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Eroica Fenice

Culturalmente

Che Fare, dunque? La sempiterna questio

Che fare, dunque? tradotto da Flavia Sigona, pubblicato in una nuova edizione in Italia dalla Fazi editore questo febbraio. Come per le grandi opere, le quali anche a distanza di anni non smettono di dire qualcosa alle nuove generazioni, questa di Lev Tolstoj, edito nel 1886, tratta di un tema che ahimè non ha mai smesso di mostrare tutta la sua attualità: la povertà. Parentesi storica: l’Ottocento e Tolstoj L’Ottocento fu il secolo nel quale si trova il preludio alla crisi del Novecento. Il tempo in cui Tolstoj va a vivere in città e fa esperienza della miseria urbana è il periodo di massima industrializzazione dove il Capitalismo sempre imperante inizia la sua opera di oppressione verso la povera gente. Segnaliamo infatti, anche se di qualche anno addietro, la pubblicazione di Povera Gente appunto, scritto dal connazionale e ugualmente geniale Dostoevskij. Questo sta a dimostrare una situazione diffusa e tentacolare che attanagliava, quella fin de siècle che pure è stata denominata dagli storici “Belle Epoque”: sintomatico delle contraddizioni sempre presenti nell’esistenza umana. Come reazione alla crisi nascono movimenti sociali, movimenti operai, di cui in Italia Mazzini è fondatore. Nasce il Partito Socialista. Ed è a quei movimenti che Tolstoj guarda ponendo in essere un Cristianesimo sociale innovativo. Dopo essere stato a lungo a contatto con i contadini poverissimi e oppressi della campagna russa, sulla soglia dei sessant’anni, divenuto famoso e ricco dopo i suoi capolavori “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”, Tolstoj scopre la terribile miseria metropolitana degli operai e dei senzatetto della città di Mosca agli inizi del suo processo di industrializzazione. Che Fare, dunque? Cosa possiamo fare? Questa domanda che contiene, dice Tolstoj, l’ammissione dell’errore e della stortura della nostra vita, e al tempo stesso la scusa del cambiamento impossibile. “Mai, in vita mia, avevo abitato in città. Quando nel 1881 mi trasferii a Mosca restai stupito della miseria urbana“. “Un giorno, mentre camminavo lungo il vicolo Afanas’evskij vidi una guardia che caricava su una carrozza un uomo tutto cencioso e gonfio; domandai: «Cosa ha fatto?». Il poliziotto rispose «chiedeva l’elemosina». «Perché, è vietato?» «A quanto pare, sì», replicò quello”. Questo è uno fra gli innumerevoli casi di povertà e di miseria in cui si imbatte l’autore e che rendono l’intero saggio una vera e propria fenomenologia dello spirito di Tolstoj, paradigma di chi guarda criticamente la realtà sociale,  il quale conosce gli ultimi, i poveri; i miserabili con le loro sofferenze. Tali eventi  scuotono così profondamente lo scrittore russo da non poterlo lasciare indifferente dinnanzi a tanta miseria e per questo motivo una domanda lo tormenta. Cosa fare? Come fare a cambiare almeno in parte l’ordine delle cose? Ogni giorno, verso il tramonto, Tolstoj esce dalla sua bellissima villa in mezzo a un parco non lontano dal Cremlino e vaga per le strade per indagare come si vive nei quartieri popolari. Di fronte a un’umanità disperata e derelitta che si difende a malapena dalla fame e dal freddo, sente la sua ricchezza come una colpa: è a disagio nel salire le scale dotate di una passatoia, […]

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Attualità

Il PD come paradigma di un disagio

Secondo la retorica mediatica, “Alla gente non importano queste cose” ma non dovrebbe essere sempre così. Ci sono questioni che per quanto noiose sono indispensabili affinché il quadro sociale del paese nel quale si vive si sciolga, chiarendosi e permettendo così alle persone di potere partecipare alla vita attiva del paese. Questo è il caso delle vicende interne al PD. Il Partito Democratico dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 sta attraversando un periodo che sembra preludere una nuova fase. È importante rendersi conto quale forma assumerà il PD, essendo il partito di maggioranza relativa in parlamento. Perché è il primo partito d’Italia. Perché al netto dei nostalgici e di alcune voci isolate, è l’unico partito che si muove a sinistra lontano da correnti estreme e pericolose che solcano in quest’epoca Europa e Nord America. Una Riformulazione ideologica Uno dei problemi con cui si ritrova a combattere il PD è la riformulazione ideologica di un partito figlio di una comunione fra forze Democristiane (Dc)  e Comuniste (Pc). La riformulazione ideologica non è una mera astrazione su cui fare retorica ma l’impianto da scegliere su cui fondare le future scelte politiche in vista dei problemi che l’attuale epoca  impone alla civiltà umana. Il Congresso del Partito Democratico Il PD si è riunito nei giorni scorsi all’assemblea nazionale con lo scopo di trovare un dialogo tra le correnti interne e porre le basi per un nuovo congresso del PD. Un’altra assemblea si è tenuta domenica 19 Febbraio. Le Assemblee del PD sono luoghi ove i maggior esponenti del Partito si riuniscono per discutere e parlamentare dei problemi del partito e del paese.  In ambedue le assemblee come prevedibile ci sono stato forti contrasti fra la minoranza del partito, rappresentata da D’Alema, Bersani, Speranza ed Emiliano e la maggioranza il cui leader indiscusso è l’attuale segretario Matteo Renzi. Ma da dove nasce la spaccatura del PD ? Deriva dalla parabola politica del governo Renzi, e dal modus operandi posto in essere dal Segretario nell’arco dei suoi 1000 giorni di governo. Le Accuse che sono rivolte al suo operato possono essere riassunte in estrema sintesi in un allontanamento dai valori della sinistra storica. Tali valori si rifanno al movimento operaio e al Pc Berlingueriano; e soprattutto alla partecipazione delle fasce sociali più deboli alla vita politica nazionale. A oggi invece il Partito Democratico attecchisce poco o niente nelle periferie (luogo invece ove storicamente riceveva più voti) e soprattutto ha avuto un calo dei tesseramenti. Nella fattispecie si contesta all’ex premier una riforma del lavoro inadeguata che ha modificato strutturalmente l’art. 18; una riforma della scuola che ha scontentato l’intera classe dei docenti e una riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 Dicembre dal popolo italiano. Per Renzi, invece, la minoranza palesa solo nostalgiche rimembranze di una forma mentis che è inadeguata per la modernità. Il Segretario a differenza di Emiliano (presidente della regione Puglia, esponente della minoranza) abbraccia a pieno la politica economica neo-liberista e crede che solo nel solco di questa struttura economica si possano apportare […]

