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Eroica Fenice

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Michelangelo – Infinito: il genio dell’arte secondo Emanuele Imbucci

Michelangelo – Infinito, un viaggio d’arte, bellezza e natura. Il docufilm biografico, diretto da Emanuele Imbucci, ripercorre alcuni importanti momenti della vita del grande artista Michelangelo Buonarroti, descritti dal Vasari, mentore e storico d’eccezione che ebbe modo e fortuna di conoscerlo e farlo conoscere per le sue opere e il suo pensiero ai posteri. Emanuele Imbucci, attento studioso dell’artista e dell’uomo, realizza un ritratto di un genio del rinascimento schivo, inquieto, ma allo stesso tempo determinato a donare vita e anima al bianco e freddo marmo estratto dalle cave di Carrara, per realizzare opere immortali e senza tempo. La foto/realistica opera visiva rappresentata da Emanuele Imbucci, per una sceneggiatura scritta in collaborazione con Sara Mosetti e Tommaso Strinati, è il superamento naturale di un vecchio modo di realizzare i docufilm, proprio perché colpisce lo spettatore per il potente ed emozionale impatto visivo senza precedenti. L’emotività artistica e il pensiero poetico di Michelangelo sono due aspetti sinergici che trovano reale impatto sui suoi grandi progetti resi immortali dalla storia ed ispirati direttamente dalla parola di Dio, opere infinite che da sempre sfidano il tempo e lo spazio. Michelangelo secondo Emanuele Imbucci Emanuele Imbucci attraverso le attendibili e documentate ricostruzioni storiche traccia un ritratto del genio Michelangelo unico ed insolito rispetto alle precedenti opere cinematografiche a lui ispirate, e lo descrive come un uomo determinato e fermo nelle sue convinzioni religiose. L’artista, interpretato con grande personalità da Enrico Lo Verso, è inquadrato in momenti della sua vita, definibili infiniti. Michelangelo entra in contatto con il bianco marmo da cui ne scava le forme per liberare il Mosè, il David e la Pietà, opere sorprendenti ed uniche al mondo. A raccontare questi momenti immortali c’è un sorprendente Ivano Marescotti nel ruolo del Vasari, attore noto per la sua bravura nell’interpretare personaggi storici. La narrazione di Michelangelo – Infinito, infatti, prende corpo in luoghi e spazi senza tempo, un autentico limbo che rievoca nei suoi meravigliosi interni rinascimentali, alcuni momenti determinanti della carriera artistica del grande genio, personaggio immortale che, tra le Cave di Marmo di Carrara viene ispirato direttamente dalla presenza divina per la realizzazione delle sue immense opere, inimitabili fino ai giorni nostri per la forza interiore che trapassa dalla scultura all’uomo. Vedremo quindi un Michelangelo giovane ed un altro vecchio lavorare il marmo con la stessa intensità e il Vasari commentare questi momenti, quasi a farli suoi in modo descrittivo e poetico, accompagnando lo spettatore in un viaggio d’arte ispirato dall’intensità e dalla passione. L’opera visiva diretta da Emanuele Imbucci e fotografata dall’espertissimo Maurizio Calvesi, sembra essere stata concepita in un periodo indefinito attraverso spettacolari ambientazioni (d’interni e paesaggistiche), realisticamente ricreate all’occorrenza, dove avvengono le riprese determinate dall’ausilio dell’alta definizione digitalizzata “4k HDR”, messa a disposizione dalla “True Colours”, per una sorprendente e plausibile ricostruzione dei fatti. Il nuovo progetto cinematografico prodotto da SKY con “Magnitudo Film” e distribuito da “Lucky Red”, si avvale della preziosa collaborazione con “Musei Vaticani e Vatican Media” in fase realizzativa, il riconoscimento ufficiale del Mibact – […]

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Blackkklansman di Spike Lee: scontro tra razze

Blackkklansman, diretto da Spike Lee, racconta come negli anni ’70, periodo in cui è ambientata la storia, un poliziotto afroamericano di nome Ron Stallworth sia riuscito ad infiltrarsi tra le file della fanatica e tristemente famosa setta razzista del Ku Klux Klan. Il film è un adattamento del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto Stallworth ed è basato fatti realmente accaduti. È stato già premiato al “Festival di Cannes 2018”, con il Grand Prix speciale della giuria, e bene accolto dalla critica e dal pubblico statunitense (45,9 mil. di $ nelle prime 5 settimane). Affronta senza mezzi termini e con esplicita ironia un’aperta critica in riferimento alle politiche razziali dell’attuale amministrazione di Trump. “Dobbiamo unirci per combattere il razzismo, potere al popolo! – Per te è una crociata per me un lavoro!” Con queste frase citata in Blackkklansman, Spike Lee fa comprendere attraverso punti di vista molto diversi tra loro i motivi per cui va combattuto l’odio razziale. La storia ambientata negli USA durante i primi anni ’70, in un periodo storico ricordato per i grandi conflitti e stravolgimenti di pensiero, si apre ad un bivio che divide le masse tra l’accettazione di una convivenza con i colors e il ritorno ad un passato oscuro ispirato al terzo reich. Il poliziotto Ron Stallworth (interpretato da John David Washington figlio del noto attore Denzel Washington), primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs, bene interpretato da John David Washington, nel donare al personaggio una vena comica, conduce una crociata personale contro il KKK, per difendere i diritti della sua gente, ma chiaramente anche per affermarsi come leader di un nuovo pensiero rivoluzionario cavalcando l’onda dell’odio. “Backkklansman è una tagliente ed ironica parodia sull’odio razziale americano” Ron Stallworth viene accolto dal dipartimento di polizia statunitense di Colorado Springs con grande scetticismo sulle sue reali capacità, ma l’agente afroamericano è intenzionato a farsi un nome nonostante il diverso colore della pelle, avventurandosi in una missione di estremo rischio e mettendosi in contatto telefonico con il Ku Klux Klan, fingendo il suo odio per i colors e per le altre etnie presenti negli USA. Abile nel bleffare attraverso false dichiarazioni, Ron entra in contatto con la cerchia ristretta della famosa setta razzista capeggiata dal Grande Maestro del Klan David Duke (interpretato da Topher Grace), che esalta la razza bianca americana e l’impegno di Ron per una pulizia etnica. L’indagine assume aspetti difficili da gestire, pertanto Ron al fine di condurre l’indagine e raggiungere il suo obiettivo deve avvalersi del collega ebreo di razza bianca Flip Zimmerman (Adam Driver), il quale sotto il suo falso nome, si presenta come nuovo membro del KKK agli incontri privati aperti solo agli aderenti alla setta. Mentre Ron si innamora di Patricie (Laura Harrier), una radicale di colore, Zimmerman viene a conoscenza di un piano criminoso e pericoloso stabilito da David Duke e per tanto informa Ron sui risvolti dell’indagine. I due agenti nonostante punti di vista differenti tra loro uniscono i loro sforzi per fermare il piano folle progettato dal […]

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“Mary Shelley” di Haifaa Al Mansour: film passionale e biografico

