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Fotografi famosi: 10 nomi da conoscere e approfondire

Fotografi famosi a cui ispirarsi, ne abbiamo scelti 10! Scattare una bella foto non è cosa semplice. Non basta infatti apprendere la tecnica che consente di realizzare uno scatto in maniera corretta, bisogna anche riuscire a produrre un’immagine che comunichi qualcosa e dunque coinvolga chi la osserva. Tutte le foto che negli anni hanno lasciato un segno hanno ottenuto successo soprattutto per questo motivo. Riuscire a sfruttare il potere evocativo e narrativo della fotografia è cosa solo da artisti veri. Sono tanti i maestri che hanno fatto la storia della fotografia. Impossibile citarli tutti, tuttavia esistono alcuni nomi che un appassionato di questa meravigliosa arte non può non conoscere. Proponiamo dunque qui un breve elenco di fotografi famosi, dai quali si può solo imparare. Procediamo per genere: dalla fotografia di guerra al ritratto, dalla fotografia di moda alla fotografia di strada, passando per la fotografia sociale e la fotografia pubblicitaria. Fotografi famosi – Fotografia di guerra: Robert Capa Apriamo la nostra carrellata con il più celebre fotografo di guerra, Robert Capa, al secolo Endre Ernő Friedmann. Capa, nato a Budapest nel 1913, era di origini ebraiche. Iscritto al Partito Comunista locale, dovette lasciare l’Ungheria perchè coinvolto in alcune proteste contro il governo di destra. Pertanto si trasferì a Berlino, dove visse per qualche tempo. Fu proprio nella capitale tedesca che  avvenne l’incontro con la fotografia. Con l’avvento del nazismo, nel 1933, Capa fu però costretto a lasciare anche questa città. A vent’anni si rifugiò a Parigi. Facendo fatica a trovare un lavoro, accettò di recarsi in Spagna per documentare la guerra civile in corso. Fu proprio durante il suo soggiorno in Spagna che nacque l’idea di adottare lo pseudonimo Robert Capa, scelto un po’ per scimmiottare il nome del celebre registra Frank Capra, un po’ per adottare un nome neutro a cui attribuire i lavori suoi e della sua compagna Gerda Taro, la quale poi, sempre in Spagna, perse la vita in un tragico incidente. Durante la sua seppur breve carriera, Capa ha realizzato numerosi reportage, documentando cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954). Inoltre, il fotografo ungherese ha documentato lo svolgersi della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, in particolare lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato e la liberazione di Parigi. Era un fotografo audace, sempre in prima linea in ogni guerra, a tal punto da perdere la vita proprio su un campo di battaglia, mentre fotografava. Aveva solo 40 anni, era  il 22 maggio 1954, si trovava in Indocina. Morì per aver inavvertitamente calpestato una mina. La foto più conosciuta di Capa è quella del miliziano colpito a morte, risalente al 1936. Lo scatto fu realizzato a Cordova e ritrae un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, nel momento in cui viene colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Quest’immagine – pubblicata per la prima volta […]

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Musica

Lamansarda, Foreign Bodies è l’album d’esordio del gruppo campano

Il 22 marzo 2018 è uscito, su etichetta I Make Records, Foreign Bodies, il primo album di Lamansarda, una band proveniente dalla provincia di Napoli nata nell’estate del 2013 proprio in una mansarda. È lì che i fratelli Antonio (testi, voce, chitarra acustica, tastiere, harmonium) e Lorenza Acconcio (basso), insieme a Fabrizio D’Andrea (chitarra elettrica e acustica) e Alessandro Bocchetti (batteria, percussioni), hanno iniziato a dar vita al loro progetto. Prodotto da Francesco Tedesco, Foreign Bodies è un disco contenente dieci tracce di stampo folk jazz. Foreign Bodies, il raffinato esordio del gruppo Lamansarda Seppur italianissimi, i Lamansarda hanno un respiro internazionale, non solo per la scelta di esprimersi in lingua inglese, ma anche per le sonorità, le cui origini vanno ricercate nel folk–rock americano. Tuttavia il sound della band napoletana va oltre il folk per abbracciare anche influenze di altro genere, soprattutto jazz. D’altronde il folk si presta alla contaminazione con quasi tutti i generi e i Lamansarda hanno mostrato grande maestria nel creare una commistione di generi proprio partendo dal folk. “Foreign Bodies” è un disco maturo nella composizione e nell’esecuzione, nonché un album raffinato, dal ritmo gentile e dalle atmosfere rilassanti. I “Corpi Estranei” di Lamansarda Il disco d’esordio di Lamansarda racconta della contorta condizione dell’uomo il quale, nonostante trascorra la maggior parte della giornata in compagnia di altre persone, alla fine si ritrova ad esser solo, circondato da nient’altro che Corpi Estranei. Il disco parla dunque delle “relazioni domestiche che la famiglia alimenta, seguendo i suoi nodi e le sue tensioni, fin dove, talvolta, il filo si spezza. Le case, gli uffici, le aule di scuola: viviamo tutta una vita o parte di essa gli uni accanto agli altri, quasi mai per scelta, salvo poi scoprirci corpi estranei”. Dal punto di vista prettamente musicale abbiamo detto che il folk americano è il punto di partenza del disco d’esordio della band campana, tuttavia è impossibile ricondurre Foreign Bodies ad un solo genere. Il disco, infatti, si apre con un brano, “Cuckoo”, che ricorda i classici della tradizione folk, ma già dalla seconda traccia, la delicata “Old at Heart”, ritroviamo influenze jazz e atmosfere soft. Anche i pezzi che seguono – la ballata acustica “Vesper Sparrow” e il brano dalle influenze blues e pop “Woody Woodpecker Theme” (singolo che ha anticipato l’uscita del disco, uno dei migliori dell’album) – si distaccano dal folk iniziale. Pertanto, non possiamo inquadrare il disco d’esordio di Lamansarda in un genere ben definito. Si tratta di una sperimentazione sonora indubbiamente ben riuscita, che rifugge le regole del “pop” e del commerciale per seguire una linea precisa e indipendente. Un disco coraggioso per i tempi in cui viviamo, che si contraddistingue soprattutto per la sua uniformità. Nonostante abbracci influenze diverse, infatti, Foreign Bodies è sostanzialmente un disco uniforme, continuo. Questa omogeneità potrebbe tuttavia costituire un limite, nel senso che potrebbe risultare stancante per chi ascolta, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta a questo genere musicale. Dunque, seppur si tratti di un lavoro coerente […]