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Cinema & Serie tv

Cristo tra i muratori. Il passato del nostro presente

Spesso è fondamentale riportare alla luce opere che narrano così bene di epoche che hanno caratterizzato la nostra storia e che hanno inciso fortemente nel processo storico che porta al nostro presente. Lo stato di cose passate non è sicuramente un mondo parallelo al nostro, ma un processo in divenire che, se viene studiato, permette di capire il nostro Oggi. Modo migliore per capirlo è l’arte, che oltre ogni manuale storico o saggio, arriva a toccare note che altrimenti rimarrebbero abbandonate. Una delle sue rappresentazioni può essere individuata in Cristo tra i muratori, pellicola del 1949 diretta da Edward Dmytryk. Il panorama storico del film Siamo negli USA nel periodo subito dopo la I Guerra Mondiale. L’America ne esce vittoriosissima: è la principale fonte di credito dei paesi Europei. Il capitalismo americano sembra aver raggiunto il suo più alto culmine; il corollario della dottrina Monroe, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto dominare l’intero continente Americano e intervenire ovunque ve ne fosse bisogno, è al suo apice. Una pioggia di soldi casca dal cielo, e però atterra sempre ove altri soldi si trovano già accoccolati.  È la legge del più forte, è la legge del libero mercato. Il Taylorismo è ormai affermato nelle fabbriche americane, il sistema a catena di montaggio, nel quale ogni operaio, trasformandosi in un automa (Chaplin docet), si limita a lavorare solo su una parte del lavoro-tutto; l’altra parte è affidata al suo collega mentre l’altra ancora all’altro compagno-operaio e così via, fino a che ne viene fuori il lavoro finito. Il lavoro si scompone in pezzetti piccolissimi cosicché si renda superflua la capacità individuale dell’operaio. Il primo a porre in essere questo sistema scientifico di distribuzione del lavoro fu Ford, il padre dell’omonima azienda automobilistica, che ideò anche il sistema di acquisto rateale affinché tutti potessero permettersi un auto. In quegli anni le banche non fanno fatica a concedere prestiti; l’economia va a gonfie vele. Le azioni salgono, diventano allettanti e vengono acquistate con grande ansia di profitto. Quando però poi gli azionisti iniziano a vendere le azioni comprate, si genera un inversione di tendenza e i prezzi crollano: più le azioni vengono vendute, più il prezzo scende. Il sistema si inceppa. Le azioni crollano e inizia la crisi di Wall Street. Si presenta la Grande Depressione e con la conseguente distruzione del risparmio venne a mancare il sostegno alle attività economiche; di conseguenza la produzione industriale si dimezza e la disoccupazione cresce esponenzialmente. La trama Geremia è un immigrato italiano di origine abruzzese che lavora come muratore a New York. E lì, nella tempesta della grande crisi economica del ’29, fa di tutto per restare vivo. E ancora sogna! Verrebbe da dire che sogna il sogno di una cosa. Perché, nonostante le umili condizioni, egli cerca la felicità e, essendo avulso dall’ansia piccolo-borghese, cerca una felicità diversa, semplice. Cerca l’amore e un tetto, ma come cantava De André, «il sistema migliore è pigliarti per fame». Sarà risucchiato dal sistema capitalistico che impone all’individuo la concorrenza […]

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Voli Pindarici

La danza della Gitana povertà

La povertà è una ballerina gitana con gambe bronzee che fa girare la sua gonnella rattoppata tra la folla indifferente. È il migrante sotto casa a cui non avete mai lasciato una monetina; è il vecchio barbone ubriaco che evitate come repellente. Povertà è il suono delle campane alle 18:00 col freddo che punge, nei vecchi borghi Italiani, quando il sole tramonta dietro i monti, e il cielo sembra arrossire a tanta bellezza. O si trucca di cipria rosso-fuoco aspettando l’amante-Luna. La povertà è la fonte primaria di ricchezza di ogni governo liberale. Che libera i ricchi, li rende liberi di frustrare i poveri. La povertà si lascia accarezzare, violentare, stuprare, perché cerca affetto e per la ricerca dell’affetto si lascia affettare, triturare, riciclare, calpestare. La povertà è il sangue ed il cemento di palazzine ammassate quasi che si bacino e in quest’orgia di cemento manca l’aria, manca l’aria. E sotto l’asfissia di taciti abusi, la polvere smerciata tra le poveri genti si trasforma in danaro per ricche genti. E le stesse ricche genti, si sdegneranno per i barconi colmi di uomini che salvati dall’Italia grideranno libertà. Libertà di lasciarsi schiavizzare ancora, liberi solo di scegliere una forma di degrado meno peggiore di quella d’origine. Povertà è un campo al nord della Francia ove internati vivono uomini senza dignità. Sono le periferie come lager dove muori oppure vivi in omertà e se resisti, vivrai deriso da chi non capisce né capirà. Povertà è il lavoratore con contratto di tre ore, ma che ne lavora dodici. Povertà è un campo di calcetto lasciato a marcire, dove non si gioca più; i bambini non giocano più. Povertà sono le vie senza luce, con lampioni spenti, con puttane dietro fiamme e uomini dietro piante, e i sogni dentro capanni… e la felicità dove sta? Il ballo della povertà: perché il benessere sarà pur arrivato, ma solo per chi ha pagato La povertà è una Gitana con occhi neri e orecchini ad anello grossi grossi. Con il viso sporco e abbronzato, e i seni penzoloni. Che balla tra la folla indifferente e ride e il suo suono non si sente. E ammette di non avere niente, tranne quelle danza in una piazza colma e vuota, in una piazza belle e brutta, in una piazza luminosa e spenta. E lei balla, balla, perché la povera Gitana non ha domani, ha un solo oggi, un solo sole, un solo cielo, una sola previsione del tempo. Un solo pensiero. Perciò, balla Gitana! Balla come se non ci fosse un domani. Oh, Guarda piove, sono le 18:00 e suonano le campane. Oh, guarda piove, sono le 18:00 e suonano le campane. Ora le gente si ferma a guardare, ma la Gitana tra le gocce di pioggia scompare, non ha importanza dove andrà, la Gitana non ha niente, la Gitana è la povertà. A.S.