Haifaa Al Mansour torna alla regia per raccontare la storia di Mary Shelley. L’omonimo film, interpretato in modo sublime dalla giovane star cinematografica Elle Fanning (con all’attivo circa 40 personaggi per altrettanti film e serie tv), ripercorre, infatti, le tappe giovanili dell’indiscussa scrittrice nel periodo in cui stava per dare alla luce il suo romanzo immortale dedicato ad un moderno Prometeo, “Frankenstein” (erroneamente attribuito a Percy Shelley che ne firmò solo la prefazione). Frankenstein è l’opera letteraria dal quale si sono ispirati nell’arco di due secoli innumerevoli romanzi, racconti, film cult, fumetti e progetti multimediali, un autentico ed inesauribile pozzo di San Patrizio che ancora oggi riscuote motivo di grande interesse collettivo in tutto il mondo, ispirando nel tempo la letteratura ed il cinema internazionale. L’opera cinematografica di genere drammatico/sentimentale diretta dalla prima regista e sceneggiatrice saudita, Haifaa Al Mansour (dopo il meritevole “La bicicletta verde”- 2012), vuole essere un omaggio a Mary Godwin Wollstonecraft (nome nativo prima di contrarre in matrimonio Percy Shelley), donna e genio letterario, autentica antieroina sui diritti delle libertà femminili in un periodo storico in cui le donne spesso erano poco o scarsamente considerate in ambienti prettamente maschili. Pertanto la regista Al Mansour focalizza il pensiero letterario della nota scrittrice ad un grande amore intramontabile che oseremo definire moderno, quello con il bohemien Percy Shelley (Douglas Booth), scrittore e poeta maledetto destinato ad una vita breve ed intensa, con cui disputò una sfida letteraria nella villa di Lord Byron (Tom Sturridge). Pronto ad accettare la sfida c’è l’altrettanto geniale medico di Byron, John Polidori (Ber Hardy), autore del romanzo “Il vampiro” da cui trarrà ispirazione Bram Stoker per il suo immortale Dracula. Mary Shelley: trama del nuovo film di Haifaa Al Mansour “Ognuno di noi scrive una storia di fantasmi…guardate oltre!” – tratto dal film. L’opera cinematografica diretta da Haifaa Al Mansour, racconta gli anni giovanili e formativi di Mary, nata in una modesta famiglia di intellettuali, sua madre una femminista morta troppo presto, suo padre William Goodwin (Stephen Dmane), un filosofo anarchico ed illuminista (libraio ed editore), e la sua matrigna Mary Jane Clairmount (Joanne Froggatt), da cui subisce un senso di oppressione che spesso condiziona le sue scelte e nutre verso di lei un profondo rancore. Mary dimostra però di essere uno spirito libero e preferisce costruirsi una sua esistenza a soli 18 anni lontana da casa, sfidando i molti preconcetti sull’emancipazione femminile. La sua passione ed attrazione nei riguardi di Percy Shelley (che sposerà un anno dopo), la induce a fuggire con lui in Svizzera in compagnia di sua sorella Claire (Bel Powley), ospiti nella Villa Diodati di Lord George Byron (presso il Lago di Lemano), luogo in cui ha inizio una sorta di gothic party letterario. In questo contesto il pensiero di Mary emerge trovando motivazioni e dando un senso alla sua vita, forgiata da una nuova identità letteraria, ma i sentimenti di Percy spesso si rivelano contrastati da scelte diverse e discutibili, nonostante siano entrambi legati da una passione reciproca, rendendo l’esistenza di […]

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Ocean’s 8: il nuovo spin-off di Gary Ross

Ocean: “Cinque anni, otto mesi e 12 giorni, il tempo necessario per progettare il colpo del secolo”. Ocean’s 8, film in cui Sandra Bullock è l’indiscussa protagonista, trae origine dalla trilogia firmata da Steven Solerbergh, Ocean’s Eleven (2001); Ocean’s Twelve (2004) e Ocean’s Thirteen (2007), prendendo le distanze da essa in modo originale, attraverso nuovi contenuti e personaggi, sull’onda inarrestabile del genere crime d’azione tutto al femminile. Il regista Gary Ross (che ricordiamo per “Hunger Games”), preferisce impostare il suo nuovo film come un heist–movie (tipico film dal colpo grosso) attraverso il quale i componenti di una criminosa banda cercano con ostinazione il colpo del secolo, in grado di cambiare il loro stile di vita ed esistenza. Gary Ross e il suo spin-off tutto al femminile “Fra tre settimane il Met ospiterà il suo ballo annuale, e noi lo rapineremo” – Tratto dal film. Un’irriducibile e tenebrosa Sandra Bullock, nel ruolo di Debbie Ocean sorella di Danny, personaggio conosciuto nei precedenti film della serie, una volta fuori dal penitenziario dove ha scontato una pena detentiva di 5 anni e dopo aver espresso falsi buoni propositi per una nuova vita da intraprendere nella società, decide con la complicità della sagace e diffidente Lou (interpretata dall’eccellente Kate Blanchett) di reclutare altre sei potenziali truffatrici di mestiere per mettere a segno un grande colpo criminoso. L’obiettivo è derubare un collier del valore di 150 milioni di dollari durante il Met Gala di New York, all’interno del Metropolitan Museum, annuale appuntamento del mondo dei vip e delle star internazionali, in occasione del quale, avrebbero causato di proposito disordine e subbuglio durante la cerimonia patrocinata da Anna Wintour. Per le 8 componenti della banda criminosa, non tutto è scontato, alcuni partecipanti alla festa, tra cui Richard Armitage, un curatore d’arte, James Corden, un noto broker d’assicurazioni e Dami, ben presto sospettano sugli strani movimenti che avvengono durante il Gala, complicando pertanto il piano architettato da Debbie. Nel nutrito gruppo dei componenti della banda di sole donne, prendono parte Lou (Cate Blanchett), Rose (Helena Bonham Carter), Daphne Kluger (Anne Hathaway), Nine Ball (Rihanna), Amita (Mindy Kaling), Tammy (Sarah Paulson) e Costance (Awkwafina). Ocean’s 8 di Gary Ross non sembra invidiare nulla ai precedenti capitoli della serie, in cui George Clooney si ritrovava a gestire una gang composta da 11 uomini (riguardo ai precedenti interpreti, nell’ultimo film ne restano solo due, Damian Lewis e Matt Damon nei rispettivi ruoli di Vilain e Linus Caldwell). L’idea è vincente e la sceneggiatura intrigante, ben scritta e trae forza nel proporre un cast al femminile (mature negli anni), nel tentativo di esaltare le qualità delle donne, ispirandosi al recente remake “Ghostbuster”, inoltre cercando di ottenere eguale interesse dal pubblico e allo stesso modo da “Splash” attualmente in fase di produzione. Alcune scene di Ocean’s 8 si avvalgono di una sottile ed ironica vena comica, patinata dal glamour tipico dei rotocalchi dedicati alla moda, soprattutto nelle intenzioni del regista di mettere bene in evidenza l’esteriorità, ben curata dal notevole make up […]

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Hereditary – Le radici del male: il terrore nascosto