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Libri

Wilhelm Schmid e “La pienezza della vita” | Recensione

Lo scorso 30 agosto è stato pubblicato da Fazi Editore “La pienezza della vita”, il nuovo saggio del filosofo tedesco Wilhelm Schmid. Si tratta di una raccolta di riflessioni sul tema della felicità. Rifacendosi alla tradizione filosofica del frammento cara a Montaigne, Schmid propone una serie di riflessioni sulla complessità della vita e sulla spasmodica ricerca della felicità. Il filosofo tedesco invita il lettore ad apprezzare la contraddittorietà dell’esistenza umana, fatta di gioie e angosce, speranze e delusioni, e lo esorta ad accettare ogni momento della vita cercando di cogliere i frammenti di felicità possibile e impossibile. Solo in questo modo, secondo il famoso filosofo, è possibile godere della pienezza della vita. “Pare che la via per giungere alla felicità non sia una sola – dice Schmid nella prefazione del suo nuovo libro – Chi non decide esplicitamente di precludersela viene infiammato dai tanti libri sull’argomento, ciascuno con la sua “formula della felicità, che soddisfa qualcuno e delude qualcun altro”. La pienezza della vita: frammenti di felicità “La pienezza della vita” si suddivide in quattro parti; il titolo di ogni capitolo rimanda ad una stagione dell’anno e anche dell’esistenza umana. Ogni nome di stagione è seguito dalla parola “pienezza”, perché la vita, evidenzia l’autore, non è mai vuota. Ecco quindi che Schmid parla della pienezza dei sensi associandola ad un mattino di primavera; della pienezza del sentire accostata ad una giornata estiva; della pienezza del pensare ricollegata ad una sera d’autunno; infine, della pienezza dell’oltre relazionata ad una notte d’inverno. “Un mattino di primavera, una giornata estiva, la sera d’autunno e la notte d’inverno fanno risuonare la pienezza primaverile dei sensi, quella estiva dei sentimenti, la pensosità autunnale e le riflessioni notturne su che cosa vi sia oltre la vita”. In sostanza è però “l’isteria” per la felicità, ovvero la sua ricerca continua, il perno attorno al quale ruotano le argomentazioni del più apprezzato filosofo tedesco vivente. Esiste, dice Schmid, un tipo di felicità dovuta al caso o alla fortuna che, anche quando non è disponibile, ha un suo valore, perché discrimina tra l’apertura e la chiusura dell’essere umano. C’è poi la felicità del benessere, che coincide con il concetto configurato dalla modernità: gli esseri umani possono sapere dove, come e con chi raggiungerla, sebbene resti limitata a pochi momenti piacevoli e non possa essere duratura. Pertanto, prosegue il filosofo, c’è bisogno di introdurre anche un terzo tipo di felicità, quella della pienezza. Si tratta di una felicità più ampia derivante dalla complessiva compiutezza della vita. Questo terzo tipo di felicità coglie la vita in tutti i suoi contrastanti aspetti: gioia e angosce; potenza e impotenza; speranza e delusione; condivisione e solitudine; futuro e passato; finito e infinito; felicità e infelicità. Schmid sottolinea come la pienezza totale della vita sia prerogativa di Dio e non dell’uomo, il quale dispone solo di “frammenti di felicità”, più o meno grossi, che rinviano al lato felice e a quello infelice della felicità stessa. Ed è proprio all’arte del frammento, a cui hanno dato […]

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Musica

Musica anni ’90, dieci canzoni da riscoprire

Musica anni ’90 ovvero operazione nostalgia Spesso guardiamo alla musica anni ’90 con nostalgia. Il decennio che comprende gli anni dal 1990 al 1999 ha infatti rappresentato una fucina di canzoni di grande successo. Gli anni Novanta sono stati un periodo ricco di musica di tutti i generi: dal pop alla dance, passando per il rock e il grunge, fino al fenomeno delle boy band; tanti i brani celebri e i tormentoni sfornati in questo decennio d’oro che ci ha fatto ballare, emozionare e cantare a squarciagola. L’eurodance è stata protagonista indiscussa di quegli anni con i successi di Corona, Gigi D’Agostino, Robert Miles, Gala, Alexia, Snap!, La Bouche, solo per citarne alcuni. Ma gli anni Novanta sono stati anche gli anni della rivoluzione grunge capitanata dai Nirvana – seguiti da Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam – e del Britpop, rappresentato da gruppi quali Oasis e Blur. Anche sul fronte della musica italiana tanti sono stati i brani di successo prodotti in questo decennio. Erano gli anni di Jovanotti, degli 883, di Laura Pausini, Giorgia, Eros Ramazzotti, Ligabue, Litfiba, per citare i più famosi. Dieci pezzi della musica anni ’90 da riscoprire                            Nonostante la vastità di canzoni nate negli anni ‘90, proponiamo qui una carrellata di 10 canzoni anni 90, venuti alla luce in questo periodo tanto florido dal punto di vista musicale che, a nostro avviso, vale la pena riscoprire. Sleeping satellite – Tasmin Archer Brano di debutto della cantante  Tasmin Archer, inciso nel 1992 e pubblicato come singolo. Il pezzo, scritto dalla stessa Archer assieme a John Beck e John Hughes, anticipava l’uscita dell’album Great Expectations, pubblicato su etichetta EMI e prodotto da Julian Mendelsohn e Paul Wickens. Il disco raggiunse il primo posto delle classifiche nel Regno Unito, il terzo in Italia, il quarto in Svezia e il quinto in Svizzera. Il brano s’ispira alle missioni Apollo degli anni 1960, quindi all’avventura dell’uomo sulla luna. Il “satellite dormiente” a cui fa riferimento il titolo della canzone è, infatti, la luna. https://www.youtube.com/watch?v=lOqVQPq8zm8 Cornflake girl – Tori Amos Da un brano pop ad uno di stampo rock: Cornflake Girl, della cantautrice rock statunitense Tori Amos. Il pezzo, pubblicato il 10 gennaio 1994 dall’etichetta discografica Atlantic, fu il primo singolo estratto dal secondo album della cantautrice, Under the Pink, per il mercato europeo, e il secondo per quello americano. Scritto dalla stessa Amos, e prodotto insieme a Eric Rosse, il brano si ispira al romanzo Possessing the Secret of Joy di Alice Walker, che narra di una donna africana costretta alla escissione del clitoride secondo un rituale tradizionale. Cornflake girl entrò nelle classifiche di diversi paesi, raggiungendo la top10 sia nel Regno Unito che in Irlanda. Nel testo la Amos, mediante metafora, contrappone le cornflake girls (ragazze cereali) alle raisin girls (ragazze uvetta). Come spiegato dalla stessa cantautrice, le prime rappresentano le “puritane, conformiste e obbedienti all’autorità”, le seconde sono invece “originali, indipendenti e sessuali”. Nel testo le cornflake girls vengono paragonate al pane bianco industriale preconfezionato, mentre le raisin girls […]