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Attualità

San Basilio: il quartire romano caccia una famiglia marocchina

San Basilio è il trentesimo quartiere di Roma. San Basilio è un fortino del crimine organizzato. San Basilio è l’ennesimo angolo di mondo abbandonato dallo sguardo distratto del governo di turno. Destra, centro o sinistra, non c’è differenza. Angoli di mondo lasciati a marcire ed implodere in loro stessi, angoli di mondo detti ingenuamente periferici; ma che in realtà sono il centro del mondo; sono infatti paradigmatici di un malessere che si ritrova ovunque la presenza dello Stato non sia abbastanza forte. Sono luoghi dimenticati, ghetti abbandonati dove si tira a campare spacciando droga e abbassando omertosamente la testa; dove la scuola d’obbligo è una barzelletta; dove si uccide per sopravvivere. È infatti anche da qui che nascono i futuri boss, i futuri imprenditori alla Salvatore Buzzi, per intenderci. È questa la scuola che genera laureati nel crimine organizzato: l’esame lo passi se resti vivo. Cronaca del 21 esimo secolo: San Basilio sfondo di un affresco sociale «San Basilio, una borgata con una lunga storia di lotte per la casa e sgomberi – nel 1974 ci fu anche un morto in scontri durissimi con le forze dell’ordine -, è scivolata negli anni sempre più in mano alla criminalità. Tanto da assomigliare a Scampia, a Napoli, per le ‘piazze’ dello spaccio di droga e le vedette che avvertono i pusher dell’arrivo della polizia», scrive l’ANSA. E proprio qui, fra il “sangue ed il cemento” di case popolari ammassate, in una di queste abitazioni, che è stata collocata dal comune di Roma la famiglia di Maourad, operaio marocchino che lavora in Italia da 10 anni. La sua famiglia è composta da tre bambini, e la moglie Fatya. Mourad credeva, dopo 10 anni in Italia, di essere riuscito ad integrarsi e di potere ricevere la tanto sognata abitazione ove stabilirsi con la sua famiglia. Ma la reazione degli abitanti del quartiere di San Basilio è stata violenta e repentina. Non solo gli inquilini dell’edificio ma gli abitanti del quartiere hanno cacciato via Mourad con la moglie e i suoi tre bambini, umiliando un onesto lavoratore che avevo osato sperare. «Quell’alloggio ci spetta di diritto i miei bimbi sono sotto shock (…) È stato orribile, più loro piangevano più la gente ci insultava. Lo sappiamo, siamo stranieri, ma i bambini che colpa hanno?». San Basilio: l’intolleranza e la criminalità organizzata La povertà è il cancro del mondo. La povertà è disperazione; e la disperazione si lancia dalla finestra se le sussurri che troverà sollievo oltre quella finestra. Così succede a San Basilio, e in tutte le periferie del mondo. La povertà è terreno fertile per la criminalità; fa leva sulla disperazione. Le masse sono mosse dall’odio; non da passione politica. Queste persone sono lasciate negli spigoli del mondo a marcire, e lì, non possono che sbocciare fiori marci fra quei pochi che resistono ancora. Ecco perché in molti, la maggior parte degli abitanti del quartiere in cui si spaccia alla luce del sole, non ha accettato che una famiglia di marocchini andasse ad abitarci.    Scrive Saviano : «Queste […]

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Attualità

Keywan Karimi: “Volevo dirti che lunedì entro in prigione”

“Volevo dirti che lunedì entro in prigione”, sono queste le parole di commiato del regista Iraniano Keywan Karimi, il quale è stato condannato dal tribunale rivoluzionario Islamico, prima nel 2015 a 6 anni di carcere e 223 frustrate, fino ad arrivare alla sentenza attuale: un anno di carcere e 223 frustrate per oltraggio all’Islam. Il corpo del reato è lo “scandaloso” documentario Writing on the city (Scrivere sulla città). Un documentario di 60 minuti in cui il regista cerca di raccontare il suo Iran attraverso un collage di graffiti; basandosi sulle incisioni scritte sui muri della città, dunque, Karimi ci dona un racconto dal basso che mostra una società la cui complessità supera ogni storytelling occidentale. «Non capisco perché la gente non parla del mio caso», afferma Karimi. A questa domanda, legittima, si può rispondere parzialmente, anche se resta comunque inaccettabile che il suo essere curdo pesi come un macigno sulla sua situazione e sul silenzio del resto del mondo. «Sì, temo anche io che il mio essere curdo pesi molto nella mia situazione…» Il calvario Il calvario del regista parte nel 2003 quando sconta 15 giorni di isolamento per aver girato il suddetto film nel quale, tra i graffiti mostrati, se ne trovano molti di protesta. All’uscita del trailer arrivò la condanna, forse perché vi erano inserite immagini di poliziotti che picchiavano studenti. Da allora Karimi ha vissuto in un limbo, perché la carcerazione non arrivava e non poteva lasciare il paese. Tanto è vero che la sua altra opera, DRUM, presentata al Festival di Venezia, è stata proiettata senza che il suo regista fosse lì a ricevere riconoscimenti ed applausi. Simbolicamente vuota al Festival di Venezia rimase la sua sedia, simbolo di una Resistenza che non c’è più. Il suo calvario, fatto di convocazioni, interrogatori e minacce, trova la sua brutale conclusione nella pena di un anno di prigione e 223 frustrate. «Amo l’Iran, se quelli come me se ne vanno, chi resterà a ricostruirlo? Credo di dover rimanere nella mia terra malgrado i suoi problemi, e lavorare per migliorare le condizioni di tutti» Il corpo del reato: Writing on the city Il documentario racconta la storia della Repubblica Islamica dalla Rivoluzione sino al secondo mandato di Ahmadinejad. I Graffiti, scritti sulle pareti della città negli ultimi 200 anni, spesso sono riflesso, nei concetti e nelle intenzioni, della stortura della società iraniana. Keywan Karimi va oltre il racconto storico-politico della evoluzione della società iraniana proposto dal filmati di repertorio: il film solleva dibattiti universali che il tempo ha trasformato in una metafora implacabile per la resistenza, correlando etica ed estetica. Keywan Karimi: “Volevo dirti che Lunedì entro in Prigione” Gli artisti autentici non sono mai al servizio del potere. E guai ad esserlo. L’arte per la sua forza contraddittoria, rivelatrice, tende alla verità. E la verità è un arma pericolosa sia per chi la impugna, sia per chi ne subisce l’effetto. Purtroppo il ventunesimo secolo si è mostrato un tempo censorio, repressivo nei confronti dell’arte e di qualunque atto puro di resistenza, nemmeno l’Italia […]