Hereditary, film di puro distillato horror, è già un cult movie dei nostri giorni. L’opera cinematografica diretta dall’esordiente documentarista Ari Aster, al suo primo lungometraggio per il grande cinema, è stata ampiamente apprezzata dalla critica mondiale che lo ha battezzato come l’Esorcista dei nostri giorni. Terrificante, emozionante, funesto, agghiacciante, questi sono gli aggettivi maggiormente utilizzati da numerosi quotidiani per connotare il genere horror come intramontabile, in misura maggiore quando la trama nel contesto oltrepassa i limiti della percezione umana. “Questa è una storia che parla di persone che sono incapaci di agire, i Graham sono come delle statuette in una casa di bambole manipolate da forze maligne” – A. Aster Hereditary, una tragedia familiare Hereditary, scritto e diretto dallo stesso Aster, racconta di una tragedia familiare inquietante ed inafferrabile, piena di oscuri ed agghiaccianti segreti mai svelati nel corso del tempo, pronti a riemergere successivamente al decesso di Ellen, un’anziana signora, capostipite della famiglia Graham. La sua eredità non è altro che una catena di tragici destini riguardanti tutti i componenti della famiglia, per ovvie ragioni d’appartenenza legati gli uni agli altri come eterni prigionieri di una casa delle bambole, esattamente come quelle realizzate da Annie (Toni Collette), madre di Charlie (interpretata da Milly Shapiro), un’artista creativa di case di bambole in miniatura. Gli eventi drammatici e le conseguenze inevitabili sembrano essere pilotati dalla piccola Charlie Graham, nipote di Ellen, sulla quale aleggia il suo spirito nefasto, una bambina dall’aspetto inquietante ed ermetica nei presagi che spesso svela a sua madre. Ad uno ad uno, i componenti dell’intera famiglia, Steve (Gabriel Byrne nel ruolo del psicoterapeuta, coniuge di Annie), e Peter (Alex Wolff nel ruolo di suo figlio), soccombono al misterioso ed inafferrabile maleficio familiare generato da eventi soprannaturali ed inspiegabili. “Dai produttori di “Split”, prende forma il miglior film horror di quest’anno” Hereditary – Le radici del male, dramma horror d’affresco barocco, ha già conquistato il plauso della critica in occasione del “Sundance Film Festival 2018”, per la sezione Midnight. Il film di A. Aster, ampiamente acclamato dalla stampa mondiale, è stato riconosciuto come una delle opere cinematografiche di maggiore interesse del nostro decennio. Ottima realizzazione per l’esordiente regista che aveva avuto già modo di farsi notare dalla critica per alcuni suoi corti: “The Strange Things About the Johnson” e “Munchausen”, sempre incentrati su tematiche tenebrose e di tipo familiare. Hereditary, chiaramente, rappresenta un’evoluzione naturale del suo pensiero, attraverso il quale ha modo di perfezionare la trama e i ruoli dei singoli protagonisti che ne prendono parte con risultati davvero di grande impatto emotivo; tutta la critica pertanto concorda l’efficacia sul pubblico di alcuni aspetti terrificanti paragonandolo per impatto al più recente Babadook, ma anche a film più datati come l’Esorcista e Rosemary’s Baby, confronti ad ogni modo da evitare nei contenuti ma anche per gli effetti visivi e sonori considerando il notevole lasso di tempo che intercorre tra loro. Il regista Aster in una sua intervista riferisce di essere contrario ad un’idea di horror rivolto unicamente al motivo […]

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Papillon: dal film cult degli anni ’70 al remake di Michael Noer

Papillon, il film che ha segnato un’intera generazione   Era il 1974 quando nelle sale cinematografiche davano Papillon, autentico capolavoro tratto dal romanzo autobiografico scritto da Henri Charrière e pubblicato precedentemente in Francia nel lontano 1969; inizialmente il film, girato in Spagna e Giamaica, fu sottostimato, ma, in breve tempo, divenne pietra miliare del XX secolo ed oggi è passato alla storia in particolar modo per la straordinaria regia di Franklin J. Schaffner, per la sceneggiatura di Dalton Trumbo e le memorabile e iconiche interpretazioni di Dustin Hoffman e Steve McQueen (nei ruoli di Dega e Papillon), due autentici mostri sacri della settima arte. A distanza di 43 anni, al danese Michael Noer, al suo primo lavoro in lingua inglese, affiancato per gli script da Aaron Guzikowski, al regista gli è stata data l’opportunità di dirigere il primo remake ispirato al romanzo francese ed in parte al precedente film diretto da Schaffner, incentrato su fatti ispirati ad una storia realmente accaduta ed ambientata nell’epilogo iniziale intorno agli anni ‘30 del secolo passato, per poi protrarsi nel tempo. Stando a questi presupposti, risulta chiaramente difficile azzardare dei termini di paragone con il precedente e granitico Papillon, quindi ci si ritrova di fatto davanti ad un nuovo film intenso, potente ed assestante nella riscrittura, ben strutturato nel contenuto girato, interamente su set allestiti presso Belgrado, Montenegro e Malta. Papillon ad ogni modo vanta un cast notevole, godibile e apprezzabile nel suo risultato finale. Papillon, un remake di Michael Noer  In una Parigi degli anni trenta, un uomo di nome Henri Charrière (C. Hunnan che ricordiamo per la serie “Sons of Anarchy”), ma conosciuto da tutti come Papillon per via di un tatuaggio, mentre si trattiene intimamente con la sua fidanzata Nenette (Eve Hewson, figlia di Bono, leader del gruppo musicale U2), si ritrova la polizia in camera ed in stato di arresto per un omicidio mai commesso. Davanti agli occhi della sua ragazza Papillon viene condotto via e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati presso una colonia penale della Guyana Francese, in un penitenziario su un’isola tropicale, dove le possibilità di evadere sono pari allo zero. Papillon, durante il periodo di detenzione sull’Isola del Diavolo, non perde mai la speranza di escogitare il modo migliore per riconquistare la libertà, ad aiutarlo durante i numerosi tentativi di fuga si ritrova al suo fianco l’eccentrico Luis Dega (R. Malek, che interpreterà Freddie Mercury nel biopic di prossima uscita “Bohemian Rhapsody”), un falsario di professione che in cambio della sua protezione si adopera su come studiare il modo migliore per evadere dall’isola detentiva. Tra i due galeotti si instaura un profondo legame di autentica e inossidabile amicizia, nata da un comune senso di fratellanza e sofferenza nell’ossessiva e perseverante ricerca della libertà. Michael Noer, tra libertà e ossessione    M. Noer con il suo nuovo Papillon non esita a mettere in evidenza il crudo realismo vissuto all’interno di un penitenziario super controllato, nei suoi aspetti più drammatici, a stemperare il dramma ci sono la speranza e […]

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Macbeth Neo Film Opera: l’esordio di Daniele Campea