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Recensioni

MisStake, Fabiana Fazio porta in scena l’amore al Caos Teatro

“Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo…”, questa celebre frase tratta da una delle tragedie shakespeariane più conosciute dà il la a MisStake, il monologo-soliloquio di parole e canzoni andato in scena il 13 ottobre al Caos Teatro di Villaricca (Na), e in replica questa sera alle 19:00. Scritto, diretto e interpretato dalla brava e bella Fabiana Fazio – con assistenti alla regia Angela Carrano e Giulia Musciacco, collaborazione ai movimenti di scena Maura Tarantino – , MisStake  si compone di una serie di appassionanti e deliranti riflessioni sull’amore; quello con la A maiuscola (ammesso che esista), quello impossibile ma tanto desiderato, quello ostinato, quello illusorio, quello ideale, quello sempre sognato, quello perduto. MisStake, il lucido delirio d’amore di Fabiana Fazio Partendo dalla famosa frase della scena del balcone di Romeo e Giulietta, la Fazio ha rappresentato, nell’intima cornice del Caos Teatro, un monologo sul tema dell’amore e delle sue infinite possibilità. Un colloquio solitario, uno sproloquio delirante, appassionato e ironico che mette in risalto il naturale e straripante talento dell’attrice e autrice partenopea che, da sola sul palco, intrattiene, coinvolge, emoziona e diverte la platea, recitando e cantando in modo ineccepibile. La poliedrica Fabiana Fazio porta sul palco una donna che ripete sempre una stessa frase che non cambia mai nel tempo: “Mi ami?”, e lo chiede a 15 anni, poi a 30, a 40, a 60 anni e quando ormai è vecchia e stanca a tal punto da riuscire a stento a emettere suoni dalla bocca. Vestita da sposa rock con tacchi e occhiali da sole, che cambia di continuo nel corso dello spettacolo, Fabiana Fazio s’interroga incessantemente sull’amore, in un eterno meccanismo che non si blocca mai: Giulietta e Romeo. Una Giulietta e un Romeo. Tutto finisce per una serie di coincidenze e errori (what a mistake!). L’amore. La vita. Il conflitto. “La tragedia è tragedia – spiega la Fazio – Non può che finire tragicamente. Sarebbe una tragedia in ogni caso, anche se dovesse evolvere diversamente. Comunque dovesse andare a finire, sarebbe una tragedia. E’ finita. Finirebbe comunque”. “In un modo doveva pur finire. Con la morte. Con la fine. Meglio con la fine. Nessuno spargimento di sangue”, dice una delle ipotetiche Giulietta portate in scena dall’attrice. “Non c’è nessuna speranza dunque? – ha dichiarato ancora la Fazio – Non se smettiamo di farci domande”. Alla fine le domande della donna immaginata dalla Fazio non trovano risposta perché la risposta non è mai unica. L’amore ha mille volti, può essere illusione, dolore, ma anche gioia, poesia, energia positiva e devastante. Perché MisStake La scelta del titolo del suo nuovo spettacolo è stata così spiegata dalla Fazio: «Dopo aver visto un cartellone pubblicitario in strada con la foto di una Miss, mi dico: “Mistake. Anzi Misstake! Così si dovrà chiamare lo spettacolo!” Così ho iniziato a scrivere degli appunti, dei giochi di parola intorno al termine miss, al termine inglese mistake, ai suoi significati e a tutti i modi in cui si può sbagliare, fare errore. Ho pensato […]

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Attualità

10 foto famose che hanno fatto la storia

Dieci foto famose che hanno cambiato la nostra visione del mondo e che devi assolutamente conoscere La fotografia ha un potere narrativo ed evocativo enorme. Un’immagine, per dirla alla Confucio, vale più di mille parole. Non si può negare infatti che una singola immagine sia capace di arrivare velocemente alla coscienza di ciascuno di noi più di un libro e di tante descrizioni. La fotografia è un’arte che permette di cogliere l’attimo rendendolo eterno, ma prima ancora racconta storie e spesso ha un impatto emotivo molto forte. La prima istantanea della storia è datata 1826, ad opera di Nicéphore Niepce. Da allora non si contano gli attimi e le emozioni catturate dagli obbiettivi di fotografi divenuti celebri. Tanti sono gli scatti che hanno fatto la storia e hanno cambiato il mondo, scuotendo le coscienze. Pur non essendo affatto facile scegliere tra questi, di seguito presentiamo una selezione di 10 foto famose, di cui proviamo a raccontare in breve storia e curiosità. Dieci foto significative che raccontano il 900′ e gli anni 2000     1. Lavoratori in pausa pranzo su grattacielo, 1932 Questa fotografia, che vede ritratti 11 uomini intenti a mangiare e chiacchierare su una trave sospesa a 250 metri d’altezza durante una pausa pranzo, è tra le immagini storiche più conosciute.  Lo scatto, stampato nel 1932 sulle pagine del supplemento domenicale del New York Herald Tribune, è divenuto un simbolo degli anni della Grande Depressione americana (1929-1939). In un periodo di grande difficoltà per gli Stati Uniti la foto di questi undici lavoratori generò ottimismo, venendo a simboleggiare un segno di ripresa dell’America. Ancora oggi resta però sconosciuta l’identità dell’autore della foto. Gli storici non hanno infatti certezza sul nome del fotografo; il più accreditato è Charles C. Ebbets, ma quel giorno erano lì presenti anche altri fotografi, tra cui William Leftwich e Thomas Kelley. Anche sul luogo in cui è stata scattata si è discusso a lungo. Per anni infatti si è pensato che la foto fosse stata scattata sull’Empire State Building, ma in realtà è stata fatta sulle impalcature del Rockefeller Center di New York, alla cui costruzione stavano lavorando gli uomini ripresi in foto. Anche se apparentemente sembra essere una foto di cronaca, in realtà questo scatto pare avesse soprattutto una funzione pubblicitaria, ovvero mostrare al mondo la grande costruzione del Rockefeller Center, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli di New York.  2.  Alfred Eisenstaedt, Il Bacio, 1945  Tanti sono i baci catturati dall’obbiettivo di una macchina fotografica divenuti celebri, ma quello immortalato nel 1945 da Alfred Eisenstaedt è forse il più noto. È Il 14 agosto 1945, la resa del Giappone agli Stati Uniti segna la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tra le tante manifestazioni di gioia esplose nelle strade, il tedesco Alfred Eisenstaedt colse questo bellissimo bacio fra un marinaio e un’infermiera a Times Square. Lo scatto fu pubblicato dalla rivista Life e  divenne il simbolo dell’euforia degli americani per la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la pubblicazione della foto in molti si sono […]