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Cinema & Serie tv

Io, Daniel Blake: l’analisi sociale di Ken Loach

Io, Daniel Blake è il titolo dell’ultimo film del regista marxista Ken Loach. Il film è stato premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Il giudizio fu unanime, già alla prima unì pubblico e critica. Ken Loach è da sempre un regista sensibile alla realtà sociale che ci circonda, ed è eminente esponente di un cinema civile, socialmente impegnato. Aderì, infatti, al movimento Free cinema (cinema libero), movimento cinematografico inglese, culturale, sociale e politico (esplicitamente di sinistra) degli anni cinquanta e sessanta del XX secolo, di forte contestazione del cinema britannico dell’epoca. Trama: Io, Daniel Blake Il film narra la storia di un operaio, Daniel, il quale non può più lavorare a causa di un grave problema al cuore. Avrebbe dunque, secondo il sistema britannico, diritto ad un’indennità per l’invalidità lavorativa, ma succede che dopo essere stato visitato dall’ente che se ne occupa, risulta per lo Stato idoneo a lavorare, nonostante il suo cardiologo lo obblighi al riposo. Daniel si trova così in un limbo burocratico. Avrebbe bisogno del battesimo della burocrazia per accedere ad un servizio che gli spetta di diritto. Ma non gli viene concesso. Non può né lavorare, né ricevere il sussidio. Sembra assurdo, ed è proprio l’assurdità che crea una pasoliniana rabbia nello spettatore, che rivede in Blake la sua stessa frustrazione per la quotidiana lotta contro quell’invisibile nemico. In questa kafkiana lotta Daniel non sarà solo. Incontra una donna single madre di due bambini. Da qui Loach tesse per noi una drammatica amicizia al fine di mostrarci come nonostante i colletti bianchi, veri soldati dello Stato, minino la dignità dei cittadini, si può ancora trovare bellezza, affetto e solidarietà. Combatteranno insieme per resistere, per mantenere la dignità di esseri umani. Con un finale definibile di agghiacciante bellezza. Siamo tutti, Io, Daniel Blake. L’impegno civile I personaggi di Daniel Blake e quello della madre single, sono, oltre a due outsider, due tipi umani. Cioè incarnano non due persone distinte ed uniche – tralasciando la relativa unicità di ogni individuo –  ma due persone che hanno in ognuna di loro un tipo sociale comune: queste due persone rappresentano i mali, i turbamenti, le ansie, di due comuni e per questo archetipici esseri umani. Possiamo pertanto dire che ognuno di noi è un po’, forse più di un po’, Daniel Blake. Per questo il titolo inizia con il pronome personale Io. Il quale deve necessariamente essere mutato in un Noi. La battaglia contro la burocrazia che Loach ci mostra è la nostra stessa battaglia, certamente con forme diverse, ma non dissimile per il contenuto. La madre single con due bambini non è forse il tipo umano più comune del nostro secolo? Ecce Homo, verrebbe da dire. Ecco chi è l’essere umano, un animale sociale. Ma la civiltà nasce per una convivenza civile tale che ci guidi alla felicità pubblica come ben dicevano gli Illuministi? Oppure è forse un sistema orwelliano edificato per ingabbiarci, umiliarci, fino a farci credere di essere noi stessi il problema? Conclusione. Chi è, “Io, Daniel Blake”? Forse Loach ci sta dicendo che all’individualismo nietzschiano si deve […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Un Futuro (non) Remoto. Un grande evento a Napoli

Un futuro (non) remoto si prospetta davanti a noi. Più veloce della luce, si anticipa con questa interessantissima manifestazione, e sceglie di farlo a Piazza Plebiscito di Napoli. Di fronte il Palazzo Reale: futuro e passato si guardano dritto negli occhi.  Gli stand bianchi sparsi per la piazza, la cui forma imita arditamente quella della cupola della Basilica, sembrano delle macchine del tempo, nelle quali una volta entrati, si compie un viaggio verso un futuro non troppo lontano. Ma anche il Palazzo Reale di Napoli si propone come spazio ospitante, nel quale si trovano il laboratorio Enjoy, il percorso QRCode, e il laboratorio L’Avatar del re, in cui si viene accompagnati dall’avatar dalle fattezze di re Ferdinando bambino. Le Grandi conferenze di Futuro Remoto Eccoci arrivati alla seconda giornata di Futuro Remoto, manifestazione di diffusione scientifico-tecnologica. Fra le grandi conferenze di oggi, 8 Ottobre, abbiamo quella del Professore Dario Bressanini, dell’Università dell’Insubria – Dipartimento di Scienze Chimiche e Ambientali. Ciò che mangiamo è (ormai) contro-natura? Da alcuni anni si assiste a una richiesta da parte dei consumatori di cibi “naturali” e di un ritorno alla “natura”, senza però che sia chiaro che cosa si intenda con questi termini. Che differenza c’è tra i prodotti ottenuti con l’agricoltura biologica, con quella convenzionale e gli OGM? Che ci aspetta sulla tavola in futuro? Il tema toccato è scottante, considerando quanto i teleschermi italiani ne proiettino discussioni riguardanti. Fiumi di retorica sgorgano dai talk show. “L’alimentazione infatti non è più valutata in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Ecco perché studiare gli effetti benefici degli alimenti sulla salute e sugli stati patologici, è fondamentale. L’alimentazione diventa la nostra prima medicina”. Altra grande conferenza è quella del consigliere per la scienza e la tecnologia del segretario di stato degli USA: ogni giorno, gli scienziati di tutto il mondo, ingegneri, medici e tecnologi ci dimostrano che il ritmo e la portata globale della ricerca e dell’innovazione sono da capogiro. Sappiamo anche che le idee all’avanguardia e le collaborazioni possono provenire da qualsiasi parte – non solo dai laboratori più finanziati, ma anche dalla crescente comunità di “FabLab” e “Makers” che utilizzano attrezzature di seconda mano, acquistate on-line e installate in un garage o uno spazio laboratoriale comune. È da questa comunità del cambiamento dal basso che è emersa l’idea di sfruttare i prodotti chimici presenti nelle bottiglie di plastica quali agenti riducenti per estrarre il ferro puro dal minerale di ferro: prendere la spazzatura di un uomo per farne un tesoro nelle mani di un altro uomo e applicare la scienza e la tecnologia per risolvere le sfide della sostenibilità. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà, però, un pubblico informato capace di coinvolgere e ragionare in modo critico sui problemi tecnici che si presenteranno questo secolo. Napoli, una piazza di speranza?  Napoli si trasforma nella capitale della diffusione tecnologica e scientifica. Napoli non solo resiste, ma insiste per uno “sviluppo sostenibile” valido. E si pone come paradigma delle altre città italiane. Ecco le parole del sindaco di Napoli De Magistris: “con la speranza […]

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Libri

Erri De Luca e la sua parola poetica

Dal 1 settembre è nelle librerie il nuovo romanzo di Erri De Luca, “La Natura Esposta”. Non ha bisogno di presentazioni lo scrittore napoletano che è sicuramente il più grande autore vivo della letteratura  di questo secolo. Erri De Luca unisce storie di betoniere che impastano cemento, avendo fatto, come suole dire spesso, la controparte maschile del mestiere più vecchio del mondo, l’operaio, a una passione per le scritture sacre di cui è autorevole traduttore. Però Erri non riesce ad adoperare il participio presente del verbo credere, credente: “il “tu” alla divinità non riesco a darlo”. Natura Esposta: la parola poetica Quando si legge De Luca si deve stare attenti a non saltare alcuna parola. Forse per questo i suoi libri sono così brevi. Il signor Erri è generoso con i suoi lettori, seleziona bene cosa lasciare e cosa invece donarci: ma quello che ci dona esige di essere letto parola per parola. De Luca è un ottimo lettore di dizionari e ogni termine che sceglie, il quale non è altro che un modo di guardare il mondo, bisogna vivisezionarlo bene prima di andare alla parola successiva. Secondo il noto critico Bachtin, la parola poetica a differenza della parola nel romanzo, si confronta con l’oggetto per la prima volta, ovvero lo prende vergine senza tenere conto della parola altrui e della pluridiscorsività insita nella parola stessa. Ogni parola che noi usiamo porta con sé la sua storia, i suoi significati; mentre invece la parola poetica si spoglia dalla pluridiscorsività e vergine si prostra al poeta. Naturalmente sarebbe ardito azzardare una considerazione così radicale per l’opera di De Luca, ma sicuramente la parola dell’autore napoletano tende alla poesia. Essa spoglia le parole dalla loro storia dandone un significato nuovo. In quest’opera il De Luca ci inebria con le sue alternative visioni delle cose. Un inventore di alternative. La trama de La Natura Esposta Il romanzo si presenta con una scrittura semplice. La scrittura metaforica di Erri De Luca lascia un po’ di spazio all’asciutto della prosa. Una prosa che resta poetica, ripetiamo, ma meno lirica. In quest’opera l’autore unisce più storie, sembra unire più voci. Addirittura ritroviamo la commistione di tre religioni: Islam, Ebraismo, Cristianesimo. Tutte e tre unite dalla statua di Gesù crocifisso. Una statua che il protagonista dell’opera è chiamato a modificare. Deve modificare proprio il punto del corpo che a Napoli viene chiamato, “la Natura”. Prima di morire l’essere umano manifesta un principio di erezione. Erri De Luca dice che è come se si cercasse la forza di morire. “Una volta mentre un uomo era sul letto agonizzante, ho ascoltato una donna dire, aprite le finestre, se no non ce la fa a morire”, aveva bisogno di ossigeno per morire quell’uomo. La crocifissione è una pratica abominevole, un essere umano non solo viene giustiziato, ma viene inchiodato in pubblico ad una croce, ignudo e con un irrigidimento che lo stesso uomo morente essendo immobilizzato non può coprire. L’umiliazione poco prima della morte. La stessa pratica dice il Rabbino – uno dei protagonisti del romanzo – […]