Macbeth si rivolge al pubblico mondiale in una nuova veste, unica nel suo genere, proponendo un’inedita simbiosi, tra cinema espressionista e lirismo teatrale. L’opera messa in scena dall’innovativo regista, sceneggiatore e compositore Daniele Campea, nel suo esordio cinematografico sembra viaggiare fuori dal tempo e dallo spazio, attraverso un bianco e nero d’autore d’altri tempi, idoneo ad esaltare le tonalità drammatiche, amplificate e scandite musicalmente dal “Requiem, Te Deum” di Giuseppe Verdi. Il nuovo Macbeth è un’opera visiva e fotografica d’autore senza precedenti per un ritorno, anzi un nuovo espressionismo d’avanguardia contemporaneo, l’opera shakespeariana rivisitata in chiave moderna, in appena 50 minuti di durata, immerge lo spettatore in una dimensione visiva e sonora sublime e totalizzante, ispirandosi nelle interpretazioni degli attori all’antica tragedia teatrale greca. Daniele Campea e il suo cinema fuori dal tempo La nuova opera cinematografica di Daniele Campea narra dell’annuncio profetico di tre streghe rivolto a Macbeth, su fatti riguardanti il suo imminente insediamento sul trono di Scozia, la rivelazione sibillina fa precipitare il futuro sovrano in uno stato di follia e solitudine che trova sfogo in una disperata e incontrollata spirale di violenza. Il film, prodotto da “Creatives” in collaborazione con “Fondazione Pescarabruzzo”, e realizzato anche grazie alla partecipazione degli allievi esordienti dell’Accademia Teatrale Arotron e dell’associazione teatrale “Il posto delle fragole”, è stato inserito tra le migliori dieci opere cinematografiche del 2016, ricevendo numerose recensioni positive, inoltre è stata accolto in modo entusiastico dal pubblico in occasione delle anteprime al Cinema Massimo di Pescara (il 7 Marzo con ingresso gratuito al pubblico) e nel corso della “63° Taormina Film Fest” (2017). La pellicola, dal budget ridotto, girata in appena otto giorni (a differenza del montaggio che ha richiesto circa 6 mesi di lavorazione) dentro una ex fabbrica in disuso presso il Comune di Popoli ed in altre location individuate all’interno del parco naturale d’Abruzzo, si avvale di atmosfere allucinanti post apocalittiche, evidenziate da chiaroscuri di interni ed esterni naturali e panoramici, in costante mutamento (come il movimento delle nuvole), quasi a preannunciare avvenimenti inevitabili e funesti. I protagonisti sottoposti ad una continua metamorfosi visiva vengono plasmati dal regista attraverso un’ottica teatrale, singolare è il ruolo di Macbeth assegnato per la prima volta ad un’attrice donna, Susanna Costaglione (proveniente dal teatro), per una performance davvero unica e ben congeniata nel proporre un personaggio inafferrabile ed androgino, tra gli altri protagonisti del cast hanno preso parte in modo determinante: l’attore e doppiatore Franco Mannella (nel ruolo di Macduff), la musicista e attrice Irida Gjergji Mero (in quello di Lady Macbeth) e il regista teatrale Claudio Di Scanio ( per il personaggio di Banquo). Daniele Campea con il suo primo mediometraggio si colloca di diritto tra alcuni mostri sacri della cinematografia come Welles, Kurosawa, Polanski, Bela, Tarr e C. Bene, raggiungendo un lungimirante traguardo professionale in prospettive future su altre opere da realizzare. Macbeth Neo Film Opera è stato distribuito nelle sale cinematografiche dal 14 Giugno 2018. Buon cinema a tutti.

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Mektoub, My Love – Canto uno: sensuale e brioso

Mektoub, My Love – Canto uno, è un autentico inno ai piaceri della giovane età, un’autentica conquista della gioia e della libertà vissute in un luogo dove non esistono regole ma solo coinvolgenti emozioni. Il regista franco/tunisino Adbellatif Kechiche dopo il passionale “La vita di Adele”, con il quale nel 2013 si è aggiudicato al “Festival di Cannes” la Palma d’Oro, fa ritorno sulla tematica passionale attraverso gli sguardi, le espressioni e il linguaggio del corpo in un turbinio di attrazioni vissute con grande intensità da un gruppo di giovani. “Le irrefrenabili e sane passioni degli anni della giovinezza infrante dai sogni”. Mektoub, My Love ( prima parte di un dittico) trae ispirazione dal romanzo autobiografico “La blessure, la vraie” scritto da Francois Bégaudeau. Mektoub viene letteralmente tradotto dall’arabo in “destino”, caotico ed imprevedibile per Amin (Shain Boumedine), aspirante sceneggiatore perduto tra le spiagge del sud della Francia, tra le soleggiate locande di Séte, alla ricerca di nuove avventure e incontri passionali su cui poter scrivere un film. I genitori gestiscono un ristorante tunisino mentre Amin lascia Parigi e gli studi di medicina per far ritorno nella piccola località di pescatori, sua città natale, dove ha modo di vivere momenti indimenticabili ed attimi effimeri che non avranno alcun peso nelle scelte della sua esistenza, dissolvendosi come una bolla di sapone sospesa in aria. La compagnia di suo cugino Toni (Lou Luttiau), diametralmente opposto a lui, rafforza la sua voglia di libertà. Toni è un conquistatore, ama le belle donne come Ophélie (Ophélie Bau) solo per il gusto di vivere momenti materiali attraverso la passione e il sesso. Amin  invece cerca l’amore etereo e, osservando la sensuale Ophélie dalla bellezza mediterranea, scopre che l’amore per lui non è nella concretezza nei gesti, ma solo in alcuni momenti di forti emozioni rivelati attraverso uno sguardo, nel calore della pelle o in un sorriso luminoso. Ophélie vorrebbe sposare Clément, in sevizio militare, mentre Amin flirta anche con Céline e Charlotte, in uno strano intreccio di libere passioni spensierate e senza regole. Come una macchina da presa che non si ferma davanti a nulla, il protagonista cattura i momenti più febbrili nel corso di giorni sospesi come in un limbo, tra giochi d’acqua illuminati dal sole cocente e serate trascorse a ballare, tra il rimbombare della musica degli anni ’90, elementi caratterizzanti di fine secolo, che danno maggiore forza agli attimi vissuti in modo intenso e passionale. Mektoub, My Love, un’ esplosione di sentimenti effimeri Kechiche nel corso delle riprese di Mektoub, My Love, dà forte rilievo alla fotografia e alle inquadrature dei corpi, sottolineando le forme perfette delle curve femminili, che certamente non passano inosservate ma che vanno a rafforzare il punto di vista del protagonista, un aspirante sceneggiatore conquistato da un’insolita e passeggera euforia estiva. Non c’è interiorità dal punto di vista osservativo di Amin e neanche intime emozioni ma solo il gusto di osservare con lo sguardo attento, immortalando attraverso la fotografia la bellezza del corpo femminile e le espressioni del volto, tra gioie […]

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Solo: A Star Wars Story di Ron Howard, il nuovo spin-off è un successo