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Musica

Gto, 25 anni di carriera celebrati con Super, il sesto album

Il 20 aprile 2018 è uscito su etichetta Music Force “Super”, il sesto album dei Gto. A 5 anni dall’ultimo disco, “Little Italy”, la band folk rock umbra, formatasi nel 1993, ha pubblicato questo nuovo lavoro, completamente autoprodotto, per celebrare i 25 anni di carriera. Il folk’n’roll dei Gto                La sesta fatica di Stefano Bucci (voce), Romano Novelli (chitarra, mandola, armonica, cori), Luigi Bastianoni (chitarra, fisarmonica, cori), Giampiero Passeri (basso), Alessandro Bucci (batteria), anticipata dal singolo “La Rambla”, è un concentrato di energia folk rock, con sfumature pop, dove i suoni acustici si fondono con quelli elettrici. Ritmi veloci e tanta grinta convogliati in 13 tracce. Soft ballad come “L’amore è una scelta” si alternano a brani “elettrici”  quali “Di Notte Sabato alle Tre”, traccia che racconta, esattamente come La Rambla, la vita notturna. Un album in cui coesistono dunque anime diverse, in perfetta armonia: l’energia del rock’n’roll anni ’50 incontra la tradizione del folk italiano e la vitalità della musica mediterranea. Non a caso, come hanno dichiarato, la loro musica è stata definita “folk’n’roll”. Curiosità: perché Gto e perché Super Se vi state chiedendo come mai la scelta di intitolare un album Super, ecco come i Gto, interrogati sull’argomento, hanno risposto:  “Alla fine abbiamo tirato fuori questo titolo. Banale? Scontato? Per niente. “Super” è la parola che usiamo di più quando andiamo in giro a suonare. Sì, perché il nostro Fiat ducato Panorama dell’87 va a benzina. “Super”. “Ma non va a gasolio?” “No, va a super”. D’altronde, anche il nome del gruppo rimanda ai motori. Gto infatti è l’acronimo di Gran Turismo Omologata; si tratta di una tipologia di macchina sportiva veloce, ”fatta per viaggiare, quindi il Rock”, ha spiegato la band. “Gto era anche la scritta che c’era su un carro che vedevamo sempre passare e ci saltavamo su da bambini, quindi il Folk”, hanno concluso. Il sound tipico dei Gto è una miscela di rock e folk, con venature country, ma  Super, pur conservando le caratteristiche delle origini della band umbra, presenta più sfumature rock-pop. Tuttavia, si tratta di sonorità lontane dalla musica delle nuove generazioni. I Gto restano fedeli alla tradizione e a un’idea di musica ormai quasi del tutto superata. Quello del gruppo perugino è un disco dal sound spensierato che racconta storie che rimandano al vissuto quotidiano. Per gli amanti del gruppo, ma, in generale, per gli amanti della buona musica; per chi ha una visione globale dell’arte musicale.

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Libri

Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato da Fazi Editore “Un’estate in montagna”, un romanzo in forma diaristica della scrittrice anglo-australiana Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1920, ha un carattere autobiografico. Fu infatti scritto dalla Von Armin tra il luglio e l’ottobre del 1919, in un momento difficile della sua vita. A causa della guerra l’autrice aveva perso molti amici e l’amato fratello. Inoltre, in Germania era venuta a mancare la figlia sedicenne Felicitas. Nel volume la Von Armin racconta dunque della perdita della sua felicità e del tentativo di ritrovarla tra la pace dei monti svizzeri. “Il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice”. Il luogo in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti del romanzo s’ispira allo chalet svizzero “Soleil”, dove la scrittrice era solita trascorrere alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali. Un’estate in montagna: la trama Siamo nel luglio del 1919. Sconvolta dagli orrori della guerra Elizabeth (il nome dell’io narrante in realtà non è mai menzionato, ma viene spontaneo associarlo a quello dell’autrice) si rifugia nel suo chalet di montagna, in Svizzera, per trovare conforto nella solitudine, nella quiete e nella bellezza del posto. Tra i pendii svizzeri, laddove era solita andare fino a pochi anni prima della guerra, Elizabeth decide di trascorrere l’estate. Tuttavia, mentre un tempo la casa era piena di amici, ora è silenziosa. Sono tutti morti ed Elizabeth si sente sola: è stanca e angosciata. Il giorno del suo compleanno, però, si imbatte in due sconosciute, due sorelle inglesi, giunte per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dopo la lunga passeggiata e trovare riparo dal sole. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, prima per un pranzo, poi per un tè, infine per qualche settimana. È l’occasione per ritrovare speranza e serenità. Successivamente arriva allo chalet anche lo zio sessantenne di Elizabeth, Rudolph, un pastore anglicano rimasto vedovo. L’uomo giunge in Svizzera con l’intento di riportare indietro la nipote, ma finisce per innamorarsi della più giovane delle due ospiti di Elizabeth, Dolly. La donna nasconde un passato ingombrante… Un’estate in montagna: il potere terapeutico della natura Con uno stile semplice, lineare ed elegante la Von Arnim racconta il senso di solitudine e tristezza scaturito dalle brutture della guerra. “Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori”. Non è facile dimenticare la devastazione portata dalla guerra, nemmeno tra la pace dei monti svizzeri. Tuttavia, il suo animo sofferente trova sollievo di fronte alla bellezza e alla quiete della natura, che ha un potere terapeutico. Elizabeth ritrova pian piano se stessa e la voglia di vivere. Affida le sue afflizioni al […]

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Cucina & Salute

Macchie solari e scottature: rimedi e prevenzione

Con l’arrivo della bella stagione spesso, a causa di una eccessiva esposizione al sole ed di una mancata e adeguata protezione dai raggi UV, si va incontro a fastidiose e antiestetiche scottature e macchie solari. L’eritema solare, termine con cui si indica la comune scottatura dovuta ad una prolungata esposizione al sole, è da considerarsi una vera e propria ustione di primo o secondo grado. I sintomi, in genere, compaiono a distanza di 6-12 ore e comportano arrossamento della pelle, bolle, vescicole pruriginose, estrema sensibilità della pelle al tatto, esfoliazione e secchezza cutanea. L’eritema guarisce nel giro di qualche giorno, ma, non vanno sottovalutate le conseguenze; in caso di scottature frequenti e gravi, infatti, aumenta il rischio di macchie cutanee, formazione di rughe, perdita di tono ed elasticità della pelle e, nei casi più gravi, di tumore della pelle. Ad ogni modo, se vi siete esposti in modo eccessivo al sole e avete rimediato una bella scottatura, non disperate! Esistono diversi rimedi, naturali e non, per risolvere velocemente il problema. Cosa fare in caso di scottature solari Per prima cosa, in caso di scottatura, bisogna aver cura di idratare costantemente la pelle con creme e lozioni specifiche, evitando quelle troppo grasse che possono ostruire i pori. Aiuta, ad esempio, applicare il latte doposole, dopo averlo raffreddato, tenendolo magari qualche ora in frigorifero. E’ bene inoltre evitare di fare docce troppo calde; bisogna lavarsi con acqua fredda o tiepida e successivamente idratare la pelle con una crema adeguata. Dopo la doccia è necessario asciugare delicatamente la pelle con un panno soffice, per evitare di irritare ulteriormente la cute. Evitare, inoltre, di rompere eventuali vescicole o bolle formatesi sulla pelle, per scongiurare il rischio d’infezione e il prolungamento dei tempi di guarigione. Per trovare sollievo in caso di scottature è consigliabile anche avvolgere braccia e gambe con un panno inumidito di acqua fredda, avendo cura di sostituire il panno con un altro nel momento in cui si avverte nuovamente la sensazione di calore. E’ inoltre importante bere molti liquidi nei giorni successivi all’eritema, per combattere la disidratazione e favorire la guarigione. Ovviamente bisogna evitare di esporsi ancora al sole nei giorni successivi all’eritema. In caso di bruciore persistente è possibile assumere un antidolorifico, tuttavia i rimedi naturali, come gli impacchi alle erbe, risultano essere molto efficaci in queste circostanze. Senza dubbio, tra di essi, l’aloe vera è il rimedio naturale più adeguato, grazie alle sue proprietà emollienti e idratanti. Pertanto è consigliabile acquistare creme che la contengono oppure, per chi ne ha la possibilità, frullare foglie della pianta d’aloe ed eseguire degli impacchi con la polpa estratta. In mancanza di aloe vera, è possibile effettuare impacchi a base di tè verde, calendula e camomilla o, ancora, fare infusi in acqua calda, raffreddarli con ghiaccio e tamponarli sulla pelle con ovatta o un panno morbido di cotone. Anche i famosi “rimedi della nonna” risultano efficaci: tagliare le patate a fette o grattugiarle e applicarle sulla parte scottata, ad esempio, pare dia immediato sollievo. […]