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Attualità

I diritti LGBT in Messico: omofobia ed unioni civili

In Messico, dopo che il presidente Enrique Pena Nieto ha proposto di estendere il matrimonio egualitario (tra persone dello stesso sesso) a tutti gli stati della Federazione Messicana, marce omofobe organizzate dal Fronte Nazionale sono scese in piazza al grido di “per la famiglia e per la vita”. In alcuni stati, infatti, le unioni fra persone dello stesso sesso in favore dei diritti LGBT sono legali. Ma l’estensione di questo diritto civile ha creato indignazione tra gli esponenti del Frente Nacional por la Familia, il quale ha minacciato battaglia se la proposta non sarà ritirata. A Celaya, una delle città dove l’indignazione del fronte nazionale ha trovato maggior consenso, durante una marcia un bambino si è frapposto ad essa. “Ho uno zio gay” avrebbe detto, “non voglio che sia odiato”. L’episodio ha suscitato molto consenso sui media messicani. Tanto da far indire una manifestazione il giorno seguente a Città del Messico a favore dei diritti LGBT. I diritti LGBT in Messico I diritti della comunità LGBT in Messico sono stati negli ultimi anni notevolmente ampliati, in linea con le tendenze legalizzatrici presenti nei paesi più evoluti. L’influenza intellettuale della Rivoluzione francese e il breve intervento francese in Messico (1862-67) ha portato all’adozione del codice napoleonico e conseguentemente anche alla depenalizzazione di tutti gli atti sessuali compiuti da persone dello stesso sesso nel 1871. Ma nonostante ciò la comunità LGBT ha continuato, più o meno sporadicamente, ad esser perseguita attraverso l’uso di codici regolanti il cosiddetto comportamento osceno e la pubblica indecenza (“attentato alla morale e ai buoni costumi”). Grazie anche all’influenza proveniente dalle zone più cosmopolite del paese (come Città del Messico, ma anche Guadalajara e Monterrey), la tendenza a modificare i precedenti atteggiamenti in favore dei diritti LGBT sta procedendo a passo spedito; mentre nelle zone più interne e meno soggette alle influenze dei paesi più evoluti in materia di diritti civili, il cambiamento è più lento ed in parte ancora osteggiato. Piccola analisi sulla situazione sociale in Messico Il ben noto intellettuale e scrittore Pier Paolo Pasolini, troppo noto, e poco studiato, ci ha lasciato alcuni spunti di riflessione importantissime sulla tolleranza. Secondo Pasolini la tolleranza non è altro che una sottile forma di intolleranza. Poiché quando si tollera qualcuno, si afferma contemporaneamente che quella persona ha bisogno di essere tollerato. Questo si collega ai fatti narrati per due motivi. Il primo riguarda la volontà del governo messicano di voler estendere le unioni omosessuali in tutto il Messico, senza prima aver posto una campagna di sensibilizzazione delle masse, tale che permetta di usufruire del diritto acquisito anche nei rapporti umani, e che quindi non diventi una mera forma “nominale”. Poiché la legittimazione deriva innanzitutto dal rapporto con gli altri. In secundis, in Messico i diritti sociali sono collassati, sopratutto dopo la riforma della scuola di stampo neoliberista, posta dal governo di Peña Nieto, la quale rientra nell’ambito delle sue “riforme strutturali”. Tale riforma educativa di Peña Nieto prevede nuovi criteri per la selezione del corpo docente ed una maggiore autonomia degli istituti. Tale autonomia va letta […]

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Attualità

Cariche contro chi manifesta. Il dissenso represso

Cariche contro il dissenso, contro chi manifesta. Violenza gratuita scagliata contro un popolo già spogliato di qual si voglia dignità. Un popolo imbavagliato, un popolo a cui si regala in mille modi la possibilità di comprare un I-Phone, ma a cui in nessuno modo viene ridistribuito il diritto di esistenza. La possibilità di esistere senza l’ansia di tasse, debiti; senza la precarietà constante, senza il dover per forza imparare a camminare sul filo dello stress come un equilibrista; senza la ricerca disperata di un lavoro che in realtà è un diritto sancito dalla Costituzione. Senza doversi piegare a lavorare in nero e ad essere sfruttato. Senza dover genuflettersi al politico di turno, per chiedere lavoro per se stessi o i propri figli. Senza dover strappare la propria laurea; senza dover scappare lontano da casa, emigrare, come emigrano gli Arabi e gli Africani, i quali tanto discriminiamo. Poiché lo stato ottunde il popolo, lo vuole cieco per potergli dire che “va tutto bene”. Cariche contro chi manifesta: i fatti Il 12 Settembre, in occasione di uno spettacolo al celebre Teatro San Carlo, c’era a fare visita all’abbandonata Napoli il presidente del consiglio Renzi. In sua “compagnia” c’era il rivale sindaco di Napoli De Magistris. Mentre i due uomini politici erano attenti ad apparire calmi e forti in mezzo all’alta borghesia napoletana, in strada una folla di dissidenti ha deciso manifestare il proprio disappunto verso le politiche dell’attuale governo italiano. Ma un contingente di poliziotti ha serrato la strada – ed il diritto di dissentire – ai manifestanti. Il folto gruppo di dissidenti era composto da operai, professori, disoccupati e dagli attivisti dei centri sociali; li capeggiava la consigliera De Mejo, appartenente alla lista DEMA.  Durante le proteste e i cori rivolti al Premier Renzi, il contingente di poliziotti e il gruppo di manifestanti sono venuti a contatto. In realtà i video che girano in rete mostrano chiaramente che ad iniziare sono state le forze dell’ordine. La rabbia e la cattiveria dei colpi inferti dai poliziotti crea una rabbia ed un odio verso quella stessa categoria. Spesso si dimentica che quelli sono solo uomini costretti proprio come l’operaio a servire il proprio aguzzino, calpestando la coscienza. Pasolini avrebbe detto al riguardo: “E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)”. Fatto analogo è stato il dissenso di Catania, dove decine di giovani si sono lanciati contro il cordone delle forze dell’ordine piazzato alla fine di via Umberto davanti alla Villa Bellini, dove il premier Matteo Renzi aveva tenuto l’intervento di chiusura della Festa nazionale dell’Unità. Mentre il premier ringraziava i catanesi per l’accoglienza con la sua solita fumosa retorica, nelle strada le forze dell’ordine picchiavano selvaggiamente i manifestanti. Piccola analisi […]