“Parti dal principio che ti tradiranno e non rimarrai mai deluso”. Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard, nasce come sequel anthology a sé stante all’intera saga di “Star Wars”, ideata e creata da George Lucas nel lontano 1977. Ron Howard prosegue sulla stessa linea narrativa tracciata con il precedente “Rogue One: A Star Wars Story” su fatti che trovano svolgimento 11 anni prima di Star Wars, per un periodo cronologico della durata di sei anni. Il nuovo capitolo, scritto da Lawrence e Jon Kasdan (entrambi veterani dopo la scrittura di “L’impero colpisce ancora” e “Il risveglio della forza”), narra l’avventurosa giovinezza spaziale del contrabbandiere Han Solo, accompagnato dal suo inseparabile amico Wookiee Chewbecca. Star Wars risulta essere una delle saghe cinematografiche più longeve alla pari di Alien, divenendo nel corso dei decenni un autentico cult movie monumentale ed inesauribile nei contenuti, un interminabile universo fantasmagorico conosciuto da più generazioni attraverso i numerosi attori che ne prendono parte, tutti soggetti a numerosi ad inevitabili cambiamenti narrativi, interpretativi e d’ambientazione oltre allo storico rifacimento digitale dei primi episodi proiettati al cinema. Lo sceneggiatore Lawrence Kasdan per il suo nuovo spin off prodotto dalla Walt Disney (dopo aver acquisito la “Lucas Film” nel 2012), concentra la sua attenzione su come il giovane Han Solo impara a truffare ed ingannare per poter sopravvivere, grazie agli insegnamenti del suo mentore Beckett (Woody Harrelson), di professione malvivente. Han tra i 18 e i 24 anni, si costruisce da solo il proprio futuro, facendo esperienza di pilota infallibile alla guida dell’intramontabile Millenium Falcon, sua inseparabile nave spaziale, indispensabile per la futura alleanza con i ribelli. Il film si ispira ad atmosfere associabili al genere western, quando le regole e le leggi erano considerate un autentico optional da valutare. Le riprese girate tra “Pinewood Studios” e a Fuerteventura (Canarie) oltre che alcune località italiane (lago d’Antorno, il monte Piana, le cime di Lavaredo e Misurina) godono di scenari mozzafiato, di una natura incontaminata contrastante con un’avanzatissima tecnologia del futuro. Notevole la fotografia di Bradford Young e la colonna sonora curata da John Powell (che ricordiamo per le colonne sonore di “L’era glaciale” e “Dragon Trainer”). Ron Howard e A. Ehrenreich per il nuovo spin – off La selezione per la scelta di Han Solo è risultata alquanto ardua e difficile se consideriamo il numero di partecipanti, circa tremila; tra i tanti concorrenti il giovane attore A. Ehrenreich (che abbiamo già conosciuto in “Blue Jasmine” di W. Allen e “L’eccezione alla regola”) è stato preferito nel ruolo di protagonista, nonostante gli ostacoli iniziali in fase di ripresa e l’impiego di un acting coach in suo aiuto per lo studio di una performance ideale. La regia di Solo affidata inizialmente a Lord & Miller, a tre settimane circa dalla conclusione delle riprese, subisce una brusca frenata perché i due registi abbandonano le scene per divergenze creative sull’adattamento della sceneggiatura, la loro libera interpretazione si rivela lontana dagli scritti originali dei Kasdan, pertanto la direzione viene affidata a Ron Howard nel Giugno del […]

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Molly’s Game: inafferrabile gioco di potere

Molly’s Game – In questa suitè si giocherà ogni martedì sera. Il buy-in è di 250.000 $. Molly’s Game racconta una storia vera, quella di Molly Bloom, una donna che per 8 anni è riuscita a gestire gran parte della rete del gioco d’azzardo illegale, sfogando la sua rabbia repressa. Il film segna l’esordio alla regia del premio Oscar Aaron Sorkin, uno dei maggiori sceneggiatori dei nostri tempi, autore di opere come: Codice d’onore, The social Network (con cui ha ottenuto l’Oscar), Steve Jobs e la serie Tv The news Room. Il film è stato tratto dall’omonimo memoriale autobiografico scritto dalla stessa Molly Bloom.  Presentato nel 2017 al “Toronto Film Festival” ha ottenuto due nominations per i Golden Globe, ulteriore motivo di soddisfazione per Sorkin. “Tra i protagonisti di questo film autobiografico figurano i candidati all’Oscar Jessica Chastain, Idris Elba e il premio Oscar Kevin Kostner e Michael Cera”. Molly’s Game, la storia di Molly Bloom Molly’s Game, basato su fatti realmente accaduti tra il 2013 e il 2014, racconta di una giovane ex sciatrice, Molly Bloom (interpretata da Jessica Chastain) che, a causa di un incidente che mette fine ai suoi sogni di atleta,  deve rinunciare alla partecipazione alle Olimpiadi. Molly pertanto, demotivata e sconcertata, decide di abbandonare gli studi giuridici presso l’Università di Harvard per trasferirsi a Los Angeles dove lavora come assistente di un gestore di sale adibite al gioco del Poker. Il titolare, però, senza una ragione precisa, la licenzia e Molly decide di conseguenza di gestire il gioco da Poker clandestino in proprio. Nell’arco di breve tempo Molly guadagna centinaia di milioni di dollari, ospitando nelle sue sale persone di grande spessone come uomini d’affari, imprenditori, produttori, grandi magnati, campioni sportivi e attori internazionali (tra cui Ben Affleck, Tobey Maguire e Leonardo Di Caprio). Tra gli ospiti inoltre figurano anche pericolosi esponenti della mafia russa, di cui lei non ne è a conoscenza. Dopo circa otto anni di gestione clandestina dell’attività, Molly incassa circa 32 milioni di dollari, una scalata sociale che la rende ricchissima ma non felice. Come un fulmine al ciel sereno, una notte nel suo appartamento irrompe l’FBI che l’arresta dopo aver smascherato la gestione dell’attività illegale e non autorizzata del gioco d’azzardo, scatenando la stampa e i gossip scandalistici contro di lei. Ha inizio una lunga battaglia legale e il suo avvocato difensore Charley Jaffey (Idris Elba), in un primo momento poco propenso ad aiutarla, accetta l’incarico per fare luce sulle vicende e sul passato di Molly. Scopre in questo modo le realtà nascoste e sofferte della sua esistenza e il suo rapporto combattuto con il padre Larry (interpretato da Kevin Costner con un’ interpretazione magistrale). “Mi ha convinto la vita reale di Molly, che per un incidente fu costretta a rinunciare alle sue aspirazioni di sciatrice, trasferendosi a Hollywood ed iniziando a gestire partite di poker illegali”- A. Sorkin. Sorkin con Molly’s Game focalizza la sua attenzione sulle vane ambizioni di una donna, narrate dalla sua voce fuori campo, ovvero dalla voce prestata […]

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Fernando Leon de Aranoa e il suo “Escobar” – Il Fascino del male tra storia e mito

Fernando Leon de Aranoa dirige Javier Bardem per il suo nuovo film sul narcotrafficante colombiano   Escobar, il narcotrafficante più potente di tutti i tempi, negli ultimi anni è risultato fonte di ispirazione per diverse produzioni cinematografiche e televisive tra cui va citata “Narcos”, serie cult di grande successo creata da Brancato, Bernard e Miro, ed il tiepido e meno convincente “Escobar” di Andrea Di Stefano, interpretato da Benicio Del Toro. A distanza di pochi anni, il nuovo biopic Escobar – Il Fascino del male, diretto da Fernando Leon de Aranoa, offre una nuova interpretazione del noto trafficante di cocaina; a vestirne i panni questa volta c’è il verosimigliante e sorprendente premio Oscar, Javier Bardem (Non è un paese per vecchi – 2008), affiancato dalla sua altrettanto impareggiabile compagna e collega Penelope Cruz (premio Oscar per “Vicky Cristina Barcelona”), nel ruolo di Virginia Vallejo l’amante giornalista, attualmente in asilo politico presso la città di Miami. Ad Aranoa, l’idea convincente per una nuova realizzazione cinematografica dedicata al personaggio di Escobar, viene dettata dal romanzo “Loving Pablo, hating Escobar”, scritto da V. Vallejo, traendone una validissima sceneggiatura senza tralasciare nulla sui fatti storici riguardanti il famigerato boss malavitoso, uno degli uomini più temuti in Colombia e negli USA. “Dal 1998 sono stato incuriosito dal personaggio di Pablo Escobar come uomo. Mi sono stati offerti diversi ruoli come Escobar, ma li ho sempre rifiutati proprio perché non invocavano alcun sentimento al di là di un semplice stereotipo” – J. Bardem. Escobar – Il Fascino del male racconta l’ascesa al potere del noto criminale durante uno dei decenni più tormentati per la lotta al narcotraffico internazionale con la richiesta di estradizione negli States per una sua condanna irrevocabile. Il regista ripercorre le tappe più significative della vita del noto criminale, le relazioni con il figlio, l’ascesa come uomo d’affari e come politico, i suoi agganci istituzionali per il controllo mondiale del traffico di stupefacenti e la sua tormentata e passionale relazione con Virginia Vallejo, sua amante prediletta con cui istaura un complicato rapporto d’amore ed odio da cui si vedrà tradito. Virginia dopo aver conosciuto il lato spietato e criminale di Escobar, attraverso numerose minacce di morte, si pone al servizio della giustizia affidandosi all’agente Neymar (Peter Sarsgaard) della DEA, affinché venga catturato e giudicato dalla corte suprema del dipartimento di giustizia degli USA. Fernando Leon de Aranoa racconta Escobar Il regista Fernando Leon de Aranoa fa leva in modo attento sulla memoria intima di Virginia, una donna testimone degli anni ‘80/’90, uno dei periodi più cruenti per il sud America sconvolto dalla guerra contro il narcotraffico sostenuto dal Cartello di Medellin, ovvero da Escobar, nel ricostruire il ritratto di un uomo spietato contro chi lo ostacolava nei suoi infidi progetti criminosi, ma altrettanto intimo con le sue debolezze umane nei rapporti con il figlio e nel preoccuparsi di costruire scuole ed ospedali per tutti. Una doppia natura contrastante, messa in evidenza dai media in un periodo storico contrassegnato dai forti contrasti sociali dominati da un uomo capace […]