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Libri

La strada dei sogni, l’ultimo libro di Chiara Zanini (recensione)

La strada dei sogni è il nuovo libro della giornalista e scrittrice milanese Chiara Zanini, già autrice del best seller “Cinque piedi e un funerale”, dedicato alla stella NBA Allen Iverson (Feltrinelli Editore). Il nuovo volume della Zanini, pubblicato a fine 2017 e realizzato in completa indipendenza editoriale (Youcanprint), si compone di tre racconti diversi, tutti uniti però da un filo comune: la strada. Le strade protagoniste della narrazione sono quelle di Napoli, Durban (Sudafrica) e Sarajevo. Tre storie, ambientate in tre angoli diversi del mondo, molto distanti tra loro, in cui tutto parte dalla strada, della quale la scrittrice parla così nel prologo: “C’è qualcosa di magico nel fare un pezzo di strada assieme, nella vicinanza dei corpi, nell’addomesticarsi a vicenda. La strada è un tipo di spazio e di tempo che giorno dopo giorno copre le distanze degli anni, delle menti, dei ricordi, riempiendo vuoti che si sono creati dentro di noi altrove. La strada qualche tempo fa era dove si diventava grandi, dove s’imparava ad unirsi al mondo, ciascuno con il proprio passo, chi più lento, chi lieve, chi goffo o chi defilato. Era in strada che si trovavano i sorrisi veri, le pacche sulla spalla, le sbucciature alle ginocchia, le merende che ungevano le mani, i silenzi pieni, le assenze, i ritorni, gli odori buoni, e una miriade di sogni inseguiti, abbandonati o infranti. (…) Qualche anno fa ho letto che la terra ruota attorno al proprio asse per un solo motivo: per farci avvicinare gli uni agli altri prima che sia troppo tardi. C’era una volta un tempo in cui le strade le davano una mano.” La strada dei sogni di Chiara Zanini: Napoli, Durban, Sarajevo Le prime strade che incontriamo sono quelle della Napoli dei primi anni ’80, in particolare del quartiere Secondigliano. Protagonista è Vincenzino, un bambino di otto anni con la passione per il calcio. La narrazione parte, non a caso, dall’estate del 1984 (per poi arrivare ai primi anni 2000), quella dell’arrivo a Napoli di Diego Armando Maradona. Vincenzino è convinto di essere il gemello del Pibe de Oro, ma gli amici lo chiamano Sandokan, per via della sua carnagione scura. Rosario è il suo migliore amico, ribattezzato Asso di Spade per il suo successo con le donne. Sarà lui a presentargli gli altri protagonisti del racconto: Domenico, soprannominato Dobberman, perché si attacca alle caviglie degli avversari e non le molla più e Cosimino, il più piccolo di tutti, ma troppo bravo a passare la palla per non far parte del gruppo. Diventeranno grandi insieme giocando a pallone tra i vicoli del loro quartiere e in una delle piazze più conosciute di Napoli, Piazza Dante. “Voi sape’  cosa si fa in strada tutto ‘o tiempo?                                   Si sogna. E poi si sogna in gruppo. Na cosa ca è capace ‘e sollevarti da terra.” L’esperienza da giornalista sportiva della Zanini emerge molto in queste pagine, che fanno rivivere gli anni d’oro del Napoli calcio, quelli di Maradona e degli scudetti. E’ un racconto […]

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Musica

“Simply”, l’album d’esordio del giovanissimo Horus Black

Il nome fa pensare ad una rock-metal band, ma in realtà Horus Black è un giovanissimo, nonché italianissimo cantautore. Riccardo Sechi, questo il suo vero nome, è nato infatti a Genova nel 1999. Lo scorso 11 maggio è uscito il suo primo album dal titolo “Simply”, su etichetta Sonic Factory. Horus Black: gli anni ’50-’70 incontrano il pop contemporaneo         Se dovessimo utilizzare una sola parola per descrivere l’album di debutto di Horus Black, quella sarebbe “contaminazione”, sì, perché in “Simply” convivono atmosfere vintage che rimandano al rock’n’roll anni ’50 e a quello psichedelico anni’ 70 e alle atmosfere del pop contemporaneo. Sono evidenti infatti le influenze di diversi artisti che hanno fatto la storia della musica dalla seconda metà degli anni ’50 fino alla prima metà dei ’70: Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Tom Jones, i Rolling Stones, I Turtles, i Memphis Hornes, i Doors, i Led Zeppelin, i Queen. All’interno dell’album coabitano dunque diversi stili: rock’n’roll/rockabilly, funk, rock psichedelico, pop, ballate. Non mancano però anche influenze classiche. Questo è dovuto, ha spiegato Horus Black, al fatto “di essere figlio di due violinisti classici e nipote di un trombettista classico”. Classica è anche l’impostazione nel canto. Il modo di cantare di Riccardo Sechi ci riporta infatti indietro nel tempo e ricorda, in modo particolare, quello di Elvis. «Non sono un amante di sintetizzatori o suoni finti in quantità imbarazzanti – ha dichiarato il giovane cantante –  anche se nel caso siano usati in maniera giusta possono sicuramente aggiungere molto”. Simply è in definitiva un disco dal sapore antico ma che strizza l’occhio anche al “digitale” e, dunque, a sonorità più moderne. Il “vecchio” si mescola perfettamente al nuovo e il risultato è un’esplosione di classe e gusto. Simply: 10 entusiasmanti tracce                      Sono 10 in totale i brani che compongono la prima fatica discografica del giovane Riccardo Sechi. In apertura la traccia che dà il titolo all’album, “Simply”, un pezzo che racconta la fine di un’avventura d’amore. Il protagonista, rimasto solo, ancora innamorato, promette che resterà per sempre ad aspettare la lei che gli ha spezzato il cuore. A seguire “We are alone tonight”, un pezzo di stampo rock, dai suoni decisi e dall’energia dirompente. La terza traccia, “Lonely melody”, è una ballata dalla melodia struggente e malinconica, una “melodia solitaria” per parafrasare il titolo. Il brano racconta dell’impossibilità di raggiungere l’amore di una ragazza, perché quest’ultima è innamorata di un altro che però le procura solo dispiaceri. Il protagonista resta così nella sua solitudine e tutto ciò che può fare è cantare, gridando la sua disperazione. Si ritorna a ballare con “I know that you want”, un pezzo funky e dinamico grazie all’azione combinata di sezione ritmica, fiati, archi e coro. Si balla ancora con “Sophie”, un brano, tra i più travolgenti dell’album, che ci riporta alla fine degli anni ’50; lo stile è infatti quello tipico delle canzoni rock’n’roll/rockabilly dell’epoca. “Sophie – spiega il cantante genovese – è stata scritta in un periodo in cui un mio amico faceva […]