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Attualità

Un muro anti-migranti a Calais

Nella città portuale di Calais, al nord della Francia, la Gran Bretagna costruirà un muro alto 4 metri e lungo 1 km, in funzione anti-migranti. Il muro sarà costruito sull’autostrada, poco prima della città, per tenere lontano gli immigrati del campo profughi di Calais dal porto della stessa città e dal tunnel della Manica, ed evitare, quindi, che arrivino in Inghilterra. Il campo profughi della cittadina di Calais è un’immensa baraccopoli posta tra strade fangose, melma e alte cancellate, composto da persone che scappano dalle guerre del Medio Oriente e del Nord Africa. Una città fantasma, una Chernobyl moderna. Questo campo profughi è conosciuto nel lessico giornalistico come “Giungla“. Tale epiteto deriva dallo stato di degrado del campo e dal modus vivendi in cui le persone (Persone, ossia esseri umani) sono costrette a sopravvivere. La trattativa posta dal Ministro dell’Immigrazione britannico Robert Goodwill dovrebbe costare 1,9 milioni di sterline e fa parte di un pacchetto di misure da 17 milioni di pound del governo britannico per controllare meglio i confini gestiti insieme alle autorità francesi. Calais: “La Giungla”, un lager nella civiltà Oggi a Calais vivono di fatto circa 3.000 migranti: dormono per lo più in baracche, tende e sistemazioni precarie, senza accesso a servizi igienici e facendo ampiamente affidamento sull’aiuto dei gruppi di volontari che operano nella zona per cibo, vestiti e assistenza legale. Da anni la Francia ha adottato una politica piuttosto dura con i migranti: li arresta in modo routinario, distrugge le baracche in cui vivono. I migranti che vivono a Calais sono per lo più uomini, ma ci sono anche famiglie con bambini molto piccoli e donne incinte. Nel corso degli ultimi mesi è anche aumentato il numero di minorenni non accompagnati, e sono arrivati a Calais bambini di 12 e 13 anni. Le condizioni di vita nei campi di Calais, con l’aumentare del numero di persone, sono peggiorate molto. Il numero di pasti serviti dai volontari non è spesso sufficiente a soddisfare tutti. Muro: spunti di riflessione, lager moderni “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”, scriveva Primo Levi nel suo saggio I sommersi e i salvati. È bene innanzitutto rispolverare la definizione di Lager. Letteralmente significa “campo”. Come i campi di concentramento e di sterminio nei quali i nazisti, durante la seconda guerra mondiale, rinchiudevano soprattutto i detenuti per motivi politici o razziali, avviandoli poi quasi sempre alle camere a gas. In usi figurali, però, è il luogo ove vi sono condizioni di emarginazione, di segregazione, di maltrattamenti. Viene facile l’analogia con i campi profughi sparsi in tutta Europa. Quale persona civile vivrebbe in un luogo definito “Giungla”? Perché nell’epoca della declamata civiltà, alcuni esseri umani sono costretti e vivere come bestie, in ghetti, in lager moderni ? Muro: derive nazionaliste Non è e non può essere un caso la tendenza xenofoba che si sta espandendo in tutta Europa. Nuovi muri si stanno issando. Basti pensare a quanti consensi, soprattutto nelle periferie, ha la Lega in Italia, complice la scomparsa […]

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Attualità

Le vele di Scampia saranno abbattute

Il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris annuncia che saranno abbattute e riqualificate Le Vele di Scampia, utilizzando la legge sul bando delle periferie che prevede un fondo per la riqualificazione e rigenerazione delle Periferie. Il sindaco di Napoli afferma che innanzitutto questo progetto eliminerà dall’immaginario collettivo, l’equazione Vele-Camorra; poi, oltre all’abbattimento, ci sarà la costruzione di scuole e di impianti pubblici. Gli abitanti delle Vele di Scampia palesano la loro comprensibile paura, dimostrando sia disinformazione riguardo il progetto, sia un giusto spaesamento verso chi annuncia di voler abbattere la casa che li ha fin oggi ospitati. Secondo il sindaco De Magistris però «nessuno resterà senza casa [..] 187 famiglie già verranno nei prossimi giorni trasferite in abitazioni ubicate in zone limitrofe». Breve storia delle Vele di Scampia Le Vele di Scampia sono palazzi ad uso residenziale. La loro costruzione parte da un progetto risalente agli anni ’60 dell’architetto Salvo Di Francesco, il cui intento era quello di costruire una città autonoma che si ponesse come un’estensione a est di Napoli: gli spazi individuali dovevano entrare in un contesto di aree comuni, creando una realtà simile ad una vera e propria comunità familiare. Con le Vele Salvo voleva riproporre la stessa forma della Napoli storica. Entrando in una Vela di Scampia si ripercorre il “vicolo” Napoletano che collega le unità abitative – quasi come si baciassero – dove si posso sentire le voci dei vicini. Tutto questo si è però trasformato in una trappola che ha permesso alla camorra di insediarsi ed agire. La prima causa del tracollo delle Vele è stata la non completa realizzazione del progetto originario: ogni sei piani, per esempio, era previsto uno spazio comune per servizi ed attrezzature varie, mai costruito. Inoltre, non esistono tuttora infrastrutture pubbliche e collegamenti con la città. La seconda consiste, invece, nell’incompetenza di chi – nonostante le abitazioni non avessero ancora luce, acqua e gas – ha comunque assegnato le case. Senza contare che le graduatorie previste furono disattese e in seguito al terremoto dell’1980, molti sfollati occuparono abusivamente le abitazioni. Come ciliegina sulla torta, le forze di polizia si sono insediate nelle Vele solo nell’86. Le Vele di Scampia oggi Una volta abbandonate dalle Istituzioni, sono diventate la più grande piazza di spaccio che il mondo conosca. E, tra le altre cose, sfondo della fiction di successo Gomorra, nata dalla penna di Roberto Saviano e diretta dal regista di Romanzo criminale – La serie, Stefano Sollima. A oggi metà delle abitazioni sono disabitate. Le Vele si presentano come un ghetto, un’isola di cemento abbandonata e allontanata. Le periferie in generale a oggi in Italia sono quelle più tartassate ove in maniera maggiore le problematiche socio-economiche risuonano e si amplificano; ed anche il luogo nel quale maggiormente si manifesta il mal contento di un popolo straziato, senza più voce. Non a caso le ultime elezioni hanno dimostrato che lì il qualunquismo e i nazionalismi (falsi) proliferano. Il destino degli ultimi Le vele non saranno abbattute tutte, una sopravviverà ed ospiterà le […]

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Attualità

La polemica Burkini: e in spiaggia che si fa?