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Ready Player One, il nuovo film di Steven Spielberg

“Non è solo un gioco si tratta di vita e morte nella realtà. Benvenuto ad Oasis” Ready Player One, il nuovo avventuroso thriller fantascientifico sulle realtà virtuali, rappresenta un atto d’amore del grande maestro del cinema Steven Spielberg nei riguardi del pubblico mondiale. Un’autentica summa di molte opere cinematografiche riguardanti mondi fantastici e dell’immaginario, scenari che vanno ad alimentare il pensiero collettivo d’evasione di una generazione da un mondo reale da tempo spento e privato di ogni emozione. L’unica salvezza per l’umanità è fuggire a Oasis, un universo virtuale e immaginario dove ognuno può diventare ciò che desidera. La pellicola diretta da Spielberg è un adattamento dell’omonimo romanzo scritto da Ernest Cline, autore della medesima sceneggiatura con Zak Penn, al fine di realizzare una grande collaborazione cinematografica con i diritti acquisiti nel 2010 dalla Warner Bros Productions. Numerosi i registi internazionali proposti per il progetto generato dalla geniale mente di Cline, tra cui Christopher Nolan e Robert Zemeckis, ma questa idea così originale nel contenuto poteva essere proposta solo a Spielberg, regista che ha coinvolto nelle riprese lo stesso scrittore. Ready Player One, un thriller fantascientifico Il fantasmagorico Ready Player One ambientato nell’anno 2045, non è altro che la rappresentazione di una realtà distopica basata sulle suggestioni virtuali vissute da un giovane protagonista Wade Owen Watts e il suo biondo avatar chiamato Parzival (interpretato da Tye Sheridan), immerso in una realtà quotidiana deprimente di un mondo perduto nello stato dell’Ohio, tra cumuli di rovinose carcasse di camper accatastate come torri, dove i giorni e le notti sembrano tutti uguali. L’unica speranza per sopravvivere è fuggire a Oasis, un luogo fantastico ideato e creato dal miliardario James Halliday (Mark Rylance) ormai morto ma ancora presente attraverso le proiezioni irreali, pronto a indire un premio ambitissimo che consiste nel trovare il tesoro Anorak. Parzival con la complicità di alcuni amici e di una giovane partner, Samantha Evelyn Cook  con il suo avatar Art3mis, cercano in ogni modo di ottenere l’ambito premio, ma si ritrovano ostacolati da un gruppo di giocatori appartenenti alla multinazionale IOI, pronti a tutto pur di ottenere il controllo totale di Oasis. L’immaginario collettivo rappresentato nel film di Spielberg si ispira univocamente alla cultura pop degli anni ottanta, esaltata da una selezione di brani musicali di grande successo dei gruppi musicali maggiormente gettonati all’epoca come i Duran Duran, i Tears for Fears, gli Eurythmics e molti altri ancora. Numerose le citazioni di precedenti film di successo, tra cui la mitica DeLorean dell’intramontabile Ritorno al Futuro, Il GGG, modificato nel titolo da Spielberg con Il Gigante di Ferro, Supercar, Mad Max, Freddy Krueger e Il Signore degli Anelli. “Per me conta la storia prima di ogni altra cosa. I riferimenti alla cultura pop degli anni ’80 mi divertono, ma non è il motivo per cui ho voluto realizzare Ready Player One” –  Steven Spielberg. Steven Spielberg e la sua infanzia interrotta Il motivo reale per cui Spielberg ha accettato la regia di un nuovo film ispirato agli anni ‘80 e ai numerosi video Games virtuali generati dal […]

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Hostiles: nuovo western duro e malinconico

Hostiles è un western d’avventura concepito secondo gli stereotipi classici e intramontabili della prima maniera, per alcuni aspetti riconducibili agli intramontabili ed epici film di J. Ford, pietre miliari del cinema del ‘900, avvalendosi di montaggio e tecniche fotografiche al passo con i tempi. Scott Cooper, regista e sceneggiatore di Hostiles, in collaborazione per la scrittura con Donald Cooper, dopo aver realizzato il cupo “Out of the Furnace” (2013), film premiato in occasione del “Festival del Cinema di Roma”, in cui pone in rilievo la malavita e l’emarginazione delle periferie metropolitane degli USA, torna a collaborare con Christian Bale, nel tentativo di bissare il precedente successo cinematografico, questa volta cimentandosi nel genere western di ampio respiro, proposto in stile classico e lineare, girando la sua storia avventurosa tra gli immensi e meravigliosi scenari naturali d’America, incorniciati in modo superlativo dagli stupendi scatti del maestro della fotografia Masanobu Takayanagi (Il caso Spotlight). Cooper, ponendo a confronto due epoche diverse, accomunate da recrudescenze spesso generate dall’odio etnico ed intolleranze razziali, mette in evidenza il peso morale, il pericolo incombente e le negative ed inevitabili conseguenze di questi sentimenti ostili sostenuti da politiche sbagliate e xenofobe. Il regista pertanto riesce bene a focalizzare la sua attenzione nelle reazioni più umane di un gruppo di persone accomunate dal senso di riconciliazione, attraverso le dinamiche dei fatti narrati. Un autentico antidoto all’odio in un paese dove gli atteggiamenti disumani dominano incontrastati nel conflitto atavico tra bianchi e nativi d’America. Hostiles: “Ho ucciso selvaggi perché questo è il mio lavoro”  Il film, ambientato nel lontano 1892, narra le vicende occorse ad un leggendario capitano dell’esercito statunitense, Joseph J. Blocker che, (interpretato stupendamente da Christian Bale) in stanza presso un avamposto militare nel selvaggio New Mexico, è pronto ad obbedire ad una richiesta d’ordine da parte delle autorità militari e del presidente americano in persona: scortare, con alcuni suoi fedelissimi, Falco Giallo (Wes Studi), capo Cheyenne malato terminale, suo ex nemico per via di molti compagni deceduti per sua mano e la sua famiglia composta da donne, nelle lontane terre del Montana dove dimora la sua tribù di pellirossa. Durante il lungo cammino che divide gli sconfinati territori desertici d’America, il capitano e il suo seguito incontrano Rosalie Quaid (intensa ed emotiva interpretazione di Rosamund Pike che ricordiamo per “L’amore Bugiardo”), una giovane vedova la cui famiglia è stata sterminata da un gruppo di spietati Comanche, intenzionati a derubarli dei loro cavalli. Tra il capitano e la vedova, che si unisce al drappello in viaggio, si stabilisce un comune intento, unire le loro forze per combattere gli ostili Comanche eternamente in agguato, pur di difendere il capo Cheyenne e la sua famiglia e rendere giustizia per i loro crimini compiuti nelle sconfinate terre di nessuno. “Gli inglesi hanno Shakespeare, i francesi ridono con Moliere, gli americani pongono il western al centro della loro cultura. Amo molto questo genere, non passa mai di moda” (Cooper). Cooper, con la sua ultima opera cinematografica, dura e carica di silenzi malinconici, […]