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Libri

Domenico Barricelli, “Il momento… in ogni momento” (Recensione)

Lo scorso maggio è uscito il nuovo libro di Domenico Barricelli, “Il momento… in ogni momento”, edito da Aracne. Si tratta di una narrazione allegorica, di un insieme di riflessioni sulla dinamica del cambiamento scaturite da esperienze personali. Il libro si configura come una sorta di guida per il lettore, utile per acquisire una maggior capacità per comprendere e affrontare i processi di cambiamento in cui ciascuno di noi si imbatte nel corso della propria vita. “Mi piace pensare a quanto qui raccolto come una forma di riflessioni libere da vincoli di tempo, da obiettivi espliciti, finalizzati. Un momento personale di ripiegamento su me stesso, utile a far fluire emozioni, sentimenti, sensazioni, intuizioni, attraverso uno spazio di ascolto interiore. Ma anche prezioso momento di apertura e osservazione sul rapporto con ciò che mi circonda: gli altri, il mondo.” Così nel prologo Barricelli introduce il suo nuovo volume, arricchito dalle belle illustrazioni del disegnatore iraniano Saleh Kazemi. “Il momento… in ogni momento”: un fluire di pensieri liberi Il libro di Barricelli si compone di poche pagine, ricche però di argomentazioni profonde. L’autore parla infatti di possibilità, cambiamento, trasformazione, potere, empatia, fedeltà, amicizia, musica, migrazioni, guerra; alterna riflessioni intime ad acute osservazioni sul mondo circostante, in un fluire di pensieri liberi. “Il momento… in ogni momento” non ha obiettivi dichiarati, non pretende di insegnare o consigliare, piuttosto di fornire un valido supporto per affrontare i cambiamenti. Leggere “Il momento… in ogni momento” vuol dire intraprendere un viaggio, breve ma intenso, di esplorazione di sé e delle innumerevoli dimensioni del reale. Barricelli apre nuovi spazi di riflessione ed è facile identificarsi con le sue meditazioni. La lettura del suo libro ci riconcilia con noi stessi e ci conduce alla comprensione dei cambiamenti della nostra storia personale. “Il momento… in ogni momento” è un invito ad ascoltare la propria interiorità, a dialogare con essa. Barricelli esorta dunque il lettore a ritagliarsi uno spazio al fine di riflettere su se stesso, ma anche per osservare e comprendere il proprio rapporto con gli altri e col mondo circostante. Un processo che si rende necessario per accogliere il cambiamento e aprirsi a nuovi percorsi e possibilità. Una lettura consigliata soprattutto agli amanti delle riflessioni di stampo filosofico-sociologico, ma, in generale, a chi sente il bisogno di ritagliarsi uno spazio solo per sè, per guardarsi dentro e ritrovare la giusta serenità per accettare le trasformazioni che investono la propria vita. Domenico Barricelli, chi è l’autore di Il momento… in ogni momento L’autore di “Il momento… in ogni momento” è un sociologo del lavoro, nonché counsellor professionista, esperto di analisi organizzativa e counselling aziendale. Ha realizzato numerosi interventi di sviluppo organizzativo e valorizzazione delle risorse umane in diversi contesti aziendali e settori produttivi. Il suo nuovo volume costituisce dunque anche uno strumento di supporto per i professionisti (facilitatori, counsellor, risorse umane…) che nello svolgere il loro lavoro si trovano ad affrontare processi di cambiamento. Domenico Barricelli, libri

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Musica

Stefano Di Nucci racconta la sua Opera Postuma: “Elogio di una rinascita”

Dal 25 maggio è disponibile in tutti gli store e piattaforme streaming Opera Postuma (Giungla Dischi/Believe Digital), l’album che segna il debutto discografico del cantautore molisano Stefano Di Nucci. Il disco, contenente 10 tracce, è stato anticipato dal singolo “La Donna Eburnea”, in rotazione radiofonica dal 22 maggio. Le dicotomie di Stefano Di Nucci        Il cantautore molisano ama definire Opera Postuma un disco dicotomico, in quanto nell’album tutto è il contrario di tutto: l’inizio e la fine, il riso e il pianto, il bianco e il nero, la vita e la morte. Si tratta infatti di un album ricco di sfaccettature, di entità contrastanti che riescono a convivere tra loro, anche se con qualche difficoltà. Opera Postuma è un disco malinconico ma solare, aspro ma delicato. Musicoterapista di professione, cantautore per passione dal settembre 2013 – quando esordisce al concorso “Paint Your Voice” organizzato dalla Provincia di Campobasso – Di Nucci mostra ottime doti di musicista e autore e ci consegna un’opera interessante e originale, caratterizzata da sonorità e testi particolarmente ricercati che lasciano intuire il grande lavoro che c’è dietro questo disco di debutto, per il quale si è avvalso della collaborazione di Alberto Romano, Daniele Marinelli, Giorgio Lombardi e Marco Libertucci. Le musiche, che costituiscono la parte migliore dell’album, sono ben studiate e arrangiate. I testi, esilaranti e inconsueti, non sono mai banali. Di Nucci canta di amori finiti, di sentimenti, di musica, esprimendo ciò che ha da dire apertamente o tra le righe, con ironia, ma anche con un pizzico di cattiveria, con dolcezza ma al contempo con amarezza. Stefano Di Nucci parla della sua Opera Postuma: “il brutto che diventa bello”    Dopo aver preso parte all’iniziativa nazionale “Luigi Tenco, in qualche parte del mondo” nel 2016, l’anno successivo Stefano Di Nucci si aggiudica il primo posto della sezione “Nuove Proposte” al Premio nazionale Lunezia. A seguito della vittoria del Lunezia, il cantautore molisano avrà l’onore di aprire alcune tappe del tour estivo di Fabrizio Moro. Di questo e altro abbiamo parlato nell’intervista che segue. Come mai la scelta di dare al tuo primo disco il titolo di “Opera postuma”? Cosa puoi raccontarci di questo album? “Ci sono due motivazioni per questa scelta: la prima è che io lo trovo un titolo molto bello perché è molto brutto! È da quando sono piccolo che mi sento attratto dal concetto di “brutto”, sempre prendendo con le pinze il termine. Ad esempio adoro Bukowski, Carmelo Bene o la comicità di Massimo Ceccherini, perché credo siano capaci di mostrarti la miseria della persona facendolo bene. In questo modo il brutto diventa bello e lo trovo miracoloso. La seconda motivazione è che il titolo, seppure rimandi a un concetto di morte, è un elogio a una rinascita: se qualcuno è morto, quel qualcuno è il bimbo che è in me, quello che si porta con sé tanti errori fatti in passato che spero di non commettere più! Mi vedo cresciuto, rigenerato, quindi paradossalmente “Opera Postuma” è un messaggio positivo, felice. Generalmente il disco […]