La polemica del Burkini, l’indumento usato dalle donne di religione islamica per stare in spiaggia, apre uno scenario epocale. Infatti, la discussione che può apparire a tratti banale o modaiola, rappresenta invece una spia dell’intolleranza che investe l’intera Europa. Alcuni sindaci Francesi, non curanti della libertà di espressione, hanno vietato l’uso del Burkini sulle spiagge. La ragione è che tale indumento potrebbe permettere a donne-terroriste di nascondere armi o ordigni. Dunque in Francia, la stessa Francia che ha mostrato palesi falle nella sicurezza, si  vuole combattere il terrorismo e difendere la laicità vietando alle donne di religione islamica di esprimere la loro essenza, la loro spiritualità, la propria fede. «Non fate come le rane che dal fondo del pozzo, guardano il cielo, e credono che tutto il cielo che vedono sia tutto il cielo esistente» scriveva Tiziano Terzani in risposta all’articolo della Fallaci, riguardante l’11 Settembre. Tale citazione è quanto mai attuale, poiché molte donne e molti uomini si comportano come quella rana: ciò che non riescono a vedere credono semplicemente che non esista. Il concetto di “mettersi nei panni degli altri” sembra essergli del tutto alieno. Emblematico della chiusura mentale che nel progresso iper-tecnologico ed iper-capitalistico attanaglia leader politici, e le masse sempre più lobotomizzate, è stata la censura del post di Facebook pubblicato da un Imam, il quale mostrava delle suore che spensieratamente, vestite con indumenti tipici della cristianità, stavano in spiaggia. La “censura”, che è una pratica gravissima, mostra il paradosso della nostra società. Poiché una società che combatte per la libertà censurando e vietando alle persone di esprimersi non fa altro che creare un odio profondo verso se stessa. Polemica Burkini: rispettare la spirituralità La polemica del Burkini crea la possibilità di un discorso molto più ampio. Il discorso infatti arriva a lambire quel tema più ampio che è la spiritualità. Poiché non solo nello Stalinismo si vietava qualunque religione. Ovviamente, in paesi ove vi è la maggioranza di un unica religione, quelle minoritarie sono automaticamente represse. Torna così facilmente in mente un documentario del 2015: Napolislam è un docufilm di 75 minuti del regista Ernesto Pagano, che studia l’Islam da anni e ha vissuto tre anni in Egitto. Il film racconta le vite di dieci napoletani che hanno deciso di convertirsi all’Islam. Perché sempre più persone scelgono di convertirsi? E non all’Islam radicale, anzi, i 10 napoletani del documentario di Pagano criticano aspramente il terrorismo Jihadista, così come la società dei consumi che svia la popolazione verso archetipi distorti. Per concludere Burkini sì o Burkini no? La risposta più paradossale è quella che viene da alcune sedicenti femministe, secondo le quali le donne che indossano il Burkini e dunque il velo sono costrette a farlo. La contraddizione si cela dietro l’omissione del fatto che le donne occidentali sono costrette a indossare il tacco alto anche quando non vorrebbero, come simbolo di femminilità. Quale femminilità? Quella occidentale, ovvio. L’emancipazione femminile non può dirsi attuata se ancora abbiamo attrici e donne dello spettacolo in Italia la cui unica qualità è la bellezza. “Rifarsi il […]

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Culturalmente

Gregor Samsa, Kafka e il dramma dell’uomo moderno

Gregor Samsa, chi era e chi era il suo creatore, Kafka Kafka è uno dei più grandi autori della letteratura occidentale. Usiamo il verbo essere al presente non perché sia vivo, ma perché la letteratura, come l’arte e la musica, non muoiono finché vi è un pubblico che continui a renderle vive. Sicché Kafka è ancora vivo nelle sue pagine. Kafka nasce nel 1883, in una famiglia della piccola borghesia ebraico-tedesca. Studia Giurisprudenza a Praga e lavora alle assicurazioni. Ha così una doppia vita, di impiegato e di scrittore. Nel 1912 scrive Il Disperso, pubblicato nel 1927. Scriverà poi La Metamorfosi, pubblicato nel 1915. Nel 1914 inizia Il Processo, incompiuto. Pochi anni dopo gli verrà diagnosticata la tubercolosi, che lo condurrà alla morte nel 1924. Perché parlare ancora di Kafka? Francamente, chiedersi il motivo del perché si legga ancora Kafka, o qualunque grande classico, equivale a chiedersi perché uno scrittore scriva. Parafrasando Flaubert, per sopravvivere l’Arte è forse l’unico modo di sopravvivenza. Kafka, curiosità In realtà Kafka in vita non ha pubblicato nessuno dei suoi romanzi, tranne La Metamorfosi nel 1915. Tutti i suoi romanzi e racconti, per lo più incompiuti, rimanevano nel cassetto. Sebbene non vi fosse la stessa spudorata ambizione di uno scrittore del nostro tempo, in lui c’era un’enorme voglia di fare letteratura, che supera ogni vacuo narcisismo moderno. Perché? Un’altra domanda a cui troveremo mille risposte, e nessuna risposta. In punto di morte consegnò all’amico Max Brod i suoi manoscritti, con esplicite istruzioni: sarebbero dovuti essere distrutti alla sua morte; Kafka scrisse: “Carissimo Max, la mia ultima richiesta: tutto quello che lascio dietro di me… diari, manoscritti, lettere (miei e di altri), bozze e così via, [sono] per essere bruciate e non lette”. Max Brod, per fortuna, ignorò questa richiesta. Kafka, panorama storico-culturale Per comprendere Kafka bisogna inquadrare l’epoca in cui si muove. Nei primi del 1900, importanti scoperte epistemologiche vengono poste in essere. In generale, ci si rifà a tre importanti pensatori che hanno rivoluzionato il modo di vedere il mondo. I cosiddetti “maestri del sospetto”: Marx, Freud, Nietzsche, e ognuno a proprio modo è un maestro dello scetticismo ed ha proposto una certa liberazione delle coscienze. Il Comunismo, la morte di Dio, la Psicoanalisi. Queste tre grandi correnti, unite alla relatività di Einstein, influenzano enormemente la letteratura. In tutto il ‘900, si possono notare due dati interessanti per rendersi conto del mutamento socio-culturale: il suicidio di molti intellettuali – citiamo Hemingway e Pavese – e la perdita del ruolo di vate dell’intellettuale. Leitmotiv dominante diventa l’Inettitudine. Si smette di andare in avanti, si smette di correre veloce, si smette di desiderare il progresso. Ciò va contro la storia stessa, la quale ci narra di Futurismo, guerre, di un progresso forzato ed insostenibile. Il ‘900 per la massa è stato il secolo del progresso; per gli intellettuali e per gli scrittori, il secolo dell’ossesso, della paranoia, della perdita del ruolo sociale. Questo, naturalmente, nei primi del ‘900. Dopo le due guerre si tenderà una ripresa, inutile, del ruolo dello scrittore. Kafka incarna al meglio il dramma […]