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Lady Bird di Greta Gerwig, volare con le proprie ali

“Lady Bird dice sempre che vive al di là dei binari!” Greta Gerwig scrive e dirige un film sagace, brillante, spesso divertente, ambientato in parte nella città di Sacramento in California, dove  si svolgono i fatti riguardanti l’adolescenza di Christine e la successiva fase di crescita con il suo nuovo nome “Lady Bird”. Una ragazza continuamente divisa tra sogni improbabili ed esperienze quotidiane, desiderosa di rompere con un passato per lei stretto e deludente, in una costante e continua ricerca di nuove dimensioni esistenziali. Gerwig con Lady Bird evidenzia in modo convincente le passioni amorose, l’amicizia e le esperienze quotidiane di una ragazza predisposta a sbagliare spesso nelle sue scelte a volte paradossali, pur di inseguire le proprie passioni spesso dettate dalla voglia di volare con le proprie ali, sperando di realizzare i propri sogni. “Lady Bird dopo aver ottenuto due Golden Globes punta agli Oscar come miglior film e miglior attrice protagonista per Saoirse Ronan” Lady Bird (interpretato in modo notevole dalla splendida Ronan), nata e cresciuta nella modesta città di Sacramento, sogna di vivere in una grande metropoli sulla costa orientale e frequentare un’importante università degli States, capace di offrirgli nuove opportunità lavorative e professionali. La diciassettenne sta per terminare gli studi liceali e frequenta controvoglia il club di recitazione teatrale presso il suo liceo. La sua assiduità si rivela di breve durata, lei è una ragazza anticonformista e il suo spirito ribelle la spinge oltre le strette mura di casa, nelle quali vivono sua madre molto ipercritica e premurosa e suo padre disoccupato e in stato depressivo, i quali non gli concedono entusiasmo o diversivi. Nonostante sua madre (una splendida interpretazione di Laurie Metcalf) creda molto nelle sue buone capacità e qualità, Christine o Lady Bird, come lei preferisce farsi chiamare, parte da sola facendo molte richieste  presso diverse università americane, tutte sistematicamente respinte. La ragazza però. nonostante tutto, è fiduciosa riguardo una lista d’attesa per l’Università di New York, che per lei apre nuove speranze. Quello che sta vivendo è un momento importante, anche se preferisce manifestare la sua libertà attraverso i desideri repressi durante l’infanzia, ovvero i giovani amori, Danny (interpretato da Lucas Edges) e il giovane e tenebroso musicista Kyle (Timothée Chalamet) , le adolescenziali furbate quotidiane e nuove brillanti amiche come Julie (Beanie Feldstein) e successivamente la trasgressiva Jenna (Odeya Rush), con cui si reca alle folli feste scolastiche. La sua vita è una corsa a ostacoli, con nuovi desideri da poter realizzare per ogni giorno da trascorrere in modo diverso, divenire adulti e distinguere ciò che è buono da ciò che è sbagliato, per Lady Bird è difficile ma ancora più difficile è accettare la realtà in modo maturo ed osservarla con occhi diversi…..prima o poi lo farà per riabbracciare sua madre! “Lady Bird è stato incluso tra i 25 migliori film dell’anno” Gerwig nella sua commedia di grandi ambizioni evidenzia due periodi distinti della giovane protagonista: l’adolescenza e la maturità unite da una fase di passaggio fondamentale per la crescita della ragazza […]

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The Disaster Artist, un’assurda storia vera

“Un film talmente assurdo da diventare autentico cult nella storia del cinema” The Disaster Artist, tratto dall’omonimo romanzo scritto da Greg Sestero e Tom Bissell, si ispira a fatti realmente accaduti risalenti al 2003, riguardanti il più grande fallimento cinematografico, ovvero il film più brutto della storia del cinema di tutti i tempi. James Franco (“In Dubious Battle” del 2016 e “Child of God” del 2013), supportato dalla sceneggiatura abilmente scritta da Scott Neustadter e Michael H. Weber, dirige le riprese cinematografiche ricostruendo con ironia gli avvenimenti tragicomici di Tommy Wiseau e Greg Sestero, durante il loro folle tentativo di realizzare ad ogni costo il film intitolato “The Room”, in uno dei set più stravaganti del mondo. Cosa può spingere due personaggi mediocri e molto diversi tra loro, entrambi frequentatori degli stessi corsi di recitazione, a intraprendere un progetto così folle e lontano dalle loro capacità? Il semplice desiderio di poter realizzare il proprio sogno divenendo star hollywoodiane? L’idea di poter diventare molto famosi con un’opera mediocre destinata ad un pubblico mediocre? The Disaster Artist, un’incredibile follia La tragicomica e travagliata avventura di Tom e Greg, uniti dalla comune passione per James Dean, celebra il trionfo della genuina inesperienza nel diritto di credere nelle proprie capacità,costi quel che costi. Anche dopo numerose porte sbattute in faccia, anche in assenza totale delle benché minime basi professionali. James Franco, dopo aver diretto opere cinematografiche ispirate ai classici della letteratura mondiale, si spinge oltre i suoi limiti dando il meglio di sé per la regia e interpretando in modo eccellente e con profonda empatia il ruolo del coprotagonista e aspirante regista Tom Wiseau (identico nell’aspetto fisico). Un incomprensibile personaggio disposto ad autofinanziarsi con sei milioni di dollari pur di realizzare il suo folle film, nonostante non abbia la più pallida idea su come girare le scene in fase di riprese. Il suo primo attore Greg Sestero, interpretato da suo fratello Dave Franco, impersona in modo sorprendente l’inettitudine pressoché totale di un attore fallito, privo di talento e di iniziativa recitativa, a tal punto da ripetere la medesima battuta ben 67 volte prima di centrarla e che ripete testualmente: “Non l’ho picchiata, non è vero, sono stronzate, non l’ho picchiata, non l’ho fatto, oh ciao Mark”. “Un film che si presenta come una combinazione tra Boogie Nights – L’altra Hollywood e The Master” – J. Franco. Per The Disaster Artist, J. Franco ha restituito tempi simili al film “The Room”, in esso contenuto, in un crescendo di comicità, tra crisi di autostima del regista su come condurre le riprese e prese di posizioni deliberatamente autocratiche. Riguardo la vita privata di Wiseau che ancora oggi resta avvolta nel mistero, perché sul peggiore regista di sempre non si conosce la provenienza (forse New Orleans), l’età e l’enorme patrimonio finanziario messo a disposizione per la produzione. Un novello “Ed Wood” dei nostri tempi, simile al personaggio di Burton, chiaro riferimento, tutt’altro che casuale, per la mancanza di talento del protagonista. Divertente e bene articolata nei tempi, il biopic […]