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Musica

Backstreet Boys 2.0: dopo il singolo, in arrivo nuovo album e tour

Backstreet Boys 2.0: dopo il singolo del ritorno, in arrivo nuovo album e tour Il 17 maggio 2018 è uscito Don’t go breaking my heart, il brano che riporta in auge una delle boy-band più amate degli anni Novanta: i Backstreet Boys. Il singolo anticipa l’arrivo di un nuovo album, che dovrebbe uscire il prossimo autunno. A 25 anni dal loro debutto e a cinque anni di distanza dal loro ultimo album, “In A World Like This”, nonostante gli anni e qualche chilo in più, i Backstreet Boys appaiono in gran forma e hanno ancora energia da vendere, come dimostra il videoclip del nuovo singolo e il video, divenuto virale, di una loro esibizione tenuta qualche settimana fa sulla nave da crociera “Backstreet Boys Cruise”, durante la quale hanno vestito i panni delle Spice Girls. Backstreet’s Back, operazione nostalgia                             Era la fine degli anni Novanta quando Nick Carter, Howie D., Brian Littrell, AJ McLean e Kevin Richardson facevano impazzire orde di ragazzine con le loro canzoni e i loro balletti ammiccanti. Come dimenticare hit quali Everybody (Backstreet’s Back), As long as you love me, Larger than life, I want it that way, Quit Playin’ Games (with my heart), incisa poi anche in italiano col titolo Non Puoi Lasciarmi così. Chiunque sia cresciuto negli anni 90’/2000 non può non ricordarle. Un successo planetario quello dei cinque ragazzi di Orlando, consacrato dall’album Millennium, pubblicato il 18 maggio 1999, che vendette 1,13 milioni di copie nella sua prima settimana e dominò le classifiche di tutto il mondo, piazzandosi in prima posizione in ben 25 nazioni. Nel dicembre dello stesso anno l’album fu certificato dalla RIAA 11 volte disco di Platino per aver venduto 11 milioni di copie negli Stati Uniti e 4 volte disco di Platino in Italia. Ma, come spesso accade a chi raggiunge in fretta il successo in giovanissima età, ben presto il gruppo conosce un periodo di crisi, a cui hanno contribuito, tra l’altro, i problemi personali dei componenti. Così, nel 2002, la band decide di prendersi una pausa  e i cinque si dedicano a progetti da solisti. Dopo tre anni di stop i Backstreet tornano con un nuovo singolo, Incomplete e un nuovo album “Never Gone”, che li riporta in vetta alle classifiche. Nel 2006 Kevin Richardson lascia il gruppo, ma i Backstreet Boys continuano a credere nel loro progetto, pubblicando nel 2007 “Unbreakable”, album che però non ottiene lo stesso successo del precedente. Seguirà “This is Us” (2009). Nel 2012 Kevin rientra nella band, in occasione dell’uscita della raccolta NKOTBSB. L’anno successivo il gruppo celebra 20 anni di carriera con un nuovo album “In a world like this”, l’ultimo prima del grande, atteso ritorno col singolo Don’t go breaking my heart. Oggi, data la non piú giovanissima età, forse non è il caso di continuare a definirli una boy-band, ma l’attitudine del gruppo ci sembra ancora quella degli inizi e, a giudicare dal successo dei loro ultimi live, anche la presa sul pubblico non è cambiata. Come nasce la boyband più iconica di tutti i tempi                I Backstreet Boys sono stati eletti dalle riviste Billboard e Rolling stone come “la più grande ed iconica boyband di tutti i tempi”. […]

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Musica

Giraffe, il nuovo album di Alia, alias Alessandro Curcio

Si intitola Giraffe il nuovo disco del musicista bergamasco Alessandro Curcio, in arte Alia (ex frontman della band “Quarto Capitolo”), uscito lo scorso 25 maggio, per Pippola Music/Contempo Records. L’album, prodotto da Paolo Favati e Marco L. Lega, segna il ritorno discografico di Alia, a quattro anni dal debutto con “Asteroidi” (2014) e dopo la pubblicazione a dicembre 2016 del 45 giri digitale “La lista delle buone intenzioni”. Giraffe contiene dieci tracce inedite ed è stato anticipato lo scorso 11 maggio dal singolo che dà il titolo al lavoro, cantato in coppia con Patrizia Laquidara. Oltre a quest’ultima, il disco ospita diversi artisti: Giuliano Dottori, Cesare Malfatti, Francesca Messina / Femina Ridens, Martina Agnoletti dei Secondo Appartamento e l’attrice Elisabetta Salvatori. Giraffe: il pop retrò di Alia Difficile definire Giraffe in una sola parola e collocarlo in un genere ben preciso. È un disco pop, sì, ma un pop diverso da quello che costantemente arriva alle nostre orecchie; potremmo dire che quello proposto da Alia è un pop dal sapore retrò. Le atmosfere eleganti, poetiche e leggere di questo disco evocano infatti musica italiana d’altri tempi, grazie anche all’utilizzo di suoni prodotti dagli archi e dai fiati, che vanno poi ad incontrarsi con sonorità più moderne, elettroniche, ottenute grazie all’impiego del sintetizzatore. Giraffe può anche essere definito un disco femminile. Gran parte degli artisti che hanno preso parte all’album sono infatti donne: da Patrizia Laquidara, che duetta con Alia nella title-track a Femina Ridens in “Alessandra”; da Martina Agnoletti dei Secondo Appartamento (“Verso Santiago”) a Elisabetta Salvatori, che in “Sei donne” recita una poesia di Hilde Domin. Il punto di forza di Alia sta nel trattare temi importanti con leggerezza e una purezza quasi fanciullesca. La figura delle giraffe è utilizzata da Alessandro Curcio come metafora per guardare gli esseri umani da una prospettiva privilegiata, ossia dall’alto. Un punto di vista che, sia chiaro, non implica ruoli di superiorità, ma permette di osservare le cose con maggior trasparenza e il dovuto distacco. “Chissà cosa sentono lassù le giraffe. Chissà come vedono noi qui sotto, piccoli e sempre in cerca di qualcosa. Sospese fra il cielo e la terra, fra macrocosmo e microcosmo. Verticali come un’antenna, a captare segnali da un Oltre inconoscibile. Leggere nel passo elegante, come chi ha trovato una sua serenità sospesa. Né troppo in alto né troppo in basso. Ma anche capaci di arrivare a terra, a prendere le cose essenziali della vita”. Così l’artista spiega la scelta di intitolare il disco “Giraffe”. Le giraffe di Alia sono però di un colore insolito, rosa, come mostra la retrocopertina dell’album, ad opera della pittrice Sheila Massellucci. Giraffe: track by track Il disco si apre con “L’attraverso”, un brano dall’animo funk che rappresenta un invito a prendere consapevolezza del fatto che l’uomo appartenga alla natura, da cui viene attraversato. “La vita – spiega Alia – ci attraversa e noi siamo parte di un universo, di una Storia, che sarà sempre più forte e più grande di noi”. È la spiritualità, invece, il tema della title-track “Giraffe”; solo attraverso di essa, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pint Of Science 2018: al pub tra scienza e birra