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Voli Pindarici

Storia di dannati che provano a vivere

Fermo è una provincia Italiana, della regione delle Marche. Qui, verso est trovi il mare e a ovest c’è la cima della Priora. Don Albino, tra le stradine di Fermo, se ne va col suo saio lungo ai piedi e il Vangelo stretto al cuore. Quando ride, sporge i denti ingialliti e la fronte mostra strisce di rughe, che sembrano sorrisi disegnatigli sulla fronte dal suo Dio. Don Albino non è visto di buon occhio perché regala il suo sorriso anche ai meno fortunati, che sono nati tra i rumori degli aereoplani e la paura delle bombe sotto i piedi. Ma lui prega tanto per quelle persone del paese che non sanno accogliere i fratelli dalla pelle del colore della notte, che proprio di notte arrivano rischiando la morte, sulle coste dell’Italia, su quelle grosse barche, le quali i giornalisti, come i bambini, chiamano barconi. Don Albino prega e posa il rosario, si accorcia le maniche e si dà da fare. Lui gestisce l’associazione di accoglienza Caritas in veritate e qui cerca di spezzare il pane in parti eguali. La sera però, stanco morto, scampato agli occhi e le dicerie della gente, dopo aver visto le facce di fratelli provenienti dal mare tanto afflitte, si riposa: prende il vino e, sangue di cristo o no, beve perché anche un prete ha bisogno di stordire i pensieri; lui può pregare per tutti, ma per se stesso ci pensa il vino. Recentemente sono arrivati all’associazione altri due fratelli: Immanuel Chidi Namdi e la compagna Chinyery, 24 anni. Entrambi Nigeriani. Lì i volti e i corpi delle persone che ne fanno parte portano incise storie di mari in tempesta, di spari, di bombe che puoi anche trovarti lungo la via di casa: Chidi Namdi e Chinyery, portavano sul groppone una storia di morte che desideravano allievare, sposandosi e ricominciando una vita nuova. Storie di Dannati che fuggono lontano per poi ritrovarsi sempre lì Furono costretti ad abbandonare il proprio paese quando l’organizzazione terroristica jihadista Boko Haram bruciò le chiese del loro villaggio. Tra le fiamme agonizzavano anche i corpi dei loro genitori. Dovettero scappare via. Ma nonostante l’Europa unita, di cui avevano sentito nel loro angolo di mondo, raggiungerla fu un’impresa. Arrivati in Libia andarono al Porto di Zuwara, ai confini con la Tunisia. Le imbarcazioni usate per le traversate verso l’Italia sono in realtà pescherecci. Proprio per questo il pesce in Libia è così caro: tutti i pescherecci li usano gli scafisti e non vi sono più pescatori che vanno a pescare. Così si mangia di meno e si muore di più. Giunti al porto, parlarono con uno dei trafficanti di uomini che i giornali italiani chiamano scafisti. Lo scafista-trafficante mise subito in chiaro che a seconda del prezzo che avrebbero potuto pagare così sarebbero stati trattati: «Pagamento da bestia, trattamento da bestia». Chynyery aveva confidato al futuro marito di essere incinta, che vendette tutto quello che aveva per ricevere un degno trattamento. Supplicò lo scafista, spiegando che sua moglie era in […]

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Attualità

Il trono di Erdoğan (non) vacilla

Alla notizia di un tentativo di colpo di stato in Turchia, eravamo tutti convinti che il trono di Erdoğan avesse vacillato. Ma nel giro di ventiquattro ore, quando il sole di Istanbul ha iniziato ad alzarsi dietro le fitte palazzine, lo scenario è radicalmente mutato, a tal punto che, ora, quel trono sembra divenuto ancora più saldo. Nella la notte del 15 Luglio, i carri armati sono entrati nelle piazze di Istanbul, i militari hanno occupato entrambi i ponti sul Bosforo. L’assedio è iniziato alle 23.00 (ora italiana 22.00) quando in tutte le ambasciate Turche era arrivato il comunicato del colpo di Stato. Alla notizia, l’Europa e gli Stati Uniti hanno tremato. Hanno esitato per un po’ prima di schierarsi con il governo democraticamente eletto. Anche la Nato si è schierata con Erdoğan, appellandosi al “pieno rispetto delle istituzioni democratiche“ e alla costituzione turca. Nel frattempo Erdoğan, lontano dalla capitale, si rivolgeva alla popolazione turca tramite i social, con un video-messaggio. Tanti i dubbi sull’autenticità del golpe in Turchia, l’unica certezza è che il popolo ha difeso il suo Presidente-Sultano Agli esperti di politica turca è sorto qualche dubbio sull’autenticità del golpe. Il leader islamico moderato Gülen, per il quale il presidente turco ha chiesto l’estradizione negli Stati Uniti, sostiene che si sia trattato di un finto colpo di stato e che il suo fallimento abbia permesso ad Erdoğan di eliminare una parte della popolazione e dell’esercito ostile al regime, così da spianarsi la strada verso una repubblica presidenziale. Secondo il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, il golpe fallimentare in Turchia risulta “l’equivalente dell’incendio del palazzo del Reichstag della Germania Nazista”, in cui Hitler, accusando i membri del partito comunista e dichiarando lo stato di emergenza, rovesciò la situazione in suo favore, spingendo il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il “Decreto dell’incendio del Reichstag” che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar. Ciò che non convince gli scettici è che Erdoğan sia stato lasciato a piede libero, ed è per questo che nella notte del 15 luglio ha potuto esortare la popolazione a scendere in piazza, ripetendo più volte una formula ambigua: “il governo democraticamente eletto non lascerà che i traditori la passino liscia”. Nel frattempo, gli imam nelle moschee invitavano le persone a scendere in piazza per difendere il governo, e chiunque avesse un numero di telefono turco ha ricevuto un messaggio firmato “la repubblica turca”, che esortava tutti a scendere in piazza per fermare il golpe. Così, il popolo ha difeso il suo Sultano da un colpo di stato. Quel popolo, così tanto martoriato dallo stesso Erdoğan, è sceso in piazza per difendere la democrazia. Eppure, Amnesty International denuncia una situazione in cui la democrazia appare fortemente in pericolo: ogni anno in Turchia si registrano decine di arresti di sindacalisti e scontri violenti durante manifestazioni, che vengono osteggiate puntualmente dal governo turco; si verificano torture nei confronti dei detenuti, e se ne denunciano le pessime condizioni in cui sono tenuti all’interno delle carceri. Si registrano inoltre spostamenti e nomine di […]

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