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The Post: l’etica giornalistica del dissenso

“Il Time ha settemila pagine che illustrano come la Casa Bianca abbia mentito sulla guerra del Vietnam per trent’anni” The Post, film diretto da Steven Spielberg, in collaborazione per la sceneggiatura con Liz Hannah e Singer, si ispira a fatti realmente accaduti negli anni Settanta, riguardanti le rivelazioni di documenti top secret su alcune verità sconcertanti emerse durante la guerra del Vietnam e tenute nascoste alla stampa dalle alte sfere politiche. Spielberg, con il suo nuovo thriller politico The Post, focalizza il suo obiettivo su uno dei momenti più cruciali per il giornalismo di denuncia politica, ponendo in rilievo due grandi protagonisti della stampa uniti nel coraggio decisionale: Kay Graham, prima straordinaria donna alla guida del The Washington Post (interpretata in modo stupefacente da Meryl Streep, tre volte vincitrice di un Oscar) per un’epoca in cui il potere mediatico era gestito esclusivamente dagli uomini; l’attrice statunitense è affiancata da un altrettanto inimitabile Tom Hanks nel ricoprire il ruolo di Ben Bradlee, testardo direttore del giornale, per la prima volta in coppia con la Streep. Daniel Ellsberg (Zach Woods), un economista attivo nelle sue funzioni all’interno del Pentagono, nel 1971 divulga alcune scomode verità riguardanti la guerra del Vietnam, dopo essersi convinto delle gravi conseguenze prodotte dal conflitto sulla democrazia americana. I documenti segreti, i Pentagon Papers, raccontano in modo dettagliato come le alte sfere politiche (ben quattro presidenti) e militari USA erano a conoscenza da circa trent’anni del loro coinvolgimento nel sud-est asiatico e della verità riguardante la fallimentare guerra del Vietnam, acconsentendo all’occultamento dei reportage militari all’interno del Pentagono. Il quotidiano a rivelarne il contenuto è il New York Time, bloccato da un’ingiunzione emanata dalla corte suprema della magistratura; successivamente è la volta del Washington Post che si trova a gestire i documenti scottanti, ponendo le mani sugli inediti fascicoli. Katharine Graham, la prima donna capace di gestire un’intera redazione, impugnando il diritto di cronaca, decide di pubblicare l’intera mole di documenti, ponendo a rischio la sua carriera e quella dell’intera redazione del giornale in una corsa contro il tempo e in nome della trasparenza per una stampa più libera. The Post: “quando il giornalismo ha il dovere di informare l’opinione pubblica” Spielberg, con la sua ultima opera cinematografica The Post, concede ampio rilievo alle tempistiche d’azione, in una sorta di instant movie: negli USA si predilige il detto “timing is everything”, il tempismo è tutto. La velocità decisionale sulla pubblicazione di documenti importanti è determinante e vitale per la sopravvivenza della stampa che cerca di far luce sulle verità nascoste. Tutto è appeso ad un filo per Graham e Bradlee, le loro decisioni di pubblicazione dei Pentagon Papers comportano rischi elevati per il prestigio della redazione con la probabile chiusura della testata giornalistica e l’incarcerazione degli editori, avvisi pregressi intimati dalla Corte Suprema. Solo un gesto di grande coraggio può salvare un intero paese restituendo dignità alle persone segnate dagli eventi. I chiari riferimenti rivolti all’attuale presidente Tramp, per molti aspetti simile negli atteggiamenti e nelle prese di posizione al suo predecessore Nixon […]

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Downsizing: distopica fanta-commedia di A. Payne

“Ridimensionarsi è un modo per salvare se stessi!” Downsizing è un film atipico, originale e fuori da un’etichettatura di genere. Cosa accadrebbe se un giorno non lontano alcune multinazionali trasformassero il consumo energetico in un fiorente progetto su scala mondiale? Tutto questo ce lo racconta in chiave ironica Alexander Payne, con la sua opera cinematografica dal taglio narrativo tipico della tradizionale commedia americana. Downsizing nasce da un’idea incentrata sull’eccessivo consumo energetico del nostro pianeta: la soluzione teorizzata è da definire alquanto spettacolare e consisterebbe nel ridurre le dimensioni dell’essere umano ad un ottavo della massa corporea, permettendogli in questo modo di risparmiare energia e spazio vitale. Infatti la tecnica del ridimensionamento degli esseri umani, trasformati dopo l’esperimento in una sorta di fiabeschi lillipuziani, consentirebbe di risparmiare anche sui carburanti e sui consumi alimentari, risolvendo l’annoso problema riguardante lo smaltimento dei rifiuti. Sembra fantascienza e lo è, infatti Payne si diverte a imbastire situazioni leggere e comiche sdrammatizzando in ogni contenuto, attraverso i protagonisti di questa folle avventura, pronti a mettersi in gioco, ignari delle numerose sorprese che questo esperimento gli riserverà. Dopo una crisi economica di portata mondiale si prospetta un futuro critico per molte famiglie o coppie, tra cui quella dei coniugi Paul (Matt Damon, perfetto nel ruolo di un americano medio) e Audrey Safranek (Kristen Wiig). Durante una cena con alcuni amici, la coppia viene a conoscenza dei vantaggi sul ridimensionamento corporeo degli esseri umani proposto da una società multinazionale norvegese. L’esperimento consiste nel ridurre l’umanità consenziente a dodici centimetri d’altezza totale, migliorando notevolmente le condizioni economiche e lo stile di vita dei nuovi mini-terrestri, relegati a trascorrere la loro esistenza in una minuscola cittadina dalle dimensioni di un plastico, creata espressamente per questa nuova umanità del futuro. L’esperimento si pone l’obiettivo di concedere agli esseri umani, tra i primi privilegiati, benessere, serenità e ritrovati spazi vitali a costi ridottissimi. In questa mini-cittadina fantastica, non esiste la criminalità, lo stress, la crisi energetica ed alimentare: tutti questi problemi sono di colpo azzerati, generando un nuovo micro ecosistema chiaramente controllato da alte sfere. I coniugi Safranek, in crisi esistenziale, dopo aver scoperto questa nuova possibilità di vita, decidono di sottoporsi all’esperimento, godendo dei numerosi vantaggi economici promessi dalla multinazionale. Audrey però si tira indietro all’ultimo momento e per Paul, inizialmente entusiasta in vista delle nuove prospettive di vita, non tutto sembra andare liscio come l’olio. Downsizing: un film per “vivere alla grande” Payne, con Downsizing, ironizza sul consumismo della società americana, facendo leva sull’ecosostenibilità mondiale. Il regista prende gusto nel raccontare una storia di puro intrattenimento dal taglio favolistico, dove i paradossi, generati da futuri improbabili, evidenziano numerosi limiti evolutivi della società moderna. Si tratta di una società che si cerca di dominare anche nel numero, in riferimento al modello occidentale ed americano ormai al collasso, intervenendo con la cura migliore: creare delle cavie umane di dimensioni ridottissime in grado di promuovere un nuovo sistema di vita. Ma è davvero pensabile risolvere i problemi di un intero ecosistema generandone altri? […]

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