni cosa che non tocca la genialità assoluta e perfetta, non sarebbe impossibile trovarne.

Considero questo film un piccolo capolavoro che mette in risalto, spesso anche egregiamente, tre storie che accendono la curiosità e stimolano gli animi più sensibili alla riflessione e all’immedesimazione. Tre modi diversi di porre l’attenzione su un’unica esistenza che viene costantemente mostrata e nascosta, si regge in piedi camminando sul filo sottile che lega la realtà alla finzione e rappresenta un motivo di riflessione, apre una finestra su un mondo che potrebbe coinvolgere chiunque anche guardando oltre la materia letteraria ed il mondo degli esordienti ed aspiranti scrittori.

Una riflessione morale sulla debolezza dell’uomo e della sua immane capacità di auto convincersi, di perdersi e ritrovarsi continuamente. Una miscela di contenuti ed immagini che, in soli 97 minuti e con una tecnica narrativa vecchia quanto il mondo, riesce a colpire e a cristallizzare momenti e parole.

Una perla cinematografica che merita almeno una visione.

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