Dal 14 al 16 maggio si terrà Pint Of Science 2018, l’evento di divulgazione scientifica più grande al mondo che porta gratuitamente la scienza nei pub di tutta Italia. La manifestazione, giunta alla sua quarta edizione, si svolge infatti in contemporanea in 21 Paesi al mondo e in 20 città italiane, tra cui Napoli. Sette location della Città Metropolitana di Napoli ospiteranno per tre giorni 21 eventi di scienza. Napoli, Pompei e Pozzuoli saranno teatro di serate all’insegna del sapere, durante le quali verranno toccati i temi più attuali del panorama scientifico mondiale: dalla robotica alla genetica, dall’archeologia ai vaccini, dall’astronomia al sesso. A presentarli, esperti di rilievo internazionale, che illustreranno, tra le altre cose, i processi biologici utili alla comprensione di alcune malattie umane; parleranno di immigrazione, social media, cyborg, vaccini, sex orienteering, onde gravitazionali e della bonifica di Bagnoli. Pint of Science 2018 a Napoli Durante la tre giorni di eventi, ricercatori e amanti della scienza potranno confrontarsi su diversi temi di rilevanza scientifica, che saranno così ripartiti: Beautiful Mind (neuroscienze, psicologia e psichiatria), Atoms to Galaxies (chimica, fisica e astronomia), Our Body (biologia umana), Planet Earth (scienze della terra, evoluzione e zoologia), Tech Me Out (tecnologia e computer) e Social Sciences (legge, storia e scienze politiche). Sono 21 in totale gli incontri previsti per Pint of Science 2018; si svolgeranno uno per sera per ognuno dei sette locali tra Napoli, Pompei e Pozzuoli. Di seguito le sette location coinvolte nell’iniziativa:   Slash, Via Vincenzo Bellini, 45, Napoli   Scugnizzo Liberato, Salita Pontecorvo, 46, Napoli   Centro Alimentazione Consapevole, Vico San Pietro, 6, Napoli   Museum Bar, Largo Corpo di Napoli, 3, Napoli   Lido Pola, Via Nisida, 24, Napoli   Groove, via Maria Puteolana, 11, Pozzuoli   Pub 27, via Vittorio Emanuele 9, Pompei Un’iniziativa originale che darà l’opportunità a tanti appassionati di scienza, e a chiunque sia interessato, di trascorrere tre serate all’insegna della conoscenza scientifica, sorseggiando birra in compagnia dei più celebri ricercatori che parleranno del loro lavoro e illustreranno le loro scoperte e dunque le novità della ricerca. Il programma completo dell’evento  è consultabile sul sito https://pintofscience.it/events/napoli Come nasce Pint Of Science Pint of Science nasce con l’obiettivo di dare alla gente l’opportunità di capire come le scoperte vengono fatte e cosa significano. Nel 2012, grazie all’idea di due ricercatori dell’Imperial College di Londra, Michael Motskin e Praveen Paul, vide la luce “Meet the researchers”, un evento durante il quale alcuni malati di Parkinson, Alzheimer, malattia del motoneurone e sclerosi multipla ebbero la possibilità di recarsi nei loro laboratori a vedere che tipo di ricerca stessero facendo. L’iniziativa fu un successo. L’idea da cui partirono i due ricercatori fu: se le persone vogliono entrare nei laboratori e incontrare i ricercatori, perché non portare i ricercatori fuori ad incontrare le persone? Nacque così Pint of Science, la cui prima edizione si svolse nel Maggio 2013 e portò alcuni dei più rinomati ricercatori in giro nei pub a raccontare il loro lavoro agli amanti della scienza e della […]

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Libri

“Primule fuori stagione”, il brillante esordio letterario di Luciana Pennino

Primule fuori stagione è il primo romanzo della scrittrice napoletana Luciana Pennino, edito da Iuppiter   Edizioni. Il libro, uscito a fine novembre 2017, racconta, in modo tragicomico, le vicende di una donna che a 46 anni si ritrova senza lavoro ed è costretta a ricominciare tutto da capo. Non a caso il romanzo si intitola Primule fuori stagione; la primula, infatti, è un fiore che rappresenta la speranza, i nuovi inizi. Come il fiore, anche la protagonista del racconto rifiorisce, ma fuori stagione, perchè non siamo in primavera. Le primule sono i primi fiori a sbocciare dopo il lungo inverno. Al contrario, le “primule” della Pennino rinascono proprio alla soglia della stagione fredda. «Comunque vada tra noi, vorrei che la primula rimanesse la tua pianta preferita… è il simbolo della rinascita, della speranza, dei nuovi inizi…». La storia è ambientata a Napoli, città in cui risiede anche l’autrice stessa, ma la protagonista – a cui la Pennino ha scelto di non dare un nome, perché, ha dichiarato, “sapevo che ciò avrebbe contribuito all’identificazione da parte di molte donne, creando un’empatia maggiore tra il soggetto di cui si narra e chi legge” – ha vissuto anche a Milano e rivive i ricordi legati al periodo trascorso nel capoluogo lombardo. L’intero romanzo costituisce un lungo monologo della protagonista scandito dalle vicende dolorose e, allo stesso tempo, comiche della sua vita e dei personaggi che incontra sul suo cammino. Primule fuori stagione: la forza di ricominciare raccontata da Luciana Pennino Dato il clima di precarietà che caratterizza la società odierna, non è difficile immedesimarsi nella storia della protagonista del romanzo di Luciana Pennino: una donna di 46 anni, residente a Napoli, che, dopo una lunga carriera, perde il rassicurante posto fisso e si ritrova a fare i conti con la vita e la sua imprevedibilità. La perdita del lavoro comporta ovviamente smarrimento e coincide con la perdita della propria collocazione sociale e personale. La vita sembra subire una battuta d’arresto. La piatta ma confortante routine quotidiana della protagonista viene improvvisamente sconvolta da un terremoto che fa crollare ogni certezza, scombina tutti i suoi piani, costringendola a cambiare tutto, a rivedere le sue priorità, a rimettersi in discussione alla soglia dei cinquant’anni, proprio quando credeva di aver raggiunto finalmente un equilibrio personale, avendo fatto pace col passato. Inizia, invece, un lungo e doloroso percorso, un viaggio verso l’ignoto, un salto nel vuoto. “Nel reagire a questa notizia sconquassante, mi si rivela l’esistenza di un vasto assortimento di stati d’animo, balordamente antitetici, che vanno da un infinito senso di scoramento a un’esaltazione immotivata, da una rabbia acuta e sorda a un abbandono fatalistico a quel che sarà, da uno sconvolgente smarrimento a una reattività incontrollata. Nulla, però, rispetto all’emozione che mi scorterà a lungo: la paura!”. Tuttavia, è proprio quando la terra sotto ai piedi viene a mancare, che la protagonista – tornata a lavorare a Napoli dopo una parentesi lavorativa a Milano e una storia d’amore finita male – riscopre se stessa, trovando la forza di […]

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